Novembre Dicembre 2019 -

The dawn of Parma’s nefrological school as told by one of its students

Abstract

This paper, written by Professor Rosario Maiorca, describes the everyday professional life in the institutes of Clinica Medica and subsequently of Patologia Medica at Parma University in the second half of the fifties and in the first years of the sixties of the past century. Those institutes and that period, which have been very important for the birth of Nephrology in Italy, have already been described, from the historical standpoint, in an Italian monograph on the history of our specialty for the period 1957-2007. The present paper adds to that chapter an insight of “real life”, with a lively description of the wide and passionate clinical and scientific activities of the young doctors in training and of the personality, greatly stimulating and altruistic, of their “Masters”.

Keywords: history of nephrology, history of Italian nephrology, history of the Italian Society of Nephrology

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Introduzione

Questo scritto del Professor Rosario Maiorca descrive la vita professionale all’interno dell’Istituto di Clinica Medica e, successivamente, di Patologia Medica dell’Università di Parma nella seconda metà degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta del secolo scorso. Tali Istituti e tale periodo, che sono stati molto importanti per la nascita della nostra disciplina in Italia, sono già stati descritti dal punto di vista storico nel quarto capitolo del volume “Persone e Fatti della Nefrologia Italiana (1957-2007)” [1]. Il presente scritto completa il capitolo suddetto offrendoci una visione personale di “vita vissuta”, che porta il lettore nella dimensione della quotidianità di quel periodo, con una viva descrizione della vasta e appassionata attività clinica e scientifica dei giovani medici in formazione e della personalità e del ruolo fortemente stimolante e altruistico dei loro “Maestri”.

Il Professor Maiorca, dopo aver prestato la sua opera per 17 anni a Parma, nel 1970 si è trasferito agli “Spedali Civili” di Brescia, dove ha creato e guidato la Cattedra e la Divisione di Nefrologia. Nel corso degli anni, quest’ultima è diventata una “scuola nefrologica” di importanza internazionale per i numerosi e importanti contributi clinico-scientifici, alcuni dei quali molto influenti [2,3], in tutti i settori della nefrologia ed in particolare dell’emodialisi, della dialisi peritoneale, e del trapianto di rene [4].

I primi anni della Scuola Nefrologica di Parma

Quando, nell’ottobre del 1954, arrivai nella Clinica Medica di Parma come allievo della Scuola di Specializzazione in Medicina Generale, della nefrologia come disciplina autonoma non avevo mai sentito parlare. Mi ero laureato in quell’anno a Firenze (Figura 1) e, durante il corso di laurea, l’attenzione sulla funzione e sulla patologia renali mi era sembrata scarsa. Se qualcuno mi avesse detto che in quel settore della medicina avrei speso la mia vita professionale, l’avrei guardato con molta incredulità e avrei subito dimenticato quella che mi sarebbe sembrata, più che altro, una infelice battuta di spirito.

Dopo la laurea mi ero reso conto che, pur avendo studiato con impegno, non ero assolutamente in grado di fare il medico. Non avevo alcuna pratica clinica, avevo visto solo qualche malato nelle rare esercitazioni degli ultimi anni del corso universitario e non ero in grado di visitare un paziente adeguatamente e fare un buon ragionamento clinico seguito da una prescrizione terapeutica. Avevo perciò deciso di fare una specializzazione e, avendo decisamente escluso la chirurgia, mi ero orientato verso la Medicina Interna. Stranamente a quell’epoca non c’era ancora, a Firenze, questa scuola di specializzazione, cosicché avevo dovuto cercare un’altra sede. La scelta era caduta su Parma perché quell’università mi era stata suggerita da un amico che durante la guerra era stato sfollato in una cittadina del parmense e a Parma aveva frequentato i primi anni della facoltà di medicina. Mi incoraggiò dicendomi che in quella Clinica Medica insegnava il Prof. Michele Bufano (1901-1993), autore di un ottimo trattato di Patologia Medica su cui avevo studiato, e che mi era piaciuto [5].

Nei primi anni cinquanta del secolo scorso il clima nella Clinica Medica della piccola università di Parma era molto familiare. Vi erano tre reparti: il maschile, cui venni assegnato, il femminile (ciascuno con un assistente di ruolo e quattro-cinque medici, tutti o quasi tutti volontari o, come me, specializzandi) e quello dei paganti, cui accedevano solo il direttore o, in sua assenza, l’aiuto e un assistente di ruolo. Una grande famiglia, che di tanto in tanto il direttore riuniva a casa sua per una cena informale arricchita da un po’ di musica classica, con Bufano che sfidava tutti a riconoscere preludi, sinfonie, concerti, e gli autori.

Bufano era un Maestro di grande personalità, con una vastissima base dottrinale, un eccezionale intuito clinico e una grande severità critica. Allievo del costituzionalista Nicola Pende, era interessato particolarmente all’endocrinologia e all’ematologia, ma nessun aspetto della clinica medica era da lui trascurato. Luigi Migone (19122002) era un Aiuto giovane e brillante i cui interessi scientifici erano fin dall’inizio prevalentemente rivolti allo studio delle malattie renali. Aveva pubblicato dei lavori sull’angiopatia acuta trombotica necrosante dei reni, sull’insufficienza renale in corso di panarterite nodosa, sulla glomerulonefrite rapidamente progressiva, sul lupus eritematoso sistemico, da lui denominato eritematoviscerite maligna. A quel tempo andava radunando un gruppo di giovani interni, quasi tutti volontari, impegnandoli in due progetti sperimentali di studio, la nefrite di Masugi e l’insufficienza renale acuta in corso di crush syndrome.

In Clinica, la mattina era dedicata ai pazienti. Il direttore visitava un reparto e poi passava ai pazienti paganti; l’aiuto andava nell’altro reparto. Al pomeriggio vi era una seconda visita ai malati, stavolta del capo-reparto con gli altri medici, nella quale si discuteva liberamente, e spesso accanitamente, sui segni clinici, sulle ipotesi diagnostiche, sulla terapia, sempre con grande rispetto del malato, che era trattato affettuosamente. Erano visite accurate, con la diagnostica basata, secondo tradizione, sull’anamnesi e sulla semeiotica diretta, corredata da pochi esami di laboratorio e poche indagini radiologiche. C’era la patologia più varia, ma vi era una particolare concentrazione di casi ematologici ed endocrinologici (soprattutto morbo di Basedow). Non ricordo la presenza, in quel periodo, di molti nefropatici, forse  perché le possibilità di cura per le malattie renali erano allora drammaticamente inesistenti, cosicché i pazienti con insufficienza renale morivano a casa o nei piccoli ospedali di zona.

Noi giovani ci accanivamo ad ascoltare un soffio cardiaco per rilevarne i caratteri che poi, raramente, cercavamo di confermare con un fonocardiogramma, o a interpretare un’anomalia elettrocardiografica. Si faceva della piccola chirurgia: toracentesi, rachicentesi, incisione di ascessi, puntati sternali. Con questi ultimi allestivamo vetrini che poi ci precipitavamo a colorare in laboratorio e a leggere, impegnandoci in discussioni serrate sulle singole cellule per distinguere un’emopatia da un’altra. A quei tempi la terapia aveva pochi farmaci validi: ricordo che i cardiopatici venivano curati con strofantina o digitale, e gli unici diuretici disponibili erano i mercuriali. Spesso, durante la visita, Bufano chiedeva un ago e una siringa ed eseguiva una puntura esplorativa per confermare un versamento, una cisti, un’ipertensione liquorale; spesso, a fine visita, scendevamo al piano terra, in “sala raggi”, per guardare in scopia polmoni e cuore di un paziente problematico. Il campo era la medicina generale, non si parlava affatto di specialità. Le uniche esistenti allora nell’Ospedale Maggiore di Parma erano, se ricordo bene, la dermatologia, l’ortopedia, l’ostetricia e ginecologia, la neuropsichiatria, l’oculistica, l’otorinolaringoiatria.

In Clinica Medica vi era molta attività didattica e di ricerca. Bufano dedicava il suo tempo alla trattatistica e, in quel periodo, ad alcuni studi ematologici; Migone seguiva il suo filone nefrologico; il capo del reparto femminile, Pierfrancesco Ottaviani, si occupava di coagulazione; il capo del reparto maschile, Tullio Chiarioni, si occupava di elettroforesi, inizialmente in fase liquida con un apparecchio che prendeva nome dal suo ideatore, Tiselius, successivamente su carta. Un gruppo a parte, a metà servizio tra la Patologia Generale e la Clinica Medica, era costituito da Giorgio Avezzù, Vincenzo Ferioli, e Vito Milillo, e lavorava su emopatie e cardiopatie sperimentali. Avezzù (Figura 2), nato a Rovigo nel 1925, era un giovane di grande intelligenza e grande interesse per la ricerca [nota 1], che tuttavia ebbe una carriera molto travagliata e malgrado la sua forte personalità scientifica finì primario di un piccolo paese della provincia di Rovigo.

Nei primi due anni pensavo solo alla pratica medica e non ero affatto interessato alla ricerca anche se dovevo, come tutti gli altri, svolgere anche un’attività di laboratorio. Fui incaricato di dosare la proteinemia e le sue frazioni con il metodo della salatura di Cohn per l’intera Clinica; poi fui addestrato a eseguire l’elettroforesi in fase liquida. Poco tempo dopo passai alla neonata elettroforesi su carta, che avrebbe, in qualche modo, influenzato il mio futuro [4].

Negli anni cinquanta cominciò a delinearsi la necessità di approfondire le competenze su singoli settori della Medicina Interna che, con il moltiplicarsi delle indagini e dei mezzi diagnostici, diventava sempre più estesa e più difficile da dominare. Si accreditavano singoli medici di competenze specialistiche, ma non vi era alcun desiderio di staccare i settori specialistici dal grande corpo della Clinica Medica. Già la separazione della Patologia Medica e della Semeiotica Medica, in atto da anni, era stata traumatica, frutto più che altro della necessità di avere più cattedre da offrire ai collaboratori. Tuttavia, società scientifiche specialistiche erano già state fondate in altri paesi, e questa necessità cominciò a essere sentita anche in Italia.

Fu così che nel 1957 Bufano, sollecitato da Migone (a sua volta d’accordo con Enrico Malizia, a quel tempo assistente dell’Istituto di Patologia Medica della “Sapienza” di Roma [6]), decise di dar vita alla Società Italiana di Nefrologia. A tale scopo, il 28 aprile dello stesso anno, fu organizzato a Parma “Il primo Simposio de Nefropatologia”, interamente dedicato alla “fisiopatologia del glomerulo” [7]. Al simposio, che fu poi considerato il primo congresso della Società Italiana di Nefrologia (SIN), il pubblico era costituito da 50-60 persone, non di più, e tra queste c’eravamo anche noi interni della Clinica Medica di Parma. Cominciammo allora a prendere contatto con altri giovani medici che operavano in altre sedi e che sarebbero diventati famosi nefrologi (Sergio Giovannetti, Alberto Amerio, Antonio Vercellone, Vittorio Bonomini, Quirino Maggiore, ed altri). Ho un ricordo molto vivo della piccola aula in cui si svolse il simposio, un evento per me del tutto nuovo. A conclusione dell’evento fu fondata la SIN, di cui fu nominato il consiglio direttivo con presidente lo stesso Bufano e segretari Migone e Malizia.

Nello stesso anno, Bufano lasciò la Clinica Medica e il Rettorato dell’Università di Parma per concludere la sua carriera a Roma. Mi propose di seguirlo all’istituto di Semeiotica Medica della “Sapienza” ma io, che ero all’ultimo anno di specializzazione e pensavo ancora di tornare a fare il medico a Marsala, la mia città, decisi di restare. Bufano aveva apprezzato i lavori miei e di Lionello Scarpioni sulla proteinuria nel mieloma, anche se ci aveva ammonito che la diagnosi di quell’emopatia andava fatta sulla citologia midollare, e solo su quella. Così, quando, nel 1973 diresse una tavola rotonda sul mieloma alla Società Italiana di Medicina Interna, la massima assise della medicina a quel tempo, volle me, allora piccolo primario di provincia, a discuterne insieme a lui e a personaggi del calibro di Renato di Guglielmo, Luigi Marmont, Fernando Marcolongo, Domenico Mazzei. Fu per me un grande onore, che mi riempì d’orgoglio e, soprattutto, di gratitudine per un Maestro che sapeva dimostrare il suo apprezzamento per il lavoro dei suoi allievi.

Partito Bufano, fu chiamato alla Clinica Medica il suo primo allievo, Carlo Bianchi, che lasciò l’Istituto di Patologia Medica di cui divenne direttore Migone, che aveva appena vinto il concorso a cattedra.

Uno dei primi cambiamenti operati da Migone “direttore” fu quello della cartella clinica. Può sembrare un fatto minore, ma non è così: la nuova cartella da lui voluta aveva dei fogli “a fisarmonica” che permettevano di vedere per tutta la durata del decorso clinico i dati  essenziali e la terapia. Con uno sguardo vedevi l’andamento nel tempo della curva termica, della pressione arteriosa e di altri parametri, variabili a seconda della patologia nei singoli casi, e la terapia. Naturalmente non si trascuravano l’anamnesi, molto dettagliata e precisa, e il diario clinico. In una tasca si raccoglievano i referti che non potevano essere rappresentati nei grafici. Con questa cartella non si perdeva mai la visione d’insieme che, specie nelle situazioni infettive, era di notevole aiuto. Fu anche questo un importante insegnamento clinico.

Migone era un capo intelligente, acuto, comprensivo ma al tempo stesso severo. Rispetto al suo Maestro aveva un approccio clinico e scientifico più moderno. Ricordo che quando vennero introdotti gli ipoglicemizzanti orali Bufano era molto diffidente; considerava l’insulina la terapia principe, perché fisiologica, mentre pensava che sostituirla con quei nuovi farmaci esponesse a rischi, con il solo vantaggio della somministrazione orale. Al contrario, Migone ne era incuriosito e cercava, quando il direttore si distraeva o era assente, di provarli. Inoltre, cercava di spostare la ricerca sua e dei suoi collaboratori su un piano metabolico, mentre Bufano prediligeva la ricerca clinica e morfologica. Ho già raccontato altrove [4] di come e perché iniziai la mia attività di ricerca. Quando fui incluso nel gruppo di lavoro di Migone lui era già in cattedra e studiava, come ho accennato sopra, il metabolismo glicidico nel rene con nefrite sperimentale o con insufficienza renale acuta da crush-syndrome. Si trattava di uno studio metabolico, e per rinforzare il gruppo in questo campo era stato reclutato Germano Missale, che si occupava del ciclo dei pentosi ed era allievo del biochimico di Genova, Arturo Bonsignore. Lionello Scarpioni, Sergio Ambrosoli, Giuliano Azzolini ed io studiavamo la glicolisi anaerobia, dosando attività enzimatica e metaboliti. Alberico Borghetti, Almerico Novarini e Giuseppe La Greca, il ciclo di Krebs.

Fu allora che divenni il compagno di lavoro fisso di Lionello Scarpioni (1926-2014), Lello per noi colleghi, che nel tempo diventò un amico carissimo. Il nostro rapporto era veramente fraterno e lavoravamo insieme in perfetta armonia (Figura 3). Lui era un grande lavoratore e non mollava mai mentre io, più pigro e bisognoso dei suoi stimoli, avevo forse un pizzico in più di immaginazione.

Dalla nostra collaborazione sarebbero nati i nostri studi sui diversi aspetti fisiologici e fisiopatologici delle proteinurie, i cui risultati pubblicammo in una monografia [8] e che mi avrebbero aiutato a ottenere, tra l’altro, il titolo di “aiuto” (mentre Scarpioni era già primario di Medicina Interna a Piacenza).

Le nostre sedute lavorative avevano una cadenza settimanale, cominciavano nel pomeriggio e andavano avanti sino a notte inoltrata. Al mattino dopo era duro essere in reparto alle otto in punto, ma Migone non transigeva: arrivava puntuale per la visita, e se noi non eravamo presenti lui cominciava e procedeva veloce. Così, quando noi giovani assistenti, richiamati da un’infermiera affannata, ci precipitavamo in reparto, lui era già arrivato a metà visita e continuava, trascurando la nostra presenza e rivolgendosi soltanto alla caposala. Non ci rimproverava ma ci dimostrava in maniera lampante che il nostro dovere nei riguardi dei malati non poteva conoscere attenuanti di sorta.

Nei nostri resoconti clinici Migone non accettava facili etichette, voleva diagnosi precise e soprattutto documentate. Se ti azzardavi a dire “potrebbe essere un caso di…” ti liquidava dicendo: “Sì, tutto può essere”, con chiaro fastidio, e passava ad altro. Se durante la visita uno di noi accennava ad una novità diagnostica o terapeutica  che aveva letto su una rivista medica , lui semplicemente cambiava argomento. Questa era una sua precisa impostazione, non accettava che mostrassimo ai pazienti di sapere qualcosa che lui non conosceva. Ricordo che una volta, avendo io letto un articolo sull’identificazione delle IgG, IgA e IgM, allora una novità assoluta, ne accennai con entusiasmo durante la visita. Migone non mi prestò apparentemente alcuna attenzione, ma qualche giorno dopo, sempre in visita, ci disse che eravamo ignoranti perché non sapevamo che erano state identificate le tre immunoglobuline, una scoperta molto importante che avrebbe avuto grandi sviluppi. Avevo stimolato il suo interesse ma non aveva voluto dimostrarlo.

Questo era Migone: i suoi metodi possono sembrare strani , ma vi assicuro che erano molto efficaci. Noi giovani rimanevamo sempre modesti mentre imparavamo, tutti i giorni, da lui che era molto colto e proiettato verso il futuro, e tra noi non si formavano antagonismi. Era di certo ambizioso, per sé ma soprattutto per i suoi allievi. Li stimolava, li spingeva oltre gli ostacoli, anche con durezza. Un giorno, negli anni sessanta, mi disse di presentare un mio lavoro, che gli era piaciuto, alla Società Francese di Nefrologia. Con Scarpioni avevo dimostrato, mediante dosaggio immunochimico, che l’aumento della frazione elettroforetica alfa2 che si osserva nel siero dei pazienti con sindrome nefrosica era dovuto all’alfa2 macroglobulina che, avendo un peso molecolare di 920.000 dalton, ben più alto di quello dell’albumina, della transferrina, e dell’IgG, aveva scarsissima clearance glomerulare e dunque aumentava percentualmente nel tracciato elettroforetico. Il congresso francese non prevedeva partecipazione straniera, e non vi erano stati inviti, che io sapessi, a noi o ad altri italiani. Spaventato, dissi a Migone che non sapevo il francese, che l’avevo studiato a scuola per meno di un anno, interrotto dalla guerra, e poi non lo avevo mai più ripreso. Non ascoltò ragioni, mi disse che avevo un mese per prepararmi e che potevo leggere la presentazione, e mi liquidò. Dovetti cercarmi rapidamente un insegnante, e cercare di richiamare alla mente le principali nozioni della lingua, preparare un testo, imparare la pronuncia. Ricordo che non riuscivo a leggere la “u” francese, continuavo a pronunciarla “iu”, facendo spazientire l’insegnante. Contemporaneamente mi tuffai in romanzi in lingua francese. Al congresso, i francesi mi accolsero bene, ascoltarono con benevolenza la mia comunicazione, mi applaudirono poi mi fecero sedere tra il pubblico in prima fila. Nelle discussioni che seguivano le altre presentazioni, ogni tanto il Presidente mi chiedeva se volessi intervenire e io, terrorizzato, mi affrettavo a ringraziare e a dire di no. Quando tornai a casa riferii a Migone, che semplicemente  mi disse: “Hai fatto il tuo dovere”.

Ma l’idea di proiettare la sua scuola all’estero ebbe, in seguito, altri più significativi esempi. Nel tempo, mandò con borse di studio da lui ottenute, Vincenzo Ferioli (1933-1969) a Lione a imparare l’emodialisi, Vittorio Andreucci a Dallas, da Donald Seldin, per la micropuntura del rene, e Vincenzo Cambi a Seattle, da Belding Scribner, il centro allora più avanzato nel campo dell’emodialisi periodica. Inoltre, a partire dal 1967 e fino al 1973, ci furono incontri triangolari con Jules Traeger (Lione) e con François Reubi (Berna) e i loro gruppi, cambiando ogni volta sede [9]. Io vi partecipai fino al 1970 (con due relazioni, quell’anno), quando lasciai Parma. Ricordo con piacere il clima amichevole di quegli incontri. In quello del 1970 Reubi ci portò in una sua casa sui monti svizzeri e ci preparò, lui stesso, la famosa raclette.

Nel 1964 divenni assistente ordinario, dopo sette anni passati come assistente di ruolo volontario prima, e  assistente straordinario in Patologia Medica e in Clinica Medica poi. Ero stato a lungo capo-reparto e avevo avuto con me i giovani Vittorio Andreucci e Vincenzo Cambi, poi diventati notissimi nefrologi. Cambi all’inizio della sua carriera, prima di recarsi negli Stati Uniti, aveva lavorato con me e Scarpioni sull’immunoelettroforesi delle proteine sieriche e urinarie. Con Vittorio Andreucci, che fin dall’inizio si dimostrò assolutamente autonomo nella ricerca sulla morfologia renale, e successivamente sulla fisiologia renale con la micropuntura del rene, avevo un rapporto particolarmente affettuoso.

Nel 1969, al ritorno dal mio primo viaggio in Argentina, ove ero stato invitato a tenere un Corso sulle Proteinurie dall’Ospedale Italiano e dall’Università di Buenos Aires, andai a trovare entrambi, Vittorio e Vincenzo, negli Stati Uniti. A Dallas, dov’era Andreucci, mi fu chiesto di tenere un seminario sulle proteinurie. In quei giorni il direttore Donald Seldin era assente, c’era però il suo aiuto, Floyd Rector, futuro Presidente della Società Internazionale di Nefrologia. Tenni un seminario anche a Seattle, dove si trovava da alcuni mesi Cambi, alla presenza del grande Belding Scribner. Alla fine della mia presentazione, Henry Tenckhoff, che nel 1964 aveva raggiunto Fred Boen nel gruppo di Scribner ed era già famoso per il suo catetere in sylastic come accesso addominale permanente per la dialisi peritoneale, mi avvicinò e mi chiese cosa potesse fare per me, in cambio di quanto gli avevo insegnato sulle proteinurie. Gli chiesi, anche su suggerimento di Cambi, di parlarmi della dialisi peritoneale, e mi portò a vedere in un magazzino i suoi contenitori da 400 litri di soluzione di dialisi, sterilizzati, che venivano mandati a casa dei pazienti (pochi, immagino) sottoposti a dialisi peritoneale periodica. Non ne ero a conoscenza e rimasi sorpreso: Tenckhoff stava realizzando la prima vera dialisi peritoneale intermittente, antagonista dell’emodialisi. In quell’occasione appresi che con la dialisi peritoneale avevano ottenuto risultati migliori rispetto all’emodialisi per quanto riguardava il controllo dell’anemia e, soprattutto, della neuropatia uremica. Nella patogenesi dell’uremia stava nascendo l’ipotesi del ruolo delle “medie molecole”, che venivano rimosse meglio dalla dialisi peritoneale, ipotesi che portò anche a importanti variazioni nei filtri e nei flussi in emodialisi, fino alla introduzione delle “dialisi brevi” di Vincenzo Cambi.

In quel viaggio nacque per me l’interesse per la dialisi peritoneale periodica (che rimase però nel mio subcosciente), e feci anche altre importanti scoperte. In visita ad un Veteran Administration Hospital, scoprii i “reni artificiali singoli”, che adottai poi a Brescia in quanto consentivano una personalizzazione della terapia dialitica e annullavano allo stesso tempo i rischi di incidenti dialitici collettivi. Scoprii anche qualcosa che riguardava il trapianto di rene, poiché Migone mi aveva chiesto di fermarmi a Boston per  visitare il centro trapianti di John Merrill. A Parma vi era già la prospettiva di iniziare i trapianti di rene e il primo problema da risolvere era quello delle “camere sterili”, che erano rigorosamente richieste dalle disposizioni sanitarie. Per questo motivo, chiesi all’aiuto di Merril che mi stava guidando nella visita al reparto di mostrarmi le loro camere sterili. Aprì la porta di una delle stanze, mostrandomi una comunissima camera d’ospedale, senza alcun filtro. Di fronte alla mia sorpresa affermò che i rischi infettivi per i trapiantati non venivano dall’esterno ma dall’interno del paziente, cosa che oggi può sembrare banale, ma allora non lo era, almeno per me. Anche di questo feci tesoro, in seguito, nella mia esperienza con i pazienti trapiantati a Brescia.

Nel tempo, Migone studiò i diuretici, le nefropatie glomerulari, la fisiopatologia e la clinica dell’insufficienza renale, organizzò congressi nazionali e internazionali e ricoprì ruoli di prestigio in organismi internazionali [1]. Successivamente, lasciando spazio ai suoi collaboratori, creò (a questa parola mi avrebbe interrotto: “Solo Dio crea” mi disse una volta!) gruppi di studio cardiologici, di genetica medica, di medicina del lavoro. Migone fu un grande nefrologo ma non rinunciò mai ai suoi doveri di clinico medico, e la Scuola da lui formata comprese nefrologi ma anche cattedratici e primari di varie discipline della Medicina Interna [nota 2] (Figura 4). Per quanto riguarda la Nefrologia, tra gli allievi della Scuola di Migone si annoverano i cattedratici Vittorio Andreucci (Napoli), Vincenzo Cambi e Landino Allegri (Parma), Antonio Dal Canton (Pavia), il sottoscritto (Brescia) e i primari Giuseppe La Greca (Vicenza), Egidio Rossi (Parma) e Franco Pecchini (Cremona).

Due allievi tra i più cari al Maestro, Giuliano Azzolini e Vincenzo Ferioli, sono purtroppo scomparsi prematuramente.

 

Bibliografia

  1. Cambi V, Fogazzi GB. Luigi Migone (1912-2002): uno dei padri della nefrologia italiana. In: Fogazzi GB, Schena FP. Persone e fatti della Nefrologia Italiana (1957-2007). Milano, Wichtig, 2007, 42-55.
  2. Maiorca R, Cantaluppi A, Cancarini GC, et al. Prospective controlled trial of a Y-connector and disinfectant to prevent peritonitis in continuous ambulatory peritoneal dialysis. Lancet 1983; 17:642-44.
  3. Maiorca R, Brunori G, Zubani R, et al. Predictive value of dialysis adequacy and nutritional indices for mortality and morbidity in CAPD and HD patients. A longitudinal study. Nephrol Dial Transplant 1995; 10:2295-2305.
  4. Brunori G. Intervista a Rosario Maiorca. In: Schena FP, Fogazzi GB. Interviste con la Storia della Nefrologia Italiana. Milano, Wichtig, 2016, 116-25.
  5. Bufano M. Trattato di Patologia Speciale Medica e Terapia. Milano, Vallardi, 1947.
  6. Fogazzi GB, Losito A, Di Giulio S. Intervista al Professor Enrico Malizia, uno dei fondatori della Società Italiana di Nefrologia. G Ital Nefrol 2019, 36(3). pii: 2019-vol 3. https://giornaleitalianodinefrologia.it/2019/05/intervista-al-professor-enrico-malizia-uno-dei-fondatori-della-nefrologia-italiana/
  7. Fogazzi GB. 28 aprile 1957: la fondazione della Società Italiana di Nefrologia. In: Fogazzi GB, Schena FP. Persone e fatti della Nefrologia Italiana (1957-2007). Milano, Wichtig, 2007, 135-42.
  8. Maiorca R, Scarpioni L. Le Proterinurie. Roma, Il Pensiero Scientifico, 1966.
  9. Richet G, Traeger J, Cameron JS, Fogazzi GB. La nascita e lo sviluppo della Nefrologia Italiana moderna vista da Parigi, Lione e Londra. In: Fogazzi GB, Schena FP. Persone e fatti della Nefrologia Italiana (1957-2007). Milano, Wichtig, 2007, 176-91.

[nota 1]  Devo il mio primo articolo scientifico proprio ad Avezzù, che mi costrinse a partecipare a un suo studio di citochimica ematologica. Fece quasi tutto da solo, insegnandomi però allo stesso tempo come si impostava e si scriveva un articolo scientifico.

[nota 2]  Per la Medicina Interna, i cattedratici: Alberico Borghetti, Loris Borghi, Innocente Franchini, Antonio Muzzi, Almerico Novarini; i primari: Sergio Ambrosoli (Fidenza-PR), Gianni Baronio (Misurina-Belluno), Rodolfo Canaletti (Piacenza), Giancarlo Carrara (Castel San Giovanni-PC), Giorgio Cocconi (Parma), Franco Fiaccadori (Parma), Germano Missale (Parma), Gianni Prati (Colorno-PR), Mario Regolisti (Fiorenzuola), Ermanno Rossi (Reggio Emilia), Lionello Scarpioni (Piacenza).