Interview with Vito Cagli: his life as a nephrologist and more

Abstract

This interview describes the numerous and important contributions that Vito Cagli, who was born in Ancona in 1926, has given to the Italian Nephrology and to other fields of Medicine. These contributions, that are very poorly known today, were produced especially in the years in which Cagli worked as deputy director of the Centre for the Investigation and Treatment of Hypertension and Renal Diseases at Policlinico Hospital Umberto I in Rome. This interview also describes the early phase of Italian Nephrology before the introduction in our country of renal biopsy and of hemodialysis.

Keywords: History of Nephrology, History of Italian Nephrology, History of arterial hypertension

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Introduzione

Questa intervista è nata da un suggerimento del collega e amico Attilio Losito ed è stata fatta dalla co-autrice Bianca Gualandi il 9 marzo scorso a Roma, nella casa dell’intervistato. Essa racconta la storia di vita nefrologica, e non solo, di Vito Cagli, nato ad Ancona nel 1926.

Laureatosi in Medicina presso l’Università di Roma nel 1950, Cagli si è specializzato in Medicina Interna nel 1956, e in Igiene e Tecnica Ospedaliera nel 1966. Dal 1961 al 1966 ha prestato la sua opera come assistente medico nel reparto di Medicina Interna dell’Ospedale San Giovanni di Roma. Successivamente, per molti anni, è stato vice-direttore del Centro per lo Studio e la Cura dell’Ipertensione Arteriosa e delle Malattie Renali del Policlinico Umberto I di Roma, e dal 1993 al 1999 ha diretto il Centro di Dialisi di una Casa di Cura romana. 

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The origins of the Renal Immunopathology Group of the Italian Society of Nephrology

Abstract

This article describes the birth and development of the Renal Immunopathology Group of the Italian Society of Nephrology. It collects the stories of nephrologists and pathologists who, since the early Seventies up to the first decade of this century, devoted their professional lives to the study of renal pathology with a strong personal involvement, characterized by enthusiasm, commitment, ability, strong spirit of cooperation, and friendship. All this enabled the Group to: propose the criteria for a standardized histological and immuno-histological examination of renal biopsies and reporting; produce several multicenter studies, whose results were also published in important international journals; to set up a national registry of renal biopsies; to organize a number of courses, some of which were associated with the publication of monographs, on various renal diseases.

This article also traces the history of renal pathology in Italy from the second half of the Sixties – when young Italian nephrologists and pathologists from different institutions moved to French laboratories to learn new techniques to apply to renal biopsies – up to the present days. It also shows us how Italian renal pathology has been an essential tool for the development of the nephrological clinical practice and the advancement of scientific research.

Keywords: history of Renal Immunopathology Group, history of Italian Society of Nephrology, history of Italian Nephrology, history of Italian Nephropathology

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Introduzione

di Giovanni Battista Fogazzi

L’idea di raccogliere testimonianze sulla nascita e lo sviluppo del gruppo di Immunopatologia Renale (GIR) della Società Italiana di Nefrologia mi è venuta quando, alcuni mesi or sono, ho avuto tra le mani la bozza dell’articolo autobiografico di Giovanni Barbiano di Belgiojoso, che ho curato per il nostro Giornale [1]. In quell’articolo Giovanni, Gianni per gli amici, descriveva in un breve paragrafo la sua partecipazione alle attività del GIR, che ha portato avanti fin dall’inizio con altri colleghi, quali Franco Ferrario e Leonardo Cagnoli e, successivamente, molti altri. Quel breve ma interessante paragrafo mi ha fatto pensare a un possibile contributo ampio e a più voci, con una impostazione simile all’articolo dedicato ai primi anni del padiglione Croff del Policlinico di Milano [2]. Quindi, ne ho parlato con Gianni che ha subito accettato la proposta e in breve mi ha suggerito i nomi delle persone da contattare, che a loro volta hanno accolto l’invito permettendo di arrivare alla stesura della presente pubblicazione.

Questa raccoglie le storie di sei nefrologi, di cui una donna, e tre anatomo-patologi, di cui due donne1, che si sono dedicati/e, a partire dai primi anni Settanta e fino al primo decennio di questo secolo, allo studio e allo sviluppo della patologia renale. Con un coinvolgimento personale nelle attività del GIR che, come i lettori noteranno, è stato portato avanti con entusiasmo, impegno, notevoli capacità, forte spirito di collaborazione e amicizia. Ciò ha permesso al GIR di: proporre i criteri per la standardizzazione dell’esame esame istologico e immunoistologico delle biopsie renali e la loro refertazione; produrre molti studi multicentrici pubblicati anche in importanti riviste internazionali; istituire un registro nazionale delle biopsie renali; organizzare numerosi corsi su un’ampia gamma di patologie renali, alcuni dei quali accompagnati dalla pubblicazione di volumi monografici.

Il presente contributo permette anche di ricostruire la storia della patologia renale nel nostro Paese a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta – quando giovani nefrologi e anatomo-patologi italiani di diverse istituzioni si recarono in laboratori francesi per apprendere nuove tecniche da applicare all’esame delle biopsie renali – fino quasi ai nostri giorni. Una storia che dimostra come la patologia renale italiana sia stata uno strumento indispensabile al progredire della pratica clinica nefrologica e all’avanzamento della ricerca scientifica.

Infine, voglio ricordare che il GIR, come Gruppo di Progetto della Società Italiana di Nefrologia, è ancora molto attivo, come si può notare leggendo la “Relazione annuale delle attività” relativa all’anno 2021 [3].

Prima di chiudere questa mia introduzione voglio qui ringraziare: Gianni Barbiano di Belgiojoso per i preziosi pareri e suggerimenti che mi ha dato durante la revisione del presente articolo; Leonardo (Leo per gli amici) Cagnoli, per aver fornito ben 12 delle 18 figure che arricchiscono questo nuovo contributo sulle nostre storie di vita nefrologica.

 

Abbreviazioni utilizzate nei contributi che seguono:

GIR: Gruppo di Immunopatologia renale

SIN: Società Italiana di Nefrologia.

 

1Mi sembra doveroso porre qui l’accento sulla presenza delle nostre colleghe nel GIR perché, quando si guarda al passato della nostra disciplina e di tante altre, è innegabile che le donne siano state poco appresentate rispetto al ruolo che hanno svolto.

 

Bibliografia
  1. Barbiano di Belgiojoso G, Fogazzi GB. La mia vita di nefrologo con la passione per la patologia renale. G Ital Nefrol 2021; 38(1):09. https://giornaleitalianodinefrologia.it/2021/01/38-01-2021-09/
  2. Fogazzi GB, Brancaccio D, Ponticelli C, Redaelli B, Graziani G, Imbasciati E, Locatelli F, Rivolta E. I primi anni del padiglione Croff del Policlinico di Milano. G Ital Nefrol 2020; 37(6): 09. https://giornaleitalianodinefrologia.it/2020/11/37-06-2020-09/
  3. Alberici Relazione annuale delle attività del Gruppo di Progetto di Immunopatologia Renale della Società Italiana di Nefrologia.

 

 

 

Francesco Paolo Schena

Il mio interesse per la patologia renale. Mi sono appassionato allo studio della biopsia renale nel 1967, quando il mio maestro professor Lorenzo Bonomo, allora aiuto del professor Virgilio Chini, Direttore della Clinica Medica dell’Università di Bari, mi fece trascorrere un periodo di 3 mesi presso l’Istituto di Patologia Speciale Medica del Policlinico Umberto I, diretto dal professor Cataldo Cassano. Allora il suo aiuto era Giuseppe Andres, che eseguiva le biopsie renali ed era responsabile del Centro di Microscopia Elettronica. Durante quel breve periodo imparai la procedura per l’esecuzione della biopsia renale e la tecnica dell’immunofluorescenza applicata all’esame del tessuto prelevato. Ritornato a Bari, incominciai a fare le prime biopsie renali, che a quell’epoca si eseguivano previa induzione di un retropneumoperitoneo, insufflando ossigeno, per la localizzazione del rene. Nel 1968, dopo aver effettuato circa venti biopsie renali, grazie a una borsa di studio partii per il Belgio, dove trascorsi 2 anni presso il Dipartimento di Nefrologia (diretto dal professor Charles Van Ypersele de Strihou) e presso il Servizio dei Trapianti Renali (diretto dal professor Guy Alexandre) dell’Università Cattolica di Lovanio. In tali sedi, oltre all’attività di ricerca sulle proteinurie nei pazienti con trapianto di rene, approfondii ulteriormente la tecnica della biopsia renale, che veniva eseguita individuando il polo inferiore del rene sinistro mediante urografia.

Nel 1970, ritornato a Bari, ripresi la mia attività sulle biopsie renali nella Clinica Medica II, diretta dal professor Lorenzo Bonomo, e nella Divisione di Nefrologia e Dialisi, diretta dal professor Alberto Amerio, Incaricato di Nefrologia ed aiuto del professor Claudio Malaguzzi Valeri, direttore della Clinica Medica I. Le prime biopsie furono effettuate con l’individuazione del polo inferiore del rene sinistro secondo la tecnica appresa a Lovanio, ma successivamente passammo alla localizzazione del rene utilizzando l’ecografo in uso presso la Clinica Ostetrica. Per l’esame istologico mi organizzai con l’Istituto di Anatomia Patologica che individuò nel collega e amico Franco Marzullo l’esperto di patologia renale.

Dopo aver effettuato la biopsia renale, io procedevo all’allestimento e all’esame delle sezioni per l’immunofluorescenza mentre Marzullo si dedicava all’esame istologico, scambiandoci poi idee ed opinioni sui referti che stilavamo [13]. Abbiamo collaborato in questo modo per oltre 15 anni, sino a quando Marzullo divenne primario del Servizio di Anatomia Patologica dell’Ospedale Regionale di Acquaviva delle Fonti, dove continuò per diversi anni ad occuparsi della lettura delle biopsie renali effettuate nel Policlinico di Bari. Nel 1989, in qualità di Professore Ordinario di Nefrologia, mi fu affidata dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Bari la direzione dell’Istituto di Nefrologia. Pertanto, lo studio dell’istologia e della immunofluorescenza passò al mio aiuto Giovanni Pannarale, che aveva già organizzato un servizio di istologia renale nell’istituto precedentemente diretto dal professor Alberto Amerio.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Il 26 maggio 1973 si tenne a Saint Vincent la seconda Riunione Comune della Société Française de Néphrologie e della Società Italiana di Nefrologia, coordinata da Antonio Vercellone (professore incaricato di Nefrologia nell’Università di Torino e primario della Divisone di Nefrologia e Dialisi dell’ospedale Molinette) ed organizzata dalla SIN. In quella occasione si tenne una tavola rotonda su “L’immunofluorescenza nelle nefropatie” alla quale parteciparono numerosi nefrologi italiani, tutti esperti nella materia, nefrologi e patologi francesi. Tra questi ultimi, Jean Berger e Halina Janeva dell’Istituto di Anatomia Patologica dell’Hôpital Necker di Parigi, che presentarono una relazione sulle componenti precoci del complemento nei depositi glomerulari della nefrite a depositi di IgA (Figure 1 e 2).

I relatori italiani furono Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Antonio Tarantino, Paolo Dall’Aglio, Alba Vangelista, Claudia Ciccarelli, e il sottoscritto. Barbiano di Belgiojoso tenne una relazione su “Contributo dell’immunoistologia alla diagnosi differenziale delle glomerulonefriti proliferative diffuse mesangiali pure”; Tarantino parlò della “Caratterizzazione immuno-istologica delle nefropatie glomerulari, valutata mediante la metodica diretta ed indiretta”; io dei “Rapporti fra depositi di immunoglobuline, complemento e coagulazione nelle glomerulonefriti” (Figura 2) [4].

In quella occasione, durante un incontro informale con Barbiano di Belgiojoso e Tarantino discutemmo sulla possibilità di introdurre a livello nazionale una scheda per la refertazione dell’esame delle biopsie renali effettuato con l’immunofluorescenza. Tale proposta fu ripresa e rilanciata nel 1975 durante il 16° Congresso della SIN, che si tenne a Villa San Giovanni (si veda il contributo di Leonardo Cagnoli, sezione Il mio coinvolgimento nel GIR).

Successivamente furono organizzati dei corsi di aggiornamento per un corretto esame della biopsia renale, studi clinici retrospettivi e prospettici che furono pubblicati su riviste nazionali ed internazionali.

Al gruppo, costituito inizialmente dai colleghi suddetti, si aggiunsero altri nefrologi esperti di biopsia renale, quali Leonardo Cagnoli, Franco Ferrario, Antonio Lupo, Giovanni Banfi, ed altri. La figura 3 mostra il direttivo del GIR al 48° Congresso Nazionale di Nefrologia che si tenne a Bari nell’ottobre 2007 durante il quale fu celebrato il 50° anniversario della nascita della SIN.

Nel corso degli anni il GIR ha promosso e svolto molti studi multicentrici che hanno visto il coinvolgimento di diverse generazioni di nefrologi e cultori dell’immunopatologia renale. Ci fu anche l’organizzazione di Corsi di Aggiornamento che si tennero a Rimini tra il 1991 e il 2009, tutti accompagnati dalla pubblicazione di volumi sugli argomenti trattati (Tabella I).

Una tappa importante fu l’istituzione del Registro Italiano delle Biopsie Renali, organizzato dal sottoscritto nel 1986, che portò a diverse pubblicazioni, nella prima delle quali veniva descritta la casistica delle biopsie renali raccolte nei primi sette anni di attività [5]. Il Registro ha permesso di sviluppare molti studi, alcuni dei quali sono citati da altri colleghi in questo articolo [68].

Per accedere ai risultati del Registro fu organizzato un sito web che fu modificato nel corso degli anni: www.irrb.net nel periodo 1987-1995, che mostrava dati relativi a 23.262 biopsie renali; nel periodo 1996-2000, concernenti 14.430 biopsie renali. In occasione della mia presidenza della SIN (2004-2006), il Registro Italiano delle Biopsie Renali fu incluso nel sito web della Società (https://sinitaly.org). Purtroppo, problemi legati alla privacy hanno comportato un blocco del registro e una ridotta raccolta di dati relativi agli ultimi anni.

L’entusiasmo scientifico è tuttora presente nel GIR, come ho potuto notare durante la riunione che si è tenuta il 7 ottobre 2021 in occasione del 62° Congresso Nazionale della Società Italiana di Nefrologia, a Rimini. Nel corso di tale riunione ho presentato il progetto di uno studio clinico randomizzato sulla nefropatia a depositi di IgA, invitando i centri di nefrologia a partecipare.

 

Bibliografia
  1. Immunologic study of renal biopsies with specific antisera conjugated with enzymes.
  2. Schena FP, Marzullo F, Liso V, Coratelli P. Histomorphological and comparative studies on renal biopsies after study with immunofluorescence. Minerva Nefrol 1972; 19:315-18.
  3. Schena FP, Marzullo F, Coratelli P. Deposits of IgD in glomerular nephropathies. Minerva Nefrol 1973; 20:117-22.
  4. Schena FP, Ciavarella N, Petronelli M. Relationships between Ig deposits, complement and coagulation in glomerulonephritis. Minerva Nefrol 1973; 20:226-35.
  1. Schena FP. Survey of the Italian Registry of Renal Biopsies. Frequency of the renal diseases for 7 consecutive years. The Italian Group of Renal Immunopathology. Nephrol Dial Transplant 1997; 12:418-26.
  2. Gesualdo L, Di Palma AM, Morrone LF, Strippoli GF, Schena FP, on behalf of the Italian Immunopathology Group, Italian Society of Nephrology. The Italian experience of the national registry of renal biopsies. Kidney Int 2004; 66:890-94.
  3. Vendemia F, Gesualdo L, Schena FP, D’Amico G; Epidemiology of primary glomerulonephritis in the elderly. Report from the Italian Registry of Renal Biopsy. Renal Immunopathology Study Group of the Italian Society of Nephrology. J Nephrol 2001; 14:340-52.
  4. Frascà GM, Onetti-Muda A, Mari F, Longo I, Scala E, Pescucci C, Roccatello D, Alpa M, Coppo R, Li Volti G, Feriozzi S, Bergesio F, Schena FP, Renieri A; Italian Renal Immunopathology Group. Thin glomerular basement membrane disease: clinical significance of a morphological diagnosis. A collaborative study of the Italian Renal Immunopathology Group. Nephrol Dial Transplant 2005; 20:545-51.

 

 

 

Giovanni Barbiano di Belgiojoso

2

Il mio interesse per la patologia renale. Il mio interesse per gli aspetti clinico-morfologici delle glomerulonefriti è nato nel 1969, quando iniziai a lavorare presso l’Unità di Nefrologia dell’Ospedale di Niguarda di Milano, diretta dal professor Luigi Minetti. Su proposta dello stesso andai a Parigi per un mese, per frequentare il Laboratorio di Anatomia Patologica dell’Hôpital Necker-Enfants Malades e approfondire le mie conoscenze sulla tecnica dell’immunofluorescenza applicata alle biopsie renali. Responsabile del laboratorio era il professor Jean Berger, che l’anno precedente aveva pubblicato, per primo al mondo, una casistica sulla glomerulonefrite a depositi mesangiali di IgA, diventata poi universalmente nota come Berger disease.

Durante il soggiorno a Parigi, ebbi l’opportunità di partecipare ad alcune conferenze anatomo-cliniche organizzate dal professor Jean Hamburger, direttore della Clinica Nefrologica del Necker, e ad incontri di nefropatologia pediatrica con la partecipazione di illustri patologhe quali Renée Habib e Micheline Levy.

Al mio rientro al Niguarda iniziai a lavorare come nefrologo. Inoltre, mi fu affidato il compito di introdurre la tecnica dell’immunofluorescenza, ciò che feci a partire dalla istituzione di un laboratorio dedicato, annesso al reparto. Di mia competenza era anche l’esecuzione delle biopsie renali, nonché la lettura, in collaborazione con i patologi, dell’esame in microscopia ottica e, più tardi, in microscopia elettronica.

La componente scientifica e di ricerca della mia attività è sempre stata orientata sulla diagnostica immunoistologica e sulle correlazioni anatomo-cliniche delle nefropatie glomerulari, tubulo-interstiziali e vascolari. Negli anni Settanta ebbe inizio la collaborazione con gli altri gruppi nefrologici milanesi, che successivamente si estese ai gruppi di altre città, Torino, Bologna, Bari e Verona. Ciò ha permesso di raccogliere e pubblicare, nel tempo, ampie casistiche su diverse forme di glomerulonefrite: a depositi di IgA, in corso di lupus eritematoso sistemico, membranoproliferativa, crioglobulinemica, a depositi densi.

Nell’ottobre 1984 mi trasferii come primario nefrologo presso l’Ospedale Sacco di Milano. La mia nuova collocazione professionale mi portò ad orientare gli studi clinico-morfologici sul coinvolgimento renale in corso di malattie infettive ed in particolare sulla nefropatia in pazienti affetti da AIDS. Ottima fu collaborazione che si sviluppò con la professoressa Manuela Nebuloni e la dottoressa Antonella Tosoni dell’Istituto di Anatomia Patologica.

Il 31 ottobre 2006 ebbe termine, per limiti di età, la mia attività di primario ospedaliero mentre proseguì quella di insegnante per il Corso di Laurea della Facoltà di Medicina, che proseguì fino al 2014. Quest’ultima attività mi ha permesso di mantenere viva la mia preparazione scientifica ed i collegamenti con gli altri docenti, in particolare con gli anatomo-patologi, con i quali vi è sempre stata una condivisione di iniziative didattiche. Inoltre, ho mantenuto rapporti con i miei ex collaboratori di reparto, con i quali ho partecipato periodicamente a riunioni di aggiornamento, nonché alla stesura di pubblicazioni di particolare interesse e complessità, specie in lingua inglese.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Il GIR si costituì nei primi anni Ottanta, come dimostrato dalla relazione “Evoluzione della nefropatia membranosa. Studio multicentrico su 196 casi (Gruppo di Immunopatologia Renale-Società Italiana di Nefrologia)” [1], presentata dalla dottoressa Alba Vangelista al 24° Congresso della SIN tenutosi a Chieti nel giugno 1983.

Il 22 marzo 1985 il GIR organizzò un incontro nazionale a Bologna dedicato a: “Interessamento renale nel mieloma e gammopatie monoclonali”. Durante quell’incontro io presentati tre relazioni, anch’esse frutto di una ampia collaborazione con altri gruppi nefrologici: “Nefropatia a depositi di catene leggere” [2]; “Nefropatia da mieloma: correlazioni anatomo-cliniche” [3]; “L’insufficienza renale cronica da mieloma” [4]. Nel 1988 il GIR presentò uno studio multicentrico sulle nefropatie da gammopatie monoclonali [5] e nel 1990 lo “Studio morfologico della glomerulonefrite membranoproliferativa di tipo I e II” [6].

Nell’estate del 1989 si costituì il “comitato editoriale” del GIR, formato da Franco Ferrario, Leonardo Cagnoli, Antonio Lupo, Paolo Schena, Giovanni Banfi e il sottoscritto, con lo scopo di organizzare dei Corsi di Aggiornamento che avrebbero avuto luogo a Rimini, con l’organizzazione dell’amico Cagnoli, e una periodicità da stabilire. Per discutere su questo progetto ci riunimmo, Ferrario, Cagnoli, Lupo e il sottoscritto in una villa sul lago di Annone, in Brianza, ospiti di una mia amica (Figura 4).

Il primo Corso, dedicato a “Le GN primitive e secondarie”, si svolse il 25-26 ottobre 1991, durante il quale io presentai una relazione su “Glomerulonefriti in corso di malattie infettive” [7]. Per quanto riguarda gli incontri successivi (Tabella I), al Corso sulle glomerulonefriti primitive e secondarie e le nefropatie rare, che si tenne nel 2000, io presentai la relazione “Glomerulonefriti virali” [8] (Figura 5) e al Corso sulla terapia delle nefropatie glomerulari, tenutosi nel 2003, la relazione “Terapia delle glomerulonefriti da HIV” [9]. Un ulteriore studio multicentrico del GIR fu pubblicato nel 2001 sul Giornale Italiano di Nefrologia dal titolo “La glomerulonefrite crioglobulinemica HCV associata: aspetti patologico-clinici” [10].

Rivedendo tutta la mia attività come co-fondatore e protagonista del GIR, devo riconoscere che tale partecipazione è stata per me di grande soddisfazione e arricchimento culturale. Oltre ad offrirmi la opportunità di esaminare e discutere ampie casistiche, mi ha dato l’occasione di collaborare con colleghi di grande preparazione e entusiasti nel trattare argomenti comuni, con i quali sono nate stupende amicizie.

 

2 Per una più ampia e dettagliata descrizione della vita nefrologica dell’autore si veda: Barbiano di Belgiojoso G, Fogazzi GB. La mia vita di nefrologo con la passione per la patologia renale. G Ital Nefrol 2021; 38(1):09. https://giornaleitalianodinefrologia.it/2021/01/38-01-2021-09/

 

Bibliografia
  1. Vangelista A, Imbasciati E, Barbiano di Belgiojoso G, Lupo A, Frascà G, Colonna GP. Evoluzione della nefropatia membranosa. Studio multicentrico su 186 casi. (Gruppo di Immunopatologia renale-Società Italiana di Nefrologia). In: Nefrologia, Dialisi e Trapianto. Milano, Wichtig: 1983, pp. 209-15
  2. Barbiano di Belgiojoso G, Confalonieri R, Brumati C, Micoli G, Banfi G, Ferrario F, Pasquali S, Casanova S, Bertani T, Pozzi C, Imbasciati E, Lupo A. Nefropatia a depositi di catene leggere. G Ital Nefrol 1986; 3:9-16.
  3. Casanova S, Pasquali S, Donini U, Cagnoli L, Confalonieri R Barbiano di Belgiojoso G, Pozzi C, Locatelli F, Banfi G, Fogazzi GB, Lupo A, Bertani T, Ferrario F. Nefropatia da mieloma: correlazioni anatomo-cliniche. G Ital Nefrol 1986; 3:17-24.
  4. Lupo A, Banfi G, Barbiano di Belgiojoso G, Bedogna V, Bertani T, Bucci A Cagnoli L, Confalonieri R, Donini U, Furci L, Imbasciati E, Locatelli F, Pozzi C, Ravelli M, Samarani M, Schena FP. L’insufficienza renale cronica da mieloma. G Ital Nefrol 1986; 3:39-44.
  5. Banfi G, Moriggi M, Confalonieri R, Minetti E, Ferrario F, Bucci A, Pasquali S, Donini U, Schiaffino E, Barbiano di Belgiojoso G, Bertani T, Pozzi C, Ravelli M, Furci L, Lupo A, Comotti C, Volpi A, Schena FP. Renal amyloidosis – Retrospective collaborative study. L. Minetti, G. D’Amico, C. Ponticelli. In: L. Minetti, G. D’Amico, C. Ponticelli (eds). The kidney in plasma cell dyscrasias. Developments in Nephrology. Dordrecht, Springer: 1988, pp. 211-19.
  6. Ferrario F, Pasquali S, Barbiano di Belgiojoso G, Rovelli M, Altieri, Garibotto G, Comotti C, Cagnoli L. Studio morfologico della glomerulonefrite membranoproliferativa di tipo I e di tipo II. G Ital Nefrol 1990; 7:69-76.
  7. Barbiano di Belgiojoso G, Genderini A, Lagona C. Le glomerulonefriti in corso di malattie infettive. In: F. Ferrario, G. Barbiano di Belgiojoso, L. Cagnoli, A. Lupo, F.P. Schena, G. Banfi. Le glomerulonefriti primitive e secondarie. Milano, Wichtig: 1991, pp. 215-40.
  8. Barbiano di Belgiojoso G, Genderini A, Tosoni A. Glomerulonefriti virali. In: F. Ferrario, G. Barbiano di Belgiojoso, G. Frascà, G. Grandaliano, A. Lupo. E. Schiaffino, L. Cagnoli. Glomerulonefriti primitive e secondarie. Le nefropatie rare. Milano, Wichtig: 2000, pp. 291-311.
  9. Barbiano di Belgiojoso G, Ferrario F, Genderini A. Terapia delle glomerulonefriti da HIV. In: S. Pasquali, D. Roccatello, A. Pani. Manuale di terapia delle nefropatie glomerulari. Milano, Wichtig: 2003, pp. 195-207.
  10. Confalonieri R, Montoli A, Colombo V, Pani A, Barbiano di Belgiojoso G, Giannico G. Bruno M, Rustichelli R, Garibotto G, Civati G. Studio multicentrico sulla glomerulonefrite crioglobulinemica HCV associata: aspetti patologico-clinici. G Ital Nefrol 2001; 18:S17-S23.

 

 

 

Franco Ferrario

Il mio interesse per la patologia renale. Mi sono iscritto alla facoltà di Medicina dell’Università Statale di Milano nell’autunno del 1967, un periodo che negli anni successivi molti ricordarono come assai turbolento ma al tempo stesso entusiasmante.

Al quarto anno di università frequentai l’Istituto di Medicina Interna del Policlinico, diretto dal professor Nicola Dioguardi, in cui ci si occupava soprattutto di gastroenterologia. Poco dopo, mi trasferii al reparto di Medicina Interna dell’ospedale San Carlo Borromeo, diretto dal professor Pierdavide Lucchelli allievo di Dioguardi, anche lui interessato prevalentemente alla gastroenterologia.

Nel giugno del 1973 mi laureai e a quel punto sorsero i dubbi su cosa fare e quale orientamento scegliere. Pur avendo una scarsissima conoscenza delle malattie renali scelsi di frequentare il reparto di Nefrologia e Dialisi diretto dal professor Giuseppe D’amico perché avevo saputo che era un ambiente nuovo e stimolante, in cui c’erano persone molto dedite alla ricerca.

Fui affidato al compianto dottor Giuliano Colasanti, che cominciava allora ad occuparsi delle biopsie renali, e in particolare alla loro lettura mediante l’immunofluorescenza. Mi appassionai subito a quel settore e mi dedicai con grande entusiasmo alla esecuzione e lettura delle biopsie renali, fatto che ha orientato tutta la mia vita professionale successiva.

Nel 1976 fui assunto e, con la collaborazione dei patologi dell’ospedale, istituii un Centro di Immunopatologia Renale. Cominciai così a dedicarmi alla ricerca nel campo della nefropatologia che, nel corso degli anni, mi ha portato alla pubblicazione di circa 200 articoli in riviste nazionali ed internazionali.

Nel 1981 trascorsi un anno di approfondimento sulla patologia renale presso l’istituto di Patologia dell’Hôpital Tenon di Parigi, diretto da Liliane Morel-Maroger che, con Renée Habib, era a quel tempo tra le massime esperte dell’argomento. Fu una grande esperienza professionale (con circa 30 biopsie alla settimana da esaminare), umana, e scientifica [1]. Non solo, ma al mio rientro in Italia portai con me due metodiche che avrebbero comportato una maggiore sicurezza nell’esecuzione della biopsia renale e un rapido esame del tessuto prelevato.

Infatti, a quel tempo l’esecuzione della biopsia renale si basava sull’utilizzo dell’urografia per la localizzazione del polo inferiore del rene, ciò che comportava spesso dei prelievi inadeguati. L’introduzione da parte mia dell’ecografia renale migliorò in modo netto la procedura, permettendo una precisa localizzazione del polo inferiore del rene e la chiara visione del percorso dell’ago bioptico [2]. L’altra innovazione fu l’utilizzo, nella sala di esecuzione della biopsia renale, di un microscopio che permetteva una immediata e rapida valutazione dell’adeguatezza del tessuto prelevato e una oculata suddivisione dello stesso nei 3 frustoli necessari per le 3 metodiche di lettura (istologia, immunofluorescenza, e microscopia elettronica). Questo semplice approccio permetteva di riconoscere se il tessuto conteneva o meno i glomeruli, fondamentali per una adeguata valutazione.

Tornando alla mia vita all’ospedale San Carlo, implementai sempre di più la mia attività di ricerca su alcune glomerulonefriti: membranoproliferative, a depositi di IgA, extracapillari, in corso di lupus eritematoso sistemico e di vasculiti, con particolare interesse per la valutazione dei monociti, che in quel periodo cominciarono ad essere considerati cellule fondamentali nell’infiammazione renale [3,4]. Alcuni di quegli studi furono il frutto anche di una importante collaborazione con altri nefrologi milanesi interessati alla patologia renale: Giovanni Barbiano di Belgiojoso, dell’ospedale Niguarda; Enrico Imbasciati e Giovanni Banfi, del padiglione Croff del Policlinico.

Per ultimare il mio percorso come nefropatologo, nel 2010 mi sono trasferito all’Ospedale San Gerardo di Monza, grazie all’interessamento del professor Andrea Stella, primario della Divisione di Nefrologia e preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Milano-Bicocca. Pur essendo stato assunto come nefrologo ho sempre lavorato nell’istituto di Anatomia Patologica, diretto dal professor Giorgio Cattoretti, all’interno del quale ho istituito un “Centro di Nefropatologia”. Grazie al supporto di diverse industrie farmaceutiche internazionali, ho potuto dotare tale centro di due scanner Aperio e far assumere una ricercatrice e due tecniche di laboratorio dedicate. Tutto questo ha permesso di rivoluzionare la nefropatologia con la possibilità di visualizzazione e refertazione su computer, nello spazio di 24-48 ore, delle biopsie renali sia in microscopia ottica che in immunofluorescenza. Inoltre, il centro è dotato anche della microscopia elettronica. Tutto questo ha reso questo centro un punto di riferimento a livello nazionale. Infine, ho “allevato” due validissimi collaboratori, il professor Fabio Pagni, che è l’attuale responsabile del centro, ed il dottor Vincenzo L’Imperio.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Per quanta riguarda la nascita del GIR, il nostro entusiasmo dovette confrontarsi con la freddezza dimostrata da alcuni importanti e influenti cattedratici e primari e con le perplessità dei patologi che, anche giustamente, ritenevano la patologia renale di loro pertinenza e non dei nefrologi. Per questo ci furono diverse riunioni con patologi quali Guido Monga e Gianna Mazzucco di Torino e Silvia Casanova di Bologna, che si risolsero positivamente, dando spazio anche ai patologi nella gestione del gruppo, che in questo modo si rinforzò.

Nell’estate del 1989 un gruppetto di “carbonari” (Leonardo Cagnoli, il compianto Antonio Lupo, Giovanni Barbiano di Belgiojoso e il sottoscritto) si riunì sul lago di Annone (Figura 4) per discutere sulla opportunità di organizzare, da parte del GIR, Corsi di Aggiornamento monotematici e periodici che potessero stimolare e diffondere a livello nazionale l’interesse per la patologia renale. Decidemmo di esordire con un primo corso sulle glomerulonefriti primitive e secondarie, con la grande scommessa di pubblicare un volume sull’argomento con il contributo di diversi autori, da distribuire gratuitamente ai partecipanti già durante il corso.

Il lieto fine è che il primo corso sulle glomerulonefriti primitive e secondarie, con libro allegato, si svolse a Rimini nel 1991, grazie all’organizzazione di Leonardo Cagnoli. Fu un notevole successo e altri corsi seguirono negli anni successivi, sempre a Rimini, sempre con libro allegato, e sempre organizzati da Cagnoli.

Il GIR, oltre ai corsi, ha organizzato numerosi studi multicentrici nazionali sulle principali glomerulopatie: a depositi di IgA, membranoproliferative, in corso di vasculiti e altre. Inoltre, ha promosso l’istituzione di un Registro Nazionale delle Biopsie Renali [5] e di una pagina web, nella quale i soci potevano aggiornarsi sulle varie iniziative e studi in corso.

Dopo il “gruppo storico” si sono succeduti numerosi coordinatori e consiglieri che con grande dedizione hanno non solo portato avanti il GIR ma l’hanno implementato rendendolo una realtà sempre più nazionale e uno dei gruppi più prolifici della SIN in termini di progetti e pubblicazioni. In tutti questi anni ho seguito le iniziative del GIR e il rapporto con i vari coordinatori e consiglieri è sempre stato non solo di collaborazione ma di sincera amicizia.

Tornando brevemente sul “gruppo storico” del GIR (Cagnoli, Schena, Belgiojoso, Lupo, e il sottoscritto), l’aver dato vita a un progetto che si è rivelato vincente, l’averlo seguito con passione, l’aver partecipato a numerose riunioni di lavoro e anche ludiche, ci ha reso un gruppo molto unito e di forte amicizia, che dura tuttora dopo tutti questi anni. Scherzosamente molti colleghi ci chiamavano i “cinque moschettieri”, e qui vorrei cogliere l’occasione per dire alcune parole sul compianto Antonio Lupo. Antonio era una persona seria e allo stesso tempo di grande humor e anche molto equilibrata, che riusciva sempre a stemperare le diatribe che talvolta sorgevano all’interno del gruppo.

Prima di chiudere vorrei descrivere come la mia vita di nefropatologo, grazie anche al GIR, mi abbia permesso di vivere una intensa esperienza internazionale. Negli anni Novanta è stato costituito un gruppo internazionale sulle vasculiti ANCA-associate (EUVAS: European Vasculitis Study Group) [6], che includeva anche un gruppo di patologi per la valutazione delle biopsie renali, di cui fui nominato coordinatore (Terry Cook, Imperial College, London; Ingeborg Bajema e Jan Bruijn, Leiden University; Laure-Helene Noël, Hôpital Necker, Paris). Anche in questo caso (come col gruppo storico del GIR) la capacità di lavorare insieme, i numerosi incontri scientifici per definire gli scores istologici delle biopsie renali [7] e confrontare le discrepanze, hanno creato fra di noi una forte coesione e grande amicizia – siamo stati chiamati il Dream Team – che dura tuttora.

Per queste ragioni alcune industrie farmaceutiche internazionali ci hanno coinvolto in qualità di Central Pathology Reviewers dei loro studi sulla nefrite lupica. Sono stato coinvolto come pathology reviewer anche ai seguenti progetti internazionali:

  • classificazione della glomerulonefrite lupica [8,9]
  • classificazione della nefropatia a depositi di IgA [10]
  • studio multicentrico della vasculite a depositi di IgA (in precedenza nota come Schönlein-Henoch)
  • studio internazionale della glomerulonefrite a depositi densi
  • Concerted action Europea sulla evoluzione della malattia renale.

Inoltre, sono stato, e sono tuttora: membro della Renal Patology Society, nella quale ho ricoperto la carica di coordinatore di diversi comitati; membro responsabile per l’Italia della Società Europea di Patologia Renale; membro dell’ERA-EDTA, sul cui sito web ho organizzato la rubrica Renal Pathology Learning; membro della Società Giapponese di Patologia Renale. Sono tuttora tutor di nefropatologia per gli specializzandi nefrologi ed anatomo-patologi dell’Università Bicocca di Milano.

La partecipazione alla nascita del GIR è stata per me una tappa fondamentale. L’altra mia grande soddisfazione è che il GIR è proseguito, e prosegue tuttora, con una produzione impressionante di progetti scientifici e di pubblicazioni. Per quanto riguarda poi gli aspetti umani ed emotivi, a parte il citato gruppo fondatore, con tutti i membri del gruppo ho sempre avuto un rapporto di collaborazione assoluta e nella gran parte dei casi di sincera amicizia.

 

Bibliografia
  1. Ferrario F, Kourilsky O, Morel-Maroger L. Acute endocapillary glomerulonephritis in adults: a histologic and clinical comparison between patients with and without initial acute renal failure. Clin Nephrol 1983; 19:17-23.
  2. Ferrario F, Porri MT, Maldifassi P, Colasanti G, D’Amico G, D’Urbano ML, Mattai del Moro R, Luzzatti G. Ultrasound-guided renal biopsy. Contrib Nephrol 1989; 69:75-80.
  3. Ferrario F, Castiglione A, Colasanti G, Barbiano di Belgiojoso G, Bertoli S, D’Amico G. Role of monocytes in human glomerulonephritis. Histochemical study. Contrib Nephrol 1985; 45: 131-40.
  4. Ferrario F, Tadros MT, Napodano P, Sinico RA, Fellin G, D’Amico G. Critical re-evaluation of 41 cases of “idiopathic” crescentic glomerulonephritis. Clin Nephrol 1994; 41:1-9.
  5. Gesualdo L, Di Palma AM, Morrone LF, Strippoli GF, Schena FP, on behalf of the Italian Immunopathology Group, Italian Society of Nephrology. The Italian experience of the national registry of renal biopsies. Kidney Int 2004; 66:890-94.
  6. Hauer HA, Bajema IM, van Houwelingen HC, Ferrario F, Noël LH, Waldherr R, Jayne DR, Rasmussen N, Bruijn JA, Hagen EC; European Vasculitis Study Group (EUVAS). Renal histology in ANCA-associated vasculitis: differences between diagnostic and serologic subgroups. Kidney Int 2002; 61:80-89.
  7. Tervaert TW, Mooyaart AL, Amann K, Cohen AH, Cook HT, Drachenberg CB, Ferrario F, Fogo AB, Haas M, et al.; Renal Pathology Society. Pathologic classification of diabetic nephropathy. J Am Soc Nephrol 2010; 21:556-63.
  8. Weening JJ, D’Agati VD, Schwartz MM, Seshan SV, Alpers CE, Appel GB, Balow JE, Bruijn JA, Cook T, Ferrario F, et al. The classification of glomerulonephritis in systemic lupus erythematosus revisited. J Am Soc Nephrol 2004;15:241-50.
  9. Gordon C, Jayne D, Pusey C, Adu D, Amoura Z, Aringer M, Ballerin J, Cervera R, Calvo-Alén J, Chizzolini C, Dayer J, et al. European consensus statement on the terminology used in the management of lupus glomerulonephritis. Lupus 2009; 18:257-63.
  10. Working Group of the International IgA Nephropathy Network and the Renal Pathology Society; Cattran DC, Coppo R, Cook HT, Feehally J, Roberts ISD, Troyanov S, Alpers CE, Amore A, Barrat J, et al. The Oxford classification of IgA nephropathy: rationale, clinicopathological correlations, and classification. Kidney Int 2009; 76:534-45.

 

 

 

Giovanni Banfi

Il mio interesse per la patologia renale. Durante i miei studi di medicina due incontri hanno segnato il mio futuro di medico.

Nel convulso e quanto mai faticoso anno Sessantotto ho avuto la fortuna di frequentare un “gruppo di studio” di Fisiologia (titolare il professor Rodolfo Margaria) tenuto da un simpatico e coltissimo professor Torquato Gualtierotti che ci consigliò di studiare fisiologia renale sul “Pitts” (la “Bibbia” dei fisiologi renali)3. E lì fu amore a prima vista.

Al quarto anno di Medicina, era il 1970, durante la frequentazione della Clinica Medica del Policlinico, in Via Pace, volevo saperne di più sulle malattie renali e il mio docente dottor Alberto Zanella senza esitazioni mi disse: “…vai al Croff”. Ed è così che varcai l’ingresso del “Padiglione Angelina e Aldo Croff” (diretto da un giovane e occhialuto Claudio Ponticelli), cui son rimasto legato per 39 anni.

Lì, due giovani medici, Enrico Imbasciati ed Antonio Tarantino, si dedicavano da alcuni anni alla patologia renale attraverso l’esame delle biopsie eseguite in reparto, che loro stessi processavano, dal taglio alle colorazioni per la microscopia ottica e l’immunofluorescenza. Li affiancai, convinto che la patologia oltre che appassionante, fosse la chiave indispensabile per la clinica.

Mi presero a ben volere, forse trovando in me una passione simile a quella che li animava, e mi portarono alla laurea nel 1972, con una tesi su “L’amiloidosi renale”.

Grazie all’entusiasmo e alla generosità dei giovani medici che in grande sintonia operavano nel piccolo reparto mi si aperse un “mondo inaspettato”: la nefrologia, che in Italia e altrove stava esponenzialmente progredendo, diventando con le neonate metodiche dialitiche ed il trapianto, la principale attrice sullo scenario medico-scientifico di quegli anni.

Tornando alla patologia renale, la “Bibbia” da tenersi sotto il cuscino era il testo di Robert Heptinstall del 1966 [1]. Inoltre, in quel fine anni Sessanta, patologi come Jacob Churg, Renée Habib, Richard White [2] e Jean Berger [3] pubblicavano lavori che rimangono capisaldi nella nosografia clinico-istologica delle glomerulopatie, fino ad allora fumosa.

Era nata una stretta e fertile collaborazione tra patologi e clinici, che negli anni Settanta ha fatto da potente volano nella evoluzione delle conoscenze sulle correlazioni clinico-patologiche di numerose nefropatie in corso di malattie sistemiche quali il lupus eritematoso sistemico [4], la crioglobulinemia mista essenziale [5], le vasculiti [6], la sindrome emolitico-uremica [7], il mieloma [8].

Mi sono ritrovato, così, coinvolto dalla passione di giovani nefrologi, diventati per me “maestri”, che operavano in istituti diversi. Questi medici stavano dando un fondamentale contributo al progresso della nefrologia nel nostro paese. È questo clima che voglio rievocare, perché è in questo humus che auguro a ogni giovane medico di crescere. I ricordi, purtroppo, sono un po’ offuscati dal tempo; imprecisi da ricollocare nel tempo e nello spazio. Chiedo venia.

Al Croff, come in altre nefrologie lombarde e non, si processavano e esaminavano i preparati bioptici “in casa”. Molti di noi avevano imparato il mestiere all’estero, chi a Parigi chi negli Stati Uniti, e tornati lo hanno condiviso con i propri allievi. Era fortissimo il desiderio di confrontarsi con gli altri e questo accadeva periodicamente, con incontri informali per me esaltanti.

Era tangibile la passione che ci animava nel discutere con chi consideravo “maestri”, come Enrico Imbasciati, Gianni Barbiano di Belgiojoso, Giuliano Colasanti, e con i miei più giovani colleghi alle “prime armi”, come Leonardo Cagnoli, Franco Ferrario, Roberto Confalonieri, Alberto Sinico e altri… e imparavamo.

Inizialmente ci si confrontava sui risultati delle metodiche che ognuno di noi aveva messo a punto, discutendone i limiti, i problemi: colorazioni troppo deboli o intense, difetti di conservazione del frammento bioptico, congelamento, taglio, e quant’altro. Adalberto Sessa del San Carlo di Milano portava interessanti risultati sui primi studi effettuati con la microscopia elettronica, che stavano chiarendo alcune patologie come la Sindrome di Alport.

A questo proposito, ricordo l’invidia tremenda per la capacità di Ugo Donini del Malpighi di Bologna di riuscire a produrre col microtomo “fettine” del campione bioptico di 2 micron o meno, da catturarsi al volo col vetrino tanto lievitavano. Grandissimo Ugo, ho avuto la fortuna di osservarlo “dal vivo”, quando frequentavo il suo reparto per la scuola di specialità che ho fatto a Bologna.

Gli incontri più appassionati si svolgevano periodicamente nei diversi istituti per discutere casi clinico-istologici di difficile interpretazione. La platea, o meglio l’arena, perché si accendevano appassionati dibattiti, si allargava per la sempre più frequente partecipazione di colleghi patologi: penso a Guido Monga e a Gianna Mazzucco di Torino, Silvia Casanova di Bologna, Maria Bestetti Bosisio del S. Carlo di Milano, Paola Barsotti di Roma (e altri che purtroppo non ricordo, ma non meno brillanti) e i colleghi pediatri nefrologi come Alberto Edefonti, Marisa Giani della “De Marchi” di Milano, Rosanna Coppo e Dario Roccatello di Torino.

Sulle nostre “ufficiose” diagnosi di nefrologi imprestati alla patologia, si sarebbe comunque basata la nostra quotidiana condotta clinica. Era netta l’impressione che all’epoca noi nefrologi appassionati alla patologia renale rappresentassimo per i colleghi patologi un forte stimolo all’approfondimento di questa area della patologia in grande espansione ma ancora poco praticata, a parte alcune eccezioni. Ne è stata testimonianza il sempre più ampio e fruttuoso contributo alle nostre discussioni da parte di patologi di istituti di regioni diverse, coi quali alcuni di noi già collaboravano.

Negli anni successivi, si crearono occasioni di confronto anche con importanti ospiti stranieri. Ricordo con grande emozione la visita al Croff di Stewart Cameron e di Richard Glassock. Occasioni irripetibili. L’informalità e cordialità permisero di vivere uno scambio culturale ricchissimo cui parteciparono diversi colleghi di altri centri. E poi, chi non ricorda i ripetuti incontri, in diverse sedi, con Conrad Pirani, Vivette d’Agati o Liliane Morel-Maroger?

Pirani è stato maestro per molti di noi, come Tullio Bertani che ha frequentato il suo laboratorio, e io stesso che ho avuto la fortuna di frequentare i suoi bellissimi corsi alla Columbia University, quando divenni responsabile del nostro laboratorio di patologia renale (dopo il trasferimento di Enrico Imbasciati, in qualità di primario, alla Nefrologia di Sondrio).

Nella mia formazione un posto importante riveste anche la lunga collaborazione con l’Istituto di Patologia dell’Università di Basilea. Il tutto nacque grazie al rapporto di stima e collaborazione tra il professor Federico Gaboardi, primario della Nefrologia Pediatrica della Clinica “De Marchi” di Milano, e il professor Hugo Zollinger, allora (fine anni Sessanta) patologo di fama internazionale e direttore del suddetto istituto svizzero.

Iniziarono a stabilirsi degli incontri periodici tra “i milanesi” Gaboardi, Imbasciati ed io (successivamente anche Tita Fogazzi e Marisa Giani) e i colleghi di Basilea, nella figura del nuovo direttore dell’Istituto di Patologia, professor Michael Mihatsch, cui Zollinger aveva passato il testimone. Erano incontri annuali su temi clinico-istologici diversi, spesso dibattuti, in cui confrontavamo le nostre conoscenze. Nacquero importanti collaborazioni che portarono a pubblicazioni di rilievo, come quelle sugli aspetti clinico-istologici della nefropatia in corso di crioglobulinemia mista essenziale (di cui si occupava principalmente Antonio Tarantino) [9] e sulla patologia del trapianto renale.

Presso il laboratorio di Basilea Tita Fogazzi, che dalla metà degli anni Ottanta si dedicava nel nostro reparto alle metodiche di immunofluorescenza, apprese con ottima riproducibilità dei risultati la tecnica su tessuti non congelati, fissati in formalina e processati con l’enzima pronase [10]. Questa tecnica, che permetteva di applicare su un unico frammento bioptico la microscopia ottica e l’immunofluorescenza, è stata poi adottata da diversi istituti italiani e stranieri.

Si era andata formando una grande famiglia, almeno così io la percepivo; sempre più numerosa, composta da nefrologi e patologi di tante regioni (se cercassi di menzionarli ne lascerei indietro molti). Non è retorica: ci legavano veramente stima e amicizia. Si era verificato un travaso fertilissimo di conoscenze con profonda condivisione di interessi tra clinici e patologi, come credo mai in altre discipline a quei tempi.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Da questo terreno è nato, negli anni Ottanta il GIR della SIN. Se non sbaglio, il primo dei tanti “gruppi” poi sorti nell’ambito della nostra Società, certamente uno dei più attivi e prolifici.

Non ricordo di chi sia stata l’idea originale, lo ricorderanno altri con migliore memoria. Certamente tra i padri fondatori campeggia Leonardo Cagnoli.

E permettetemi di cogliere l’occasione di esprimere qui ciò che da sempre penso. A Leonardo il GIR (e probabilmente anche la SIN) deve moltissimo. Negli anni le sue capacità organizzative e di “mediatore” (siamo stati a volte anche litigiosi!) non hanno mai avuto una flessione. Credo che tutti noi gli dobbiamo sincera riconoscenza per le sue qualità umane e professionali (e qui finisco il “pistolotto”).

Il GIR ha avuto di volta in volta un coordinatore e, come tutti sanno, si è riunito annualmente in occasione del congresso della SIN. In quell’occasione si discuteva sullo stato dei lavori collaborativi in corso e su nuove proposte.

Negli anni della sua attività costituita da riunioni periodiche, il GIR ha realizzato numerosi studi multicentrici cui ho avuto il piacere di partecipare. Studi che hanno permesso la nascita di importanti lavori pubblicati su riviste italiane e straniere, troppi da elencare ma tutti noti e apprezzati dalla comunità scientifica nefrologica.

Vorrei sottolineare una caratteristica che a mio parere ha fortemente qualificato il nostro Gruppo: lo sforzo di condividere casistiche con dati clinici e morfologici pazientemente raccolti non ha impedito ma ha bensì incentivato la pubblicazione di diversi lavori, gratificando di volta in volta gli autori che maggiormente vi si erano impegnati, rispettando criteri di merito stabiliti.

Dai primi anni Novanta, il GIR ha iniziato a organizzare dei suoi congressi, dedicati a importanti nefropatie di cui venivano presentati e discussi aspetti non solo morfologici ma anche clinici. Ho avuto la fortuna di dare il mio contributo in diverse occasioni (Figura 6) e ritengo che il livello scientifico delle presentazioni sia sempre stato elevato e le discussioni che ne nascevano sempre molto partecipate e produttive. Ne sono testimonianza i bei volumi che raccolgono tutte le relazioni e che conservo ancora.

Grazie sempre al dinamismo e all’ospitalità di Leonardo Cagnoli, la cornice dei congressi del GIR è spesso stata la bella Rimini. Credo che per tutti, nessuno escluso, quelle occasioni di incontro tra colleghi di diverse generazioni, legati da sincera stima e amicizia, siano rimaste indimenticabili per diversi motivi. Innanzitutto la partecipazione è sempre stata decisamente nutrita, grazie al livello degli argomenti trattati e degli oratori. Le discussioni che si sviluppavano erano sempre vivaci, interessanti, nei limiti della correttezza e del rispetto, anche pungenti talvolta, ma quasi mai pretestuose.

Ricordo arguti duelli dialettici tra i nostri “vecchi” e saggi maestri come Luigi Minetti, Pietro Zucchelli e Quirino Maggiore. Insomma, si respirava una sana vivacità intellettuale. Quest’ultima in serata, quando ci si ritrovava tutti con le gambe sotto il tavolo, lasciava il posto a un altro tipo di vivacità un po’ alcolica e goliardica, ma sempre genuina. Era una bellissima atmosfera dove liberamente si esprimeva l’amicizia che ci legava. E questa penso sia una bella eredità da conservare.

Sono trascorsi più di 10 anni da quando ho lasciato la comunità scientifica della nefrologia e pertanto non conosco la successiva storia del GIR. Vorrei credere abbia proseguito sulla stessa strada che ho percorso io e vorrei sperare e augurare che giovani medici nefrologi continuino ad appassionarsi a questa disciplina come lo siamo stati in molti.

 

3 Il testo a cui si fa riferimento è: Pitts RF. Physiology of the kidney and body fluids. Chicago, Year Book Medical Publishers: 1963.

 

Bibliografia
  1. Heptinstall RH. Pathology of the Kidney. Boston, Little Brown & Company: 1966.
  2. Churg J, Habib R, White RH. Pathology of the nephrotic syndrome in children: a report of the International Study of Kidney Diseases in Children. Lancet 1970; 1:1299-302.
  3. Berger J, Hinglais N. Les dépots intracapillaires d’IgA-IgG. J Urol Nephrol 1968; 74:694-95.
  4. McCluskey RT. Lupus nephritis. In: Sommer SC (ed). Kidney Pathology Decennial 1966-1975. East Norwalk, Appleton-Century-Crofts: 1975, 435-50.
  5. Monga G, Mazzucco G, Coppo R, Piccoli G, Coda R. Glomerular findings in mixed IgG-IgM cryoglobulinemia. Light, electron microscopy, immunofluorescence and histological correlations. Virchows Arch B Cell Pathol 1976; 20:185-96.
  6. Fauci AS, Haynes BF, Katz P. The spectrum of vasculitis. Clinical, pathologic, immunologic, and therapeutic considerations. Ann Intern Med 1978; 89:660-76.
  7. Morel-Maroger L, Kanfer A, Solez K, Sraer JD, Richet G. Prognostic importance of vascular lesions in acute renal failure with microangiopathic hemolytic anemia (hemolytic uremic syndrome). Clinicopathologic study in 20 adults. Kidney Int 1979; 15:548-58.
  8. Pirani CL, Silva F, d’Agati V, Chander P, Striker LM. Renal lesions in plasma cell dyscrasias: ultrastructural observations. Am J Kidney Dis 1987; 10:208-21.
  9. Tarantino A, De Vecchi A, Montagnino G, Imbasciati E, Mihatsch MJ, Zollinger HU, Barbiano di Belgiojoso G, Busnach G, Ponticelli C. Renal disease in essential mixed cryoglobulinemia. Long-term follow-up of 44 patients. Q J Med 1981; 50:1-30.
  10. Fogazzi GB, Bajetta M, Banfi G, Mihatsch M. Comparison of immunofluorescent findings in kidney after snap-freezing and formalin fixation. Pathol Res Practice 1989; 185:225-30.

 

 

 

Guido Monga

Il mio interesse per la patologia renale. Mi sono iscritto alla Facoltà di Medicina di Torino nel 1961 e mi sono laureato nel 1967. Al quarto anno di corso cominciai a frequentare come allievo interno l’Istituto di Anatomia Patologica diretto dal professor Giacomo Mottura, uno dei maestri della disciplina in Italia, burbero, ma affascinante anche per la sua profonda cultura umanistica e musicale, come ebbi modo di apprezzare nei molti anni di frequentazione. Non mancò di attirarmi la presenza in istituto di un microscopio elettronico, uno strumento che stava in quegli anni aprendo una nuova frontiera per lo studio della morfologia, e di un laboratorio dedicato diretto dal professor Franco Mollo, che sarebbe diventato la mia vera guida: era una persona seria e intellettualmente rigorosa, disponibile a insegnare, ma anche a dialogare didatticamente.

Mi sono laureato con una tesi sui reperti ultrastrutturali nella malattia di Hodgkin che mi valse un premio e una borsa di studio per due anni prima di diventare assistente universitario nel 1971. Ovviamente, per motivi di preparazione didattica e professionale, dovetti approfondire molti campi dell’anatomia patologica per garantirmi una solida cultura che mi sarebbe stata necessaria nel futuro. In quel tempo il tema principale di ricerca in Istituto era il tessuto linforeticolare nelle sue espressioni fisiologiche e patologiche che tuttavia non mi attirava per l’affollamento di persone coinvolte, che avrebbe reso difficile identificare un filone di studio personale e, in prospettiva, una certa autonomia. Fra le varie possibilità alternative attirò il mio interesse la nefropatologia che diventò il campo prediletto, forse anche perché ci avevo capito poco durante il corso universitario. Alla fine degli anni Sessanta la biopsia renale era ancora ai margini dell’attività diagnostica e per un anatomopatologo tradizionale sembrava improprio azzardare una diagnosi su campioni così limitati. Tuttavia, Franco Mollo era convinto che proprio quei minuti frammenti avrebbero dato impulso alla diagnosi morfologica nel futuro. Le prime collaborazioni furono non con la Nefrologia (allora i nostri nefrologi processavano in proprio le loro ancor rare biopsie), ma con la Patologia Medica, da dove Ettore Bartoli (giovane assistente che avrebbe avuto poi una lunga carriera accademica), cominciò ad inviare alcune biopsie che, con la prima edizione dell’Heptinstall e dell’Hamburger4 alla mano, esaminavamo in microscopia ottica ed elettronica. Ricordo ancora la prima biopsia, una glomerulonefrite membranosa che guardavo affascinato insieme a Franco Mollo e Maria Grazia Canese, la nostra tecnica laureata. Ben presto si stabilirono buoni rapporti anche con la Nefrologia dell’ospedale “Molinette”, diretta dal professor Antonio Vercellone, in cui spiccavano Giuseppe Piccoli, Giuseppe Segoloni, Piero Stratta e Rosanna Coppo, con i quali avrei condiviso la mia esperienza nefropatologica per tutto il tempo della mia permanenza a Torino. In quel periodo frequentai l’Hôpital Broussais di Parigi per verificare le mie competenze diagnostiche, passando ore al microscopio per poi confrontarmi con Jean Bariéty e Philippe Druet che trovai simpatici e informali e molto disponibili a condividere le loro esperienze. All’inizio ero un po’ intimidito per quello che consideravo una specie di esame, ma ne uscii confortato dalla consapevolezza di non essere così scarso.

Le nostre possibilità diagnostiche si fondavano sulla microscopia ottica ed elettronica, ma mancava l’immunoistochimica che era già praticata di routine in Francia, e in Italia aveva preso un vigoroso avvio presso i gruppi nefrologici milanesi. La soluzione del problema per noi fu l’arrivo in microscopia elettronica, fresca di laurea, di Gianna Mazzucco che dimostrò subito interesse per la patologia renale. Dopo un breve periodo di ambientamento, Gianna prese la via di Milano per andare ad abbeverarsi alla riconosciuta fonte italiana dell’applicazione dell’immunofluorescenza alla biopsia renale: Giovanni Barbiano di Belgiojoso. In breve tempo Gianna si rese autonoma e fummo in grado di garantire una valutazione diagnostica completa. Si andò consolidando un affiatamento che divenne fondamentale quando, mutati gli interessi scientifici di Mollo, ricadde completamente su di noi l’onere della diagnostica nefropatologica i cui frutti scientifici si raccolsero negli anni successivi.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Gli ultimi anni Sessanta e i primi anni Settanta furono intensi per l’acquisizione di nuove competenze grazie all’ampliarsi della casistica e allo scambio di conoscenze con altri appassionati della materia. Ricordo soprattutto gli incontri informali con alcuni nefrologi milanesi (il già citato Giovanni Barbiano di Belgiojoso del Niguarda; Enrico Imbasciati, Antonio Tarantino e Giovanni Banfi del Policlinico; Giuliano Colasanti e Franco Ferrario del San Carlo), quando si trascorrevano interi pomeriggi a discutere su casi strani, rari o irrisolti. Era il germe da cui sarebbe nato il GIR, con partecipazioni via via più numerose (Leonardo Cagnoli, Silvia Casanova e Sonia Pasquali di Bologna; Giorgio Olivetti di Parma; Adalberto Sessa di Vimercate, e tanti altri ancora). Ho un ricordo molto positivo di un gruppo informale ed entusiasta in cui lo spirito collaborativo prevaleva sulle ambizioni personali e gli inevitabili contrasti erano appianati dalla volontà di percorrere un cammino condiviso. Nacquero amicizie e si identificarono interessi comuni che si concretizzarono in ricerche con singoli amici o nel contesto più ampio di tutto il GIR.

Cominciò finalmente il tempo della raccolta dei frutti dopo anni di studio e di collaborazione con gli amici già ricordati. I primi lavori riguardarono il ruolo dei monociti nelle glomerulonefriti [1,2] in collaborazione con Barbiano di Belgiojoso e i suoi colleghi di Niguarda, di cui Gianna Mazzucco “saccheggiò” i freezers per eseguire la reazione delle esterasi aspecifiche (non esistevano ancora gli anticorpi monoclonali). Lo studio dei monociti portò poi ad approfondire gli aspetti ultrastrutturali delle crioglobulinemie che ci valse l’invito a presentare un contributo a un simposio organizzato da Daniel Cordonnier, il nefrologo di Chambery, fra le montagne della Savoia in cui ci confrontammo con grandi immunologi, nefrologi e patologi a noi noti solo per le loro pubblicazioni sulle più importanti riviste o per aver ascoltato le loro relazioni alla meta obbligata delle giornate nefrologiche dell’Hôpital Necker di Parigi, fra gli altri Pierre Verroust, George Schreiner, Liliane Morel-Maroger, Gloria Gallo.

Nel 1982 fui nominato professore associato con inevitabile incremento di compiti accademici, compresa la responsabilità di un corso di Anatomia Patologica, la cui preparazione sottrasse molto tempo ad altre più gratificanti attività. Continuarono comunque, e si intensificarono le collaborazioni con centri facenti parte del GIR (Silvia Casanova e Barbiano di Belgiojoso in particolare) o con altri colleghi quali Tullio Faraggiana di Roma. Particolarmente intensi e continuativi furono i rapporti anche con Tullio Bertani della Nefrologia di Bergamo, per quanto riguarda sia la ricerca, sia l’attività didattica, volta a diffondere presso i patologi l’interesse per la nefropatologia. Interessanti risultati riguardarono la glomerulonefrite a depositi densi, per la quale ipotizzammo una collocazione diversa da quella canonica nell’ambito della glomerulonefrite membranoproliferativa [3], confermata molti anni dopo da uno studio multicentrico internazionale; le glomerulonefriti con depositi organizzati (fibrillari e tattoidi) [4]; le glomerulonefriti doppie con particolare riferimento all’associazione di varie glomerulopatie con la glomerulosclerosi diabetica [5]. Uno studio che ci impegnò a lungo e vide la partecipazione di patologi, nefrologi e i genetisti di Siena Mario De Marchi e Alessandra Renieri, riguardò le correlazioni fra reperti morfologici, ultrastrutturali e immunoistochimici e le mutazioni del gene COL4A5 in un’ampia casistica di pazienti affetti dalla malattia di Alport.

Descrivemmo per primi in due soggetti della stessa famiglia la glomerulopatia a depositi di fibronectina [6], poi confluiti in uno studio multicentrico internazionale. Fummo coinvolti in studi multicentrici riguardanti la nefropatia lupica, tra cui fu rilevante quello sulle lesioni vascolari come indice prognostico sfavorevole [7] che prese corpo durante un incontro con il professor Conrad Pirani all’Istituto Mario Negri di Bergamo.

Erano intanto iniziati a Torino i trapianti renali che resero ancora più stretti i rapporti di collaborazione con i nefrologi e furono oggetto di varie indagini, fra le quali destarono interesse quelle relative alle lesioni dei capillari intertubulari e la loro correlazione con le lesioni glomerulari nella glomerulopatia cronica da trapianto.

Nel 1992 lasciai Torino per migrare a Novara all’Università del Piemonte Orientale come professore ordinario, direttore del servizio di Anatomia Patologica e, fra il 1998 e il 2004, come preside della Facoltà di Medicina. Il distacco da Torino non interruppe comunque la collaborazione con Gianna Mazzucco e la Nefrologia Torinese, da cui arrivò più tardi, con mia grande soddisfazione, come professore, Piero Stratta. Lo studio della biopsia renale rappresentava una novità per il servizio di Anatomia Patologica di Novara, in quanto fino a quel momento le biopsie venivano inviate a Torino. Si trattò quindi di addestrare il personale tecnico ad una serie di procedure che per certi versi si discostavano da quelle della anatomia patologica tradizionale, le indagini immunoistochimiche sopra tutte. Fu una gradevole sorpresa trovare interesse e disponibilità da parte di alcuni tecnici, in particolare la dottoressa Gabriella Nicosia che risolse al meglio il problema più delicato dell’immunofluorescenza.

La presenza all’Ospedale Maggiore di Novara di un reparto di malattie infettive molto attivo nel trattamento di pazienti affetti da AIDS stimolò la nostra curiosità sul possibile coinvolgimento diretto del rene o su comorbilità dovute alla grave immunodepressione. Il problema fu indagato con uno studio su 120 casi autoptici [8]. Nel frattempo, grazie al dinamismo e alle capacità organizzative del professor Renzo Boldorini, che poi mi successe come direttore del reparto, fu creato un laboratorio di patologia molecolare in cui ci dedicammo allo studio del virus BK come fattore etiologico della nefropatia da poliomavirus [9].

Fu di grande soddisfazione concludere la produzione scientifica con una collaborazione internazionale in uno studio morfologico e genetico in cui confluirono i nostri casi, già precedentemente segnalati, sul danno renale nella kariomegalia sistemica [10].

La mia carriera accademica e scientifica si concluse nel 2012. Il mio nome comparve ancora in alcune pubblicazioni in cui il contributo personale era stato peraltro marginale, per lo più con un ruolo di revisore. Alla fine ritenni che la mancanza con il confronto quotidiano con le difficoltà e le sorprese diagnostiche avrebbe fatto mancare quella sfida che rende affascinante la ricerca e giustifica lo sforzo che essa richiede. Rimangono tanti ricordi non solo di più o meno importanti riunioni scientifiche, lavori accettati o rifiutati, confronti polemicamente intensi con revisori duri da convincere, entusiasmi per ipotesi apparentemente brillanti, demolite da successivi più rigorosi controlli, ma anche di giornate di allegria e di svago insieme a colleghi diventati amici, magari ai margini di un congresso, in cui si trascurava la nefrologia per conoscerci e apprezzarci meglio come persone o combatterci, come nei tornei di tennis organizzati da Adalberto Sessa di cui conservo con Tullio Bertani ottimi ricordi.

 

4 Heptinstall RH. Pathology of the Kidney. Boston, Little Brown & Company: 1966. Hamburger J, Richet G, Crosnier J, Funck-Brentano JL, Antoine B, Ducrot H, Méry JP, De Montera H. Néphrologie. Paris, Éditions Médicales Flammarion: 1966.

 

Bibliografia
  1. Monga G, Mazzucco G, Barbiano di Belgiojoso G, Busnach G. The presence and role of monocyte infiltration in human chronic proliferative glomerulonephritides. Light microscopic, immunofluorescence and histochemical correlations. Am J Pathol 1979; 97:271-81.
  2. Monga G, Mazzucco G, Barbiano di Belgiojoso G, Busnach G. Monocyte infiltration and possible glomerular hypercellularity in human acute and persistent glomerulonephritis. Light microscopic, immunofluorescence and histochemical investigation on 28 cases. Lab Invest 1982; 44:381-87.
  3. Mazzucco G, Barbiano di Belgiojoso G, Confalonieri R, Coppo R, Monga G. Glomerulonephritis with dense deposits: a variant of membranoproliferative glomerulonephritis or a separate morphological entity? Light, electron microscopic and immunohistochemical study of eleven cases. Virchow Arch A Path Anat Histol 1980; 387:17-29.
  4. Mazzucco G, Casanova S, Donini U, Rollino C, Zucchelli P, Piccoli G, Monga G. Glomerulonephritis with organized deposits: a new clinicopathological entity? Light-, electron microscopic and immunofluorescence study of 12 cases. Am J Nephrol 1990; 10:21-30.
  5. Monga G, Mazzucco G, Barbiano di Belgiojoso G, Confalonieri R, Sacchi G, Bertani T. Pattern of double glomerulopathies: a clinicopathologic study of superimposed glomerulonephritis on diabetic glomerulosclerosis. Modern Pathol 1989; 2:407-14.
  6. Mazzucco G, Maran E, Rollino C, Monga G. Glomerulonephritis with organized deposits: a mesangiopathic, not immune complex-mediated disease? Pathological study of two cases in the same family. Hum Pathol 1992; 23:63-68.
  7. Banfi G, Bertani T, Boeri V, Faraggiana T, Mazzucco G, Sacchi G, Monga G. Renal vascular lesions as a marker of poor prognosis in patients with lupus nephritis. Am J Kidney Dis 1991; 18:240-48.
  8. Monga G, Mazzucco G, Boldorini R, Cristina S, Giacalone A, Fortunato M, Motta M, Campobasso O. Renal changes in patients with acquired immunodeficiency syndrome: a post-mortem study on unselected population in Northwestern Italy. Modern Pathol 1997; 10:159-67.
  9. Boldorini R, Omodeo-Zorini E, Fortunato M, Bernardi M, Suno A, Benigni E, Monga G, Mazzucco G. Molecular characterization and sequence analysis of polyoma virus strains isolated from needle biopsy specimens of kidney allograft recipients. Am J Clin Pathol 2001; 116:489-94.
  10. Zhou W, Otto EA, Cluckey A, Airik R, Hurd TW, Chaki M, Diaz K, Lach FP, Bennett GR, Gee HY, Ghosh AK, et al. FAN1 mutations cause karyomegalic interstitial nephritis, linking chronic kidney failure to defective DNA damage repair. Nat Genet 2012; 44:910-15.

 

 

 

Gianna Mazzucco

Il mio interesse per la patologia renale. Mi sono laureata in Medicina e Chirurgia a Torino nel 1971. Non ho un netto ricordo del perché della scelta di questa facoltà ma sicuramente ne ho tratto grandi soddisfazioni e non me ne sono mai pentita.

Al quinto anno, quando già frequentavo come allieva interna un reparto di Medicina Generale dopo aver seguito il corso di laurea tenuto dal professor Aldo Stramignoni, fui attirata dall’Anatomia Patologica. Stramignoni in quegli anni condivideva la didattica con il professor Giacomo Mottura, allora direttore dell’Istituto di Anatomia Patologica, sicuramente uno dei principali esponenti della disciplina in Italia, soprattutto nel campo delle malattie professionali. Quello che mi affascinò di quel corso fu l’idea innovativa di una anatomia patologica strettamente correlata con gli aspetti clinici delle malattie. Questo metteva insieme il mio interesse clinico con la curiosità di approfondire gli aspetti diagnostici morfologici delle malattie.

Iniziai a frequentare l’Istituto di Anatomia Patologica e mi laureai con una tesi sulle colture cellulari nella leucemia linfatica cronica. In quel tempo lo studio del tessuto linforeticolare era diventato uno dei principali temi di ricerca in Istituto ma, dopo la laurea abbandonai il mio interesse per l’ematopatologia, attratta da quello che allora veniva definito il “Laboratorio di Microscopia Elettronica”. Sicuramente mi piacque l’idea di avvicinarmi ad uno strumento che appresentava una innovazione nel campo degli studi morfologici e di cui avevo una vaga conoscenza. Ma ad attirarmi fu soprattutto il tema della nefropatologia, che in quegli anni traeva particolare vantaggio dall’indagine ultrastrutturale che ne rappresentava il principale filone di studio. Franco Mollo, allora professore aggregato e responsabile del Laboratorio, aveva accettato la sfida, in quegli anni rifiutata da molti patologi italiani, di fare valutazioni diagnostiche sui minuti frammenti ottenuti dalle biopsie renali.

Chiesi di frequentare il Laboratorio e fu così che iniziò la mia avventura nefropatologica, condivisa con Guido Monga, allora giovane assistente, e con Maria Grazia Canese, tecnica laureata, sempre sotto l’attenta e rigorosa supervisione di Franco Mollo, che non a caso sia Guido sia io chiamavamo affettuosamente “il maestro”.

A quel tempo, a Torino, la diagnosi sulle biopsie renali si basava sulla microscopia ottica ed elettronica ma mancava la valutazione immunoistochimica che in Francia si iniziava ad applicare con grande successo. Fui identificata come la possibile soluzione del problema e accettai con molto entusiasmo la proposta di mettere a punto tale tecnica. E così, dopo una breve permanenza presso l’Hôpital Broussais a Parigi, su suggerimento di Philippe Druet iniziai a frequentare il reparto di Nefrologia dell’ospedale Niguarda di Milano dove Giovanni Barbiano di Belgiojoso, primo in Italia, aveva importato dalla Francia l’applicazione dell’immunofluorescenza alla biopsia renale. Fu un periodo intenso, non privo di iniziali difficoltà, superate le quali tuttavia fummo in grado di garantire una valutazione diagnostica completa. Si consolidarono pertanto i già buoni rapporti con l’allora direttore della Nefrologia dell’ospedale Molinette di Torino, il professor Antonio Vercellone e i suoi allora assistenti, Giuseppe Piccoli, Giuseppe Segoloni, Piero Stratta e Rosanna Coppo, con i quali anche negli anni successivi abbiamo condiviso costruttivi confronti diagnostici e un’importante attività scientifica. Inoltre, diventammo ben presto un centro di riferimento per la diagnostica nefropatologica anche di vari altri centri piemontesi. Così, progressivamente, la nostra casistica andò ampliandosi e contemporaneamente sentimmo la necessità di un confronto con altri “cultori” della materia.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Nacquero così i primi incontri informali con i nefrologi milanesi che processavano ancora in proprio le loro biopsie, durante i quali si discutevano casi rari dubbi o non risolti. Mi ricordo che inizialmente eravamo un piccolo gruppo di cui facevano parte, oltre a me e Guido Monga, Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Enrico Imbasciati, Antonio Tarantino, Giovanni Banfi e Giuliano Colasanti. Successivamente si unirono altri nefrologi (Adalberto Sessa di Vimercate, Leonardo Cagnoli e Sonia Pasquali di Bologna) e alcuni patologi che, come noi, avevano accettato questa sfida diagnostica (Silvia Casanova di Bologna e Giorgio Olivetti di Parma). Si era di fatto creato il nucleo da cui sarebbe nato il GIR. Gli incontri erano vivaci e talora battaglieri ma sempre permeati da un forte spirito collaborativo e dalla volontà di trarre dal confronto nuove conoscenze e nuovi impulsi per la ricerca. Fu in quegli anni che iniziarono, come corollario alle nostre riunioni, i primi lavori collaborativi. Ricordo gli studi multicentrici, talora un po’ sofferti, sulle glomerulonefriti in corso di crioglobulinemia [1], sulle glomerulonefriti a depositi strutturati (fibrillari e immunotattoidi) in collaborazione con Silvia Casanova e il gruppo nefrologico bolognese [2], sulla nefropatia lupica [3], e successivamente sul danno renale in corso di malattia di Schönlein-Henoch [4].

Intenso fu anche, negli anni successivi, il rapporto che si venne ad instaurare con altri colleghi, in particolare con Tullio Bertani, con cui condividemmo una profonda amicizia oltre che una importante attività didattica e di ricerca. È stato con lui che si concretizzò una idea, suggerita dal professor Conrad Pirani sulla base della sua esperienza alla Columbia University di New York, di organizzare un corso volto a diffondere presso i patologi l’interesse per lo studio della biopsia renale. Fu così che nel 1987 nacque il corso annuale “Biopsia Renale-Patofisiologia e Clinica”, ripetutosi per più di 25 anni, che inizialmente si svolse presso l’Istituto Mario Negri di Bergamo e negli ultimi anni a Torino (il cosiddetto corso di Villa Gualino). L’iniziativa ebbe un buon successo e suscitò un interesse continuativo in molti patologi, complice anche, soprattutto per alcuni, l’attrattiva gastronomica offerta dalle due città.

Dal punto di vista della ricerca, Tullio Bertani ebbe un ruolo fondamentale negli studi che condividemmo con lui sulla nefropatia diabetica. Interessanti risultati derivarono dal confronto delle casistiche di Bergamo e Torino, che in quegli anni avevano differenti approcci alla biopsia nei pazienti con diabete di tipo 2. Il confronto dimostrò che utilizzando criteri bioptici più o meno restrittivi variavano significativamente i quadri morfologici e ciò ci portò alla conclusione che un più estensivo uso della biopsia renale poteva offrire più affidabili indicazioni prognostiche e un più corretto approccio terapeutico [5]. In un precedente studio, peraltro, avevamo evidenziato come i pazienti con glomerulosclerosi diabetica fossero, rispetto ai pazienti non diabetici, più a rischio di sviluppare delle sovrapposte glomerulonefriti da immunocomplessi [6]. Altrettanto significativi furono i risultati riguardanti il valore prognostico delle lesioni istologiche nei pazienti con glomerulosclerosi diabetica [7].

I numerosi contatti personali instauratisi durante i corsi sulla biopsia renale e gli incontri organizzati dal GIR portarono alcuni patologi a frequentare il nostro Servizio di Anatomia Patologica per un approfondimento sulla nefropatologia. Ricordo con molto piacere i vivaci periodi trascorsi insieme al microscopio con Francesco Pilato di Parma, Moira Fioroni di Reggio Emilia, Anna Maria Asunis di Cagliari, Maurizio Salvadore di Varese, Umberto Ferbo di Avellino e Stefano Pizzolitto di Udine, con cui sono rimasti profondi rapporti di amicizia, una intensa collaborazione nell’ambito della Società Italiana di Anatomia Patologica (SIAPEC) e una comune passione culinaria. Ricordo poi in particolare la frequenza di una giovanissima Laura Barisoni che, trasferitasi successivamente negli Stati Uniti, iniziò una brillante carriera che l’ha portata ad essere attualmente Professor of Pathology and Medicine presso la Duke University (Durham, North Carolina) nonché President of the Renal Pathology Society.

Negli anni Ottanta iniziarono a Torino i trapianti renali, che resero ancora più impegnativa l’attività organizzativa e diagnostica, ma che furono anche fonte di una nuova e attraente attività di ricerca.

Di principale interesse fu lo studio ultrastrutturale in cui si identificarono lesioni dei capillari interstiziali e glomerulari interpretabili come possibile fattore prognostico sfavorevole per la sopravvivenza del rene trapiantato [8]. Fu uno studio i cui risultati inizialmente suscitarono, nella letteratura internazionale, alcune perplessità ma che successivamente vennero ampiamente confermati. Oggi infatti nella classificazione di Banff del rigetto, le lesioni capillari rappresentano uno dei criteri morfologici per la diagnosi di rigetto cronico anticorpo-mediato.

Alla fine degli anni Novanta fu introdotta la valutazione morfologica, con un sistema di score, delle biopsie pre-trapianto sui reni dei donatori. L’utilizzo di queste biopsie come uno dei criteri per l’allocazione dei reni fu accettato positivamente dai nostri nefrologi, ma per alcuni anni destò molte perplessità negli altri Centri Trapianti, che ne iniziarono l’utilizzo solo in anni successivi. Si poneva infatti in dubbio la rappresentatività di un campione così limitato rispetto alla struttura dell’intero organo. Tuttavia, in uno studio comparativo fra biopsia renale e rene effettuato su 154 reni non trapiantati, dimostrammo una adeguata affidabilità dell’indagine bioptica [9].

Nel frattempo, con il passare degli anni e con il trasferimento di Guido Monga a Novara, aumentarono gli impegni didattici e diagnostici e la collaborazione con altri colleghi e con il GIR si fece per me meno intensa. Tuttavia, la collaborazione con il GIR riprese nel 2015 quando Cristiana Rollino, allora coordinatrice del gruppo, convocò un gruppo di patologi e di nefrologi per elaborare due documenti, che furono successivamente approvati dalle rispettive società scientifiche SIAPEC e SIN, relativi ai “Requisiti minimi in diagnostica nefropatologica medica” e ai “Requisiti clinici per l’esecuzione della biopsia percutanea renale”. L’elaborazione dei documenti comportò una serie di piacevoli incontri con alcuni dei vecchi amici, rimasti sempre vivaci e battaglieri.

Negli ultimi anni della mia attività sono stata, con mia grande soddisfazione, coinvolta come revisore dell’istologia nello studio VALIGA (European Validation Study of the Oxford Classification of IgA Nephropathy) coordinato da Rosanna Coppo. È stato uno studio morfologico e clinico condotto a livello internazionale che ha visto la partecipazione di numerosi patologi e clinici, che ha richiesto un grande impegno, ma da cui sono emersi interessanti risultati oggetto di numerose pubblicazioni scientifiche [10].

La mia carriera universitaria, iniziata nel 1971 come assistente e proseguita come professore associato e poi come professore ordinario, si è conclusa nel 2016. Successivamente, lasciata l’attività diagnostica e di ricerca ho partecipato come relatore o moderatore ai Congressi della nostra Società Scientifica e ho gestito con Stefano Pizzolitto il Gruppo di Studio di Nefropatologia della SIAPEC.

Infine, a coronamento dell’attività didattica sono stata autrice, con Guido Monga, del capitolo “Patologia del rene” della seconda edizione del trattato di Anatomia Patologica di d’Amati Della Rocca5.

Concludo ricordando una serie di collaboratori, senza i quali non sarei riuscita a raggiungere tutti i risultati ottenuti nell’ambito dell’assistenza e della ricerca, che voglio ringraziare ricordandoli con simpatia ed affetto: Manuela Motta, purtroppo prematuramente scomparsa in un incidente di montagna, Mirella Fortunato, Monica Bernardi, Daniele Lorenzo ed infine Antonella Barreca che sta proseguendo molto proficuamente sia l’attività diagnostica sia quella di ricerca e a cui auguro di tenere alta la fama del gruppo nefropatologico torinese.

 

5 Mazzucco G, Monga G. Patologia del rene. In: G. d’Amati, C. Della Rocca – Gallo d’Amati Anatomia Patologica. La sistematica 2a edizione. Milano, EDRA: 2018 pp. 759-851.

 

Bibliografia
  1. Monga G, Mazzucco G, Casanova S, Boero R, Cagnoli L, Barbiano di Begiojoso G, Confalonieri R. Ultrastructural glomerular findings in cryoglobulinemic glomerulonephritis. Appl Pathol 1987; 5:108-15.
  2. Mazzucco G, Casanova S, Donini U, Rollino C, Zucchelli P, Piccoli G, Monga G. Glomerulonephritis with organized deposits: a new clinicopathological entity? Light-, electron microscopic and immunofluorescence study of 12 cases. Am J Nephrol 1990; 10:21-30.
  3. Banfi G, Bertani T, Boeri R, Faraggiana T, Mazzucco G, Monga G, Sacchi G for Gruppo Italiano per lo Studio della Nefropatia Lupica (GISNEL). Renal vascular lesions as a marker of poor prognosis in patients with lupus nephritis. Am J Kidney Dis 1991; 18:240-48.
  4. Coppo R, Mazzucco G, Cagnoli L, Lupo A, Schena FP. Long-term prognosis of Henoch-Schoenlein nephritis in adults and children. Italian Group of Renal Immunopathology Collaborative Study on Henoch-Schoenlein purpura. Nephrol Dial Transplant 1997; 122:277-83.
  5. Mazzucco G, Bertani T, Fortunato M, Bernardi M, Leutner M, Boldorini R, Monga G. Different patterns of renal damage in type 2 diabetes mellitus: a multicentric study on 393 biopsies. Am J Kidney Dis 2002; 39:713-20.
  6. Monga G, Mazzucco G, Barbiano di Begiojoso G, Confalonieri R, Sacchi G, Bertani T. Pattern of double glomerulopathies: a clinicopathologic study of superimposed glomerulonephritis on diabetic glomerulosclerosis. Mod Pathol 1989; 2:407-14.
  7. Mazzucco G, Bertani T, Fortunato M, Fop F, Monga G. The prognostic value of renal biopsy in type 2 diabetes mellitus patients affected by diabetic glomerulosclerosis. J Nephrol 2005; 18:696-702.
  8. Mazzucco G, Motta M, Segoloni G, Monga G. Intertubular capillary changes in the cortex and medulla of transplanted kidney and their relationship with transplant glomerulopathy: an ultrastructural study in 12 trasplantectomies. Ultrastuct Pathol 1994; 18:533-37.
  9. Mazzucco G, Magnani C, Fortunato M, Todesco A, Monga G. The reliability of pre-transplant donor renal biopsies (PTDB) in predicting the kidney state. A comparative single-centre study in 54 untransplanted kidneys. Nephrol Dial Transplant 2010; 25:3401-08.
  10. Coppo R, Troyanov S, Bellur S, Cattran D, Cook HT, Feehally J, Roberts IS, Morando L, Camilla R, Tesar V, Lunberg S, et al. on behalf of the VALIGA study of the ERA-EDTA Immunonephrology Working Group. Validation of the Oxford classification of IgA nephropathy in cohorts with different presentations and treatments. Kidney Int 2014; 86:828-36.

 

 

 

Leonardo Cagnoli

Il mio interesse per la patologia renale. Mi sono laureato il 14 dicembre 1971. Al professor Alberto Reggiani, relatore della mia tesi e braccio destro del Professor Aldo Martelli, direttore della Clinica Urologica dell’Università di Bologna, avevo confidato il mio interesse per una branca della medicina, non chirurgica, che mi permettesse di sviluppare un’attività di studio e di ricerca. Reggiani non aveva esitato ad indicarmi il professor Pietro Zucchelli, con cui aveva collaborato nella stesura di alcuni lavori scientifici, come la persona cui rivolgermi. “Zucchelli – mi aveva detto – è un clinico giovane, di grandi capacità professionali e con una spiccata propensione per la ricerca e certamente rappresenta un punto di riferimento per una branca della medicina che si sta rapidamente sviluppando, la nefrologia.”

Fino a quel momento non avevo mai sentito parlare né di nefrologia né di dialisi, ma avendo piena fiducia in Reggiani, il 17 dicembre 1971 mi presentai al “Vecchio Ospedale Malpighi” di Bologna per quello che sarebbe stato un appuntamento chiave per la mia successiva vita professionale ed umana.

Entrato e salite le scale, ovviamente emozionato, arrivai nello studio dove mi aspettavano Zucchelli seduto alla scrivania, e i suoi collaboratori Mauro Sasdelli, Maurizio Fusaroli e Luigi Fabbri. La stanza era molto piccola e ricordo di essermi seduto sul lettino che serviva per le visite dei pazienti, di fronte alla scrivania. La situazione, molto informale rispetto a quelle che avevo vissuto presso la Clinica Urologica del Sant’Orsola, mi sollevò immediatamente e rese più facile quel colloquio, dal quale uscii dopo un tempo che mi era sembrato brevissimo, ma tale non era stato, e con la certezza di avere trovato persone di grande spessore umano e “normali”. Mi resi conto di aver fatto centro al primo colpo e speravo tanto che anche loro sarebbero stati contenti di me quando mi avessero conosciuto. Al termine del colloquio, Zucchelli mi diede appuntamento per venerdì 17 gennaio 1972: quel giorno avrei iniziato la mia frequenza in reparto (il 17 era per me un numero fortunato!).

Dopo poco più di tre mesi di apprendistato, passati al “Vecchio Ospedale Malpighi” tra prelievi ed ECG, anamnesi e assistenza di primo livello ai pazienti ricoverati e dializzati, montaggio serale dei reni artificiali di Kiil (che stress!) e innumerevoli tentativi di disostruzione di shunt arterovenosi, arrivò il 1° maggio 1972, data in cui i pazienti dializzati furono trasferiti al “Nuovo Malpighi”, a due passi dal Sant’Orsola. E il 1° giugno, insieme ad Alessandro Zuccalà e Luigi Catizone, venni assunto per rimpinguare un gruppo che presto si sarebbe arricchito di altri colleghi.

Dopo pochi mesi di attività prevalentemente in dialisi, Zucchelli capì che ero più interessato alla nefrologia e decise di “spostarmi” al reparto di degenza.

Zucchelli, eseguiva le biopsie renali e io lo affiancavo durante il prelievo, con il compito di portare i campioni, a mo’ di moderno rider, alla mitica Salva Natali, una tecnica dell’Istituto di Anatomia che preparava i vetrini per la microscopia ottica. Salva lavorava in un ambiente che era il più lontano possibile dall’idea di laboratorio presente nell’immaginario collettivo: innumerevoli vasi di piante perfettamente tenute e gabbie con canarini e altri uccellini cinguettanti occupavano gran parte della stanza relegando in un angolo gli strumenti di lavoro, in un apparente disordine. Ma i suoi preparati erano stupendi, lo spessore delle sezioni non superava mai i 4 micron e le colorazioni erano perfette. Ma non solo, Salva era molto orgogliosa di mostrare a me, giovane nefrologo, i preparati istologici di altri organi che lei allestiva e che i docenti di Anatomia usavano per le loro lezioni agli studenti. E io assorbivo, senza rendermene conto, l’amore che lei provava per quel lavoro che tanto la gratificava.

Dopo qualche tempo Zucchelli mi chiamò al suo fianco nell’esame delle biopsie renali con il bellissimo foto-microscopio “II Zeiss” che aveva nel suo studio. Per me fu una immensa gratificazione: verso sera lui si metteva al microscopio e con grande attenzione esaminava i vetrini con le differenti colorazioni, li descriveva ad alta voce e mi mostrava, via via, quanto vedeva. A me spettava il compito di scrivere, sotto sua dettatura, quello che sarebbe stato il referto finale. Molto era il tempo che dedicavamo all’esame di quelle biopsie come molto era il tempo che Salva aveva dedicato alla loro preparazione. In questo modo, nel corso degli anni acquisimmo una notevole competenza al punto che, quando nel nostro ospedale fu istituita la Divisione di Anatomia Patologica, l’allora direttore decise di lasciare ancora a noi il compito ufficiale di esaminare le biopsie renali.

Ad un certo punto cominciammo a parlare dell’immunofluorescenza, che nei primi anni Settanta rappresentava una grande novità per l’esame delle biopsie renali. Ciò mi spinse a frequentare per qualche settimana il Padiglione Croff del Policlinico di Milano, diretto da Claudio Ponticelli, dove Antonio Tarantino aveva messo a punto la nuova metodica, della quale appresi i primi rudimenti. Al tempo stesso conobbi i componenti di un gruppo nefrologico all’avanguardia6, che sarebbero rimasti miei amici per tutta la mia vita di nefrologo e che ancora oggi vedo con grande piacere.

Oltre ad Antonio Tarantino mi piace qui ricordare Enrico Imbasciati che già allora aveva maturato una grande esperienza nell’esame delle biopsie renali e che contribuì in modo notevole alla mia decisione di approfondire le conoscenze nel campo della patologia renale.

Tornato a Bologna, Zucchelli ritenne proficua la mia esperienza milanese e mi propose di passare un periodo in un prestigioso istituto nefrologico straniero. Prese accordi con il professor Jean Bariéty, direttore della nefrologia dell’Hôpital Broussais di Parigi, e nell’autunno del 1974, partii alla volta della capitale francese con mia moglie Diana. Prendemmo alloggio in un vecchio edificio di Rue De l’Abbé Carton, in una camera disadorna, con bagno esterno e doccia nel cortile. Per mesi mangiammo soprattutto fegato cotto in un tegamino su un fornelletto elettrico che avevamo comprato e baguettes, che costavano pochissimo. L’inizio per me non fu facile, ero quasi trasparente agli occhi dei collaboratori di Bariéty, Patrice Callard e Dominique Nochy, che si occupavano di biopsie e glomerulopatie. Ma un giorno risolsi un problema per loro insormontabile applicando sulla loro casistica di pazienti in dialisi le tavole della sopravvivenza attuariale secondo Cutler ed Ederer, che conoscevo molto bene. Mi si aprirono così tutte le porte e, in pochi mesi, ottemperai alle indicazioni che mi aveva dato Zucchelli alla partenza: raggiungere una perfetta conoscenza della tecnica dell’immunofluorescenza per poterla applicare nel nostro laboratorio; migliorare le mie capacità di lettura delle biopsie renali; approfondire le mie conoscenze sulla patogenesi delle glomerulonefriti, e tornare a Bologna in tempi non troppo lunghi. Tornai a Natale portando con me quanto avevo appreso.

Con l’aiuto di Salva ripescai dagli scantinati dell’Istituto di Anatomia un microtomo criostato “Yung”, un tamburlano enorme ma ben funzionante, comprammo un contenitore per l’azoto liquido, e cominciammo l’esame delle biopsie renali con l’immunofluorescenza. Ciò mi permise anche, grazie alla tecnica indiretta, di ricercare la presenza di anticorpi antinucleo nel siero dei pazienti. Alcuni anni dopo passai l’immunofluorescenza al collega e amico Ugo Donini, che la continuò con successo.

Con il passare del tempo si sviluppò una intensa e fruttuosa collaborazione con Silvia Casanova, una anatomopatologa esperta in microscopia elettronica, che fino ad allora aveva lavorato quasi esclusivamente per la divisione di Urologia del nostro ospedale, che disponeva di un microscopio elettronico. Grazie a Silvia, la qualità dei preparati istologici migliorò ulteriormente e al tempo stesso potemmo disporre della microscopia elettronica per tutte le nostre biopsie. Così, già alla fine degli anni Settanta la nostra Divisione disponeva di tutte le metodiche più avanzate per l’esame delle biopsie renali. Ciò ci permise di produrre numerose pubblicazioni scientifiche, intervenire a congressi nazionali e internazionali e istituire numerose collaborazioni con importanti centri di ricerca. Parallelamente, presso la nostra Divisione, con il fondamentale contributo di Mauro Sasdelli, si sviluppò la ricerca sui meccanismi immunologici nelle glomerulonefriti [1,2], che portò ad un ampliamento delle nostre conoscenze in un campo ancora largamente inesplorato.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. Al termine di una delle giornate del 16° congresso Nazionale di Nefrologia, tenutosi a Villa San Giovanni nel 1975 e organizzato dal compianto Quirino Maggiore, un piccolo gruppo di giovani nefrologi, dopo una accesa partitella a calcio sulla spiaggia (io giocavo in porta!), decise di riprendere una precedente proposta finalizzata a uniformare le modalità di refertazione della immunofluorescenza per le biopsie renali (si veda il contributo di Francesco Paolo Schena, sezione Il mio coinvolgimento nel GIR). Così, dopo alcuni incontri, si arrivò alla definizione di una scheda unica che tutti adottammo. Oltre a me, ricordo la presenza di Paolo Schena, Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Antonio Tarantino, Giuliano Colasanti, e Antonio Lupo. Quella fu la base dalla quale partimmo e che ha portato agli sviluppi successivi.

Durante i primi anni Ottanta cominciammo a incontrarci, due volte all’anno, all’ospedale San Carlo di Milano, ospiti di Franco Ferrario, che successivamente avrebbe assunto il ruolo di responsabile del “Centro di Nefropatologia” della Divisione di Nefrologia, diretta dal professor Giuseppe D’Amico. Si portavano a quegli incontri i preparati istologici e le diapositive di microscopia elettronica e immunofluorescenza dei casi più difficili e controversi che venivano discussi con lo scopo, non sempre raggiunto, di risolverli. Molto importante era la partecipazione anche di anatomopatologi interessati alla patologia renale, oltre alla già citata Silvia Casanova i torinesi Guido Monga e Gianna Mazzucco e, successivamente, tanti altri.

Cominciammo così a mettere insieme le nostre casistiche, prima tra i gruppi con particolare affinità e facilità di contatti [3,4] e poi allargando sempre più il cerchio delle collaborazioni, fino alla pubblicazione, nel Giornale Italiano di Nefrologia, dei primi studi su alcuni aspetti della nefropatia in corso di mieloma, nei cui titoli compariva anche la scritta “Report del Gruppo di Immunopatologia Renale” [5,6].

Nei primi anni Ottanta era nato ufficialmente il GIR, con la presidenza di Franco Ferrario e la segreteria affidata al sottoscritto, che durò fino al 1994. Fin dall’inizio furono promosse alcune attività che si rivelarono di grande interesse per gran parte dei nefrologi italiani: la progettazione di studi multicentrici aperti a tutti coloro che desiderassero partecipare; l’istituzione di un registro delle biopsie renali su scala nazionale; l’organizzazione di corsi teorico-pratici, gratuiti, e rivolti a tutti, sull’esame della biopsia renale.

Dopo gli studi sulla nefropatia in corso di mieloma sopra citati [5,6], furono organizzati altri studi multicentrici, che nascevano da proposte presentate alle riunioni ufficiali del GIR, che si tenevano, come avviene tutt’ora, durante i congressi nazionali della SIN.

Per quanto riguarda il registro delle biopsie renali su scala nazionale, questo ha portato alla pubblicazione, tra il 1993 e il 2004, di alcuni studi, due dei quali su importanti riviste internazionali [7-9]. Degno di nota il fatto che lo studio del 2004 [9] riportava i dati forniti da ben 128 gruppi nefrologici italiani, ciò che rende l’idea dell’ampio coinvolgimento a livello nazionale.

Per quanto concerne i corsi, dopo un primo incontro del 22 marzo 1985 a Bologna sul coinvolgimento renale nelle gammopatie monoclonali, nel dicembre del 1990 organizzammo, come meeting satellite del XXII Corso di Aggiornamento in Nefrologia e Metodiche Dialitiche organizzato da Giuseppe D’Amico, un incontro su “Le vasculiti renali primitive” (Figura 7). Un altro incontro su “Applicazione delle tecniche di biologia molecolare allo studio della biopsia renale”, si tenne a Verona il 15 settembre del 1994. Un mese dopo fu organizzato a Rimini il corso “Interpretazione Anatomo-clinica delle Biopsie Renali” (Figura 8). In quell’occasione molto importante fu il contributo degli anatomo-patologi Guido Monga e Gianna Mazzucco, che misero a disposizione dei partecipanti numerosi microscopi a oculari multipli, che permettevano un esame delle biopsie renali a un alto numero di partecipanti. Un altro aspetto molto importante e qualificante fu l’organizzazione di Corsi di Aggiornamento monotematici, su diverse nefropatie.

Nell’estate del 1989, durante un soggiorno in una splendida villa sul Lago di Annone, Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Antonio Lupo, Franco Ferrario e io (Figura 4) avemmo l’idea di organizzare un corso di aggiornamento a livello nazionale avente come tema “Le glomerulonefriti primitive e secondarie”. Dopo avere riflettuto su tale progetto per più di un anno, nel dicembre del 1990 a Milano, in un incontro al termine di una giornata congressuale, decidemmo che il corso si sarebbe tenuto nell’ottobre del 1991 a Rimini, città dove io mi ero trasferito nel 1987. In quell’occasione decidemmo anche che il corso sarebbe stato accompagnato dalla pubblicazione di un volume sull’argomento, da consegnare partecipanti al momento dell’ingresso in sala (Figura 9). Il corso fu un grande successo, con un articolato programma (Figura 10 e 11), un’ampia rosa di relatori (Figure 12-17) e un “pubblico” di ben 320 persone, che si ritrovarono al teatro Novelli.

Decidemmo pertanto di continuare l’esperienza dei corsi di aggiornamento, rispettando l’indirizzo che ci eravamo dati e cioè di organizzarli solo quando avessero potuto essere utili per un reale aggiornamento delle conoscenze e non ad intervalli fissi. Negli anni successivi, tra il 1995 e il 2009, organizzammo altri sei corsi (Tabella I), che si tennero tutti nella sala Leonardo della palazzina congressuale del Grand Hotel di Rimini, ognuno dei quali accompagnato dal suo volume monografico (Figura 18).

Riflessioni. I decenni che si sono succeduti dalla nascita del GIR ad oggi hanno visto progressi inimmaginabili nello sviluppo delle conoscenze nel campo della nefrologia. Ciò grazie anche alla collaborazione con scienziati che si occupano di argomenti dei quali la moderna nefrologia non può fare assolutamente a meno. Ciò varrà sempre di più in futuro e ne devono far tesoro coloro che anche nel GIR portano avanti con grande professionalità quanto noi “vecchi” abbiamo seminato e che ricordo con grande nostalgia. Auguro a tutti di portare avanti la loro attività con la gioia e l’entusiasmo che ci pervadevano, coltivando quei rapporti di amicizia che rendono indimenticabile ogni collaborazione.

Ringraziamenti. Un particolare ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato con entusiasmo, professionalità e spirito di amicizia alla nascita del Gruppo e alla sua crescita nei primi anni della sua attività e che, per motivi di spazio non ho nominato nel testo. Grazie anche per quanto avete fatto per la perfetta riuscita dei corsi del Gruppo.

I miei amici del cuore. Alessandro Amore, Giovanni Banfi, Paola Barsotti, Giovanni Giorgio Battaglia, Tullio Bertani, Giuliano Boscutti, Renato Confalonieri, Rosanna Coppo, Giovanni Battista Fogazzi, Alessandro Fornasieri, Sandro Feriozzi, Giovanni Maria Frascà, Giacomo Garibotto, Giuseppe Grandaliano, Carlo Manno, Silvio Maringhini, Paolo Menè, Gabriella Moroni, Antonello Pani, Patrizia Passerini, Claudio Pozzi, Dario Roccatello, Cristiana Rollino, Silvana Savoldi, Eugenio Schiaffino, Franscesco Scolari, Adalberto Sessa, Renato Alberto Sinico, Piero Stratta.

 

6 Sul gruppo nefrologico del padiglione Croff di veda: Fogazzi GB, Brancaccio D, Ponticelli C, Redaelli B, Graziani G, Imbasciati E, Locatelli F, Rivolta E. I primi anni del padiglione Croff del Policlinico di Milano. G Ital Nefrol 2020; 37(6): 09. https://giornaleitalianodinefrologia.it/2020/11/37-06-2020-09/

 

Bibliografia
  1. Cagnoli L, Tabacchi P, Pasquali S, Cenci M, Sasdelli M, Zucchelli P. T cell subset alterations in idiopathic glomerulonephritis. Clin exp Immunol 1982; 50:70-76.
  2. Cagnoli L, Beltrandi E, Pasquali S, Biagi R, Casadei-Maldini N, Rossi L, Zucchelli P. B and T cell abnormalities in patients with primary IgA nephropathy. Kidney Int 1985; 28:646-51.
  3. Ponticelli C, Zucchelli P, Banfi G, Cagnoli L, Scalia P, Pasquali S, Imbasciati E. Treatment of diffuse proliferative lupus nephritis by intravenous high-dose methylprednisolone. Q J Med 1982; 51:16-24.
  4. Ponticelli C, Zucchelli P, Imbasciati E, Cagnoli L, Pozzi C, Passerini P, Grassi C, Limido D, Pasquali S, Volpini T, Sasdelli M, Locatelli F. Controlled trial of methylprednisolone and chlorambucil in idiopathic membranous nephropathy. N Engl J Med 1984; 310:946-50.
  5. Casanova S, Pasquali S, Donini U, Cagnoli L, Confalonieri R, Barbiano di Belgiojoso G, Pozzi C, Locatelli F, Banfi G, Fogazzi GB, Lupo A, Bertani T, Ferrario F. Nefropatia da mieloma: correlazioni anatomo-cliniche. Report del Gruppo di Immunopatologia Renale. G Ital Nefrol 1986; 3:17-24.
  6. Lupo A, Banfi G, Barbiano di Belgiojoso G, Bedogna V, Bertani T, Bucci A, Cagnoli L, Confalonieri R, Donini U, Furci L, Imbasciati E, Locatelli F, Pozzi C, Ravelli M, Samarani M, Schena FP. L’insufficienza renale cronica nel mieloma. Report del Gruppo di Immunopatologia Renale. G Ital Nefrol 1986; 3:39-44.
  7. Gruppo di Immunopatologia Renale della Società Italiana di Nefrologia. Rapporto sul Registro Nazionale delle biopsie renali (anni 1989-1990). G Ital Nefrol 1993; 10:235-41.
  8. Schena FP. Survey of the Italian Registry of Renal Biopsies. Frequency of the renal diseases for 7 consecutive years. The Italian Group of Renal Immunopathology. Nephrol Dial Transplant 1997; 12:418-26.
  9. Gesualdo L, Di Palma AM, Morrone LF, Strippoli GF, Schena FP; Italian Immunopathology Group, Italian Society of Nephrology. The Italian experience of the national registry of renal biopsies. Kidney Int 2004; 66:890-94.

 

 

 

Silvia Casanova

Il mio interesse per la patologia renale. Il mio primo incontro con la patologia renale si verificò nel 1975, quando Mauro Sasdelli e Leonardo Cagnoli, assistenti della Divisione di Nefrologia dell’Ospedale Malpighi diretta dal professor Pietro Zucchelli mi proposero di collaborare ad uno studio multicentrico sulle glomerulonefriti membrano-proliferative.

A quel tempo, io lavoravo come anatomopatologa nel Laboratorio di Microscopia Elettronica dell’ospedale Malpighi, che era stato istituito nel 1972 per iniziativa del primario urologo professor Francesco Corrado, dopo una sua visita al Dipartimento di Patologia della Columbia University di New York.

All’ospedale Malpighi, come in molti centri nefrologici in Italia e all’estero, le biopsie renali erano gestite direttamente dai nefrologi: le sezioni istologiche erano preparate dall’abile tecnica Salva Natali7 mentre Leonardo gestiva il frammento per l’immunofluorescenza e si occupava, con Zucchelli, della lettura dei preparati e delle conclusioni diagnostiche.

In breve tempo la collaborazione con Sasdelli e Leonardo, favorita da un buon affiatamento, dall’entusiasmo e dalla vicinanza – ci separava una sola rampa di scale – si ampliò: per ogni biopsia renale si destinava un frammento alla microscopia elettronica (che inizialmente Zucchelli riteneva una tecnica utile solo per la ricerca); i reperti istologici erano valutati congiuntamente alla luce del contesto clinico; i casi più interessanti erano oggetto di discussione nel corso di incontri settimanali, e io ebbi libero accesso alle cartelle cliniche e alla biblioteca del reparto di nefrologia.

Al momento del pensionamento di Salva Natali, Leonardo e io decidemmo, per vari motivi, di non coinvolgere i tecnici di istopatologia e di includere, noi stessi, il campione bioptico destinato alla microscopia ottica in resine acriliche. Questa metodica, già in uso nel nostro laboratorio per lo studio delle biopsie ossee non decalcificate effettuate nei pazienti con osteodistrofia uremica, ci permetteva di ottenere sezioni di spessore attorno ai 2 micron, che preparavamo con le tradizionali colorazioni istologiche. In caso di necessità, ciò che restava del frammento utilizzato per l’immunofluorescenza veniva recuperato per l’indagine ottica o quella ultrastrutturale.

Quando nel 1987 Leonardo si trasferì a Rimini come primario, la responsabilità dell’immunofluorescenza passò a Ugo Donini, con il quale fu messa a punto anche la tecnica sulle sezioni in glicole-metacrilato e l’immuno-elettronmicroscopia per le proteine dell’amiloide AA e AL [1].

I primi studi condotti insieme ai nefrologi riguardarono le alterazioni dei podociti in corso di sindrome nefrosica da glomerulopatia a lesioni minime e membranosa [2], analogamente a quanto si osservava nelle forme sperimentali da aminonucleoside o da adriamicina. Nel 1980 pubblicammo un’analisi della casistica delle biopsie renali dell’Ospedale Malpighi [3] e nel 1985 una messa a punto sulle lesioni ultrastrutturali del glomerulo nelle biopsie renali [4].

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. La mia partecipazione al GIR in quei primi anni ha favorito lo scambio di esperienze con altri nefrologi italiani alcuni dei quali – Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Enrico Imbasciati, Tullio Bertani – avevano frequentato centri stranieri con consolidata esperienza nel campo delle biopsie renali. Ciò ha permesso di confrontare la qualità dei preparati istologici, uniformare la refertazione, e affinare i criteri di valutazione dei diversi quadri clinico-morfologici.

Nel 1986 il GIR ha iniziato la raccolta di un registro delle biopsie renali. Inizialmente le informazioni raccolte comprendevano le sole diagnosi istologiche; dal 1990 furono aggiunti i dati clinici, con risultati sicuramente ricordati da altri colleghi.

Nel 1991, durante il Corso di Aggiornamento “Le glomerulonefriti primitive e secondarie” al nostro gruppo fu assegnata la presentazione sulla glomerulopatia a lesioni minime e la glomerulosclerosi focale, e a me il compito di illustrare le lesioni osservate in microscopia ottica (Figura 11).

Negli anni successivi, incontri analoghi hanno avuto come oggetto un ampio spettro di nefropatie. Successivamente all’incontro su “Le glomerulonefriti primitive e secondarie e le nefropatie rare” che si tenne nel 2000, le glomerulonefriti fibrillari e da immunotattoidi sono state oggetto di alcuni articoli di cui io fui co-autrice con Gianna Mazzucco, Guido Monga, Reinhold Linke e alcuni nefrologi torinesi e bolognesi [5,6].

Su iniziativa del GIR ricordo anche il corso “Le vasculiti renali primitive” (Figura 7) che si tenne nel 1990, e il “Corso Pratico Interpretazione anatomo-clinica della biopsia renale”, che si tenne a Rimini nell’ottobre del 1994 con presentazione anche di casi clinici aventi come oggetto le ematurie, la sindrome nefrosica, la sindrome nefritica acuta e l’insufficienza renale acuta (Figura 8). Altri studi multicentrici sono stati organizzati su svariate entità clinico-morfologiche. Ne ricordo solo alcuni [710], che certamente altri colleghi hanno trattato con maggior competenza.

Con questi pochi frammenti di memoria spero di essere riuscita a rendere il clima di aperto confronto di idee e di discussione costruttiva che ha caratterizzato il GIR e che ha favorito quella stretta collaborazione tra nefrologi e patologi tanto importante nella conoscenza della patologia renale.

In quegli anni grazie alla correlazione sistematica tra dati morfologici, istopatologici e clinici è emerso un ampio spettro di nefropatie, la cui patogenesi rimane in molti casi ancora da chiarire. L’avvento della diagnostica molecolare promette ora importanti progressi in questa direzione, sperando che la fruttuosa esperienza di collaborazione tra nefrologi e patologi non venga dimenticata.

A tutti i miei colleghi e amici che hanno condiviso e reso possibile questa affascinante percorso nella patologia renale un sincero grazie ed un calorosissimo saluto (ma niente abbracci in era Covid).

 

7 Ulteriori informazioni sulla figura di Salva Natali si trovano nello scritto di Leonardo Cagnoli.

 

Bibliografia
  1. Donini U, Casanova S, Zucchelli P, Linke RP. Immunoelectron microscopic classification of amyloid in renal biopsies. J Histochem Cytochem 1989; 37:1101-06.
  2. Casanova S, Cagnoli L, Sasdelli M, Fusaroli M, Nielsen F, Zucchelli P. Epithelial cell changes and proteinuria. An ultrastructural study in minimal change and membranous nephropathy. J Submicr Cytol 1977; 9:338.
  3. Cagnoli L, Pasquali S, Casanova S, Donini U, Sasdelli M, Mandreoli M, Zucchelli P. Analisi della casistica di biopsie renali esaminate presso l’Ospedale Malpighi di Bologna. Attualità Nefrologiche e Dialitiche. Atti del 10° Corso di aggiornamento in nefrologia e metodiche dialitiche dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano (19-21 novembre 1978). A cura di G. D’Amico, G. Sorgato, F. Vendemia. Padova, Piccin: 1980, pp. 139-53.
  4. Casanova S, Laschi R. Renal biopsies: glomerular subcellular features. In: Didio LJA, Motta PM (eds). Basic Clinical, and Surgical Nephrology. Developments in Nephrology, Vol 8. Boston, Springer: 1985, pp. 171-87.
  5. Mazzucco G, Casanova S, Donini U, Rollino C, Zucchelli P, Piccoli G, Monga G. Glomerulonephritis with organized deposits: a new clinicopathological entity? Light- electron-microscopic and immunofluorescence study of 12 cases. Am J Nephrol 1990; 10:21-30.
  6. Casanova S, Donini U, Zucchelli P, Mazzucco G, Monga G, Linke RP. Immunohistochemical distinction between amyloidosis and fibrillar glomerulopathy. Am J Clin Pathol 1992; 97:787-95.
  7. Pasquali S, Zucchelli P, Casanova S, Cagnoli L, Confalonieri R, Pozzi C, Banfi G, Lupo A, Bertani T. Renal histological lesions and clinical syndrome in multiple myeloma. Renal Immunopathology Group. Clin Nephrol 1987; 27:222-28.
  8. Pozzi C, Pasquali S, Donini U, Casanova S, Banfi G, Tiraboschi G, Furci L, Porri MT, Ravelli M, Lupo A. Prognostic factors and effectiveness of treatment in acute renal failure due to multiple myeloma: a review of 50 cases. Report of the Italian Renal Immunopathology Group. Clin Nephrol 1987; 28:1-9.
  9. Coppo R, Amore A, Gianoglio B. Clinical features of Henoch-Schönlein purpura. Italian Group of Renal Immunopathology. Ann Med Interne (Paris) 1999; 150:143-50.
  10. Vendemia F, Gesualdo L, Schena FP, D’Amico G. Epidemiology of primary glomerulonephritis in the elderly. Report from the Italian Registry of Renal Biopsy. J Nephrol 2001; 14:340-52.

 

 

 

Sonia Pasquali

Il mio interesse per la patologia renale. Alla fine del 1976, mentre stavo frequentando il terzo anno di Medicina (Università di Bologna), iniziò il mio percorso nefrologico, peraltro ancora oggi ininterrotto, proprio in occasione di una lezione su “La distrofia uremica” tenuta dal professor Pietro Zucchelli, che mi folgorò per la sua chiarezza e semplicità espositiva, nonostante la complessità dell’argomento. Ma se il metabolismo calcio-fosforo rappresentò per me la porta d’ingresso al mondo nefrologico, in realtà, quando pochi mesi dopo iniziai a frequentare il reparto di Nefrologia dell’ospedale Malpighi, diretto da Zucchelli, furono le glomerulopatie, in particolare, e l’isto-morfologia renale, più in generale, a calamitare tutto il mio interesse e il mio impegno.

In quegli anni si respirava in reparto un’atmosfera quasi magica perché grazie ad una stretta e fattiva collaborazione tra clinici e anatomo-patologi era davvero possibile correlare e discutere i quadri clinico-laboratoristici ed i reperti patologici più complessi ed atipici. Io ebbi proprio la fortuna di inserirmi in questo sodalizio ormai consolidato tra Leonardo Cagnoli, nefrologo, e Silvia Casanova, anatomo-patologa esperta nell’esame istologico e ultrastrutturale delle biopsie renali.

Fin quasi da subito, nel mio ruolo di studente frequentatore, mi furono affidati tre compiti:

  • contribuire all’attività clinico-assistenziale del reparto con la responsabilità di 5 letti, sotto la guida di Leonardo,
  • seguire Silvia nella preparazione e nella colorazione dei preparati istologici,
  • riordinare la casistica delle biopsie renali eseguite.

Tutto ciò mi consentiva di seguire in ogni passaggio il percorso delle biopsie renali: dalla discussione sull’indicazione alla preparazione del paziente; dalla esecuzione della biopsia alla separazione e conservazione del tessuto prelevato; dall’esame/discussione al microscopio ottico e elettronico alla collaborazione con Ugo Donini, per l’esame in immunofluorescenza, fino alla classificazione e all’archiviazione dei dati.

Alla fine, il mio impegno mi prendeva tutta la giornata per cui non era facile ritagliare spazi per frequentare e sostenere gli esami all’università. Tuttavia, la consapevolezza di vivere un momento imperdibile di formazione professionale, insieme all’entusiasmo che coinvolgeva tutti, rendevano questo impegno quasi divertente.

Nei primi tre anni di frequenza pre-laurea partecipai attivamente alla stesura di tre lavori scientifici [1-3]. In particolare, ricordo ancora lo studio al microscopio elettronico, condotto sotto la guida di Silvia, sulle modificazioni dell’epitelio della parete capillare glomerulare nei casi di tossiemia gravidica [2]. Si trattava di contare, con molta pazienza, il numero dei pedicelli presenti lungo 10 μm di membrana basale glomerulare per poi cercare una correlazione tra numero dei pedicelli ed entità della proteinuria.

Furono proprio questi studi, il coinvolgimento nelle discussioni clinico-istologiche, l’attività di reparto e di laboratorio a farmi interessare sempre di più alla patologia renale.

Il mio coinvolgimento nel Gruppo di Immunopatologia Renale. In quegli stessi anni sentivo parlare del GIR, che immaginavo come una sorta di cenacolo rigorosamente riservato agli addetti ai lavori, i cui partecipanti erano i miei riferimenti e i miei modelli: Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Franco Ferrario, Giovanni Banfi, Enrico Imbasciati, e altri.

Ricordo perfettamente le mie prime partecipazioni alle riunioni del GIR, peraltro per niente riservate o esclusive, e più spesso informali, dove si discuteva anche animatamente e che rappresentavano una palestra formativa straordinaria, o incontri strutturati, come il “Meeting Satellite” del Corso di Aggiornamento dell’ospedale San Carlo di Milano del 1990 sulle vasculiti renali primitive (Figura 7).

Nel 1987, Leonardo diventò primario della Divisione di nefrologia dell’ospedale di Rimini, io diventai responsabile del “percorso biopsie renali” del Malpighi, ciò che consolidò il mio inserimento nel GIR.

Ebbi la percezione netta di essere ormai “una del Gruppo” quando Franco Ferrario, moderatore durante il meeting “Vasculiti renali primitive” (1990) introdusse con molta enfasi la mia relazione sulla granulomatosi di Wegener. Peccato che, anziché presentarmi come “elemento cardine” del GIR, in un momento di distrazione, mi presentò come “ormai una cariatide” dello stesso. Ma il concetto fu chiaro a tutti lo stesso, o almeno così sperai…

A partire dagli anni Novanta il GIR diventò sempre più strutturato, seguendo le indicazioni suggerite dalla Società Italiana di Nefrologia:

  • elezione periodica del consiglio direttivo (composto da 3-4 membri), del segretario e del coordinatore,
  • informatizzazione e centralizzazione del Registro Nazionale delle Biopsie Renali,
  • organizzazione di Corsi di Aggiornamento periodici a Rimini, con grande impegno da parte di Leonardo,
  • organizzazione di studi retrospettivi e, soprattutto, prospettici e multicentrici, i cui risultati furono pubblicati, a nome del GIR, su riviste nazionali e internazionali.

Passando ad anni più recenti, fui eletta coordinatrice del GIR in 2 bienni: 1999-2001 e 2009-2011.

In Appendice è riportata l’intensa attività promossa e svolta fino al 2006 da quella sorta di task force di nefrologi e anatomo-patologi che per molti anni si era impegnata nel GIR. Sono stati anni molto produttivi ma anche di grandi difficoltà: l’aziendalizzazione degli ospedali, la razionalizzazione delle risorse o meglio le drastiche riduzioni degli organici, una medicina della difesa a volte imperante, l’utilizzo talora di farmaci di tipo sintomatico-conservativo piuttosto che patogenetico/innovativo, non hanno favorito l’approccio delle nuove generazioni allo studio dell’isto-morfologia renale.

Più recentemente, l’introduzione di piattaforme informatizzate per l’archiviazione e l’elaborazione dei dati, la possibilità di discutere dei casi clinici in remoto e di prendere visione collegialmente dei preparati istologici, hanno dato nuova linfa al GIR, che nell’ultimo decennio ha brillato per iniziative ed attività.

A conclusione di queste righe mi piace ricordare i due contributi che hanno caratterizzato i miei mandati di coordinatrice del GIR, e che ho prodotto con la collaborazione preziosa e sostanziale dei colleghi Dario Roccatello e Antonello Pani: “Manuale di Terapia delle Nefropatie Glomerulari” nelle due edizioni del 2003 e del 2013 [4].

Si tratta di un “libretto” corposo, ma tascabile, con dorso a spirale, frutto della dedizione di tanti nefrologi e anatomo-patologi, rivolto ai nefrologi e ai medici internisti in formazione. L’approccio è stato assolutamente pratico, con i seguenti obiettivi:

  • selezionare, nell’ambito degli aspetti patogenetici ed isto-morfologici quelli a maggiore implicazione terapeutica,
  • privilegiare formulazioni schematiche dei protocolli di impiego consolidato,
  • riservare ampio spazio alle terapie emergenti.

Obiettivi che credo, almeno in parte, siano stati raggiunti. In ogni caso mi piace pensare di aver contribuito alla formazione di quei giovani nefrologi che vedo frequentare i reparti e le riunioni scientifiche sempre con tanta curiosità ed entusiasmo.

 

Bibliografia
  1. Cagnoli L, Casanova S, Pasquali S, Donini U, Zucchelli P. Relation between hydrocarbon exposure and the nephrotic syndrome. Br Med J 1980; 280:1068-69.
  2. Zucchelli P, Casanova S, Sasdelli M, Cagnoli L, Pasquali S. Correlation of proteinuria and ultrastructural glomerular changes in toxaemia of pregnancy. Functional ultrastructure of the kidney. London, Academic Press: 1980, pp 151-61.
  3. Cagnoli L, Pasquali S, Casanova S, Donini U, Sasdelli M, Mandreoli M, Zucchelli P. Analisi della casistica di biopsie renali esaminate presso l’Ospedale Malpighi di Bologna. Attualità Nefrologiche e Dialitiche. Atti del 10° Corso di aggiornamento in nefrologia e metodiche dialitiche dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano (19-21 novembre 1978). A cura di G. D’Amico, G. Sorgato, F. Vendemia. Padova, Piccin: 1980, pp. 139-53.
  4. Pasquali S, Roccatello D, Pani A. Manuale di Terapia delle Nefropatie Glomerulari. Milano, Wichtig: 2003 e 2013.

 

Tabelle e figure citate

Tabelle e figure citate.

1991

Le glomerulonefriti primitive e secondarie.

F. Ferrario, G. Barbiano di Belgiojoso, L. Cagnoli, A. Lupo, P. Schena, G. Banfi.

1995

Le nefropatie tubulo-interstiziali acute e croniche.

F. Ferrario, L. Cagnoli, L. Gesualdo, G. Mazzucco, A. Pani, D. Roccatello.

1997

Le nefropatie Vascolari.

F.P. Schena, A. Amore, G. Banfi, S. Casanova, R. Confalonieri, A. Fornasieri.

2000

Le glomerulonefriti primitive e secondarie. Le nefropatie rare.

F. Ferrario, G. Barbiano di Belgiojoso, G. Frascà, G. Grandaliano, A. Lupo, E. Schiaffino, L. Cagnoli.

2003

Terapia delle Nefropatie Glomerulari.

S. Pasquali, D. Roccatello, A. Pani

2005

Attualità in tema di sindrome nefrosica e malattie genetiche renali.

P. Stratta, T. Bertani, L. Gesualdo, M.P. Rastaldi, S. Savoldi, S. Casanova, G. Garibotto, S. Maringhini, F. Scolari, L. Cagnoli.

2009

Nefropatie con insufficienza renale acuta o a rapida progressione.

F. Ferrario, G. Battaglia, G. Boscutti, C. Rollino, P. Menè, L. Cagnoli.

Tabella I: I Corsi di Aggiornamento organizzati dal Gruppo di Immunopatologia Renale con i nomi dei curatori dei volumi pubblicati ad ogni Corso. A cura di Francesco Paolo Schena
Pagina della rivista Minerva Nefrologica
Figura 1: Pagina della rivista Minerva Nefrologica, numero di luglio-ottobre 1973, con l’annuncio della “II Riunione Comune de la Societé Française de Néphrologie e della Società Italiana di Nefrologia”
Figura 2: Programma della Tavola rotonda su “L’immunofluorescenza nelle nefropatie” riportato in Minerva Nefrologic
Figura 2: Programma della Tavola rotonda su “L’immunofluorescenza nelle nefropatie” riportato in Minerva Nefrologic
Figura 3: Ottobre 2007. Consiglio direttivo del GIR
Figura 3: Ottobre 2007. Consiglio direttivo del GIR. Da sinistra, in piedi: Francesco Paolo Schena, Franco Ferrario, Giovanni Barbiano di Belgiojoso; seduti: Piero Stratta, Leonardo Cagnoli, Antonio Lup
Figura 4: Estate 1989. Riunione informale sulle rive del lago di Annone. Da sinistra: Leonardo Cagnoli, Antonio Lupo, Giovanni Barbiano di Belgiojoso, Franco Ferrario
Figura 5: Rimini, 5 maggio 2000, 4° Corso di Aggiornamento del GIR. Da sinistra: Giovanni Barbiano di Belgiojoso, relatore, e Antonio Lupo, moderatore
Figura 6: Rimini novembre 1997, 3° Corso di Aggiornamento del GIR. Giovanni Banfi relatore
Figura 7: Piatto anteriore del programma del Meeting “Le vasculiti renali primitive”
Figura 8: Programma del Corso pratico “Interpretazione anatomo-clinica della biopsia renale”
Figura 9: Il volume pubblicato in occasione del 1° Corso di Aggiornamento del GIR
Figura 10: Piatto anteriore e posteriore del programma del 1° Corso di Aggiornamento del GIR
Figura 11: Programma del 1° Corso di Aggiornamento del GIR
Figura 12: Franco Ferrario
Figura 13: Guido Monga
Figura 14: Gianna Mazzucco
Figura 15: Leonardo Cagnoli
Figura 15: Leonardo Cagnoli
Figura 16: Silvia Casanova
Figura 17: Sonia Pasquali
Figura 17: Sonia Pasquali
Figura 18: I volumi pubblicati in occasione dei Corsi di Aggiornamento del GIR, disposti in ordine cronologico dal basso in alto. Il volume con dorso ad anelli ha per titolo “Terapia delle nefropatie glomerulari”

 

Appendice 1

Elenco delle attività svolte dal Gruppo di Immunopatologia Renale fino al 2006 (a cura di Sonia Pasquali).

 

Lavori multicentrici svolti

Vangelista (Bologna) Glomerulonefrite Membranosa

Pasquali (Bologna) Nefropatia in corso di mieloma multiplo: Studio clinico-morfologico di 42 casi.

Pasquali (Bologna) Nefropatia a depositi di catene leggere: Studio clinico-morfologico di 13 casi.

Banfi (Milano) Amiloidosi renale: studio clinico-morfologico di 85 casi di Amiloidosi primitiva e 14 casi di Amiloidosi secondaria.

Ferrario (Milano) Le Glomerulonefriti membranoproliferative: studio clinico-morfologico di 329 casi di GN membranoproliferativa di tipi I e di 39 casi di GN membranopriliferativa di tipi II.

Ferrario (Milano) Le vasculiti renali primitive: studio clinico-morfologico di 43 Granulomatosi di Wegener, 117 micropoliarteriti e 60 glomerulonefriti necrotizzanti “idiopatiche”.

Coppo (Torino) La Sindrome di Schönlein-Henoch nell’adulto e nel bambino: studio clinico-morfologico di 219 casi (136 adulti – 83 bambini).

F.P. Schena (Bari) Registro Nazionale delle Biopsie Renali

 

Meetings organizzati

Nefropatia in corso di Mieloma e Nefropatia a depositi di catene leggere. (Bologna 1985)

Amiloidosi Renale (Bologna 1987)

Le glomerulonefriti membranoproliferative (XX Corso di Aggiornamento in Nefrologia, San Carlo Borromeo, Milano 1988)

Immunologia applicata alla nefrologia (Bologna 1989)

La Biopsia Renale oggi: problemi di indicazione ed interpretazione. (XXI Corso di Aggiornamento in Nefrologia, San Carlo Borromeo, Milano 1989)

Le vasculiti renali primitive (XXII Corso di Aggiornamento in Nefrologia, San Carlo Borromeo, Milano 1990)

Le glomerulonefriti primitive e secondarie (Corso di Aggiornamento – Rimini 1991)

L’indagine immunoistologica nella patologia renale (Verona, 1992)

Aspetti sistemici e renale della Sindrome di Schönlein – Henoch (XXXV Congresso Nazionale Società Italiana di Nefrologia, Bari 1994)

Applicazione delle tecniche di biologia molecolare allo Studio della Biopsia Renale (5° Seminario Veronese di Nefrologia, Verona 1994)

Interpretazione anatomo-clinica della Biopsia Renale (Corso pratico, Rimini 1994)

Henoch-Schönlein Syndrome in adults and children (XXVI Corso di Aggiornamento in Nefrologia, Milano 1994)

Le nefropatie tubulo-interstiziali acute e croniche (Rimini 1995)

Le nefropatie vascolari (Rimini 1997)

HCV e Glomerulonefrite Crioglobulinemica (XXX Corso di Aggiornamento in Nefrologia, Milano 1998)

Le nefropatie rare (40° Congresso Nazionale SIN, Perugia 1999)

Le glomerulonefriti primitive e secondarie (Rimini 2000)

La sindrome da anticorpi antifosfolipidi (Torino 2002)

Terapia delle Nefropatie glomerulari (Rimini 2003)

Attualità nel trapianto di rene (Milano 2002)

Il danno renale in corso di diabete mellito di tipo II (Milano 2003)

Malattie genetiche renali (Milano 2004)

6° Corso di Aggiornamento: Attualità in tema di sindrome nefrosica (Rimini, 24 settembre 2005)

 

Articoli pubblicati

  1. Barbiano di Belgioioso G., Confalonieri R., Brunati C., Miccoli G., Banfi G., Ferrario F., Pasquali S., Casanova S., Bertani T., Pozzi C., Imbasciati E., Lupo A.: Nefropatia a depositi di catene leggere. Giornale Italiano di Nefrologia vol 3: n. 1, p. 9, 1986.
  2. Casanova S., Pasquali S., Donini V., Cagnoli L., Confalonieri R., Barbiano di Belgioioso G., Pozzi C., Locatelli F., Banfi G., Fogazzi GB., Lupo A., Bertani T., Ferrario F.: Nefropatia da mieloma: correlazioni anatomo cliniche. Giornale Italiano di Nefrologia vol 3: n.1, p.17, 1986.
  3. Pozzi C., Pasquali S., Donini U., Casanova S., Samarani M., Tiraboschi G., Furci L., Porri M.T., Ravelli M., Lupo A., Schena F.P., Brunati C., Imbasciati E., Locatelli F.: L’insufficienza renale acuta nel mieloma multiplo. Giornale Italiano di Nefrologia vol 3: n.1, p.25, 1986.
  4. Lupo A., Banfi G., Barbiano di Belgioioso G., Bedogna V., Bertani T., Bucci A., Cagnoli L., Confalonieri R., Donini U., Furci L., Imbasciati E., Locatelli F., Pozzi C., Ravelli M., Samarani M., Schena F.P.: Giornale IItaliano di Nefrologia vol 3: n.1, p.39, 1986.
  5. Banfi G., Moriggi M., Confalonieri R., Minetti E., Ferrario F., Bucci A., Pasquali S., Donini V., Schiaffino E., Barbiano di Belgioioso G., Bertani T., Pozzi C., Ravelli M., Furci L., Lupo A., Comotti C., Volpi A., Schena P.: Renal Amyloidosis. Retrospective Collaborative Study. Minetti et al Eds. The Kidney in Plasma cell discrasia. Kluwer Accademic Publisher, p. 211, 1988.
  6. Ferrario F.: Studio multicentrico del Gruppo di Immunopatologia Renale. Le glomerulonefriti membranoproliferative. Giornale Italiano di Nefrologia vol. 7, p. 65, 1990.
  7. Ferrario F., Pasquali S., Barbiano di Belgioioso G., Ravelli M., Altieri P., Garibotto G., Comotti C., Cagnoli L.: Studio morfologico della glomerulonefrite membranoproliferativa di Tipo I (329 casi) e di Tipo II (39 casi). Giornale Italiano di Nefrologia vol 7, p.69, 1990.
  8. Imbasciati E., Bertani T., Casanova S., Sacchi G., Schiaffino E., Barsotti P., Torri- Tarelli L.: Studio ultrastrutturale delle glomerulonefriti membrano-proliferative. Giornale Italiano di Nefrologia vol 7, p. 77, 1990.
  9. Porri M.T., Ciceri R., Donini U., Bassi S., Quarenghi M., Fogazzi G.B., Macaluso M., Giani M.: Correlazioni clinico-istologiche su 368 casi di glomerulonefrite membrano- proliferativa (GNMP). Giornale Italiano di Nefrologia vol 7, p. 83, 1990.
  10. Confalonieri R., Schena P., Fellin G., Moriggi M., Zanni D., Ghio L., Furci L., Roccatello D., Colombo V.: Evoluzione, indici prognostici e terapia in 294 casi di glomerulonefrite membranoproliferativa idiopatica. Giornale Italiano di Nefrologia vol 7, p. 89, 1990.
  11. Banfi G., Lupo A., Minetti E., Moroni G., Paties C., Pozzi C., Coppo R., Donati D.: Recidiva delle glomerulonefriti membranoproliferative tipo I e II nel trapianto renale. Giornale Italiano di Nefrologia vol 7, p. 97, 1990.
  12. Ciceri R., Gandini E., Ferrario F., Banfi G., Pasquali S., Comotti C., Giani M.: Evoluzione istologica nella glomerulonefrite membranoproliferativa (GNMP) di Tipo I: studio su 19 biopsie seriate. Nefrologia, Dialisi, Trapianto p.1315, 1990.
  13. Ferrario F.: Membranoproliferative glomerulonephritis Type I: a correlation between treated (138) and untreated patients. Andreucci V.E., Dal Canton E. New therapeutic strategies in Nephrology. Kluwer Accademic Publisher p.43, 1991.
  14. Ferrario F.: Le Vasculiti Renali Primitive. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.201, 1991.
  15. Pasquali S., Casanova S., Zucchelli A., Bertani T., Rota S., Salvadori M., Berton E., Furci L., Lupo A.: Granulomatosi di Wegener: Studio retrospettivo multicentrico di 43 pazienti con grave danno renale. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p. 205, 1991.
  16. Ferrario F., Napodano P., Giordano A., Confalonieri R., Minola F., Quarenghi M., Boeri R., Tognarelli G.: Lesioni istologiche renali in 117 casi di Panarterite microscopica. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.215, 1991.
  17. Barbiano di Belgioioso G., Lagona C., Comotti C., Cassani D., Castiglione A., Imbasciati E., Pecci G., Gianviti A.: Poliarterite microscopica: correlazioni anatomochimiche. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.223, 1991.
  18. Coppo R., Roccatello D., Fellin G., Amore A., Gianoglio B., Rollino C., Bruno M., Volpi A.: Poliarterite microscopica: andamento clinico e terapia. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.231, 1991.
  19. Stratta P., Canavese C., Pacitti A., Fogazzi G., Sacchi G., Todde P., Barsotti P.: La Glomerulonefrite necrosante “idiopatica”: caratteristiche istologiche. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.237, 1991.
  20. Pannarale G., Schena P., Manno C., Garibotto G., Marazzi F., Quattrocchio G., Gandini E., Alessi L.: Aspetti clinico istologici della glomerulonefrite necrosante idiopatica. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.243, 1991.
  21. Altieri P., Pani A., Cabiddu G.F., Bajardi P., Colombo V., Moriconi L., Peruzzi L., Moroni G., Bolasco P.G.: Glomerulonefrite necrotizzante idiopatica: follow-up e terapia. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.249, 1991.
  22. Sinico R.A., Radice A., Pozzi C., Campanini M., Scalia A., Rotolo U., Casartelli D.: Significato clinico e specificità antigenica degli anticorpi anti-citoplasma dei neutrofili (ANCA). Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.257, 1991.
  23. Gregorini G., Tira P., Tincani A., Martinelli M., Lancini L., Maiorca R.: Monitoraggio del titolo degli ANCA nelle vasculiti ANCA positive. Giornale Italiano di Nefrologia vol 8, p.263, 1991.
  24. Ferrario F., Napodano P., Giordano A.: Evidenza istologica di vasculite renale in 117 casi di Micropoliarterite (MPA). Atti 32° Congresso Nazionale Società Italiana di Nefrologia. Monduzzi Ed 1991, vol I, p.535.
  25. Rapporto sul Registro Nazionale delle Biopsie Renali. Gruppo di Immunopatologia renale delle Società Italiana di Nefrologia. Giornale Italiano di Nefrologia, 10, n 4, p 235-241, 1993.
  26. R.A. Sinico, A. Radice, C. Pozzi, F. Ferrario, G. Arrigo and the Italian Group of Renal Immunopathology: Diagnostic significance and antigen specificity of antineutrophil cytoplasmic antibodies in renal diseases. A prospective multicentre study. Nephrol Dial Transplant 9: 505-510, 1994
  27. Rapporto sul registro nazionale delle biopsie renali (anni 1987-1993). Gruppo di Immunopatologia renale delle Società Italiana di Nefrologia. Giornale Italiano di nefrologia, 13, n3, p 133-143, 1996
  28. R Coppo, P Cirina, A Amore, RA Sinico, A Radice, C Rollino for the Italian Group of Renal Immunopathology Collaborative Study on Henoch-Sconlein purpura in adults and in children. Properties of circulating IgA molecules in Henoch-Schonlein purpura nephritis with focus on neutrophil cytoplasmic antigen IgA binding (IgA-ANCA): new insight into a debated issue. Nephrol Dial Transplant 12: 2269-2276, 1997
  29. R Coppo, G Mazzucco, L Cagnoli, AS Lupo, FP Schena for the Italian Group of Renal Immunopathology Collaborative Study on Henoch-Sconlein purpura. Long-term prognosis of Henoch-Schonlein nephritis in adults and children. Nephrol Dial Transplant 12: 2277-2283, 1997
  30. A Amoroso, M Berrino, L Canale, R Coppo, M Cornaglia, S Guarrera, G Mazzola, F Scolari for the Italian Group of Renal Immunopathology Collaborative Study on Henoch-Sconlein purpura. Immunogenetics of Henoch Schoenlein disease. Eur J Immunogenetics 24: 323-333, 1997
  31. FP Schena. Survey of the Italian Registry of renal biopsies. Frequency of the renal diseases for 7 consecutive years. The Italian Group of renal Immunopathology. Nephrol Dial Transplant 12: 418-426; 1997
  32. A Amoroso, G Danek, S Vatta, M Berrino, S Guarrera, ME Fasano, G Mazzola, A Amore, B Gianoglio, L Peruzzi, R Coppo on the behalf of the Italian Group of Renal Immunopathology of the Italian Society of Nephrology. Polymorphism in angiotensin converting enzyme gene severity of renal disease in Henoch Schoenlein patients. Nephrol Dial Transplant 1998 13(12):3184-8
  33. Coppo R, Gianoglio B, Porcellini MG, Maringhini S Frequency of renal diseases and clinical indications for renal biopsy in children (report of the Italian National Registry of Renal Biopsies in Children). Group of Renal Immunopathology of the Italian Society of Pediatric Nephrology and Group of Renal Immunopathology of the Italian Society of Nephrology. Nephrol Dial Transplant 1998 Feb;13(2):293-7
  34. R Coppo, A Amore, B Gianoglio for the Italian Group of Renal Immunopathology. Clinical features of Henoch Schoenlein purpura. Annales de Medicine Interne 1999 Feb;150(2):143-50
  35.  Vendemia F, Gesualdo L, Schena FP, D’Amico G Epidemiology of primary glomerulonephritis in the elderly. Report from the Italian Registry of Renal Biopsy. J Nephrol 2001 Sep-Oct;14(5):340-52
  36. Roccatello D, Fornasieri A, Giachino O, Rossi D, Beltrame A, Banfi G, Confalonieri R, Tarantino A, Pasquali S, Amoroso A, Savoldi S, Colombo V, Manno C, Ponzetto A, Moriconi L, Pani A, Rustichelli R, Di Belgiojoso GB, Comotti C, Quarenghi Multicenter Study on Hepatitis C Virus–Related Cryoglobulinemic Glomerulonephritis. Am J Kidney Dis DOI:10.1053/j.ajkd.2006.09.015

Interview to Attilio Losito: my half-century life as a nephrologist in Perugia

Abstract

In this interview Attilio Losito tells us about his first nephrological experiences gained in the late sixties of the past century in the Institute of Patologia Medica in Perugia directed by Giovanni Gigli, and his subsequent experiences, which also included a period at Guy’s Hospital in London. The interview also describes the important contributions that the school of Perugia produced in the field of nephrology and its main protagonists. This nephrological life story highlights: the role that internal medicine, with its multidisciplinary approach, had in the development of nephrology in its beginnings; the importance of cooperation with foreign institutions; the contributions that specialised research laboratories attached to renal units have given to the improvement of the diagnosis and to the understanding of the pathogenesis of nephropathies.

Keywords: history of nephrology, history of Italian nephrology, history of Italian internal medicine

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Introduzione

di Giovanni B. Fogazzi

In questa intervista Attilio Losito racconta la sua storia di vita nefrologica iniziata alla fine degli anni sessanta del secolo scorso nell’Istituto di Patologia Medica di Perugia, diretto da Giovanni Gigli, e protrattasi per circa cinquanta anni. L’intervista descrive anche le figure principali che operarono nella scuola nefrologica di Perugia e i suoi importanti contributi in diversi settori della nostra specialità, dalla introduzione di nuove tecniche dialitiche all’uso di metodiche innovative per lo studio della patologia renale e della patogenesi delle nefropatie, alla nascita della cardionefrologia. Questi contributi furono favoriti da diversi fattori: che ai suoi albori la nefrologia di Perugia fosse parte della medicina interna, ciò che che ha favorito un approccio multidisciplinare al paziente nefropatico, che nel corso degli anni è andato via via scomparendo, in Italia e non solo; la collaborazione con centri clinici e di ricerca stranieri, tra cui il Guy’s Hospital di Londra, di cui Attilio Losito ha frequentato sia la nefrologia sia diversi laboratori; la possibilità di disporre di un laboratorio di ricerca clinica annesso alla nefrologia di Perugia. Su quest’ultimo aspetto mi permetto di affermare, con il pieno sostegno di Attilio Losito, che la progressiva scomparsa di questi piccoli e specializzati laboratori, a causa di una reclamata necessità di centralizzazione dei laboratori clinici, ha avuto un impatto negativo sulla ricerca nefrologica nel nostro Paese, con svantaggio anche per i nostri pazienti nefropatici.

 

Perché hai deciso di fare il medico? E perché hai deciso di dedicarti alla nefrologia?

Ambedue i miei genitori erano medici così come molti dei loro amici. Durante gli ultimi anni di liceo, ascoltando le loro conversazioni, rimasi colpito dalle prospettive che in quegli anni si aprivano per la medicina grazie alle nuove scoperte. Fu quindi una naturale conseguenza iscrivermi a medicina. La prima materia clinica che incontrai fu la Patologia Medica il cui docente, come vedremo, era uno dei primi cultori della Nefrologia in Italia. Le sue lezioni sul rene e gli altri argomenti erano affascinanti e questo mi spinse a far domanda di internato in quell’Istituto.

 

Come è nata la nefrologia a Perugia?

A Perugia la nefrologia è nata sotto l’impulso di Giovanni Gigli (1913-1991), che era stato chiamato alla cattedra di Patologia Medica dell’Università nel 1961.

La sua chiamata rientrava nel vasto progetto di sviluppo della facoltà promosso dal rettore Giuseppe Ermini (1900-1981), che aveva scelto la politica di attirare a Perugia giovani cattedratici con l’ambizione di successivi trasferimenti a sedi più prestigiose. Così in quegli anni passarono per Perugia, e vi crearono la loro scuola, Paride Stefanini (1904-1981), Adamo Grilli (1907-1989), Roberto Burgio (1919-2014), Paolo Larizza (1912-2000) ed altri luminari che in seguito lasciarono la loro impronta sulla medicina italiana.

Gigli, che era già noto in Italia per i suoi studi nefrologici svolti a Pisa sotto l’egida di Gabriele Monasterio (1903-1972), rientrava tra queste figure, e fu il primo clinico con cui io, studente, venni in contatto. Come era di norma a quei tempi, portò con sé un gruppo di giovani allievi [1,2], che furono poi i miei docenti.

Nell’Istituto di Patologia Medica, che comprendeva circa 70 letti, si ricoveravano pazienti con tutte le patologie internistiche, ma il nome di Gigli attirava soprattutto pazienti nefropatici da gran parte del centro-Italia, così che una buona parte delle degenze erano di tipo nefrologico. All’inizio, non c’era uno staff specificamente preposto a questi pazienti e quasi sempre era il direttore che sopraintendeva alla loro cura. Quando nel 1966 fui ammesso come studente interno, la terapia dell’insufficienza renale cronica era basata principalmente sulla già famosa “dieta di Pisa”, messa a punto da Sergio Giovannetti (1924-2000) e Quirino Maggiore (1932-2017) [3].

In quell’istituto preparai la mia tesi di laurea sulle alterazioni dell’equilibrio idro-elettrolitico ed acido-base.

L’istituto comprendeva anche diversi laboratori, uno per le analisi cliniche di routine e gli altri dedicati ai vari filoni di ricerca (compreso un centro di fisiopatologia respiratoria del CNR diretto da Carlo Augusto Sorbini) all’interno dei quali i giovani medici erano tenuti a svolgere delle attività. A me furono affidate, per i pazienti della mia corsia, l’esecuzione dell’esame emocromocitometrico e l’esame delle urine e, per tutti i richiedenti interni ed esterni, la misurazione dell’osmolarità plasmatica ed urinaria e della calcemia. Queste incombenze, ancorché modeste, aprivano la strada ad un approccio scientifico alle varie problematiche cliniche.

 

Come ebbe inizio la dialisi?

Nel 1967 la locale Cassa di Risparmio donò all’Istituto, su richiesta di Gigli, un rene artificiale tipo Kiil, che fu destinato al trattamento dell’insufficienza renale acuta. All’inizio le sedute dialitiche si svolgevano sotto la direzione diretta di Gigli (che aveva maturato esperienze con il rene artificiale dapprima in Svezia, a Lund, e poi a Pisa) e dell’aiuto Giulio Muiesan (1928-1989). In seguito, visto il successo dei trattamenti eseguiti, fu acquistato un secondo rene artificiale con lo scopo di creare una sezione specifica e iniziare il trattamento dei pazienti con insufficienza renale cronica. Questo tipo di attività non attraeva gli assistenti più anziani, che preferivano seguire il filone cardiologico o pneumologico, e l’incarico venne perciò affidato al giovane Umberto Buoncristiani (1939-2016), sotto la supervisione di Gigli.

Nel 1968, grazie anche alla presenza nella Clinica Chirurgica di un buon angiochirurgo che garantiva la qualità degli accessi vascolari, l’attività dialitica per l’insufficienza renale cronica potè decollare. Si rese subito necessario affiancare qualcuno a Buoncristiani per garantire la continuità assistenziale e venni indicato io, che ero il più giovane tra i volontari. I miei compiti erano di tipo ancillare: preparare le soluzioni dialitiche, controllare con il refrattometro ottico – che allora svolgeva le funzioni del conducimetro – la concentrazione dei soluti totali nel bagno di dialisi, e sovraintendere alla preparazione dei dializzatori. Buoncristiani e io ci alternavamo nei turni di guardia, che comprendevano anche quelli dell’intero Istituto. Le urgenze dialitiche più frequenti erano le occlusioni degli shunt artero-venosi, gli edemi polmonari e le iperpotassiemie, che erano di difficile gestione, dati i lunghi tempi di preparazione del dializzatore Kiil.

L’anno seguente, con l’aumento del numero dei pazienti, l’Ospedale decise di assumere stabilmente il personale medico dedicato alla dialisi e, dopo Buoncristiani, fummo assunti io e Mario Timio, che si era associato a noi. Il nostro servizio di dialisi era l’unico in un’area geografica molto vasta e rapidamente le richieste superarono le possibilità di trattamento. In questa situazione Buoncristiani ritenne che la dialisi peritoneale, che fino ad allora veniva utilizzata solo per i pazienti acuti, fosse un’alternativa praticabile e vi si dedicò con determinazione, anche contro lo scetticismo molto diffuso a livello nazionale [4]. Nel frattempo, il servizio di emodialisi era stato potenziato sino a disporre di 10 postazioni dialitiche ed erano stati assunti altri due colleghi della Patologia Medica, Loris Lorusso e Carmen Carobi (1941-2017). Grazie a questo incremento di risorse umane e materiali, e grazie alla dialisi peritoneale, riuscimmo a rispondere alle esigenze assistenziali.

Nel frattempo, nel 1968, quando le scuole di specializzazione di nefrologia ancora non esistevano, su consiglio di Gigli mi iscrissi alla scuola di medicina interna dell’università di Pisa, diretta da Gabriele Monasterio, nella quale lo studio delle malattie renali occupava un posto di rilievo. Poi, nel 1972, quando furono aperte le prime scuole di nefrologia, mi iscrissi alla scuola di Bologna, per la grande esperienza maturata in quella sede nella biopsia renale.

 

Quali erano le figure di riferimento nell’Istituto diretto da Gigli?

Il servizio di dialisi era parte dell’Istituto di Patologia Medica e di conseguenza lo sparuto gruppetto dei dializzatori poteva fruire del laboratorio interno e del supporto clinico dei colleghi più anziani, che avevano maturato le loro prime esperienze nella Clinica Medica di Pisa, sviluppando diverse competenze specifiche (Figura 1). Alcuni tra questi si dedicavano a tematiche molto affini alla nefrologia.

Il gruppo di Giovanni Gigli i
Fig. 1: Il gruppo di Giovanni Gigli in occasione del primo congresso di Cardionefrologia ad Assisi nel 1987

Camillo Valori (1932-2007), che poi divenne patologo medico a Terni, si era specializzato al Hammersmith Hospital di Londra nel campo del sistema nervoso simpatico e Timio si associò subito a lui per le ricerche in questo settore [5].

Vittorio Grassi (1934-2016) ci supportava nel disimpegno nei disordini più complessi dell’equilibrio idro-elettrolitico ed acido-base e nei primi rudimenti di statistica medica appresi alla scuola di Giulio Maccacaro (1924-1977) [6].

Giulio Muiesan, che era l’aiuto-primario, spiccava su tutti per le sue grandi capacità cliniche e carisma. I giovani medici si ispiravano a lui per il suo metodo clinico sfrondato dai molti orpelli ancora presenti nella medicina italiana, che aveva appreso nelle sue lunghe permanenze in ospedali anglosassoni. Copriva con queste sue caratteristiche le complessità delle varie problematiche internistiche che si presentavano nella nuova attività dialitica. Muiesan era anche interessato alla nefrologia e alla ricerca nefrologica. Infatti, aveva apposto la sua firma il 28 Aprile del 1957 a Parma all’assemblea di fondazione della Società Italiana di Nefrologia, ed era stato il trait d’union tra Monasterio e Jean Oliver (1889-1976) a New York per lo studio sulla glicosuria renale [7]. Grazie a Muiesan si era sviluppata anche una collaborazione con Stanley Peart (1922-2019) del Saint Mary’s Hospital di Londra, che per primo purificò l’angiotensina e ne individuò la struttura [8]. Mediante questa collaborazione Muiesan e Vincenzo Renzini, giovane ricercatore e uno dei fondatori del gruppo dell’ipertensione (1938-2005), produssero ricerche sul sistema renina angiotensina e sui rapporti tra ipertensione e sistema nervoso autonomo [9]. In questo contesto si sviluppò anche una collaborazione con Glenn Lubash della Cornell University, uno dei pionieri della emodialisi [10]. Presso di lui, trasferitosi a Baltimora, lavorò per più di un anno nel 1970-71 Carlo Alicandri (1940-2007), sempre in campo nefrologico. Nell’Istituto si era così creata un’atmosfera internazionale stimolante per tutti noi, arricchita dalle visite di figure nefrologiche di grande rilievo come il britannico Oliver Wrong (1925-2012), uno dei padri della nefrologia inglese [11]. Personalmente, ricordo ancora quando mi trovai ad accompagnare al laboratorio delle catecolamine Vincent DeQuattro (1933-2001), noto ipertensiologo della University of California, Los Angeles (UCLA). A tutto questo va aggiunto che diversi colleghi avevano fatto un’esperienza almeno semestrale nei maggiori ospedali londinesi.

Le ricerche sul sistema adrenergico in particolare ebbero una notevole risonanza nazionale ed internazionale [12]. Infatti, nel corso degli anni, diversi colleghi da centri nefrologici italiani e stranieri vennero a Perugia per apprendere da Valori e Renzini. In particolare, si sviluppò un notevole interesse sulle relazioni esistenti tra sistema cardiocircolatorio e rene, inizialmente studiate da Gigli e Muiesan a Pisa [13,14]. Questo fu il filone che seguì con perseveranza Mario Timio, che oggi viene considerato il fondatore della cardionefrologia [15].

Grazie a Muiesan si andò allargando sempre più anche lo spazio dedicato all’ipertensione arteriosa, e questo fatto portò alla nascita, a Perugia nel 1974, del Gruppo di Studio Italiano dell’Ipertensione Arteriosa. Nel 1983, questo si trasformò in Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, di cui Muiesan divenne il secondo presidente, quando già si era trasferito a Brescia dove fondò la sua scuola. Nei primi incontri sull’ipertensione, tenutisi localmente, fummo coinvolti anche noi del gruppo della dialisi insieme a studiosi di tutta Italia (Figure 2 e 3).

Programma della Sezione sull’ipertensione arteriosa
Fig. 2: Trevi 1975. Programma della Sezione sull’ipertensione arteriosa del corso pratico di aggiornamento “Dibattiti in Cardiologia”. In basso a destra il titolo della relazione tenuta da Attilio Losito
Attilio Losito giovane relatore
Fig. 3: Trevi 1975. Attilio Losito giovane relatore nella Sezione sull’ipertensione arteriosa del corso pratico di aggiornamento “Dibattiti in Cardiologia”

Pertanto, se da un lato la presenza di professionalità diverse all’interno dell’istituto diluiva il ruolo di ciascuna di esse, dall’altro questa forniva un ventaglio di conoscenze che arricchivano ogni singola specialità. Ogni problema clinico, cardiologico, ematologico, pneumologico, trovava la risposta all’interno della clinica. Nella situazione attuale questo non è più possibile ma allora si verificava regolarmente nei grandi istituti internistici, con grande beneficio della completezza delle conoscenze. Di questo se ne giovò particolarmente la nascente attività dialitica, che in quella fase pionieristica presentava quasi sempre problematiche multidisciplinari.

 

Quali furono gli sviluppi successivi?

Nel campo della dialisi Buoncristiani proseguiva il suo impegno ed i suoi studi su nuovi sviluppi della dialisi peritoneale anche con apparecchi automatici di sua invenzione. In pochi anni si era affermato come leader italiano in questa tecnica dialitica [16].

Per quanto riguarda la diagnostica nefrologica, nel 1973 io introdussi la biopsia renale la cui tecnica avevo appreso da Vittorio Bonomini a Bologna, dove frequentavo la scuola specializzazione in Nefrologia. Il mio interesse per la biopsia renale era stato in parte guidato da Giorgio Menghini (1916-1988), caro amico di famiglia, che aveva introdotto una nuova tecnica di biopsia epatica che lo aveva reso famoso nel mondo [17]. Grazie a lui a Perugia arrivarono molti colleghi interessati ad apprendere tale metodica, e tra questi vi fu anche Bonomini, che voleva adattare l’ago Menghini, poco traumatico, alla biopsia renale.

Per i primi anni le biopsie vennero processate da noi nel nostro laboratorio, che era fornito di tutta l’attrezzattura necessaria per l’esame istologico e in immunofluorescenza. Quest’ultima la eseguivamo anche per gli altri centri della regione che cominciarono a loro volta a fare le biopsie. In seguito ci affidammo all’anatomo-patologo Emilio Bucciarelli, che aveva approfondito le sue conoscenze a Birmingham presso il laboratorio di Douglas Brewer (1919-2016), un’autorità nel campo della istopatologia renale. Con Bucciarelli si stabilì un’amichevole e fruttuosa collaborazione che produsse buoni risultati [18].

Nel corso degli anni, più volte Gigli aveva sostenuto che, una volta avviato il programma dialitico, si dovesse avviare un programma per lo studio dell’immunologia delle glomerulopatie, che nell’istituto non era coperto da nessuno. Per questo motivo mi aveva suggerito di recarmi presso un centro di Chicago, con cui lui aveva sviluppato una collaborazione. In previsione di questo programma avevo vinto una borsa di studio del Ministero della Pubblica Istruzione e, nel 1971, ottenuto il diploma americano dell’Educational Commission for Foreign Medical Graduates (ECFMG). Tuttavia, nel 1972 tale programma si arrestò per l’imprevisto trasferimento di Gigli a Pisa in sostituzione di Monasterio.

Alcuni anni dopo, la necessità di un salto qualitativo sull’argomento proposto da Gigli si ripresentò. Per studiare l’immunologia delle glomerulonefriti mi orientai verso la Renal Unit del Guy’s Hospital di Londra, diretta da Stewart Cameron, che era allora un centro di riferimento internazionale per lo studio delle glomerulopatie. Partii per Londra nel Febbraio 1976 e vi rimasi fino all’Aprile 1977 grazie ad una borsa di studio del British Council. Nella Renal Unit, oltre a Cameron, vi erano altre due figure di spicco: Chisholm Ogg e Gwyn Williams (Figura 4). Cameron era famoso per la qualità delle sue lezioni, gli interventi e le discussioni sui casi clinici. Piaceva agli studenti e attraeva colleghi da tutto il mondo, la sua cultura era enciclopedica e non limitata alla sola medicina. Ogg era il clinico per eccellenza: nell’approccio ai problemi clinici impersonava il pragmatismo britannico, scegliendo sempre la via diretta. Williams, cui ero stato affidato, era conosciuto per gli studi del sistema sul complemento nelle glomerulonefriti effettuati all’Hammersmith Hospital e si applicava alla ricerca con grande rigore scientifico. Con lui approfondimmo l’interazione tra farmaci immunosoppressivi e funzione leucocitaria [19].

Il gruppo della renal unit del Guy's hospital
Fig. 4: Il gruppo della renal unit del Guy’s hospital. In prima fila, da destra Gwyn Williams e Stewart Cameron; primo da sinistra Chisholm Ogg

Il Guy’s Hospital era un centro di eccellenza in vari settori della medicina e io cercai di approfittarne appieno. Infatti, collaborammo con l’immunologo Thomas Lehner, che al Guy’s aveva creato un centro di riferimento mondiale per la malattia di Behçet, sviluppando una ricerca sull’immunità umorale in questa malattia [20]. Il genetista Matteo Adinolfi (1929-2020) della Pediatric Research Unit, mi permise di approfondire alcuni aspetti tecnici che mi furono utili in seguito nelle ricerche di genetica clinica. In seguito Adinolfi mi mise in contatto con i genetisti del St George’s Hospital con cui sviluppai una proficua collaborazione [21]. Inoltre, dai colleghi del dipartimento di medicina interna, appresi il metodo di determinazione degli anticorpi anti-DNA basato sull’immunofluorescenza indiretta su Crithidia Luciliae, della quale mi diedero un inoculo che avevano ottenuto dalla Croce Rossa olandese. Rientrato a Perugia, introdussi questo test in Italia, dimostrandone la affidabilità e la riproducibilità [22], e distribuii culture di Crithidia Luciliae a colleghi di diverse parti di Italia. Con questo semplice metodo la determinazione degli anticorpi anti-DNA divenne alla portata di molti centri, sostituendo così la metodica basata su test radioimmunologici, che poteva essere utilizzata solo in pochissimi istituti di ricerca. Un altro aspetto interessante del mio soggiorno londinese fu la frequentazione con i colleghi italiani che si specializzavano in varie branche della medicina. Quasi tutti in seguito ottennero in Italia o in Inghilterra posizioni di prestigio. Londra allora offriva moltissimo anche dal punto di vista sociale. Durante il mio soggiorno londinese la Regina Elisabetta visitò i nostri laboratori. Qui mostrò interesse per vari esperimenti, compresi quelli invasivi (Figura 5). Ebbi anche occasione di incontrare Donna Vittoria Leone in visita all’Ospedale Italiano, centro di incontro di quasi tutti i medici italiani a Londra (Figura 6).

Pass nominale per “A. Lossito”
Fig. 5: Pass nominale per “A. Lossito” (sic) al 17° e 18° piano del Guy’s hospital durante la visita della Regina Elisabetta II
Visita di Donna Vittoria Leone
Fig. 6: Visita di Donna Vittoria Leone (moglie dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone) all’Ospedale Italiano di Londra. Attilio Losito primo da sinistra, indicato dalla freccia. Da: La Voce degli Italiani. Quindicinale degli Italiani in Gran Bretagna 1976; 29(5):2 

Come mettesti a frutto queste esperienze al tuo rientro in Italia?

Al mio rientro a Perugia il nostro servizio di dialisi si staccò dalla Patologia Medica e divenne autonomo in una nuova e più grande sede. Oltre all’aumento delle postazioni dialitiche ottenemmo 16 letti di degenza ed un laboratorio dedicato. Lo staff si arricchì dei validissimi colleghi Massimo Cozzari, Loretta Pittavini, Pino Quintaliani e Ivano Zampi. Potemmo così sviluppare al meglio le potenzialità del settore dialitico e nefrologico.

Nel campo della dialisi peritoneale Buoncristiani ideò e collaudò il suo pratico sistema di connessione per la CAPD (continuous ambulatory peritoneal dialysis) [23]. Questa tecnica impiegò un po’ di tempo per ottenere i meritati riconoscimenti ma alla fine li ottenne. Infatti, in un articolo del 2010, Dimitrios Oreopulos (1936-2012), la massima figura mondiale nel campo della dialisi peritoneale, affermava che “il sistema Y di Perugia ha ridotto l’incidenza delle peritoniti e oggi tutti i nefrologi sono d’accordo con i principi di questo sistema” [24]. Colleghi di tutta Italia frequentarono il nostro reparto per apprenderne la tecnica.

La creazione ex novo di un laboratorio dedicato alle esigenze nefrologiche fu molto impegnativa ma per noi fu un grande successo. Peraltro ci consentì di fornire risposte tempestive ai quesiti clinici urgenti e di allestire tecniche nuove e all’avanguardia per i tempi. Elettroliti e osmolarità erano a disposizione per le emergenze. Per l’esame delle biopsie renali, oltre a disporre di esame istologico e in immunofluorescenza, avevamo introdotto la metodica dell’immunoperossidasi. Ai fini di ricerca potevamo studiare la funzione leucocitaria, determinare le frazioni e l’attivazione del complemento, eseguire gel-filtrazione ed eseguire esami spettrofotometrici. La disponibilità di una camera fredda, una centrifuga refrigerata ed il grande lavoro di Zampi, ci consentirono di studiare le crioglobuline e di separare la componente C1q dal plasma per un suo successivo utilizzo [25]. Infatti, grazie a questo, potemmo misurare gli immuno-complessi circolanti con un metodo originale, in fase solida, di nostra ideazione basato sul C1q [26]. All’epoca, i complessi immuni circolanti erano un argomento “caldo” ed attualissimo [27]. Noi non ci fermammo alla loro semplice determinazione ma cercammo di individuarne le azioni flogogene [28]. Nel campo dell’immunopatologia renale, con uno studio abbastanza complesso di micro-eluizione, dimostrammo per primi il meccanismo immunologico della glomerulonefrite della lue congenita [29].

Grazie alla determinazione degli anticorpi anti-DNA, centralizzata nel nostro laboratorio, avevamo accesso a tutti i casi di LES ricoverati nel Policlinico. Questa larga base di pazienti ci consentì di effettuare diverse ricerche su questa malattia. In particolare studiammo il ruolo svolto dai complessi immuni circolanti e la funzione leucocitaria [30,31]. Sviluppammo anche, in questo settore dell’immunologia clinica, collaborazioni con ematologi e infettivologi che, allargando l’orizzonte degli interessi, portarono a risultati interessanti [32,33]. Grazie ad alcune tecniche da noi sviluppate potemmo anche effettuare diversi studi sulla biocompatibilità delle membrane dialitiche [34]. Per questi studi fummo tra i pochi italiani invitati ad un simposio sulla biocompatibilià ad Amsterdam, dove Buoncristiani presentò il suo sistema di dialisi (Figura 7). Gli studi sulla fluorescenza leucocitaria suscitarono interesse tra gli immunologi, e per questo io fui invitato a mostrare la nostra tecnica da Gianfranco Bottazzo (1946-2017) al Middlesex Hospital di Londra, dove lavorava. Localmente, il ruolo di questa attività di immunologia clinica ci venne riconosciuto quando mi venne affidato il corso di “tecniche immunologiche” per la specializzazione in igiene.

Amsterdam 1983. Programma del congresso sulla biocompatibilità in dialisi
Fig. 7: Amsterdam 1983. Programma del congresso sulla biocompatibilità in dialisi, con la relazione di Attilio Losito programmata dalle 14.45 alle 15.05

 

Quale fu il corso dell’attività del centro dopo queste importanti innovazioni?

Buoncristiani proseguì con grande impegno l’affinamento delle tecniche di dialisi peritoneale da lui ideate [35,36]. Inoltre all’inizio degli anni ’80 cominciò a studiare e sperimentare una metodica per l’emodialisi quotidiana che diversi anni dopo avrebbe applicato sistematicamente (Figura 8) [37].

Umberto Buoncristiani
Fig. 8: Umberto Buoncristiani. Dialisi quotidiana: un sensibile progresso… Da: Dialisi Oggi, n.d., pp. 7-11

Nell’altro settore, quello cardionefrologico, Timio portò a termine gli studi sul sistema adrenergico e sui rapporti tra apparato cardiocircolatorio e rene [38,39,40].

In quegli anni iniziò la frammentazione del gruppo originale. Nel 1983 avevo istituito il centro di dialisi dell’Ospedale di Marsciano (PG), dove rimasi come consulente responsabile sino al 2000. Timio si era trasferito a Foligno, dove istituì un servizio di dialisi autonomo e dopo pochi anni avviò ad Assisi la serie dei suoi congressi di Cardionefrologia che funsero da base per la creazione di questa branca specialistica in Italia (Figura 9). A Perugia si completò l’Ospedale Silvestrini, dove venne trasferito il servizio di nefrologia e dialisi. Qui si svilupparono ancor più le tecniche dialitiche innovative sotto l’impulso di Buoncristiani e prese corpo il programma di trapianto renale. Al Policlinico rimase un’unità operativa di nefrologia e dialisi di ridotte dimensioni, senza laboratorio, di cui nel 1990 mi fu affidata la responsabilità (Figura 10). Rivolsi così di nuovo i miei interessi all’ipertensione arteriosa in collaborazione con i colleghi degli altri Istituti Clinici [41].

Assisi 1987. Annuncio del primo convegno di Cardionefrologia
Fig. 9: Assisi 1987. Annuncio del primo convegno di Cardionefrologia
Il team dell’'unità di nefrologia e dialisi di Perugia nel 2008
Fig. 10: Il team dell’’unità di nefrologia e dialisi di Perugia nel 2008

La fase “storico-pioneristica” della nefrologia perugina era conclusa. Tuttavia, l’approccio metodologico originale, partito 50 anni prima con Gigli e trasmesso di collega in collega sino all’attuale gruppo nefrologico diretto da Riccardo Fagugli, è rimasto ed è ancora presente oggi. 

 

Bibliografia

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  2. Fogazzi GB. I Classici della Nefrologia Italiana. ”Semeiologia funzionale del rene” di Giovanni Gigli (1913-1988) e Sergio Giovannetti (1924-2000). G Ital Nefrol 2008; 25(3):358-63. https://giornaleitalianodinefrologia.it/wp-content/uploads/sites/3/pdf/storico/2008/3/358-363.pdf
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My life as a nephrologist with a passion for renal pathology

Abstract

This article retraces the nephrological life of Giovanni Barbiano di Belgiojoso, which started in the late 1960s. Since the beginning renal pathology was his main interest and he was among the pioneers who introduced in Italy the use of immunofluorescence technique in the examination of renal biopsies. Over the years Barbiano di Belgiojoso has carried out, often in cooperation with other nephrological groups, many clinico-pathological studies on a wide spectrum of glomerular diseases. He also played a key role in the foundation and in the activities of the “Group of Renal Immunopathology” of the Italian Society of Nephrology.

Keywords: history of nephrology, history of Italian nephrology, history of renal pathology

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Introduzione di Giovanni B. Fogazzi

Il presente scritto racconta la vita nefrologica di Giovanni Barbiano di Belgiojoso a partire dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, incominciata nella Divisione di Nefrologia dell’ospedale Niguarda di Milano diretta da Luigi Minetti. Fin dall’inizio il suo interesse si è rivolto principalmente allo studio della patologia renale e delle sue implicazioni cliniche. Ciò lo ha portato ad essere tra i primi nel nostro Paese ad applicare e diffondere la tecnica dell’immunofluorescenza nell’esame delle biopsie renali (che aveva appreso da Jean Berger a Parigi) e a condurre studi clinico-patologici su un’ampia gamma di nefropatie, in stretta collaborazione con gli altri gruppi nefrologici milanesi e non solo. La seconda fase della vita nefrologica di Barbiano di Belgiojoso si è svolta, a partire dal 1984, all’ospedale Luigi Sacco di Milano, dove ha diretto fino al pensionamento, in qualità di primario, la Divisione di Nefrologia e Dialisi, senza mai interrompere la sua attività di ricerca clinica sulle patologie glomerulari. Tra i suoi meriti va ricordato anche il ruolo che ha avuto nella fondazione e nelle attività del Gruppo di Immunopatologia Renale della Società Italiana di Nefrologia.

 

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A life devoted to nephrology

Abstract

This paper by Mauro Sasdelli describes the dawn and the development of nephrology first in Bologna, where Sasdelli studied in the nineteen-sixties, and later in Arezzo; the author tells us of the dedication, the enthusiasm, the hard work of all involved, but also of their conflicts and banter. The paper describes the important contributions to nephrology made by prominent personalities such as Domenico Campanacci, Vittorio Bonomini and Pietro Zucchelli, not only at a local level but also more broadly. Finally, text and images of this “personal history” can also be read as the integration of an article published on this same journal in 2016, “The dawn of Nephrology and Dialysis in Bologna with Vittorio Bonomini and Pietro Zucchelli” (Giornale Italiano di Nefrologia, vol. 33, n. 4).

 

Keywords: history of nephrology, history of Italian nephrology, history of the Italian Society of Nephrology

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Introduzione

di Giovanni B. Fogazzi

Questo articolo, scritto da Mauro Sasdelli, descrive la nascita e lo sviluppo della nefrologia a Bologna (a partire dai primi anni ‘60 del secolo scorso) e poi ad Arezzo, così come sono stati vissuti in prima persona dall’autore, con grande dedizione, entusiasmo e molto lavoro, ma anche – come il lettore noterà – con spirito critico e allegria. Dallo scritto emerge inoltre l’importante contributo che forti personalità quali Domenico Campanacci, Vittorio Bonomini e Pietro Zucchelli diedero alla nostra specialità, non solo a livello locale. Infine, mi piace ricordare che questa “storia personale” va ad integrarsi, come testo e iconografia, con l’articolo pubblicato su questo stesso giornale nel 2016, “L’alba della Nefrologia e Dialisi a Bologna con Vittorio Bonomini e Pietro Zucchelli” (Giornale Italiano di Nefrologia, vol. 33, n. 4) [1]. 

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The dawn of Parma’s nefrological school as told by one of its students

Abstract

This paper, written by Professor Rosario Maiorca, describes the everyday professional life in the institutes of Clinica Medica and subsequently of Patologia Medica at Parma University in the second half of the fifties and in the first years of the sixties of the past century. Those institutes and that period, which have been very important for the birth of Nephrology in Italy, have already been described, from the historical standpoint, in an Italian monograph on the history of our specialty for the period 1957-2007. The present paper adds to that chapter an insight of “real life”, with a lively description of the wide and passionate clinical and scientific activities of the young doctors in training and of the personality, greatly stimulating and altruistic, of their “Masters”.

Keywords: history of nephrology, history of Italian nephrology, history of the Italian Society of Nephrology

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Introduzione

Questo scritto del Professor Rosario Maiorca descrive la vita professionale all’interno dell’Istituto di Clinica Medica e, successivamente, di Patologia Medica dell’Università di Parma nella seconda metà degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta del secolo scorso. Tali Istituti e tale periodo, che sono stati molto importanti per la nascita della nostra disciplina in Italia, sono già stati descritti dal punto di vista storico nel quarto capitolo del volume “Persone e Fatti della Nefrologia Italiana (1957-2007)” [1]. Il presente scritto completa il capitolo suddetto offrendoci una visione personale di “vita vissuta”, che porta il lettore nella dimensione della quotidianità di quel periodo, con una viva descrizione della vasta e appassionata attività clinica e scientifica dei giovani medici in formazione e della personalità e del ruolo fortemente stimolante e altruistico dei loro “Maestri”.

Il Professor Maiorca, dopo aver prestato la sua opera per 17 anni a Parma, nel 1970 si è trasferito agli “Spedali Civili” di Brescia, dove ha creato e guidato la Cattedra e la Divisione di Nefrologia. Nel corso degli anni, quest’ultima è diventata una “scuola nefrologica” di importanza internazionale per i numerosi e importanti contributi clinico-scientifici, alcuni dei quali molto influenti [2,3], in tutti i settori della nefrologia ed in particolare dell’emodialisi, della dialisi peritoneale, e del trapianto di rene [4].

 

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