Palliative Care in Nephrology: A National Survey

Abstract

The demographic and epidemiological transition that Italy has undergone over the past 50 years has made palliative care (PC) essential in situations where active treatment is no longer proportionate.
One of the major current and future challenges of palliative care lies in the management of non-oncological chronic diseases, particularly advanced organ failure and dementia.
Individuals aged over 70 and 80 represent a significant proportion of the more than 45,000 chronic dialysis patients in Italy. These patients typically present with increased comorbidities, reduced life expectancy and quality of life, and a higher risk of hospitalization and in-hospital mortality.
Moreover, older adults in these age groups also constitute the majority of the approximately 15% of patients with end-stage renal disease (ESRD) who continue exclusively with conservative management, never initiating renal replacement therapy.
Over the past decade, interest in palliative care within the field of nephrology has grown substantially across the Western world. Decisions to withhold or withdraw dialysis vary widely by region, with higher rates observed in North America and Canada, and lower rates in Southern Europe.
The Italian Society of Palliative Care (SICP) published with the Italian Society of Nephrology (SIN) and the Italian Society of Nephrology Nurses (SIAN), ten and six years ago respectively, a consensus document on the integration of palliative care in the management of chronic kidney disease. The objective of this study is to provide a comprehensive overview of the current state of palliative care practices within nephrology units across Italy.

Keywords: palliative care, nephrology, chronic kidney disease, dialysis, survey

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Introduzione

La transizione demografica, epidemiologica e sociale cui stiamo assistendo anche in Italia negli ultimi 50 anni [1] richiede un approccio più olistico alla cura, non concentrato solamente sui sintomi fisici, ma anche sui bisogni psicologici, sociali e spirituali del paziente e della sua famiglia.

In questo contesto è emersa la necessità di condividere tra le diverse società scientifiche delle linee di indirizzo perché le cure attive siano applicate laddove proporzionate e, laddove non lo siano più, vengano intrapresi adeguati percorsi di cure palliative. La grande sfida delle cure palliative (CP) attuali e future sarà rappresentata dalle malattie croniche non oncologiche, e in particolare dalle grandi insufficienze d’organo assieme alle demenze.

Ultrasettantenni e ultraottantenni rappresentano una quota significativa degli oltre 45.000 pazienti in dialisi cronica in Italia e presentano maggiori comorbilità, una ridotta aspettativa di vita e una qualità della vita maggiormente compromessa [2]. Ultrasettantenni e ultraottantenni rappresentano inoltre la maggior parte del 15% dei pazienti con uremia terminale che prosegue solo con la terapia conservativa senza avviare mai il trattamento sostitutivo. In questi ultimi pazienti l’avvio della dialisi non è infatti correlato ad un aumento significativo della sopravvivenza ma, spesso, ad un peggioramento della qualità della vita e ad un maggior rischio di declino funzionale [2], ospedalizzazione e morte intraospedaliera [3, 4].

Il documento per una pianificazione delle scelte di cura nelle grandi insufficienze d’organo, pubblicato nel 2013, è il primo ad affrontare in Italia la questione dell’avviare o meno il trattamento dialitico; il position paper ha visto la partecipazione di numerose società scientifiche: Società Italiana Anestesia Analgesia Rianimazione Terapia Intensiva (SIAARTI), Italian Resuscitation Council (IRC), Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), Società Italiana Medicina Emergenza Urgenza (SIMEU), Società Italiana Cure Palliative (SICP), Società Italiana di Nefrologia (SIN), Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica (ANIARTI), Società Italiana Medicina Generale (SIMG), Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) [5].

Quasi 10 anni fa, nel 2015, veniva invece pubblicato il documento condiviso esclusivamente tra la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) e la Società Italiana di Nefrologia (SIN) “Le Cure Palliative nelle persone con malattia renale cronica avanzata” [6]. Il documento raccomanda un approccio palliativo per vari gruppi di pazienti quali quelli in terapia conservativa, quelli che sospendono la dialisi, quelli che arrivano alla fine della vita nonostante la dialisi, quelli che non intraprendono o non riprendono la dialisi dopo il trapianto. Il documento sottolinea l’importanza di una corretta valutazione prognostica per guidare le scelte terapeutiche.

Anche il documento di consenso nato sei anni fa dal confronto della SICP con la Società Italiana degli Infermieri di Area Nefrologica (SIAN) [7] si pone come obiettivo il miglioramento dell’accesso alle cure palliative ai pazienti affetti da malattie nefrologiche, sviluppando il ruolo degli infermieri.

In entrambi i documenti viene raccomandata una valutazione periodica dei pazienti, con strumenti specifici, come ad esempio il Charlson Comorbidity Index, il modello REIN, il modello Cohen e la “domanda sorprendente”, per identificare quelli con un rischio di mortalità elevato e bisognosi di cure palliative.

Obiettivo del presente lavoro è di fotografare la situazione attuale dell’utilizzo delle cure palliative nelle nefrologie italiane attraverso una survey sottoposta agli infermieri di area nefrologica iscritti alla SIAN e ai colleghi nefrologi soci della SIN.

 

Materiali e metodi

Una survey con domande a risposta multipla sul ricorso alle cure palliative è stata inviata a tutti i soci della Società Italiana di Nefrologia e agli infermieri di area nefrologica (SIAN) (vedi Appendice). La survey è stata a disposizione dei soci SIAN per la compilazione nei mesi di maggio e giugno 2024, mentre per i soci SIN nei mesi di luglio e agosto 2024. Le domande sono state inoltrate tramite un link creato con Google Forms (metodo Computer Assisted Web Interviewing).

I dati raccolti attraverso i due Google Forms sono stati esportati in Microsoft Excel ed analizzati con Microsoft Excel e SPSS27.

Le variabili categoriche oggetto dello studio sono riportate come frequenze assolute e percentuali. Il test del chi quadrato e la regressione logistica multivariata sono stati utilizzati per valutare le variabili significativamente correlate (p < 0,05).

 

Risultati

La Tabella 1 illustra i dati anagrafici e l’area di interesse degli intervistati. Hanno partecipato 302 persone provenienti da 19 regioni italiane, tra cui 133 infermieri (su 200 soci, 66,5%) e 169 medici (su 2465 soci, 6,9%).

La prevalenza dei medici, ovvero il 39,1%, appartiene alla fascia d’età >55 anni, contro il 23,3% degli infermieri, la cui maggioranza, 57,1%, appartiene alla fascia d’età tra i 40 e 55 anni (p < 0,01).

Riguardo alla distribuzione tra i due sessi, quasi l’87% degli infermieri è donna mentre tra i medici lo è il 58,6% (p < 0,01).

Circa il 72% degli intervistati proviene dal Nord Italia (Friuli, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta), di cui più del 30% proviene dalla sola Lombardia; il restante 28% proviene dal Centro-Sud.

Per quanto riguarda l’interesse lavorativo l’85,7% degli infermieri si occupa di emodialisi, contro il 48,5% dei medici (p < 0,01). Una percentuale elevata di medici, il 36,7%, si occupa invece di IRC avanzata.

La Tabella 2 riporta le frequenze assolute e percentuali delle risposte al sondaggio. Il 47,3% dei medici riferisce essere presente una collaborazione con la rete locale delle cure palliative sia per le consulenze che per la presa in carico, fatto che viene riportato con meno frequenza dagli infermieri (30,8%, p = 0,016).

Analogamente i medici riportano, in aumento negli ultimi anni, un maggior numero di casi affidati alle cure palliative rispetto agli infermieri (46,7% vs 24,1%, p < 0,01).

L’utilizzo di score prognostici all’avvio della dialisi è riferito solo dal 10,3% di intervistati; gli score di rilevazione dei bisogni di CP o di prognosi nelle dialisi di lungo corso sono utilizzati dall’11,6% degli intervistati; non sussistono differenze significative tra medici ed infermieri, tra Nord e Sud Italia.

La proposta di terapia conservativa massimale, come alternativa all’avvio della dialisi, viene dichiarata dai medici in misura di gran lunga superiore (p < 0,01) a quanto riportato dagli infermieri, sia per quanto riguarda il follow-up nefrologico (56,2% vs 21,1%) che per la presa in carico condivisa con le cure palliative (26,6 vs 9,8%).

L’idea che la terapia dialitica possa essere sospesa nel fine vita e che possano essere attivate di conseguenza le cure palliative appartiene all’88,2% dei medici, a fronte invece di un 40,6% di infermieri che propongono di mantenere la dialisi il più a lungo possibile (p < 0,001). Nel caso in cui fossero i pazienti a fare richiesta di sospendere la dialisi è maggiore l’accordo tra medici ed infermieri che, rispettivamente nel 79,9% e nel 72,9% dei casi si dicono favorevoli e disposti ad attivare le cure palliative.

Nel confronto per aree geografiche, gli intervistati del Centro-Sud propongono di mantenere la dialisi nel fine vita con una frequenza due volte maggiore rispetto a quelli residenti nel Nord Italia (34,5% vs 17,4%, p = 0,01).

Sulla PCC medici ed infermieri hanno risposto in maniera omogenea; il 51,3% degli intervistati riferisce che non viene effettuata presso il loro centro, mentre un 48,3% afferma che la PCC viene redatta e deposta in cartella.

La Tabella 3 descrive le differenze statisticamente significative nelle risposte date dagli intervistati del Nord e del Sud Italia a confronto; si evidenzia una differenza statisticamente significativa sia nella collaborazione con la rete locale di CP (p < 0,001) che nel numero di casi di pazienti nefropatici non oncologici accolti in Hospice o inseriti in un percorso di CP (p < 0,001), con il Sud che risulta svantaggiato.

La Tabella 4 riporta le variabili significativamente associate alla collaborazione con la rete locale di CP. Nei modelli di regressione logistica multivariata, le variabili che sono significativamente (p < 0,05) e fortemente associate alla presenza di una collaborazione con la rete locale di CP sono l’offerta della terapia conservativa (OR: 3,69, IC95%: 1,9-7,18), la minore prosecuzione della dialisi nel fine vita (OR: 0,3, IC95%: 0,17-0,54) e la proposta della pianificazione condivisa delle cure (OR: 3,98, IC95%: 2,03-7,81).

Con risposte omogenee tra medici ed infermieri, gli ostacoli maggiormente percepiti all’applicazione delle cure palliative nel paziente nefropatico sono innanzitutto la mancanza di strumenti e capacità comunicative (31,5%), la mancanza di formazione (22,8%), i pregiudizi della popolazione su fine vita e CP (18,9%) (Figura 1).

Il 99% degli intervistati ritiene necessaria e utile la formazione in CP per il personale di area nefrologica (Figura 2).

  TOTALE

n 302

% INFERMIERI n 133 % MEDICI

n 169

% p
Età < 30 7 2,3% 5 3,8% 2 1,2%  

 

p<0,01

  > 55 97 32,1% 31 23,2% 66 39,1%
  30- 39 65 21,5% 21 15,8% 44 26,0%
  40-55 133 44,0% 76 57,1% 57 33,7%
Sesso M 87 28,8% 17 12,8% 70 41,4%  

p<0,01

  F 214 70,9% 115 86,5% 99 58,6%
  NR 1 0,3% 1 0,8% 0 0,0%
Provenienza Abruzzo 13 4,3% 8 6,0% 5 3,0%
  Basilicata 4 1,3% 3 2,3% 1 0,6%
  Calabria 7 2,3% 6 4,5% 1 0,6%
  Campania 9 3,0% 0 0,0% 9 5,3%
  Emilia-Romagna 28 9,3% 16 12,0% 12 7,1%
  Friuli-Venezia Giulia 11 3,6% 8 6,0% 3 1,8%
  Lazio 9 3,0% 3 2,3% 6 3,6%
  Liguria 4 1,3% 1 0,8% 3 1,8%
  Lombardia 92 30,5% 50 37,6% 42 24,9%
  Marche 4 1,3% 1 0,8% 3 1,8%
  Piemonte 27 8,9% 6 4,5% 21 12,4%
  Puglia 8 2,6% 0 0,0% 8 4,7%
  Sardegna 3 1,0% 1 0,8% 2 1,2%
  Sicilia 8 2,6% 1 0,8% 7 4,1%
  Toscana 16 5,3% 4 3,0% 12 7,1%
  Trentino-Alto Adige 8 2,6% 1 0,8% 7 4,1%
  Umbria 3 1,0% 1 0,8% 2 1,2%
  Valle d’Aosta 5 1,7% 3 2,3% 2 1,2%
  Veneto 38 12,6% 19 14,3% 19 11,2%
  NR 5 1,7% 1 0,8% 4 2,4%
Area di interesse HD 196 64,9% 114 85,7% 82 48,5%  

p<0,01

  DP 19 6,3% 7 5,3% 12 7,1%
  IRC 70 23,2% 8 6,0% 62 36,7%
  TX 17 5,6% 4 3,0% 13 7,7%
Tabella 1. Caratteristiche degli intervistati. NR: nessuna risposta; HD: emodialisi; DP: dialisi peritoneale; IRC: insufficienza renale cronica; TX: trapianto.
Totale n.302   Infermieri

n. 133

  Medici

n.169

  p
Consulenza/collaborazione con CP
Sì, solo per consulenze 62 20,5% 32 24,1% 30 17,8%  

p=0,016

Sì, sia per consulenze che per presa in carico 121 40,1% 41 30,8% 80 47,3%
No 118 39,1% 59 44,4% 59 34,9%
Vuote 1 0,3% 1 0,8%
Casi di pazienti nefropatici non oncologici in Hospice o

UCP-DOM

Sì, in aumento negli ultimi anni 111 36,8% 32 24,1% 79 46,7%  

 

p<0,001

Sì, ma solo casi aneddotici 121 40,1% 54 40,6% 67 39,6%
No 68 22,5% 45 33,8% 23 13,6%
NR 2 0,7% 2 1,5%
Richiesta la sospensione HD per UCP-DOM o H
Sì, sempre 63 20,9% 15 11,3% 48 28,4%
Sì, a volte 105 34,8% 41 30,8% 64 37,9%
No 86 28,5% 40 30,1% 46 27,2%
Non so 48 15,9% 37 27,8% 11 6,5%
Utilizzo score prognostici di sopravvivenza ad inizio HD
31 10,3% 9 6,8% 22 13,0%
Solo in casi selezionati 69 22,8% 16 12,0% 53 31,4%
No 201 66,6% 107 80,5% 94 55,6%
NR 1 0,3% 1 0,8%
Utilizzo score prognostici in HD/rilevazione dei bisogni CP
35 11,6% 12 9,0% 23 13,6%
Solo in casi selezionati 65 21,5% 21 15,8% 44 26,0%
No 200 66,2% 98 73,7% 102 60,4%
NR 2 0,7% 2 1,5%
Viene proposta la sola terapia conservativa
Non abitualmente 85 28,1% 67 50,4% 18 10,7%  

 

p<0,001

Sì e prosegue il follow up nefrologico 123 40,7% 28 21,1% 95 56,2%
Sì e inizia la gestione condivisa con le CP 58 19,2% 13 9,8% 45 26,6%
Solo se il paziente lo chiede 36 11,9% 25 18,8% 11 6,5%
Ai pazienti dializzati in prossimità del fine vita…
la terapia dialitica viene mantenuta il più a lungo possibile 68 22,5% 54 40,6% 14 8,3%  

p<0,001

riduzione/sospensione della dialisi e CP 221 73,2% 72 54,1% 149 88,2%
riduzione/sospensione della dialisi e ricovero in ospedale 13 4,3% 7 5,3% 6 3,6%
Se i pazienti dializzati chiedono di sospendere il trattamento…
deve essere raggiunto un compromesso per proseguire 68 22,5% 34 25,6% 34 20,1%
sospensione e CP 232 76,8% 97 72,9% 135 79,9%
NR 2 0,7% 2 1,5%
PCC documentata per iscritto e inserita in cartella clinica
No 155 51,3% 75 56,4% 80 47,3%
146 48,3% 57 42,9% 89 52,7%
NR 1 0,3% 1 0,8%
Tabella 2. Frequenze assolute e percentuali delle risposte. NR: nessuna risposta; CP: cure palliative; UCP-DOM: cure palliative domiciliari; HD: emodialisi; PCC: pianificazione condivisa delle cure; H: hospice.
Nord

n. 213

Sud

n. 84

 p
Collaborazione con la rete locale di CP
No 57 (26,8) 59 (70,2) p<0,001

 

Sia consulenze che presa in carico 104 (48,8) 15 (17,9)
Solo consulenze 52 (24,2) 10 (11,9)
Casi di pazienti nefropatici non oncologici accolti in hospice/CP
No 36 (16,9) 32 (38,1)  

p<0,001

 

Sì, in aumento negli ultimi anni 92 (43,2) 18 (21,4)
Sì, ma solo casi aneddotici 85 (39,9) 34 (40,5)
Ai pazienti dializzati in prossimità del fine vita…
La terapia dialitica viene mantenuta il più a lungo possibile 37 (17,4) 29 (34,5)  

p=0,01

 

riduzione/sospensione della dialisi e CP 168 (78,9) 50 (59,5)
riduzione/sospensione della dialisi e ricovero in ospedale 8 (3,8) 5 (6)
Tabella 3. Differenze statisticamente significative nelle risposte date dagli intervistati del Nord e del Sud Italia a confronto. Nord Italia: Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna; (%).
Collaborazione con la rete locale di CP
OR IC 95% p
Terapia conservativa 3,69 1,9 – 7,18 < 0,05
Dialisi nel fine vita 0,3 0,17 – 0,54 < 0,05
PCC 3,98 2,03 – 7,81 < 0,05
Tabella 4. Variabili significativamente associate alla collaborazione con la rete locale di CP. CP: cure palliative; PCC: pianificazione condivisa delle cure.
Figura 1. Frequenze delle risposte sulla percezione degli ostacoli all’applicazione delle CP nel paziente nefropatico.
Figura 1. Frequenze delle risposte sulla percezione degli ostacoli all’applicazione delle CP nel paziente nefropatico.
Figura 2. Frequenze delle risposte sulla necessità di formazione.
Figura 2. Frequenze delle risposte sulla necessità di formazione.

 

Discussione

Questa è la prima survey italiana riguardante il ricorso alle CP nel paziente nefropatico. Il lavoro mette complessivamente in luce quanto, a distanza di un decennio dalla pubblicazione delle linee di indirizzo nazionali, sia ancora poco diffusa la collaborazione con le reti locali di CP e l’offerta di CP al paziente nefropatico.

L’interesse per le cure palliative in nefrologia è sorto diffusamente in tutto il mondo occidentale negli ultimi dieci anni; a livello globale sono state pubblicate altre survey con obiettivi non dissimili da questo lavoro, tenuto conto delle ovvie differenze territoriali e culturali.

La sospensione della dialisi è molto variabile nel mondo, più alta in America e Canada (12-26%) e più bassa in Europa (2-7%) e particolarmente nel Sud Italia [8]. Secondo i dati dei paesi ad alto reddito (Nord America, Europa occidentale e Oceania), fino al 30% dei pazienti adulti in dialisi attualmente muore per sospensione della dialisi [9].

Recentemente, nel 2024, è stato pubblicato il più ampio studio degli Stati Uniti sulla terapia conservativa, basato su survey sia cartacea che web-based distribuita a livello nazionale; hanno partecipato 203 persone di cui il 49,8% nefrologi e il 50,2% personale paramedico con esperienza in nefrologia. La maggior parte (70,3%) ha riferito che meno del 10% della loro attività è dedicata a pazienti che hanno rinunciato alla dialisi. La maggior parte dei professionisti ha riferito che lavorando con i pazienti che hanno deciso di non avviare la dialisi presta attenzione alla gestione dei sintomi (81,8%), all’utilizzo di strumenti di supporto al processo decisionale condiviso (66,3%) e al supporto psicologico (52,2%); percentuali in parte molto superiori a quelle rilevate dalla presente survey. La maggior parte degli operatori ha riferito che, in questo contesto, è solita collaborare con l’assistenza primaria (72,9%), le cure palliative (68,8%) e l’hospice (62,6%), percentuali anche in questo caso molto superiori a quelle emerse nella survey italiana [10].

Un altro studio osservazionale multicentrico e multinazionale descrive i modelli di terapia conservativa/palliativa renale in Australia, Nuova Zelanda e Regno Unito; attraverso un’indagine online, i ricercatori hanno mappato le strutture e le attività delle unità nefrologiche che offrono questo tipo di assistenza, evidenziando una notevole variabilità, nonostante la condivisione da parte degli intervistati delle priorità cliniche, incentrate sul benessere psicofisico del paziente. Lo studio ha rilevato che su 114 unità di nefrologia (con un tasso di risposta del 67%), il 66% ha un servizio dedicato con prevalenze diverse in Regno Unito (74%), Australia (58%) e Nuova Zelanda (67%) [11].

Uno studio europeo del 2015 pubblicato su Nephrology Dialysis Transplantation ha rilevato che pochi centri hanno protocolli specifici per la sospensione della dialisi, la terapia conservativa dell’IRC e le cure palliative simultanee in nefrologia: l’articolo, mediante una survey online, esplora le percezioni dei nefrologi, soci della Società Europea di Nefrologia (ERA-EDTA), circa la sospensione dalla dialisi e le cure palliative. Il sondaggio ha coinvolto 528 nefrologi provenienti da 45 paesi europei. Le interviste hanno evidenziato come i nefrologi dell’Est e del Sud Europa indichino la sospensione della dialisi con una frequenza inferiore rispettivamente del 42% e del 40% rispetto a quelli del Nord Europa. Nel complesso il 42% dei nefrologi ha riportato dei casi di sospensione della dialisi e solo una piccola percentuale (7%) ha riferito l’esistenza di protocolli locali. La maggior parte dei nefrologi ha dichiarato di non avere ricevuto adeguata formazione sulle cure palliative durante la propria carriera [12].

L’Italia è tra i paesi dove, secondo i dati dello studio internazionale DOPPS (The Dialysis Outcomes and Practice Patterns Study), la sospensione della dialisi avviene meno frequentemente; sono emerse però due esperienze significative di collaborazione con le CP locali: una presso l’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari (APSS) di Trento, l’altra presso l’Ospedale San Carlo di Milano in collaborazione con Vidas [13, 14].

Non a caso questi due progetti sono stati realizzati in due regioni del Nord Italia: nella presente survey, infatti, sono emerse differenze significative tra il Nord e il Centro-Sud, con il Sud che appare penalizzato.

Queste discrepanze portano alla luce la disparità di accesso alle CP lungo tutto il territorio nazionale, le differenze culturali o la minore consapevolezza delle alternative terapeutiche, conservative o palliative, nelle aree del Sud del paese [15]. Per questo le esperienze locali virtuose come quelle dei colleghi di Trento o Milano, dovrebbero essere condivise ed allargate anche al resto dell’Italia mediante l’istituzione di un gruppo di lavoro specifico all’interno della SIN e della SICP rispettivamente, che promuova l’adesione di rappresentanti da tutte le regioni italiane.

Nella nostra survey anche il confronto tra medici ed infermieri ha messo in luce alcune criticità: le diversità anagrafiche riscontrate tra medici ed infermieri sono coerenti con la realtà lavorativa delle nefrologie italiane; la differente distribuzione di sesso ed età tra le due categorie professionali è ampiamente sovrapponibile ai dati riportati dal Ministero della Salute [16]; per quanto riguarda le aree di interesse però, in emodialisi, la maggior parte del lavoro di assistenza diretta al paziente è di competenza infermieristica, mentre è ancora scarso il coinvolgimento infermieristico nei percorsi pre-dialisi. I differenti risultati delle interviste lasciano presupporre da un lato che i medici partecipanti sovrastimino la loro reale competenza e familiarità con le cure palliative in nefrologia perché personalmente interessati all’implementazione delle stesse, dall’altro che gli infermieri siano ancora maggiormente legati al concetto della dialisi come terapia “salva vita” e fatichino a sospenderla per scarsa informazione e formazione sulla stima della prognosi e sui riferimenti normativi; infine, i dati potrebbero lasciar presupporre una mancata condivisione dei percorsi assistenziali nel fine vita tra medici ed infermieri, sottolineando dunque la necessità di una formazione omogenea per quanto riguarda la definizione dei percorsi di assistenza al malato, valorizzando poi nella pratica le specifiche competenze.

I dati della nostra survey evidenziano nel complesso uno scarso utilizzo di score prognostici e questionari validati per la rilevazione dei bisogni di CP, sia all’avvio del trattamento emodialitico sia nel trattamento cronico e nella gestione del fine vita, nonostante le indicazioni delle linee guida nazionali e nonostante l’evidenza della forte predittività di morte a 12 mesi di strumenti come la domanda sorprendente, la scala di Karnofsky e l’indice di Charlson [17].

Circa il 50% dei medici e degli infermieri italiani dichiara di non effettuare la PCC, mentre l’altro 50% afferma di documentarla in cartella. Tuttavia, si sospetta una sovrastima dei dati reali, poiché non è sempre chiaro che la pianificazione debba essere un documento appositamente creato, redatto e firmato dal medico assieme al paziente e all’eventuale suo fiduciario, così come indicato dalla legge 219/2017 [18].

Il bisogno formativo appare urgente nel contesto italiano, dove le difficoltà comunicative del personale sanitario, la mancanza di formazione e i pregiudizi della popolazione verso il fine vita sono riferiti come gli ostacoli principali all’applicazione delle CP nel paziente nefropatico: il 99% degli intervistati ritiene necessario e utile fare incontri formativi sull’argomento.

Tra i bisogni formativi impellenti emergono la necessità di acquisire prima di tutto buone capacità comunicative, dato che dovrebbe esortare la SIN e la SIAN a proporre corsi specifici sulla comunicazione difficile che aiutino il personale a familiarizzare con protocolli come lo SPIKES (Setting, Perception, Invitation, Knowledge, Emotions, Summary) ed i modelli di serious illness conversation, validandone un modello in italiano appositamente creato per pazienti nefropatici.

Un lavoro americano del 2020, condotto presso la Vanderbilt University Medical Center, Tennessee, ha descritto come un intervento educativo che includa la didattica frontale, la lettura di articoli ed il confronto con degli specialisti in cure palliative, abbia reso gli specializzandi in nefrologia maggiormente preparati alle conversazioni sul fine vita e in grado di identificare i pazienti appropriati [19].

Il nostro studio non ha preso in considerazione il punto di vista dei pazienti, ma recentemente, nel 2023, un’indagine condotta tra il 2015 ed il 2018 su 933 pazienti delle aree metropolitane di Seattle, Washington e Nashville ha descritto una discrepanza tra i valori espressi dai pazienti, orientati verso il comfort e le CP e l’assistenza realmente ricevuta nel fine vita, mettendo in luce una prevalenza di cure aggressive volte al prolungamento della vita, indipendentemente dai valori del paziente; anche questi autori giungono alla conclusione che sia primariamente importante migliorare la comunicazione attraverso la formazione [20].

La survey descritta in questo lavoro presenta alcuni limiti: essendo basata su interviste strutturate, web-based e anonime, i dati riguardanti la sospensione delle dialisi ed i casi condivisi con le CP sono solo riferiti e quindi verosimili, ma non oggettivi; gli intervistati che hanno partecipato alla survey potrebbero essere quelli più sensibili all’argomento pertanto potrebbero aver sopravvalutato alcune pratiche virtuose come la PCC o la presa in carico condivisa con le CP; la netta prevalenza dei partecipanti del Nord, soprattutto della Lombardia, può aver influito sui risultati, considerato che le CP sono maggiormente sviluppate proprio nel Nord Italia ed in particolare in Lombardia [21].

Nel nostro studio appare molto chiaro che la collaborazione con la rete locale di CP è fortemente associata alla possibilità di offrire la terapia conservativa massimale, la PCC e di sospendere l’emodialisi nel fine vita, con ripercussioni positive non solo sulla qualità di vita dei pazienti, ma anche con un cospicuo risparmio di risorse in accordo con il principio etico di equità distributiva.

 

Conclusioni

Dai dati di questa prima ed unica survey italiana sull’utilizzo delle CP in nefrologia, emerge una chiara discrepanza tra quanto raccomandato dai documenti di consenso nazionali e quanto realmente praticato a livello clinico; diversi approcci ed orientamenti sono presenti sia nel confronto tra medici ed infermieri che tra professionisti del Nord e del Sud d’Italia. I risultati di questa survey nazionale ed i bisogni formativi emersi devono stimolare le società scientifiche coinvolte, la SIN, la SIAN e la SICP a creare percorsi formativi interprofessionali e gruppi di lavoro inter-societari su scala nazionale, nell’interesse di tutti i pazienti nefropatici.

 

Bibliografia

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Differences in Efficacy Among New and Old Potassium Binders in Dialysis Patients: A Systematic Review and Meta-Analysis

Abstract

Introduction. Hyperkalemia is a common and serious complication in dialysis patients, with increased incidence and severity over time. Newer potassium binders, patiromer and sodium zirconium cyclosilicate (SZC), offer improved tolerability compared to older agents. This meta-analysis aims to evaluate the efficacy and safety of these newer binders in dialysis patients.
Methods. This systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials (RCTs) was conducted, adhering to PRISMA guidelines. Searches were performed in MEDLINE, PubMed, CINAHL, and EMBASE up to November 1, 2024. RCTs comparing patiromer or SZC to placebo, sodium polystyrene sulfonate (SPS), or calcium polystyrene sulfonate (CPS) in dialysis patients were included. Primary outcomes were differences in serum potassium levels. Secondary outcomes included adverse events (AEs) and mortality. Data were analyzed using fixed and random-effects models, and heterogeneity was assessed.
Results. Six RCTs, involving 3155 patients, were included. SZC and SPS significantly reduced pre-HD potassium levels compared to placebo (mean difference -0.68 mmol/L and -0.62 mmol/L, respectively; p<0.0001). Patiromer did not show a significant difference compared to placebo (mean difference -0.17 mmol/L; p=0.16). All treatments demonstrated a reduction in hyperkalemia events compared to placebo. Adverse event data were limited and not statistically analyzable, but no significant differences in total AEs were observed. Mortality data were sparse, with only one death reported in the placebo group. High heterogeneity was observed in the comparison between new and old binders/placebo. Conclusion. SZC and SPS effectively reduce pre-HD potassium levels in dialysis patients compared to placebo. Patiromer’s effect was not statistically significant. All binders reduced hyperkalemia events. Safety profiles appeared comparable, but data were limited. The lack of sufficient RCTs, especially those directly comparing newer binders, highlights a significant knowledge gap. Further studies are needed to evaluate long-term outcomes, including quality of life and cardiovascular effects, and to directly compare the efficacy and safety of different potassium binders in this population.

Keywords: Dialysis, Patiromer, Potassium, sodium zirconium cyclosilicate, Sodium polystyrene sulphonate

Introduction

The incidence of hyperkalemia is one of the most common complications of kidney disease. Its incidence increases in patients who previously experienced hyperkalemia, with successively shorter time between the episodes [1].

Patiromer and Sodium Zirconium Cyclosilicate (SZC), new exchange ions polymer resin and exchange ions microporous resin, were recently developed reducing adverse events and improving palatability compared to old potassium binders [24].

Furthermore, many studies in conservative CKD demonstrated that these new drugs reduce hyperkalemia in patients treated with RAASIs [5].

Many systematic reviews compared new potassium binders with old potassium binders or placebo, but no one performed it in dialysis patients [6].

The main objective of our metanalysis is to evaluate the difference in serum potassium levels after treatment with SZC and Patiromer compared to placebo, sodium polystyrene sulfonate or calcium polystyrene sulfonate. Furthermore, the safety needs to be evaluated among these potassium binders in this population, due to the different pharmacokinetics that improve them.

 

Methods

Data source and search strategy

This meta-analysis followed the Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses (PRISMA) guidelines [7] and was conducted according to a pre-published protocol (CRD42024608049) [8, 9]. The literature search was designed and performed by two Authors (V.C. and A.P.). We performed a systematic, highly sensitive search in MEDLINE, PubMed, CINAHL and EMBASE for English-language articles without time or sex restriction up to November 1, 2024. Grey literature was screened through Google Scholar, SCOPUS and clinicaltrials.gov.

Study selection and data extraction

We included any randomized controlled trials (RCTs) testing the effects of potassium binders without sex restriction. Studies were included if provided information on outcomes of interest, such as 1) Differences in serum potassium concentration, 2) Adverse events (AEs), and 3) Mortality.

Studies were excluded if they included oncological patients, acute dialysis or CKD in conservative treatment.

Articles were screened by titles and abstracts by two independent investigators (V.C. and A.F.), excluding studies not pertinent to the topic and, subsequently, assessed the full texts to determine eligibility according to the pre-specified inclusion/exclusion criteria. Any disagreement on study judgments was discussed with a third author (V.M.) who was not involved in the selection process.

Reviews, letters, case reports and studies performed on children (age<18) were excluded from analyses but screened for potential additional references. Ongoing, unpublished trials were searched on the clinicaltrials.gov website. Authors of some of the included studies were contacted for additional information about study methods and unreported data.

Data analysis

Primary analysis will compute serum potassium differences between a network meta-analysis comparing each potassium binder/placebo. Secondary analysis will consist of a comparison between SZC/Patiromer and placebo/sodium polystyrene sulfonate or calcium polystyrene sulfonate.

All data will be analyzed with fixed-effect model or random-effect model based on the heterogeneity of the studies. Mean differences, and 95% confidence interval (CI), will be calculated for continuous outcomes. For dummy outcomes, the Odds Ratio (OR), computing 95% confidence interval (CI), will be computed. Data were pooled using the fixed-effects model and also analyzed with the random-effects method to guarantee the strength of the model. We plan to test for heterogeneity using the χ² statistic related to the degrees of freedom, with a p value of 0.05 used as the cut-off value to determine statistical significance. In addition, the degree of heterogeneity will be investigated by calculating the l² statistics. We will consider l² low if <25%, moderate if 25-50%, moderate-high if 50-75% and very high if >75%. In case of high heterogeneity, we will perform sensitivity analyses to explore sources of heterogeneity, such as study quality, year of publication, intervention or control variables, participants characteristics, and risk of bias. In addition, sub-group analyses will be conducted.

We will assess funnel plot asymmetry and the contour-enhanced funnel plot to explore publication bias, if the number of studies allows it. GRADE System will be used to evaluate the certainty of the evidence and to summarize the study conclusions. We planned to construct a summary table via the GRADEpro-GDT (GRADEpro GDT 2015) [10], reporting a summary of the available outcomes’ findings and the quality of the evidence supporting each outcome.

Statistical analyses were performed using Review Manager (RevMan; Version 5.4.) software and R4.4.0 software to perform the Network meta-analysis of all outcomes.

Quality and risk of bias assessment

The quality of RCTs was assessed by using the checklist developed by the Cochrane Renal Group which evaluates the presence of potential selection bias (random sequence generation and allocation concealment), performance bias (blinding of investigators and participants), detection bias (blinding of outcome assessors), attrition bias (incomplete outcome data), reporting bias (selective reporting) and possible other sources of bias.

 

Results

Search results

The selection process has been summed up in the flowchart (Figure 1). Two hundred and twenty-two references were retrieved. Among these, 95 were duplicates. By screening titles and abstracts, a total of 16 citations were selected for full-text evaluation. Among these, 6 articles were excluded because: 1) dealing with other populations or not reporting outcomes pertinent to the topic (n=7), 2) wrong intervention or no comparator (n=2), 3) duplicate (n=0), 4) various reasons (n=2). One study has been retrieved by Clinicaltrial.gov. Six articles referring to 5 full studies were reviewed in detail and included in the review [11, 15].

Figure 1. Study selection flow.
Figure 1. Study selection flow.

Study characteristics

All RCTs employed a parallel design. All studies were published after 2019. The final population analyzed in this review included 3155 patients, but the study sample sizes were variable, ranging from 33 [11] to 2690 [13]. The percentage of male participants varied from 49.3% [14] to 73% [15]. The mean age of patients ranged from 54 [11] to 66 [15] years. Three studies compared SZC to placebo, one study compared Patiromer to placebo, and one crossover study compared Patiromer to both placebo and SPS. The main characteristics of the eight RCTs reviewed are summarized in Table 1.

Trial reference Study population and its characteristics Intervention Comparator Study duration Outcome(s) Results Notes
NCT03781089

Thrice weekly HD, adults

Exclusion:

Pregnancies

-N=33

-Age (yr)= ~54

– Men (%)= 54.5%

– Hispanic = 18.2%

Countries= United States (single centre)

Patiromer (8.4mg/die)

 

N=17

SPS

(15g)

 

N=16

7 weeks Delta K Not reported Patients were checked up at 3, 5, 10, 14 and 27 weeks after initiation of treatment
hypekalemia events*

 

13 in patiromer group vs 41  in SPS group

AEs

Death: 0 in patiromer group vs 0

SAE: 2 in patiromer group vs 2

(Arrhythmia: 0 in patiromer group vs 1

Infection: 0 in patiromer group vs 1

FAV thrombosis: 1 in patiromer group vs 0

Hospitalization: 1 in patiromer group vs 0)

 

NCT03 303521

Thrice weekly HD, adults

Exclusion: Hemoglobin <9 g/dl

Pregnancies

-N= 196

-Age (yr)=58

-Men (%)= 58.7%

-Hispanic (%)= 52%

-Countries= Japan, Russia, US, UK

SZC (5-10 mg)

 

N=97

Placebo

 

N=99

11 weeks Delta K*

Mean difference between SZC and Placebo groups: − 0.74 mmol/L (95% CI − 0.97/− 0.52)

It is a post-Hoc analysis
hyperkalemia events

 

Not reported
AEs

Hypokalemia (k<2 mmol/L) was not registered in either SZC group or the placebo group

 

 

NCT03303521

 

Thrice weekly HD, adults

Exclusion: Hemoglobin <9 g/dl

Pregnancies

-N= 196

-Age (yr)=58

-Men (%)= 58.7%

-Hispanic (%)= 52%

-Cauntries= Japan, Russia, US, UK

SZC (5-10 mg)

 

N=97

Placebo

 

N=99

11  weeks Delta K Not reported
hyperkalemia events*

 

6/97 in SZC group vs 13/99 in placebo group
AEs

Total AEs: 40/97 vs 46/99 in placebo group

GI disorders: 19/97 vs 17/99 in placebo group

Infection: 12/97 vs 9/99 in placebo group

SAEs: 7/9 vs 8/99 in placebo group

 

NCT04847232

Recurrent serum K > 5.5 mmol/L in adults thrice weekly HD patients.

Exclusion:

-Pregnancies

-Arrhythmias within 7 days before screening

N= 2690

-Age (yr)=56

-Men (%)= NS

Countries=Argentina, Austria, Brazil,

Bulgaria, Canada, China, Czechia, Germany, Hungary,

Italy, Japan, Malaysia, Mexico, Peru, Poland, Russian

Federation, Slovakia, Spain, Taiwan, Thailand, Turkey,

Ukraine, the UK, the USA and Vietnam

SZC (5-10mg)

 

N= 1349

Placebo

 

N=1341

Delta K Not reported Although the RCT results were completed, data are published but available partially on clinicaltrial.gov

hyperkalemia events*

125 in SZC group vs 280 in placebo group
AEs

GI disorders: 251 vs 260 in placebo group

Infection: 295 vs 252 in placebo group

SAEs: 7/9 vs 8/99 in placebo group

NCT04217590

China adults thrice weekly HD patients with preHD K >5.4 mmol/L

Exclusion:

Pregnancies

-N= 134

-Age (yr)=55

-Men (%)= 49.3%

SZC (5-10 mg)

 

N=67

Placebo

 

N=67

11 weeks Delta K Mean difference between SZC and Placebo groups: –0.65 mmol/L (95% CI, –0.81 to –0.48; P < 0.001).

hyperkalemia events*

40/67  in SZC group vs 56/67 in placebo group

AEs

No severe hyperkalemia has been registered

hypokalemia 2/67 in SZC group vs 0/67 in placebo group

AEs 42/67 in SZC group vs 44/67 in placebo group

SAEs 6/67 in SZC group vs 8/67 in placebo group

Infection 0 in SZC group vs 1/67 in placebo group

Death 0 in SZC group vs 1/67 in placebo group

GI 6/67 in SZC group vs 9/67 in placebo group

SNCTP000003912

Swiss adults thrice weekly HD patients

Exclusion:

Pregnancies

-N= 51

-Age (yr)=66

-Men (%)= 73%

– Caucasian= 82%

– Countries= Switzerland (multicentric)

Patiromer

(8.4mg/die)

 

N=51

Placebo

 

N=51

8 weeks Delta K 0.15+0.16 mmol//l in patiromer group vs 0.32+0.06 in placebo group

unblinded two-arm

crossover RCTs

 

hyperkalemia events* 17% in patiromer group vs 34% in placebo group
AEs
SNCTP000003912

Swiss adults thrice weekly HD patients

Exclusion:

Pregnancies

-N= 51

-Age (yr)=66

-Men (%)= 73%

– Caucasia= 82%

-Countries= Switzerland (multicentric)

Patiromer (8.4mg/die)

 

 

N=51

SPS

(15g)

 

N=51

8 weeks Delta K 0.15+0.16 mmol//l in patiromer group vs  -0.3+0.05 in SPS group

unblinded two-arm

crossover RCTs

hyperkalemia events*

17% in patiromer group vs  12% in SPS group

AEs GI 26% in Patiromer group vs 24% in SPS group
Table 1. Summary of main characteristics and findings of the RCTs reviewed.

Study quality and risk of bias

Random sequence generation and allocation concealment were detailed in all trials. Three RCTs were double-blind, and one was open-label [15]. Blinding of participants, investigators and outcome assessors was specified in all studies. Attrition bias was low in all studies. The overall dropout rate was lower than 10 % for each study. Reporting bias was high in all studies. No other potential sources of bias were observed in the majority of studies (Figure 2).

Figure 2. Risk of bias.
Figure 2. Risk of bias.

Outcome data

Mortality

The three studies that compared SZC to placebo reported 114 deaths in the placebo group and 120 in the SZC group, and data on mortality were available.

Differences in potassium level

Data on pre-HD potassium value as a continuous variable were reported by 3 studies [12, 14, 15]. a pooled analysis involving 432 patients, both SPS and SZC showed a significant reduction in serum potassium levels compared to placebo, with a mean difference of –0.6200 (95% CI: [–0.89 / –0.35]; p < 0.0001) and –0.68 (95% CI: [–0.81 / –0.55]; p < 0.0001), respectively. Conversely, no differences between Patiromer and placebo were found (mean difference -0.17, 95%CI [-0.41/0.07], p=0.16). This collective analysis was not affected by heterogeneity (I²=0%) (Figure 3). The GRADE quality of this analysis was low after downgrading for the small number of the included studies.

Similarly, a meta-analysis comparing the new agent to the old agent/placebo showed a significant reduction of serum potassium in the new binders group (-0.47, 95%CI [-0.91/-0.02], p=0.04), but it revealed the highest heterogeneity (I²=94%).

Figure 3. Forest plot. Comparison between potassium binders on mean difference in serum potassium.
Figure 3. Forest plot. Comparison between potassium binders on mean difference in serum potassium.

Hyperkalemia events

Hyperkalemia has been reported in all studies. In this case, differences have been found in each group compared to placebo (Patiromer -0.791, 95%CI:[-1-0.078], p=0.030; SPS -0.998, 95%CI [-1-0.250], p=0.009; SZC  -0.620, 95%CI [-1-0.220], p=0.002). According to these results, all treatments can avoid pre-dialysis hyperkalemia (K>5.5 mmol/L) compared to placebo (Figure 4). However, it revealed the highest heterogeneity (I²=99%).

Figure 4. Forest plot. Comparison between potassium binders on hyperkalemia incidence.
Figure 4. Forest plot. Comparison between potassium binders on hyperkalemia incidence.

Adverse Events

Adverse events cannot be statistically analyzed since they are not reported in each study and, where reported, as non-aggregable data. However, no difference has been found for total AEs in the included studies. The same can be assessed either for gastrointestinal events, for infectious or for SAEs. They are detailed in Table 1.

 

Discussion

Our analysis showed a significant difference in the management of hyperkalemia for each potassium binder compared to the only dialytic treatment with a lower pre-HD potassium concentration for SZC and SPS, without significant hypokalemia recurrence.  At the same time, the recurrence of AEs not seem to be higher than only dialytic treatment.

Intradialytic hyperkalemia has been related to mortality and comorbidity, as well as hyperkalemia in conservative CKD [1719]. Furthermore, the worst management of potassium worsens the intradialytic cardiovascular risk due to the speediest correction, almost obliged in patients with kalemia higher than 6.5 mmol/L. Although diet education, disionemia is not easy to manage in dialysis patients, often due to the lack of alimentary compliance [20].

The higher reduction of serum potassium in SZC patients than in patiromer patients can be easily explained by the speedier efficacy of the first. Indeed, SZC results are speedier in the first 48h than patiromer, and serum potassium in dialysis patients needs management into the 48/72h without dialysis [21]. This difference in speed could be crucial in patients with acute hyperkalemia or those requiring rapid potassium normalization for urgent medical procedures.

As reported in the published protocol, highlighting possible gaps in actual knowledge was one of the aims and this systematic review revealed an important gap: the lack of sufficient RCTs. The crucial relevance of knowing the efficacy and the safety of these new drugs for clinicians should be juxtaposed with enough structured and dialysis-based RCTs. In particular, the lack of studies directly comparing the different potassium binders with each other makes it difficult to establish which is the optimal choice for dialysis patients. Future studies should focus on direct comparisons to provide more robust evidence.

The lack of a sufficient number of RCTs has been reported since the first decade of this century, highlighting the phenomenon of the “Invisible trial” [22]. Even though the Restoring Invisible & About palatability and adherence, no data available from RCTs exist even though the APPETIZE study ended in 2022 [23]. Abandoned Trials (RIAT) initiative on Cochrane evidence products showed a possible solution to this problem, trials for smaller populations are often not enough to generate evidence. Furthermore, the variability of dialysis patient populations, with different comorbidities and dialysis regimens, makes it difficult to generalize the results of existing studies. A personalized approach to hyperkalemia management is needed, taking into account the specific needs of each patient.

Furthermore, some studies compared the cost-effectiveness of new and old potassium binders, with evidence of slightly lower cost in the new K binders, often due to the reduction of hospitalisation [24, 25].

Nowadays, the small number of performed trials on dialysis patients represents the major limit of this systematic review. Indeed, the lack of RCT on hemodialysis did not allow us to give a clear opinion about the use of these drugs on dialysis patients, preventing us from fully understanding if there is one potassium binder more efficient or secure. It is a serious gap in our acknowledgement that needs to be solved. Also, hypokalemia, one of the major adverse events of these drugs, is not reported enough to compute a real risk. The lack of detailed data on adverse events, particularly hypokalemia, limits our ability to fully assess the safety profile of these drugs. Future studies should include a systematic assessment of adverse events, with particular attention to hypokalemia and its clinical consequences. One of the limitations of this systematic review is the highest heterogeneity, perhaps due to the small sample, the small number of included studies and the heterogeneity of the comparisons (SPS and Placebo).

 

Conclusion

In conclusion, according to our analysis, all potassium binders seem to have more efficacy than placebo and seem to have high safety. However, the knowledge gap cannot be solved due to the need for more RCTs, paying attention that all outcomes are evaluated and reported. Furthermore, it is essential that future studies focus on evaluating the long-term impact of these drugs on the quality of life of dialysis patients and on cardiovascular outcomes. The management of hyperkalemia must be integrated into a comprehensive approach to the care of the dialysis patient, taking into account their specific needs and comorbidities.

 

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Predisposing Factors and Strategies to Address Moral Distress in Dialysis Nurses: A Literature Review

Abstract

Introduction. Moral Distress in the nursing profession represents an increasingly important issue. Patients undergoing dialysis treatment have a long and complex clinical path and the nurse is required to express clinical decisions balancing the obligations of care not only towards patients and family members, but also towards himself and the organization. It therefore happens that the nurse finds himself in situations in which he is not able to translate his moral beliefs into ethically concrete actions causing a sense of anguish and frustration.
Objective. To identify and describe the predisposing factors and strategies to address the phenomenon of Moral Distress in nurses who work in dialysis.
Method. A literature review was conducted from 01/01/2024 to 09/30/2024 by consulting four databases: PubMed, Embase, CINAHL and Scopus. The study included primary experimental, quasi-experimental, observational, qualitative studies and secondary studies such as reviews, meta-analyses and scoping reviews, which described the phenomenon of Moral distress, its predisposing factors and the related strategies to deal with it in the context of dialysis.
Results. The studies confirmed that the phenomenon of Moral Distress is very prevalent in the context of dialysis. The predisposing factors are related to: direct assistance with the dialysis patient (a), the work and organizational context (b) hierarchical barriers and impaired communication between nurses and the ward team (c). The strategies used suggest promoting the well-being of dialysis nursing staff; strategies such as: open communication with patients and relatives; opening of services that provide support on ethical reasoning and stress management; implementation of training activities regarding palliative care and end-of-life management.
Discussion. Moral distress causes nursing staff working in dialysis to feel helpless, which can evolve into emotional exhaustion with physical and psychological repercussions that can affect the quality of care provided and increase abandonment of the profession.
Conclusions. This literature review has identified the factors that determine the onset of Moral distress in the context of dialysis with the aim of outlining strategies to limit this phenomenon. In light of the results achieved, it becomes essential to implement research within nephrological contexts to prevent and contain the problem with the aim of ensuring high-quality care and at the same time the well-being of the professional.

Keywords:  well-being, dialysis, predisposing factors, nurses, moral distress, strategies

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Introduzione

Il termine “Moral Distress” (MD) è stato introdotto dal filosofo Andrew Jameton nel 1984 per descrivere la sensazione dolorosa che si manifesta quando si è consci dell’azione moralmente più appropriata alla situazione ma non è possibile metterla in atto [13]. In una dichiarazione di posizione sul disagio morale, l’American Association of Colleges of Nursing (AACN) lo descrisse come qualcosa che si verifica quando gli infermieri riconoscono l’azione appropriata da intraprendere, ma non sono in grado di agire in base a essa e, inoltre, agiscono in modo contrario ai loro valori personali e professionali, minando quindi l’integrità e l’autenticità [2]. Il concetto è stato rivisto più volte nel corso degli anni e si è riscontrato maggiormente in ambito sanitario, questo potrebbe essere riconducibile alla complessità assistenziale e alla necessità di affrontare spesso momenti stressanti e moralmente difficili che possono influire negativamente sull’attività lavorativa [4, 5]. Infatti, l’infermieristica è una professione fisicamente ed emotivamente impegnativa, in quanto le aspettative di ruolo appaiono complesse e la criticità di alcune situazioni di lavoro possono condurre a un esaurimento emotivo o a malattie legate allo stress [6, 7].

Il MD determina conseguenze a livello sia fisico che mentale, con ripercussioni sulla qualità dell’assistenza erogata. Chi ne è afflitto può sperimentare labilità emozionale, rabbia, apatia, irritabilità e diminuzione dell’entusiasmo. A livello cognitivo si verificano noia e incapacità di concentrazione con conseguente riduzione delle attività lavorative [1]. Tutto ciò si ripercuote sull’ambito fisico, nel quale si manifestano diminuzione dell’energia, della resistenza, della forza fino a un generale aumento della sensazione di malessere andando in alcuni casi a ripercuotersi persino sui rapporti sociali. Oltre al vissuto personale, anche l’ambiente influisce sul MD infatti in realtà in cui il clima organizzativo è caratterizzato da conflitti interni, scarsa comunicazione in équipe e competizione sono associate a una maggiore incidenza del fenomeno [1, 4]. Il MD è un insieme di fattori multidimensionali che vanno ad interagire su più sfere, tra cui quella sociale, individuale, istituzionale ed organizzativa [5].

Nella pratica infermieristica, il MD viene descritto come una situazione di sofferenza che sorge quando l’infermiere riconosce l’azione eticamente appropriata da adottare ma incontra impedimenti che gli rendono impossibile seguire il giusto corso d’azione [3, 6, 7]. Il disagio morale diventa la causa di situazioni stressanti in cui i valori morali vengono messi in discussione [1, 2]. L’assistenza infermieristica al paziente nefrologico è complessa e l’infermiere di dialisi è un professionista della salute con conoscenze avanzate che si occupa della assistenza al paziente con insufficienza renale cronica terminale tenendo in considerazione i bisogni complessivi della persona, dalla prevenzione alla cura attraverso lo sviluppo di competenze tecniche, relazionale, educative ed organizzative [1, 8].

I pazienti in dialisi hanno spesso una traiettoria di malattia complessa che a volte comporta sfide professionali ed emotive per il personale, soprattutto nel momento del fine vita [1, 9]. Nei reparti di emodialisi, gli infermieri sviluppano una stretta relazione con i pazienti poiché forniscono il trattamento dialitico per lunghi periodi di tempo, talvolta per molti anni e queste relazioni possono ostacolare la capacità di riconoscere e comunicare il deterioramento dei pazienti e la transizione verso il fine vita [10]. Uno dei fattori che favorisce l’insorgenza del MD nell’ambito della dialisi è l’impossibilità di ascoltare e a volte assecondare le effettive volontà del paziente laddove continuare il trattamento dialitico comporta un prolungamento della sofferenza del paziente; infatti, la dialisi viene definita una terapia che prolunga la vita ma allo stesso tempo, in alcuni casi, ritarda la morte e questa situazione mette l’infermiere di fronte ad una situazione di sensazione dolorosa tra ciò che sarebbe giusto fare e ciò che effettivamente sta accadendo, generando così l’insorgenza del disagio morale o moral distress [9]. L’obiettivo di questa revisione è di descrivere i fattori che predispongono il MD negli infermieri che operano nei contesti dialitici e identificare le strategie utilizzate per affrontarlo.

 

Materiale e metodi

È stata condotta una revisione della letteratura seguendo la linea guida Preferred Reporting Items for a Systematic Review and Meta-Analysis guidelines PRISMA [11]. Essendo una revisione narrativa della letteratura, non tutti gli item suggeriti dalle linee guida di reporting sono stati seguiti; in particolare non sono stati seguiti gli item relativi alla valutazione della qualità degli studi.

La strategia di ricerca ha incluso la costruzione delle stringhe di ricerca per le quali è stato utilizzato il metodo PIO (Popolazione-Intervento-Outcome): quali fattori predispongono all’insorgenza di MD negli infermieri che lavorano nei contesti dialitici? Quali strategie mettono in atto gli infermieri per affrontarlo?

È stata condotta una ricerca bibliografica dal 01/01/2024 al 30/09/2024. Gli articoli rilevanti sono stati identificati attraverso la ricerca nelle banche dati: CINAHL, Medline-PubMed, Embase e Scopus senza limiti temporali. I limiti impostati riguardavano esclusivamente la lingua inglese e italiana. La ricerca è stata effettuata utilizzando come parole chiave: “Nurse”, “Nursing”, “Nurses”, “Dialysis”, “Haemodialysis”, “Hemodialysis”, “Renal replacement therapy”, “Moral distress”, “Ethical dilemma”, attraverso termini liberi e MESH combinati con gli operatori booleani AND e OR.

Gli studi sono stati selezionati con i seguenti criteri di inclusione: (1) studi primari (sperimentali, quasi-sperimentali, osservazionali, qualitativi), (2) studi secondari che includevano infermieri che operavano nei contesti dialitici.

Sono stati esclusi gli studi con le seguenti caratteristiche: (1) studi che trattavano altri professionisti sanitari, (2) studi non disponibili in lingua inglese o italiana, (3) studi che trattavano altre problematiche psicologiche.

La ricerca bibliografica ha inizialmente identificato 63 studi dai quattro database elettronici: 6 articoli in PubMed, 14 articoli in CINHAL e 32 articoli in Embase e 11 in Scopus. A seguito della rimozione di 17 duplicati sono stati considerati 46 articoli, sottoposti successivamente a una fase di screening per titolo e abstract, attraverso la quale sono stati esclusi altri 21 studi; in questo modo un totale di 25 studi sono stati considerati per la lettura full text. Nella fase di eleggibilità, a seguito della lettura full text sono stati esclusi altri 17 studi in quanto non corrispondevano ai criteri di inclusione. Nello specifico 12 studi presentavano una popolazione differente, 5 studi mostravano outcome non pertinenti ai criteri di inclusione. Pertanto, 8 sono gli studi inclusi nella seguente revisione. Il relativo PRISMA flow diagram (Figura 1) descrive graficamente il processo di screening, selezione ed inclusione degli articoli. Il processo di estrazione dei dati è rappresentato dalla seguente tabella (Tabella 1).

La figura 1 mostra il Prisma flow diagram per la selezione degli articoli.
Figura 1. La figura 1 mostra il Prisma flow diagram per la selezione degli articoli.
AUTORI

E

ANNO

TITOLO DISEGNO DI STUDIO CAMPIONE OBIETTIVO STRUMENTI  

FATTORI PREDISPONENTI

 

Kim Haengsuk; Kim Hyunjung; Oh Y.

 

2023

 

Impact of ethical climate, moral distress, and moral sensitivity on turnover intention among hemodialysis nurses: a cross-sectional study Studio osservazionale Trasverale (Cross-sectional) 148 infermieri Definire l’impatto dei fattori etici, come il clima etico, il disagio morale e la sensibilità morale sull’intenzione di turnover tra gli infermieri di emodialisi

 

Questionari

Da un modello di regressione finale si evince in modo significativo che il 34,6% degli infermieri mostra un’intenzione al turnover (F = 22,534; p < ,001). In particolare si evidenziano 3 fattori principali:

1.Angoscia morale correlata alle decisioni mediche (β = 0,310; p = .001)

2.Clima etico percepito nel contesto (β = – 0,253, p = .003)

3.Coordinatore (β = – 0,191, p = .024).

Kathryn Ducharlet; Weil Jennifer; Gock Hilton; Philip Jennifer.

 

2023

Kidney clinicians’ Perceptions of challenges and aspiration to improve end-of-life care provision Studio qualitativo prospettico (approccio fenomenologico interattivo) 33 infermieri Esplorare le esperienze degli operatori nella cura del fine vita del paziente dializzato con il fine di sviluppare delle raccomandazioni che vadano a migliorare le esperienze stesse Focus group semi strutturati

1.Mancata coerenza nella gestione della malattia (evoluzione e trattamento)

2.Impegno limitato nella pianificazione anticipata delle cure nel fine vita

Nicola Fouché; Dempto Bidii; Carien De Swardt.

 

2022

An exploration of nephrology nurses’ experiences of caring for dying patients with end Stage Kidney disease (ESKD) following withdrawal of dialysis – A south African perspective Studio qualitativo (con approccio fenomenologico) 8 infermieri di dialisi Descrivere le esperienze degli infermieri di dialisi nella cura dei pazienti nefrologici terminali Interviste audio registrate

Sono emersi 4 temi principali che possono causare MD.

1.Trauma emotivo

2.Distacco

3.Perdita di valori altruistici nell’infermieristica

4.Morte

Elena Brioni, Nadia Pennacchio, Giulia Villa, Noemi Giannetta, Cristiano Magnaghi, Giuseppe Vezzoli, Duilio Fiorenzo Manara.

 

2022

L’infermiere e la percezione del moral distress nella cura del fine vita del paziente dializzato Revisione narrativa  Infermieri

(nd)

Identificare quali strategie siano utili per preservare l’integrità emotiva e la consapevolezza in ambito dialitico a beneficio sia degli operatori che dei pazienti  –

Sono emersi 3 temi principali:

1.Interruzione del trattamento dialitico

2.Risorse insufficienti

3.Mancata partecipazione al processo decisionale clinico del paziente.

Areeba Jawed; Sharon M.Moe; Melissa Anderson; James E. Slaven; Lucia De. Wocial; Fahad Saeed; Alexia M. Torke.

 

2021

 

High Moral distress in clinicians involved in the care of Undocumented immigrants needing dialysis the United States Studio osservazionale/Cross-sectional survey 134 infermieri Comprendere le prospettive degli operatori sanitari sull’assistenza dialitica degli immigrati privi di documenti. Moral distress thermometer; survey monkey Nella regressione logistica ordinata aggiustata, le donne avevano probabilità significativamente più alte di MD (OR=2,12; CI 1,03-4,33) e gli infermieri avevano MD più bassi rispetto agli specializzandi medici (OR=0,14; CI 0,03-0,63). Oltre il 70% degli intervistati ha attribuito il proprio disagio alla sofferenza dei pazienti a causa di una dialisi inadeguata e alla tensione tra ciò che è considerato etico e ciò che la legge consente
David Flood, Katharine Wilcox; Andrea Aguilar Ferro; Carlos Mendoza Montano; Joaquin Barnoya; Pablo Garcia; Randall Lou-Meda; Peter Rohloff; Anita Chary.

 

2020

Challenges in the provision of kidney care at the largest public nephrology center in Guatemala: a qualitative study with health professionals  

Studio Qualitativo

4 infermieri Raccogliere le percezioni degli operatori sanitari in merito all’assistenza al paziente in dialisi.

 

Interviste semi strutturate Dai risultati sono emerse difficoltà nel processo di “decision making” nell’ allocazione delle risorse
Lena Axelsson; Eva Benzein; Carina Persoon.

 

2020

Process toward the end of life and dialysis withdrawal Physicians’ and nurses’ perspectives Studio qualitativo 17 infermieri Esplorare le prospettive di medici e infermieri sulle traiettorie verso il fine vita che comportano decisioni riguardanti la sospensione dell’emodialisi per i pazienti con malattia renale allo stadio terminale Interviste focus group (interviste registrate e analisi con approccio interpretativo induttivo)

L’analisi ha prodotto 4 temi:

1.La complessità dell’avvio di conversazioni di fine vita

2.L’attenzione genuina al processo decisionale del paziente

3.La gestione del lutto con la famiglia

4.La negoziazione delle diverse responsabilità professionali.

I risultati hanno mostrato complessità e sfide nel tentativo di fornire un’assistenza buona ed etica che è legata alla beneficenza, alla non maleficenza e all’autodeterminazione e che può dare origine a disagio morale.

Fischer Grönlund, C. E., Söderberg, A. I., Zingmark, K. M., Sandlund, S. M., & Dahlqvist,V.

 

2014

 

Ethically difficult situation in hemodialysis care – Nurse’s narratives Studio qualitativo

(approccio ermeneutico fenomenologico)

 

10 infermieri Comprendere le esperienze di infermieri sottoposti a situazioni eticamente complesse che portano a un principio di disagio morale Interviste narrative (audio registrate)

Sono emersi un tema principale, “La richiesta di un dialogo deliberativo”, e 6 sottotemi:

1.Affrontare l’ambiguità dei pazienti

2.Rispondere alla riluttanza dei pazienti

3. Agire contro la volontà dei pazienti

4.Agire contro le proprie convinzioni morali

5.Mancanza di coinvolgimento con pazienti e parenti 6.Essere intrappolati nei sensi di colpa

Tabella 1. Tabella estrazione dati.

 

Risultati

Otto studi sono stati dichiarati eleggibili: 5 studi qualitativi [1216], 1 revisione narrativa della letteratura [17] e 2 studi osservazionali [18, 19].

Tutti gli otto studi individuavano fattori di rischio e strategie per affrontare il MD.

Tuttavia, per illustrare al meglio i risultati, sono stati suddivisi in:

  • studi che descrivono le cause del MD
  • studi che descrivono le strategie messe in atto dagli infermieri per affrontare MD

Studi che descrivono le cause del MD

Riguardo alle cause del MD negli infermieri che operano nei contesti dialitici, lo studio qualitativo fenomenologico di Fischer Grönlund et al. [12] aveva come obiettivo quello di far emergere le percezioni rispetto a situazioni eticamente difficili di dieci infermieri che operavano in dialisi. Dalle dieci interviste è emerso un tema principale quale “La richiesta di un dialogo deliberativo” e sei sottotemi: “affrontare le ambiguità in merito alle scelte dei pazienti”, “rispondere al rifiuto terapeutico dei pazienti”, “agire contro la volontà dei pazienti”, “agire contro le proprie convinzioni morali”, “mancanza di coinvolgimento con i pazienti e parenti” ed “essere intrappolati nei sensi di colpa”. Pertanto, attraverso l’analisi delle narrazioni si è compreso che gli infermieri sentivano di avere una percezione della sofferenza dei loro pazienti, ma si sentivano incapaci di alleviarla, sviluppando un disagio morale. In particolare, avvertivano che i pazienti affidavano loro i loro sentimenti, speranze e aspettative di cui si sentivano dover intervenire ma nello stesso tempo sperimentavano sensazioni di incertezza, inadeguatezza e impotenza che minacciava in continuazione la loro integrità personale e professionale.

Anche studio qualitativo di Flood et al. [16] aveva come obiettivo quello di raccogliere le percezioni di 4 infermieri attraverso interviste semi-strutturate. I risultati mostrano che gli operatori erano sottoposti a sfide emotive significative legate all’elevato volume di pazienti e alle difficili decisioni sull’allocazione delle risorse, con conseguente burnout e stress morale. Sempre riguardo alla percezione del MD, Jawed et al. [19] si è occupato di indagare attraverso uno studio osservazionale cross-sectional la presenza del fenomeno in 134 infermieri che si occupavano di assistenza al trattamento dialitico in una coorte di pazienti immigrati dove le dinamiche di comunicazione risultano essere complesse. Dai risultati del questionario è emerso che quasi la metà degli infermieri (48%) ha riferito una MD grave e il 33% una MD da nulla a lieve. In particolare, le donne avevano probabilità significativamente più alte di MD (odds ratio [OR]=2,12; CI 1,03-4,33) e gli infermieri avevano livelli di MD più bassi rispetto ai colleghi/specializzandi di medicina (OR = 0,14; CI 0,03-0,63). Inoltre, più del 70% degli intervistati ha attribuito il proprio disagio alla sofferenza dei pazienti a causa di una dialisi inadeguata e alla tensione tra ciò che è considerato etico e ciò che la legge consente o vieta.

Per quanto concerne il MD e la tematica del “fine vita” più studi della nostra revisione hanno affrontato il problema. In particolare, lo studio qualitativo di Axelsson et al. [13] ha esplorato la percezione di 17 infermieri in merito al processo decisionale del fine vita. Attraverso interviste registrate in focus group e un’analisi con approccio interpretativo induttivo era emersa la presenza di quattro temi principali: la complessità dell’avvio di conversazioni di fine vita, l’attenzione genuina al processo decisionale del paziente, la sfida che attende i membri della famiglia e la negoziazione delle diverse responsabilità professionali. In analogo allo studio precedente anche Fouché et al. [14] si sono occupati di descrivere le esperienze di 8 infermieri nella cura dei pazienti nefrologici terminali dopo la sospensione della dialisi attraverso un approccio qualitativo fenomenologico. Dai risultati sono emersi 4 temi principali: la manifestazione di un disturbo post-traumatico, il distacco che si verifica nel momento in cui si interrompe il legame tra infermiere -paziente (e famiglia), la perdita dei valori altruistici che caratterizzano la professione e per ultimo l’esperienza della morte.

Sempre riguardo alle decisioni del fine vita lo studio qualitativo prospettico di Ducharlet et al. del [15] si è occupato di esplorare le esperienze degli operatori al fine di sviluppare delle raccomandazioni che vadano a migliorare la gestione dell’esperienza legata alla morte. Attraverso focus group semi-strutturati di 33 infermieri è emerso che le esperienze più complicate per gli operatori si verificano nel momento in cui il professionista perde di vista i desideri e gli interessi dei pazienti. Infatti, è in questo momento che l’infermiere sviluppa un disagio morale perché i valori etici e clinici risultano compromessi da barriere gerarchiche, limitazioni delle risorse o processi di comunicazione compromessa.

Un altro aspetto emerso dai risultati riguarda l’impatto del MD sul turnover degli infermieri; Kim et al. [18] attraverso uno studio osservazionale hanno valutato come le problematiche legate alle decisioni etiche siano in qualche modo predisponenti al cambio del contesto clinico. I risultati raccolti attraverso una survey somministrata ad un campione di 148 infermieri mostrano in modo significativo l’intenzione di turnover (F = 22,534; p < 0,001). In particolare, il disagio morale che contribuiva al turnover era correlato a decisioni cliniche mediche (β = 0,310; p = 0,001), clima lavorativo (β = – 0,253, p = 0,003), leadership del coordinatore (β = – 0,191, p= 0,024).

Infine, la revisione effettuata da Brioni et al. [17] aveva come scopo quello di identificare quali strategie fossero utili per preservare l’integrità emotiva e la consapevolezza in ambito ospedaliero a beneficio sia degli operatori che dei pazienti. La revisione sosteneva l’infermieristica come professione fisicamente ed emotivamente impegnativa poiché la criticità di alcune situazioni di lavoro può condurre ad un progressivo esaurimento emotivo. Nello specifico nello studio emergono la presenza di tre temi che possono predisporre all’insorgenza del MD, quali: interruzione del trattamento dialitico, risorse insufficienti e mancata partecipazione al percorso decisionale clinico sul paziente.

Studi che descrivono le strategie messe in atto dagli infermieri per affrontare il MD

Gli autori degli studi inclusi nella revisione hanno adottato diverse strategie volte a ridurre il fenomeno del MD. Axelsson et al. [13] propongono di favorire il supporto tra colleghi attraverso un dialogo aperto e costruttivo per facilitare le decisioni etiche e costruire un rapporto di fiducia con i pazienti e i familiari attraverso incontri utili ad acquisire consapevolezza del momento clinico in cui si trova il paziente, così da rendere naturale la sospensione del trattamento dialitico. A tal proposito gli operatori sanitari dovrebbero ricevere supporto nel ragionamento etico da parte di personale adeguatamente formato per affrontare queste sfide e gestire il potenziale disagio morale.

Anche Jawed et al. e Kim et al. [18, 19] propongono di contrastare i livelli di MD attraverso un dialogo aperto ed un ascolto attivo ma, a differenza di Axelsson et al. [13], pongono enfasi anche sull’importanza dell’individuare strategie di gestione dello stress e della promozione di un clima lavorativo che favorisca il benessere e l’autocura, e di una leadership assertiva da parte del coordinatore.

Gli studi di Fouché et al., Ducharlet et al. e Brioni et al. [14, 15, 17] a differenza dei precedenti si focalizzano sul ruolo della formazione degli infermieri per la gestione del MD sia nei percorsi universitari di base che post base. A tal proposito, gli autori raccomandano come strategie per prevenire l’insorgenza del MD negli infermieri di dialisi oltre che il sostegno reciproco l’introduzione di corsi di “educazione alla morte” nei percorsi accademici e più in generale al fine vita. Inoltre, sostengono l’utilizzo di tecniche di briefing e debriefing con personale esperto all’interno delle unità operative al fine di sviluppare strategie di riflessione sulle esperienze.

Infine, Flood et al. [16] sostengono strategie di prevenzione del MD attraverso la corretta gestione delle risorse. Nello specifico, gli autori consigliano di stabilire l’allocazione delle risorse in base alla complessità, ove non è possibile aumentare il budget oltre che investire nei servizi di prevenzione e in una progressiva decentralizzazione dei servizi.

 

Discussione

Lo scopo di questo studio è di descrivere i fattori che predispongono il MD negli infermieri che operano nei contesti dialitici e identificare le strategie utilizzate per affrontarlo. Si evince che gli infermieri di dialisi si trovano ad affrontare situazioni eticamente difficili. Alla base di questi traumi vi sono le sfide emotive ed etiche nel fornire assistenza ai pazienti dializzati rispettando i principi di beneficenza e non malevolenza.

Dagli studi analizzati sono emersi i seguenti fattori predisponenti, raggruppati in tre aree principali:

  • fattori legati all’assistenza diretta con il paziente dializzato, come: complessità nell’affrontare una comunicazione attiva durante il fine vita, riluttanza dei pazienti all’emodialisi, incapacità dell’infermiere di alleviare la sofferenza dei pazienti generando in sé sentimenti di inadeguatezza ed impotenza. Date le relazioni di lunga data sviluppatesi tra infermiere e paziente nel corso del tempo, durante il distacco vita-morte si possono generare nell’infermiere sensazioni di disagio morale;
  • fattori legati al contesto lavorativo ed organizzativo, come: la limitazione di risorse, il clima e l’ambiente di lavoro non ottimale, il management legato al ruolo del coordinatore di unità operativa; questi creano distress poiché possono scontrarsi con i valori morali personali dell’infermiere. Nelle strategie si includono il confronto tra colleghi, la comprensione, l’ascolto e la rassicurazione del lavoratore;
  • fattori legati alle barriere gerarchiche e ai processi di comunicazione compromessa; si sviluppano tra infermieri di dialisi e medici o team di cura; questi si scontrano su decisioni relative al proseguo della terapia dialitica nonostante sia considerata dagli infermieri solamente un prolungamento della sofferenza del paziente. Si accrescono nel professionista infermiere le sensazioni di frustrazione, impotenza e stress che possono evolvere nella sindrome di burnout.

I risultati sono in linea con quanto descritto nella letteratura corrente. In particolare, una recente scoping review [20] e una revisione narrativa della letteratura [21] hanno identificato alcuni fattori che contribuiscono al disagio morale degli infermieri: impotenza, cure di fine vita, lavoro di squadra inefficace, eccessivo carico di lavoro, incapacità di fornire un’assistenza completa a causa della carenza di personale ed infine problemi organizzativi.  In relazione alle barriere gerarchiche citate in precedenza, la scarsa comunicazione e la mancanza di cooperazione con altri professionisti sanitari (in particolare i medici) nell’assistenza ai pazienti gravemente malati e una comunicazione inefficace con le famiglie è stata identificata dagli infermieri e da altri professionisti sanitari come fonte di disagio. L’angoscia derivava proprio dalla sensazione di non essere ascoltati durante le conversazioni interprofessionali sulle cure di fine vita generando senso di impotenza, disperazione e frustrazione. Anche le differenze di competenze e responsabilità tra colleghi o con i medici dava loro l’impressione di non essere ascoltati o in alcuni casi sentivano ignorate le proprie opinioni a causa della mancanza di autorità.

Gli stessi studi hanno evidenziato anche delle strategie per promuovere il benessere degli infermieri di dialisi al fine di ridurre il fenomeno del MD.

In particolare, in diversi studi è emersa la necessità di un supporto attraverso:

  • Una comunicazione aperta e continua con i pazienti, famiglia e team di cura per instaurare un rapporto di fiducia che possa facilitare l’infermiere durante il fine vita;
  • Promuovere un ragionamento etico nel processo decisionale clinico attraverso servizi o personale adeguatamente formato che si occupano di gestione e risoluzione dei dilemmi etici, gestione dello stress e capacità comunicative;
  • Tecniche di auto-cura, briefing, debriefing e tutoraggio tra pari;
  • Mantenere aggiornate le conoscenze e competenze professionali;
  • Utilizzare pratiche riflessive informali con familiari ed il sostegno di amici e colleghi;
  • Attività formative al fine di acquisire competenze avanzate sulle cure palliative e gestione del fine vita.

Uno studio qualitativo [22] attraverso un focus group ha esplorato in un gruppo di 17 infermieri le strategie di resilienza adottate. In linea con i risultati della nostra revisione, i partecipanti hanno espresso come la riflessione sulla pratica clinica, insieme alle loro esperienze professionali, li abbia aiutati ad ampliare la loro prospettiva sulla varietà di valori, intenzioni e risultati che informano le questioni etiche che hanno incontrato. In particolare, un aspetto interessante è il riconoscimento nel tempo della prospettiva etica degli infermieri, segnalando una maturazione in percorsi etici che erano stati giudicati precedentemente come divergenti con un apprezzamento della validità di ciò che era percepito come vincolante. Infine, confermando quanto già descritto in una revisione sistematica [23] e confermato nella nostra revisione le istituzioni dovrebbero progettare strutture che forniscano supporto agli infermieri attraverso programmi educativi che insegnino agli infermieri come riconoscere il disagio morale e gli effetti che ha sulla mente e sul corpo. Anche la promozione di un ambiente di rispetto condiviso, supportando l’intervento infermieristico autonomo che riconosca il valore infermieristico dell’assistenza olistica è di fondamentale importanza per evitare di essere costretti a violare le proprie convinzioni specialmente nel loro ruolo di sostenitori dei pazienti.

 

Conclusioni

Questa revisione della letteratura si poneva l’obiettivo di identificare i fattori che determinano lo sviluppo del Moral Distress nel contesto della dialisi e in seguito comprendere le strategie volte ad arginare tale fenomeno. Dalla ricerca emerge in prima istanza la necessità di effettuare ulteriori studi all’interno dei contesti nefrologici italiani per approfondire l’incidenza del fenomeno attraverso l’utilizzo di strumenti validati considerato anche la crescita esponenziale della malattia renale cronica sul nostro territorio. I risultati mostrano diversi fattori predisponenti al MD e diverse raccomandazioni da implementare nella pratica clinica per cercare di riconoscere e contenere tale fenomeno non solo per garantire la migliore assistenza al paziente ma anche per tutelare gli infermieri e tutti coloro che quotidianamente erogano assistenza ai pazienti dializzati. In conseguenza a questo, si suggerisce di implementare ulteriori studi per esaminare gli effetti di alcune variabili sul disagio morale, come l’autonomia dell’infermiere, la soddisfazione sul lavoro, la durata dell’orario di servizio e le caratteristiche personali che potrebbero aggravare o causare disagio morale.

 

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Nursing Care and Postgraduate Education of Nephrology and Dialysis Nurses in Italy

Abstract

Introduction. Patients with chronic kidney disease undergoing renal replacement therapy have complex care needs. To address this, nephrology and dialysis nurses must possess expertise in advanced specialist and disciplinary skills. The aim of this review is to analyze post-graduate academic training pathways and clinical-care training in the field of nephrology and dialysis nursing in the Italian context.
Methodology. A narrative review of the literature was conducted in May 2024, using databases such as CINAHL and Medline-PubMed, with a selection criterion limited to primary and secondary studies published in Italian and English. To supplement the search, particularly within the Italian context, grey literature sources were consulted.
Results. Post-graduate nephrology nursing education in Italy is mainly offered through First-Level Masters, as well as Second Level Masters and specialization courses, which are provided at various academic institutions. Analysis of the educational programs revealed the presence of common “core” teachings across all pathways, covering renal disease pathophysiology, hemodialysis, peritoneal dialysis, and dialysis nursing care, alongside significant heterogeneity in other proposed teachings. Clinical-care training emerged as a fundamental aspect in both post-graduate education, professional integration for newcomers, and continuous professional development.
Conclusions. The growing healthcare need for specialist skills suggests the necessity of integrating field-based training with standardized post-graduate academic pathways, possibly in collaboration with relevant Nursing Scientific Societies. This synergy would not only promote the enhancement of nursing competencies but also ensure a high quality of care delivery.

Keywords: nephrology, dialysis, university education, postgraduate education

Introduction

Chronic Kidney Disease (CKD) has become an increasingly important clinical issue in contemporary healthcare due to its rising incidence and the inherent complexity of its management [1]. CKD is characterized by a progressive and irreversible loss of kidney function, which can develop over a long period, often without noticeable symptoms in the early stages [2]. The causes of CKD are multifactorial, including conditions such as hypertension [3], diabetes mellitus, cardiovascular diseases [4], polycystic kidney disease [5], and neoplasms [6]. Early diagnosis is crucial given the asymptomatic nature of the disease in its initial stages. However, diagnosis often occurs only when kidney function is significantly impaired, underscoring the importance of awareness campaigns and regular screenings, particularly in high-risk populations [7]. The management of CKD focuses on slowing its progression and addressing complications such as anemia, bone disorders, electrolyte imbalances, and metabolic acidosis, especially in its terminal stage, End-Stage Renal Disease (ESRD) [8].

Nephrology and dialysis specialist nurses not only provide specialized care during dialysis sessions, hospitalizations, and outpatient visits, but also operate within a complex care environment characterized by a significant degree of multi-morbidity in nephrology patients [9].

Advanced Care Planning (ACP) and Hemodialysis: a Pilot Project for the Application of Italian Law 219/2017 in Dialysis Units

Abstract

The law 219/2017 is the first Italian law about advanced care planning (ACP). ACP is an important part of the therapeutic relationship between patients and doctors: thanks to ACP patients can think and discuss about end of life decisions, considering clinical aspects, but also psychological, cultural, social and ethical issues. Patients prepare themselves in advance because of the possibility of future cognitive impairment, can identify a surrogate decision maker and make end-life decisions according to their goals and values.

End-stage kidney disease (ESRD) is often characterized by important symptoms, psychological suffering and social disadvantage, and patients affected by ESRD often have slow physical and cognitive decline. Despite this, access to palliative care is reduced for these patients as compared to patients affected by other end-stage organ failures. This is the reason why we want to explore the possibility of applying APC to ESRD patients.

This pilot study, regarding three patients from the Dialysis Unit of ASST Crema in Italy, has been conducted to verify the applicability of the law 219/2017 in Dialysis Units. It shows that we have to deeply investigate this issue from both sanitary workers’ and patients’ and families’ points of view. We need more studies with a larger number of patients and a longer period of follow-up, but we also need to teach sanitary workers how to approach APC and to teach people what APC is and why it’s so important for everyone.

Keywords: advanced care planning, end-stage kidney disease, dialysis

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Introduzione

Che cos’è la pianificazione condivisa delle cure (PCC)?

Per “pianificazione condivisa delle cure” si intende un processo che si svolge all’interno di una relazione di fiducia tra il paziente e il personale sanitario, in cui si illustrano al paziente e alle persone a lui vicine la situazione attuale di malattia, le possibilità di cura e la prognosi e si riflette in anticipo in merito alle decisioni relative al fine vita tenendo inevitabilmente conto, oltre che degli aspetti clinici, di quelli psicologici e della dimensione culturale, sociale, spirituale ed etica del paziente [1].

Nel corso di questo processo il paziente si prepara alla propria eventuale, futura, incapacità di autodeterminarsi (e quindi di acconsentire o meno alle cure proposte), può identificare un fiduciario ed esplicita ai curanti le proprie indicazioni per le fasi di incapacità e/o per il fine vita in linea con i propri valori ed i propri obbiettivi [2].

In sintesi, la PCC permette al paziente di esprimere che cosa significhi per lui vivere e morire bene [2, 3].

Management of Cast Nephropathy

Abstract

Myeloma cast nephropathy is the most common cause of acute kidney injury in patients affected by multiple myeloma. The mainstay of management of cast nephropathy is the clone-based therapy by reducing production and thereby precipitation of light chains. Adjuvant therapy consists of inducing high urine volume flow and alkalinisation, where possible. Extracorporeal removal of light chains is still debated and the advantages of these procedures are not established. The use of safe and low expensive membranes may encourage their use and address their utility.

Keywords: multiple myeloma, cast nephropathy, dialysis

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In corso di mieloma multiplo (MM) la probabilità di sviluppare un danno renale acuto è piuttosto elevata. Si stima infatti che l’incidenza di acute kidney injury (AKI) sia intorno al 35%, anche se in letteratura esistono dati discordanti perché in passato nelle casistiche ematologiche l’AKI veniva stimato attraverso il GFR e solo più di recente attraverso le classificazioni idonee [1]. Quando presente, l’AKI è spesso severa [1] e la sua presenza influisce negativamente sulla prognosi dei pazienti con MM [2].

Da un punto di vista eziologico l’AKI in corso di MM può essere schematicamente ricondotto a due gruppi di cause. Il primo gruppo è rappresentato dalle AKI secondarie a un danno provocato dall’immunoglobulina patologica o da una sua frazione. Tra queste la cosiddetta “myeloma cast nephropathy” (MCN) è la causa di gran lunga più frequente (oltre la metà dei casi). Altri quadri possibili sono l’amiloidosi, la light or heavy chain deposition disease, la sindrome di Fanconi, etc. Il secondo gruppo di cause di AKI in corso di MM è quello da eziologie indipendenti dalla proteina M, come l’ipercalcemia, la disidratazione, la lisi tumorale e soprattutto i danni iatrogeni (per es. da FANS, da inibitori del proteasoma, da bifosfonati, etc.).

La MCN è il quadro più tipico e frequente di AKI in corso di MM perché è l’espressione della massiva produzione di catene leggere (CL) che si depositano nei tubuli renali. È stato dimostrato che la MCN di fatto non si realizza se il paziente non presenta un livello sierico di CL di almeno 500 mg/L e di solito sono necessari valori sierici ben più alti [3]. Questo spiega come mai la MCN sia descritta sostanzialmente solo in caso di MM (o raramente in corso di altre patologie neoplastiche ematologiche come il linfoma linfoplasmocitico e la leucemia linfatica cronica) ma non nelle condizioni precancerose, come la cosiddetta monoclonal gammopathy of renal significance.

La presenza di alti livelli di CL è un requisito indispensabile ma non sufficiente allo sviluppo della MCN. È noto infatti come non tutti i pazienti con MM e alti livelli di CL sviluppino MCN. Inoltre i livelli di CL non correlano con la gravità dell’interessamento renale [3]. Il motivo è da ricercarsi nell’interazione tra le CL e l’uromodulina, elemento chiave per la deposizione dei cilindri di CL all’interno dei tubuli renali. L’interazione delle CL con l’uromodulina avviene attraverso il legame della regione ipervariabile cdr3 delle CL con una specifica sequenza di 9 aminoacidi dell’uromodulina [4]. Ne consegue che ogni singolo clone di CL abbia una sua specifica affinità per l’uromodulina e ciò giustifica la precipitazione per concentrazioni diverse. Inoltre è stato anche dimostrato come altri fattori quali il pH possano influire sulla precipitazione delle CL [5].

Da un punto di vista istologico il quadro della MCN è caratterizzato da cilindri con struttura lamellare e aspetto fratturato, spesso intensamente eosinofili. Questi cilindri determinano una reazione infiammatoria con cellule giganti nell’interstizio che può esitare nella rottura della membrana basale tubulare e quindi in fibrosi e atrofia tubulo-interstiziale [6]. È stato dimostrato che il numero di cilindri per mm2 di corticale renale correla con il danno renale a lungo termine e che tale informazione istologica non può essere desunta dai dati di laboratorio al momento della biopsia [7]. I dati ottenuti dalla biopsia renale ci consentono quindi non solo di chiarire quale sia l’eziologia dell’AKI in corso di MM, che come abbiamo visto non è sempre imputabile alla MCN [8], ma forniscono anche insostituibili informazioni di carattere prognostico.

Il trattamento più importante della MCN è costituito dalla terapia clone based. Tanto più rapidamente ed efficacemente questa terapia riesce ad abbattere la produzione di CL, portandone i valori sierici al di sotto della soglia di precipitazione, tanto più è probabile un recupero della funzione renale. Come misure adiuvanti si può tentare di ridurre il rischio di ulteriore precipitazione delle CL attraverso la diluizione in volumi urinari elevati, maggiori di 3 L, e possibilmente in urine alcaline [9]. Vanno evitati però i diuretici dell’ansa che favoriscono la precipitazione delle CL [5]. Inoltre è necessario correggere l’ipercalcemia laddove presente ed evitare l’utilizzo di farmaci nefrotossici. È evidente che in pratica clinica possa risultare in certi casi complesso ottenere volumi urinari elevati in pazienti con AKI severa senza utilizzare diuretici dell’ansa, così come indurre una diuresi alcalina evitando però di peggiorare l’ipercalcemia attraverso l’alcalosi metabolica.

Un altro aspetto da considerare è che l’emivita delle CL, normalmente piuttosto breve, è molto allungata in caso di AKI severa e quindi, anche in presenza di una chemioterapia tempestiva ed efficace, queste restano in circolo per diversi giorni a livelli sierici elevati potendo potenzialmente continuare a precipitare e aggravare il danno renale. Pertanto nei pazienti con AKI severa che richiedono emodialisi, il trattamento extracorporeo può essere sfruttato anche per rimuovere efficacemente le catene leggere.

Le prime esperienze pioneristiche in questo ambito sono state effettuate con la plasmaferesi [10], tecnica che tuttavia non abbina la depurazione renale e che è limitata nella rimozione delle CL dai bassi volumi di liquido trattati. Le CL infatti hanno un volume di distribuzione maggiore delle Ig intatte, ma dato il loro peso molecolare contenuto possono essere efficientemente rimosse anche da filtri con cut-off minore rispetto ai plasmafiltri. Per questo motivo sono stati impiegati in questo ambito i filtri cosiddetti high cut-off (HCO) [11]. Questi filtri sono in grado di rimuovere efficacemente le CL, sia kappa che lambda (quest’ultima normalmente dimerica e quindi di peso molecolare doppio, 45 KDa circa, rispetto alla monomerica kappa). L’impiego di questi filtri si è dimostrato efficace nei primi lavori sperimentali, consentendo una buona rimozione delle CL e anche un miglioramento sugli end-point clinici [12]. Tuttavia questi filtri sono gravati da una perdita di albumina abbastanza marcata, che ne richiede la supplementazione al termine di trattamenti intensivi come quelli previsti per la rimozione delle CL (di norma quotidiani e prolungati).

Sono stati quindi disegnati due grandi trial randomizzati e controllati, il MYRE [13] e l’EuLite [14], per validare l’impiego dei filtri HCO nel contesto di pazienti con MCN. Questi studi hanno reclutato solo pazienti con MCN istologicamente documentata, che sono stati randomizzati a ricevere dialisi tradizionale o con HCO in aggiunta alla terapia standard of care. Entrambi i trial hanno fallito nel loro end point primario, ovvero dimostrare un miglioramento della prognosi renale dei pazienti dopo 3 mesi. Nonostante questo era evidenziabile un trend favorevole nel braccio di trattamento, così come il raggiungimento di alcuni end points secondari. Si è quindi ipotizzato che i trial non fossero sufficientemente potenti per dimostrare il vantaggio fornito dai filtri HCO rispetto alle metodiche convenzionali. La mancanza di potenza è stata attribuita al fatto che tra i primi lavori con filtri HCO ai due trial menzionati prima, si è verificato un grande avanzamento nel trattamento del MM con l’introduzione in terapia degli inibitori del proteasoma. La disponibilità di terapie più efficaci e rapide nel contrastare il MM potrebbe aver reso meno rilevante il lavoro effettuato sulla clearance delle CL dai trattamenti extra-corporei. Di conseguenza per evidenziare un vantaggio clinico minore sarebbe stato necessario calibrare diversamente i trial rispetto a quanto fatto sulla base dei primi dati disponibili (i vantaggi sulla prognosi renale erano stimati intorno al 30%). Tuttavia dal trial EuLITE è emerso anche un aumentato rischio infettivo nel braccio di trattamento. Questo allarme, insieme alla mancanza di una chiara efficacia dei trattamenti, alla complessità di gestione e ai costi degli stessi ha limitato la diffusione dei filtri HCO per questa indicazione.

Nel frattempo ulteriori lavori hanno dimostrato che anche altre metodiche emodialitiche, sfruttando soprattutto il principio dell’adsorbimento e non solo della filtrazione, possono essere in grado di fornire una certa rimozione delle CL nei pazienti con MCN. Sono stati pubblicati diversi lavori, in particolare circa l’impiego di filtri a base di PMMA [15, 16] e delle resine di stirene [17], tutte metodiche in grado di adsorbire le CL. Nonostante i tassi di rimozione non siano allo stesso livello dei filtri HCO, queste metodiche presentano dei vantaggi relativi alla semplicità di gestione, alla sicurezza e ai costi. Nel nostro centro abbiamo utilizzato la metodica HFR-SUPRA col raggiungimento di buoni risultati sia in termini di riduzione delle CL che prognostici [18]. Un’altra alternativa potrà essere rappresentata dai filtri a medium cut off, introdotti nella pratica clinica più di recente e che non sono gravati da sostanziali perdite di albumina [19].

Se da un lato quindi non abbiamo dati conclusivi sull’opportunità di impiegare trattamenti specifici per la rimozione extra-corporea delle CL nei pazienti con MCN, dall’altro la possibilità di impiegare metodiche semplici e a basso costo, in pazienti comunque destinati al trattamento emodialitico, sembra una scelta logica e supportata da un razionale fisiopatologico chiaro. Inoltre, con il cronicizzarsi delle patologie oncologiche è sempre più frequente imbattersi in pazienti che presentano recidive e che impiegano seconde e terze linee di trattamento, a volte con tempi di azione più lunghi. La possibilità di impiegare in questi casi dei trattamenti efficienti e sicuri rappresenta una possibilità da non trascurare per limitare l’impatto del danno renale e quindi le sue conseguenze.

 

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  6. Bridoux F, Cockwell P, Glezerman I, et al. Kidney injury and disease in patients with haematological malignancies. Nature Reviews Nephrology. 2021; 17: 386-401. https://doi.org/10.1038/s41581-021-00405-7
  7. Royal V, Leung N, Troyanov S, et al. Clinicopathologic predictors of renal outcomes in light chain cast nephropathy: a multicenter retrospective study. Blood The Journal of the American Society of Hematology. 2020;135:1833-1846.
  8. Ecotière L, Thierry A, Debiais-Delpech C, et al. Prognostic value of kidney biopsy in myeloma cast nephropathy: a retrospective study of 70 patients. Nephrology Dialysis Transplantation 2016;31:64-72. https://doi.org/10.1093/ndt/gfv283
  9. Bridoux F, Leung N, Belmouaz M, et al. Management of acute kidney injury in symptomatic multiple myeloma. Kidney international. 2021; 99:570-580. https://doi.org/10.1016/j.kint.2020.11.010
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Chronic Kidney Disease and Cancer: Ethical Choices

Abstract

Cancer and chronic kidney disease prevalence both increase with age. As a consequence, physicians are more frequently encountering older people with cancer who need dialysis, or patients on dialysis diagnosed with cancer. Decisions in this context are particularly complex and multifaceted. Informed decisions about dialysis require a personalised care plan that considers the prognosis and treatment options for each condition while also respecting patient preferences. The concept of prognosis should include quality-of-life considerations, functional status, and burden of care. Close collaboration between oncologists, nephrologists, geriatricians and palliativists is crucial to making optimal treatment decisions, and several tools are available for estimating cancer prognosis, prognosis of renal disease, and general age-related prognosis. Decision regarding the initiation or the termination of dialysis in patients with advanced cancer have also ethical implications. This last point is discussed in this article, and we delved into ethical issues with the aim of providing a pathway for the nephrologist to manage an elderly patient with ESRD and cancer.

Keywords: Chronic Kidney Disease, Cancer, Dialysis, Ethic, Onconephrology

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Neoplasia e malattia renale

Al giorno d’oggi, a livello mondiale, le neoplasie rappresentano una delle principali cause di morte, così come la malattia renale cronica in stadio terminale (ESRD) interessa percentuali sempre più ampie di popolazione [1, 2].

A partire dagli anni ’70 la dialisi è diventata il trattamento salvavita per pazienti con insufficienza renale acuta o cronica in stadio terminale e negli ultimi decenni nei Paesi occidentali il numero di dializzati cresce del 5% annuo. Fra le principali cause vanno ricordate l’invecchiamento della popolazione generale e l’incidenza sempre più crescente di diabete mellito di tipo II, condizione frequentemente associata a deterioramento della funzione renale [2]. La terapia sostitutiva della malattia renale cronica permette una maggior sopravvivenza rispetto al paziente con malattia renale cronica terminale ma non dializzato, maggior sopravvivenza che può favorire la comparsa di neoplasie [3]. Nonostante siano stati riportati in letteratura risultati contrastanti tra i vari studi negli anni ’90 del secolo scorso, più recentemente sono stati pubblicati studi che hanno dimostrato una maggiore incidenza per alcuni tipi di tumore nei pazienti in dialisi [4, 5].

In uno studio di coorte retrospettivo del 2018, che ha utilizzato i dati del Taiwan National Health Insurance che copre circa il 99% della popolazione della nazione, è stato dimostrato come nei pazienti in dialisi si osserva un aumentato rischio di comparsa per alcuni tipi di neoplasia. Il rischio risulta aumentato indistintamente nei pazienti in dialisi peritoneale o in dialisi extracorporea versus l’incidenza nella popolazione generale che non presenta malattia renale. Tra le neoplasie riscontrate le più frequenti erano quelle a carico delle vie urinarie extrarenali, vescicali e renali, del fegato e della tiroide [6].

Uchida e collaboratori hanno valutato la sopravvivenza media a 3 anni dall’inizio del trattamento sostitutivo in 454 pazienti in emodialisi e in 120 pazienti in trattamento con dialisi peritoneale. Nella popolazione in dialisi extracorporea è stato riportato un tasso di sopravvivenza del 65% al termine dei 3 anni di follow-up. Le cause di morte erano le malattie cardiovascolari nel 52% dei decessi, infettive nel 25% dei decessi e per neoplasia nel 12% dei decessi [6]. Nei pazienti in dialisi peritoneale si è osservata una sopravvivenza a 3 anni dell’81%, mentre le cause di morte erano infettive nel 36% dei casi, cardiovascolari nel 24% e oncologiche nel 6% dei casi (p = NS per morte da neoplasie fra emodialisi e dialisi peritoneale). Va infine sottolineato come in letteratura sia riportato un tasso di sopravvivenza nei pazienti con ESRD e neoplasia inferiore a quello dei pazienti con malattia renale cronica terminale senza neoplasia [6] e un tasso di mortalità elevato anche nei pazienti oncologici con danno renale acuto [7, 8]. 

Il meccanismo attraverso cui la malattia cronica renale end-stage possa influenzare lo sviluppo del cancro non è ancora ben compreso e si ipotizza una eziologia multifattoriale: il danno ossidativo aumentato nei pazienti uremici che danneggia il DNA predispone a mutazioni genetiche [8] e altera la riparazione del DNA [9, 10], l’accumulo di agenti cancerogeni dovuto a ridotta escrezione renale quali ad esempio i prodotti finali della glicosilazione o l’omocisteina. Oltre a questi sono riportati fra i fattori favorenti la comparsa di neoplasia lo stato infiammatorio cronico determinato dall’utilizzo di sostanze bioincompatibili e gli stress meccanici [11], lo stato immunitario maggiormente compromesso nei pazienti con CKD e ancor più nei pazienti in dialisi che espone i pazienti a maggiore probabilità di infezioni croniche come HBV, HCV, EBV [12]. Non bisogna infine dimenticare che alcuni farmaci utilizzati per il trattamento delle glomerulonefriti o delle vasculiti, quali l’azatioprina o la ciclofosfamide, sono riconosciuti come sostanze potenzialmente cancerogene e associate a maggior rischio di sviluppo rispettivamente del cancro della cute, di linfomi e del cancro della vescica [13, 14].

 

ESRD e trattamenti antineoplastici

Come nefrologi ci troveremo sempre più spesso a trattare pazienti con ESRD o già in dialisi che sviluppano un tumore (degno di nota è che spesso la diagnosi di cancro viene fatta grazie ai programmi di screening per inserimento in lista trapianto) così come gli oncologi dovranno gestire pazienti oncologici con ESRD o in dialisi. Le prescrizioni dovranno essere adattate in termini di adeguamento del dosaggio e del tempo di somministrazione al fine di prevenire effetti collaterali renali e non, dovuti alla modifica della farmacocinetica dei farmaci antitumorali in pazienti con alterata funzione renale. La corretta conoscenza della farmacocinetica dei farmaci antineoplastici permetterà così di evitare gli effetti tossici dovuti ad accumulo del farmaco per la minore escrezione renale, così come l’inefficacia terapeutica dovuta alla somministrazione di una dose non adeguata e ridotta arbitrariamente a scopo precauzionale.

Si sa ancora poco sulla gestione dei farmaci citotossici in pazienti con ESRD e ancor meno sulla tempistica ottimale e sugli aggiustamenti di dosaggio necessari a seconda delle sessioni di dialisi.  La mancanza di conoscenza e dati riguardanti l’uso sistemico di questi farmaci può portare ad un uso improprio dei chemioterapici e ad effetti tossici fatali in questi pazienti. Pertanto, è importante monitorare attentamente anche tutti gli effetti extra-renali correlati alla dose durante l’uso di tali farmaci. In questi anni si è avuto un significativo progresso nella gestione delle patologie oncologiche nei pazienti con malattia renale; quindi, i pazienti con ESRD devono avere le stesse probabilità di trattamento che hanno i soggetti senza malattia renale cronica. Infatti, alcuni studi hanno riportato che la sopravvivenza mediana dei pazienti con insufficienza renale con mieloma multiplo era inferiore nei pazienti non trattati con chemioterapia rispetto ai pazienti trattati con vincristina, adriamicina e desametasone (2 mesi vs 10 mesi) e melfalan (2 mesi vs 12 mesi) [15, 16].

Sembra tuttavia che i medici siano riluttanti ad utilizzare farmaci antitumorali nei pazienti in trattamento dialitico cronico con diagnosi di neoplasia. I pazienti in dialisi richiedono un’attenzione specifica soprattutto per la gestione dei farmaci antineoplastici poiché, nonostante gli effetti renali non siano più un problema nel paziente dializzato, è altrettanto vero che sono più esposti agli altri effetti collaterali extrarenali correlati alla dose. Questo dipende dal fatto che la maggior parte dei farmaci citotossici sono escreti prevalentemente a livello renale in forma immodificata o come metabolita attivo e dunque tossici. Nello studio multicentrico CANDY (CANcer and DialYsis, 2012), i ricercatori francesi hanno analizzato le dosi/intervalli di farmaci antitumorali somministrati in 178 pazienti in dialisi cronica che avevano sviluppato un tumore, aggiustandone il dosaggio per la funzione renale/sessione di dialisi al fine di evitare l’eliminazione prematura del farmaco durante le sessioni di dialisi [17], dimostrando che con il dosaggio appropriato del farmaco antineoplastico i pazienti oncologici con malattia renale in trattamento sostitutivo possono essere trattati come i pazienti non dializzati. Pertanto, è fondamentale utilizzare i dati disponibili per regolare la dose di farmaci antitumorali per questi pazienti e programmarne la somministrazione in base alle sessioni di dialisi. Ad esempio, nei pazienti in emodialisi che ricevono i sali di cisplatino, le dosi iniziali di cisplatino devono essere ridotte del 50% per evitare sovradosaggio e problemi di tolleranza, che possono mettere a rischio la possibilità di proseguire il trattamento chemioterapico. Questo perché il cisplatino è irreversibilmente legato alle proteine plasmatiche mentre la dose di farmaco libera è dializzabile e per questo deve essere somministrato dopo le sessioni di dialisi o nei giorni di non dialisi. Per altri farmaci non rimossi dal trattamento dialitico, come la doxorubicina, il rituximab, la vinblastina o la vincristina, la somministrazione può essere effettuata in qualsiasi momento e non necessita di aggiustamenti di dose [17]. Dunque, l’ESRD non è da considerare una controindicazione assoluta alla somministrazione di farmaci antitumorali, ma questi richiedono una gestione specifica in termini di dosaggio e tempo di somministrazione rispetto alla seduta di dialisi.

 

Approccio multidisciplinare alle cure

È dunque necessario un approccio multidisciplinare che includa oncologi, nefrologi e farmacologi per gestire correttamente i pazienti oncologici che presentano ESRD e proporre quindi una strategia farmacologica antitumorale adattata a questi pazienti che sviluppano tumori piuttosto che controindicarla sistematicamente, utilizzando le scarse raccomandazioni che derivano prevalentemente da report basati su singoli casi clinici e non da studi con una significativa numerosità di pazienti dializzati (che pur essendo scarse sono le uniche disponibili) e raccogliere correttamente i dati osservati nei pazienti trattati per avere ulteriori strumenti a disposizione per il trattamento delle neoplasie nei pazienti con ESRD o in dialisi [18, 19].

Pertanto si rende sempre più necessario, alla luce anche della continua introduzione nella pratica clinica di nuovi farmaci antitumorali, poter disporre di algoritmi terapeutici basati sullo stato fisico del soggetto, sulla mortalità prevista per malattia renale, sul tempo di dialisi, sul tipo e stadio della neoplasia, sull’impatto che il trattamento potrà avere sul grado di autonomia del paziente e il risultato ottenuto dall’algoritmo potrà quindi essere di supporto al clinico nella scelta terapeutica  (sì terapia vs no terapia).

 

Scelte etiche

Alla luce dell’età media di inizio trattamento dialitico sempre più avanzata (nel mondo occidentale è attorno ai 69 anni), della possibile comparsa di neoplasia nel corso del trattamento  dialitico, delle attese dei pazienti e familiari in un epoca sempre più connessa e con informazioni non sempre attendibili,  è lecito che la comunità dei professionisti si chieda: “è giusto trattare i pazienti dializzati con riscontro di neoplasia quando anche in condizioni di “no neoplasia” hanno una minor sopravvivenza rispetto alla popolazione generale? Tratto tutti indistintamente, non tratto nessuno, quali strumenti posso utilizzare per supportarmi nella decisione?”.

La scelta decisionale in questo caso richiede, a nostro giudizio, il supporto della bioetica, branca della filosofia che nasce con lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie biomediche (la scoperta della struttura a doppia elica del DNA e la conseguente ingegneria genetica, la preparazione della pillola per la contraccezione ormonale, lo sviluppo del trapianto d’organo, il sostegno artificiale delle funzioni vitali, il concepimento in vitro, la clonazione come esempi di innovazioni che hanno generato grandi discussioni fra i clinici) e che si occupa dell’analisi razionale dei problemi morali emergenti nel campo delle scienze biomediche, proponendosi di definire criteri e limiti di liceità alla pratica medica e alla ricerca scientifica, affinché il progresso avvenga nel rispetto di ogni persona umana e della sua dignità.

Il termine bioetica, coniato agli inizi del ’900, fu utilizzato nella sua accezione comune dall’oncologo statunitense Van Rensselaer Potter che, nel 1970, lo inserì nel titolo del suo testo “Bioetica: la scienza della sopravvivenza” spiegando il termine bioetica come “la scienza che consente all’uomo di sopravvivere utilizzando i suoi valori morali di fronte all’evolversi dell’ecosistema” [19].

La bioetica nasce quindi dall’esigenza di integrare tra loro nuove conoscenze e nuovi saperi con l’obiettivo di definire in maniera forte e razionale i criteri di regolamentazione della prassi biomedica e garantire la libertà di ricerca scientifica nel rispetto dei diritti umani fondamentali. Si può quindi dire che questo nuovo approccio alle grandi questioni mediche nasce dal dialogo e dal confronto tra biologia, medicina, filosofia, teologia, sociologia, antropologia, economia, diritto, politica, bioingegneria e, in questi tempi anche dalla discussione sull’information technology. Partendo dalla descrizione del dato scientifico, biologico o medico, la bioetica esamina la legittimità dell’intervento dell’uomo sull’uomo, avendo come orizzonte di riferimento la persona in tutte le sue dimensioni: fisiche, psichiche e spirituali.

Il fine del giudizio bioetico non è solo quello di dire ‘come’ si deve agire, ma ‘perché’ si deve agire in quel modo.

Da notare che la bioetica è cosa ben diversa dall’etica poiché quest’ultima è una branca della filosofia che si occupa del comportamento umano, studia i fondamenti che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status normativo, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale. Come disciplina affronta questioni inerenti alla moralità umana definendo concetti come il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, la virtù e il vizio, la giustizia e il crimine.

Mentre per Deontologia Professionale intendiamo l’insieme delle regole morali che disciplinano l’esercizio di una determinata Professione (regole che la stessa professione, attraverso un proprio codice, si è data).

Da qui l’importanza di comprendere che la Deontologia Professionale (concetto che nella medicina trova forma scritta nella sua carta fondamentale – il Codice Deontologico) risulta essere l’insieme di quelle connotazioni prescrittive vincolanti per ciascun medico, pena la censura o radiazione, che la categoria professionale si è data per meglio esercitare la professione (contro morale = immorali).  Va pertanto ribadito che il “Codice Deontologico” non è stato elaborato partendo da precetti etici, e infatti nel codice sono contenute alcune regole che possono contrastare con il giudizio etico di alcuni suoi membri (ad esempio le norme che disciplinano l’interruzione della gravidanza).

Queste regole hanno la finalità di rappresentare i binari entro i quali la Professione debba essere esercitata, ed allo stesso tempo cosa il cittadino può “aspettarsi” dal professionista. Ecco perché il Codice è soggetto a revisione periodica, essendo considerato un “patto” è come tale soggetto a revisione tra le parti.

Tornando ai concetti di bioetica, per quanto riguarda la sua applicazione in ambito medico, si sono individuati 4 principi, riconosciuti come finalità implicite di questa pratica, cui fare riferimento in senso regolativo. Essi sono:

  • Il principio di autonomia, con il quale si riconosce e si afferma il dovere di rispettare l’individuo nella sua autodeterminazione, il suo diritto ad avere opinioni, a compiere delle scelte e ad agire in base a valori e convinzioni personali, nonché il dovere di promuovere l’autonomia dei diversi soggetti coinvolti nel processo di cura;
  • Il principio di non maleficenza, con il quale si riprende il tradizionale principio ippocratico del primum non nocere e si afferma il dovere di non provocare intenzionalmente un danno;
  • Il principio di beneficienza, che possiamo vedere come versione positiva del principio di non-maleficenza, inteso alla prevenzione o rimozione di un danno e alla promozione del bene del paziente;
  • Il principio di giustizia, che sottolinea l’esigenza di equità e giustizia della pratica medica e sanitaria e introduce la dimensione socioeconomica e politica tra i fattori determinanti questo settore [20].

 

Percorso decisionale nei pazienti con ESRD e neoplasia

Ed ecco che alla luce di tali premesse, dinanzi ad un paziente oncologico con ESRD o in dialisi il medico dovrebbe proporre un piano di assistenza personalizzato che consideri la prognosi e le opzioni terapeutiche per ogni condizione, rispettando anche le preferenze del paziente. Il concetto di prognosi dovrebbe includere considerazioni sulla qualità della vita, lo stato funzionale e l’onere dell’assistenza.

La stretta collaborazione tra oncologi, nefrologi, palliativisti e geriatri è fondamentale per prendere decisioni terapeutiche ottimali e sono disponibili diversi strumenti per definire la prognosi della neoplasia, la prognosi della malattia renale e la prognosi generale correlata all’età. Prove emergenti mostrano che questi strumenti di valutazione geriatrica, che misurano i gradi di fragilità, sono utili nei pazienti con malattia renale cronica. Nella review pubblicata su Lancet nel 2021, si cerca di fornire strumenti ai medici per guidare il processo decisionale in merito all’inizio e alla fine della dialisi nei pazienti con cancro avanzato [21]. Lo scenario che possiamo avere di fronte è duplice: il primo scenario è che i pazienti con neoplasia nota possono sviluppare ESRD e richiedere la necessità di iniziare un trattamento sostitutivo; il secondo scenario è che i pazienti con ESRD in dialisi sviluppino una neoplasia che potrebbe richiedere di non continuare la terapia dialitica. Il problema di trattare o non trattare queste condizioni cliniche spesso si pone nei pazienti più anziani con ESRD associata ad altre comorbilità, una popolazione che inoltre in una percentuale sostanziale mostra una significativa compromissione funzionale e cognitiva [22, 23] oppure perde l’indipendenza personale entro i primi mesi o anni di dialisi [24]. 

Bisogna tener presente, tuttavia, che non vi è una sostanziale eterogeneità nel processo di invecchiamento, e ciò comporta importanti variazioni nei modelli di trattamento e nei risultati nei pazienti più anziani. Inoltre, ci sono poche prove su cui basare le decisioni terapeutiche per i pazienti anziani con tumore e malattia renale, perché questo gruppo è notevolmente sottorappresentato negli studi clinici [25, 26].

Poiché l’età cronologica da sola non è un buon indice descrittivo dell’eterogeneità nel processo di invecchiamento, è necessario un modo sistematico e basato sull’evidenza per valutare la salute e la resilienza di un individuo e per guidare le decisioni terapeutiche oncologiche. Per colmare questa lacuna è stato proposto come approccio la valutazione geriatrica completa (CGA) [27].

La CGA è definita come un processo diagnostico multidimensionale e interdisciplinare fornendo una solida base per un processo decisionale condiviso perché raccoglie informazioni sulle capacità e sui limiti funzionali e psicosociali che sono legati alla discussione di ciò che conta di più nella vita quotidiana del singolo paziente. Con queste informazioni raccolte obiettivamente, il team medico è in grado di sviluppare un piano coordinato e integrato per il trattamento e il follow-up a lungo termine [28, 29].

Dato il contesto complesso dovuto sia alla neoplasia che alla malattia renale (e della possibile fragilità), in questa popolazione è fortemente raccomandato di non utilizzare la sola valutazione geriatrica ma di utilizzare l’intero processo CGA per fornire la migliore assistenza e includere assistenti e infermieri del servizio dialisi nel team interdisciplinare CGA. I punteggi Performance Status e Karnofsky Performance Status dell’Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG) sono rapidi e semplici da accertare, ma non hanno una sensibilità sufficiente per rilevare la fragilità in modo efficiente. Inoltre, queste misurazioni non danno informazioni dettagliate sull’esatta gravità dei problemi geriatrici nei diversi domini. In uno studio di Hurria e colleghi, il Karnofsky Performance Status non è stato in grado di prevedere la tossicità della chemioterapia, mentre i componenti della valutazione geriatrica hanno aggiunto un valore sostanziale nel predirla [30].

Diversi studi hanno dimostrato che la maggior parte dei componenti del CGA ha un valore prognostico indipendente per la sopravvivenza (es., stato funzionale [31, 32], stato nutrizionale [33-36] e salute mentale [31, 32]), con la nutrizione costantemente tra i più forti predittori di esito. Tuttavia, un CGA completo richiede tempo, quindi per selezionare i pazienti che trarrebbero i maggiori benefici dalla valutazione geriatrica, sono stati sviluppati numerosi strumenti di screening geriatrico (ad esempio, Geriatric 8 noto anche come G8 [37], l’indagine sugli anziani vulnerabili [38], e la versione fiamminga del Triage Risk Screening Tool [39]. 

Inoltre, nei pazienti con malattia renale avanzata, ci sono rapporti secondo i quali la valutazione geriatrica è utile per informare il processo decisionale condiviso in merito alla scelta della modalità e per massimizzare le opportunità di riabilitazione e mantenimento dell’indipendenza [40, 41]. È stato suggerito che la CGA dovrebbe essere eseguita, e dovrebbe essere applicata per la pianificazione avanzata dell’assistenza, al momento dell’inizio della dialisi e poi riveduta quando si verifica un cambiamento importante nella salute o nello stato funzionale di un paziente, come nel caso di un ricovero in ospedale [40].

Il trattamento dialitico è da considerarsi come “terapia salvavita”, ma in alcune situazioni può essere visto anche come un prolungamento sproporzionato della vita e che può peggiorare la qualità della vita del paziente attraverso l’aumento del carico di cure. Compito del clinico, pertanto, è di “dare vita agli anni, non anni alla vita”. Molti pazienti con ESRD sono fragili e hanno molteplici comorbilità e la loro sopravvivenza globale in dialisi cronica rimane bassa, con un tasso di sopravvivenza a 5 anni inferiore al 50%; tuttavia, vi è un’elevata variazione interindividuale a seconda dell’età, dello stato funzionale e della presenza di comorbilità specifiche al momento dell’inizio della terapia renale sostitutiva [42, 43]. Oltre alle complicazioni mediche, è ben noto che l’inizio della terapia renale sostitutiva è associato ad un improvviso declino funzionale e ad una diminuzione della qualità della vita [44, 45]. Lo stato funzionale è un risultato importante per i pazienti più anziani, la maggior parte dei quali dà priorità allo stato funzionale rispetto al prolungamento della vita [46]. Inoltre, vi è una maggiore probabilità per i pazienti in dialisi di morire in ospedale o in hospice e la maggior parte dei pazienti in dialisi riceve negli ultimi anni di vita un trattamento sproporzionato rispetto ai bisogni del soggetto [47]. 

Nella popolazione anziana, attraverso l’uso di questionari anonimi, si rileva un’alta percentuale di persone che prova rimpianto per aver iniziato il trattamento sostitutivo. Ad esempio, Saeed e colleghi hanno rilevato che il rimpianto decisionale si è verificato in 82 (21%) dei 397 pazienti sottoposti a dialisi cronica [48]. L’invecchiamento della popolazione, l’evoluzione dei pazienti anziani avviati al trattamento dialitico, l’aumento delle ospedalizzazioni legate al trattamento hanno nel tempo favorito il dibattito sull’utilizzo della gestione conservativa come alternativa al trattamento dialitico almeno nella gestione dei pazienti anziani e grandi anziani [47, 49]. Questo sviluppo è stato ben illustrato da Verberne e colleghi che hanno confrontato retrospettivamente i risultati della cura conservativa rispetto alla terapia renale sostitutiva in 311 pazienti olandesi di età pari o superiore a 70 anni [50, 51]. Sebbene questo studio abbia rilevato che questi pazienti di età pari o superiore a 70 anni sottoposti a terapia renale sostitutiva avevano una sopravvivenza significativamente più lunga rispetto a quelli che avevano scelto un trattamento conservativo (tempo medio di sopravvivenza dalla data della decisione sulla cura 3,1 anni vs 1,5 anni rispettivamente; log-rank p<0,001), non è stata osservata alcuna differenza significativa nel sottogruppo di pazienti di età pari o superiore a 80 anni (2,1 anni vs 1,4 anni rispettivamente, log-rank p=0,08). Inoltre, mentre i pazienti di età pari o superiore a 70 anni con comorbidità grave (ossia, punteggio di comorbidità di Davies ≥3) che hanno scelto la terapia sostitutiva renale hanno comunque vissuto significativamente più a lungo rispetto a quelli che hanno scelto la cura conservativa, la differenza di sopravvivenza è stata inferiore rispetto a quelli con meno comorbidità (1,8 anni mediani di sopravvivenza dalla scelta della decisione terapeutica vs 1,0, log-rank p=0.02) [50]. 

Non iniziare la dialisi, o interromperla, è quindi una valida opzione terapeutica anche nelle persone anziane con neoplasia, in particolare se la prognosi della neoplasia o la prognosi generale correlata all’età è sfavorevole. L’équipe medica ha l’obbligo etico nei confronti del paziente di delineare la diagnosi e di evidenziare l’opzione della dialisi senza omettere informazioni sul rapporto rischio-beneficio. Il paziente può anche decidere di provare la dialisi a tempo limitato, prendendosi il tempo necessario per prendere la decisione definitiva di interrompere o proseguire la dialisi. Allo stesso modo, dovrebbe essere descritta la possibilità alternativa di un approccio conservativo con cure palliative. I pazienti hanno il diritto di rinunciare a qualsiasi trattamento, ma non possono richiedere la somministrazione di una terapia che l’équipe medica ritiene futile [21]. 

Come precedentemente ricordato nella pratica clinica si possono prevedere diversi scenari: pazienti con neoplasia nota che sviluppano ESRD e pazienti con ESRD in dialisi che sviluppano una neoplasia. Nel primo scenario sarà importante per il paziente e per l’oncologo comprendere l’effetto dell’ESRD e elaborare un’ipotesi di prognosi con e senza dialisi, in modo che si possa prendere una decisione informata sull’inizio della dialisi. Nel secondo caso diventano rilevanti altre domande: quali sono le opzioni diagnostiche e terapeutiche e qual è la (probabile) prognosi della neoplasia? Qual è la prognosi del paziente, data la sua attuale fragilità, lo stato di salute generale e le comorbilità? In che modo questo è influenzato dalla neoplasia, con e senza trattamento? Quali saranno gli effetti delle possibili opzioni terapeutiche oncologiche per questo specifico paziente, dato il suo stato di fragilità? Cosa significa questo per la scelta del trattamento oncologico? Qual è la prognosi per la malattia renale allo stadio terminale, con e senza dialisi? Qual è l’effetto atteso del proseguo o della sospensione della dialisi in questo particolare paziente, dato il suo stato di fragilità? Cosa significa questo per la decisione terapeutica? Quanto dell’attuale stato di fragilità del paziente è determinato dai sintomi legati alla neoplasia o alla malattia renale e che potrebbero essere alleviati iniziando il trattamento? Cosa succede se il paziente non prosegue il trattamento dialitico oppure non inizia la terapia antitumorale?

Per guidare la discussione con il paziente, sono pertanto necessarie molte informazioni sulla futura evoluzione della malattia e, in particolare, informazioni da tre diversi punti di vista: quello oncologico, quello geriatrico e quello renale. Dal punto di vista oncologico, gli oncologi devono informare il paziente sullo sviluppo previsto della malattia, con e senza iniziare o continuare la terapia antitumorale. Dal punto di vista geriatrico, i geriatri sono nella posizione migliore per informare i pazienti sui possibili effetti sull’indipendenza, sulla funzionalità e sulla qualità della vita in generale per una persona della loro età e grado di fragilità. Dal punto di vista renale, la prognosi renale è un preambolo importante nelle discussioni con il paziente ed è determinata dalla funzione renale residua e dalla gravità della patologia renale sottostante. Anche se difficilmente esatta, il nefrologo può stimare l’evoluzione di una malattia (mesi/anni prima di necessità della terapia sostitutiva). Strumenti prognostici convalidati possono aiutare in questo contesto, ad esempio, l’Equazione del rischio di insufficienza renale [52,53]. Alla luce del declino cognitivo che può manifestarsi nel periodo successivo all’inizio della terapia sostitutiva, è pertanto importante iniziare le discussioni sull’inizio o la fine della dialisi il prima possibile nel decorso clinico del paziente, per consentire un processo decisionale informato e condiviso (équipe-paziente-familiari).

Fornire informazioni è essenziale ed i pazienti che decidono se iniziare o interrompere la dialisi devono essere informati della loro prognosi e del possibile carico di sintomi che si presenteranno alla sospensione del trattamento o al non avvio della terapia sostitutiva. L’alternativa al non avvio della terapia dialitica rimane la massima gestione conservativa, un approccio che comprende il trattamento di supporto per alleviare il carico dei sintomi nei pazienti con ESRD, oltre a misure per preservare la funzione renale residua [54]. Fra queste ultime ricordiamo la prevenzione di episodi di ipotensione prolungata (controllo idratazione, uso ragionato della terapia ipotensiva, presenza di vomito o diarrea), il non utilizzo di farmaci nefrotossici (quali ad esempio i farmaci antinfiammatori non steroidei o gli aminoglicosidici) e il corretto utilizzo delle procedure che richiedono l’uso del mezzo di contrasto per via endovenosa. Gli strumenti di valutazione dei sintomi sono importanti per guidare e valutare il trattamento scelto e attualmente sono disponibili per questo scopo una moltitudine di strumenti [55, 56]. Uno studio di Van der Willik e colleghi [55] ha esaminato 121 questionari per la valutazione dei sintomi e ha identificato l’indice dei sintomi della dialisi (DSI, Dialysis Symptom Index) come il migliore della sua classe [55]. 

Il delicato equilibrio tra il trattamento e la palliazione nel paziente nefropatico con neoplasia (sia nel paziente già in trattamento che in quello che deve iniziare trattamento dialitico) ha portato in questi ultimi anni all’individuazione di una nuova specializzazione in rapida evoluzione quale è l’onconefrologia, che centralizza le competenze oncologiche, nefrologiche e geriatriche per permettere la definizione del percorso di cura del paziente anziano e nefropatico con neoplasia [57].  Le decisioni terapeutiche vanno quindi condivise attraverso un confronto tempestivo tra pazienti, familiari o caregiver e professionisti, sui delicati argomenti della prognosi e delle preferenze del paziente. La pianificazione anticipata dell’assistenza delinea i confini della perseveranza terapeutica in base alle preferenze dei pazienti [57] e mira a preparare i pazienti e i loro caregiver al processo decisionale di fine vita, nel tentativo di migliorare la qualità della vita, senza necessariamente estenderla [58]. Al termine del percorso di confronto, che può richiedere anche momenti di interruzione per permettere una adeguata elaborazione delle informazioni ricevute al paziente e ai familiari, si definisce in maniera dettagliata la pianificazione dell’assistenza (escalation terapeutica, sospensione trattamento dialitico, palliazione). Condivisione, informazione corretta, tempo per l’elaborazione delle decisioni, supporto al paziente e ai familiari nel percorso decisionale sono step fondamentali perché il percorso di cura sia basato sulle conoscenze del clinico e sulle volontà del paziente e dei caregiver. 

Nei pazienti con malattia renale cronica, di solito c’è una relazione terapeutica di lunga data tra il nefrologo e il paziente, e questa relazione favorisce le discussioni congiunte. Nel caso di riscontro di neoplasia in un soggetto dializzato cronico deve essere valutato il peso del trattamento dialitico (sia in termini assistenziali che di impatto sulla vita del paziente) e il vantaggio di sopravvivenza che il trattamento dialitico può dare, valutazione che si rende particolarmente necessaria nei pazienti anziani fragili. Le informazioni predittive sulla sopravvivenza attesa con o senza un trattamento antineoplastico specifico sono importanti per i pazienti nel processo decisionale.  La complessità di questo contesto è che la prognosi globale (cioè il corso anticipato della convivenza con una malattia), è determinata da almeno tre fattori, in parte indipendenti: la prognosi della neoplasia, la prognosi associata alla fragilità (che include altre comorbilità, lo stato funzionale e le sindromi geriatriche) e la prognosi basata sulla malattia renale. Tuttavia, la prognosi è più della sola aspettativa di vita; una definizione più ampia è quella di considerare la prognosi come la visione anticipata della convivenza con una malattia [59].

Nel campo dell’oncologia, ci sono molti dati sui fattori prognostici di sopravvivenza in diversi tipi di tumore. L’età è spesso tra questi fattori prognostici, ma i fattori correlati al tumore (es., le caratteristiche del tumore, l’estensione della malattia) sono generalmente più importanti e la fragilità è raramente inclusa perché non è stata spesso misurata in studi precedenti. Successivi studi oncologici hanno iniziato a integrare i parametri di fragilità (misurati dalla valutazione geriatrica) quando si guarda alla prognosi e alla tolleranza al trattamento. La valutazione geriatrica nei pazienti anziani con neoplasia è in grado di rilevare problemi e rischi non identificati a cui possono essere applicati interventi mirati, prevedere esiti avversi (es., tossicità, declino funzionale o cognitivo, complicanze postoperatorie) [60]. Infine, per il paziente in terapia conservativa o in trattamento dialitico con la neoplasia in cura attiva è necessaria la presa in carico “continuativa e transmuraria (territorio-ospedale-territorio)”, sul modello delle cure simultanee, in questo caso “onco-nefro-palliative”.

Inoltre, il concetto di prognosi deve includere considerazioni sulla qualità della vita, lo stato funzionale, l’onere dell’assistenza e delle cure, le speranze e le preoccupazioni dei pazienti e la possibilità di eventi imprevedibili. Sulla base di tutte queste considerazioni, il medico può aiutare il paziente a prendere decisioni che abbiano senso per il paziente nella propria vita [61]. 

Ovviamente vanno garantiti alla persona con prognosi infausta il non abbandono (ageismo) garantendo un supporto base al paziente, il sollievo delle sofferenze attraverso l’attivazione delle cure palliative, il rispetto di tutti i diritti della persona (dignità) e il diritto alla verità/speranza attraverso un’informazione veritiera. 

Per alcuni pazienti la prognosi potrebbe essere principalmente determinata dalla fragilità, per altri dalla progressione della neoplasia e per altri dal problema renale. La CGA è un processo diagnostico multidisciplinare e multidimensionale in cui vengono valutate le capacità mediche, nutrizionali, funzionali e psicosociali. Questo modello di valutazione geriatrica può aiutare a rilevare problemi geriatrici non riconosciuti, consentire un intervento precoce e portare a strategie di trattamento sempre più individualizzate [62].

 

Documenti società scientifiche

Per aiutare nella decisione delle cure sempre più individualizzate sono stati elaborati diversi documenti condivisi sia a livello nazionale che internazionale. Fra i vari documenti, segnaliamo quelli elaborati a livello nazionale, che oltre alle basi scientifiche derivate dalla letteratura, riflettono anche il pensiero elaborato su queste problematiche in numerosi convegni fra nefrologi, giuristi, palliativisti, geriatri, medici legali. Il documento Grandi insufficienze d’organo end-stage: cure intensive o cure palliative?” è stato promosso dal Gruppo di Studio di Bioetica della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) [63]. Il testo è stato elaborato dopo un intenso lavoro di circa due anni da esperti di varie specialità e professionalità impegnati nella gestione dei malati affetti da patologie cronico-degenerative in fase end-stage. L’obiettivo è quello di fornire strumenti di valutazione e un percorso decisionale per definire con maggiore appropriatezza etico-clinica il trattamento di tali malati che giungono nei dipartimenti di emergenza o che sono ricoverati nei reparti ospedalieri per acuti. In data 22 Aprile 2012 il presente documento è stato approvato ad unanimità dal Consiglio Direttivo della SIAARTI ed il 24 Maggio 2013 dal Consiglio Direttivo Nazionale Società Italiana Medicina Emergenza Urgenza (SIMEU).

Altro documento utile per la definizione condivisa del processo delle cure è il “Documento condiviso SICP-SIN” frutto del tavolo di lavoro intersocietario fra la Società Italiana Cure Palliative e la Società Italiana di Nefrologia, approvato da entrambi i consigli Direttivi al termine di un percorso di elaborazione durato tutto il 2015. Nel documento si possono trovare gli strumenti utili per l’identificazione precoce nel paziente con malattia renale cronica avanzata del bisogno di cure palliative, gli aspetti di natura etico-giuridica e le possibili opzioni terapeutiche.

Due documenti che pongono quindi le basi per una corretta e fattiva collaborazione fra i diversi professionisti, e che per quanto ci compete da un supporto particolare a noi nefrologi e ai palliativisti, aiutandoci nelle decisioni di cura che hanno, sempre più, aspetti etici oltre che clinici [64, 65].

 

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Management of Chemotherapy in Patients Subjected in Chronic Dialysis Treatment

Abstract

The incidence of tumors is increased in patients with chronic renal failure and even more in patients on dialysis. Dialysis can affect both therapy and prognosis of oncological patients. It increases both cancer-related and non-cancer-related mortality rates and is the main cause of a suboptimal use of therapies. In patients with renal impairment, the dosage of many chemotherapies should be reduced but, due to the lack of real knowledge of the pharmacokinetic and pharmacodynamic properties of these drugs in dialysis, dosage adjustments are often done empirically and most often avoided.

Although many papers are available in the literature regarding chemotherapy in dialysis, there is a lack of consensus regarding drug dosages and administration schedules. Furthermore, guidelines are absent due to the lack of “evidence” for most of these patients, usually excluded from experimental treatments.

Specific onconephrologic trials are therefore mandatory to decide how much, how, and when to use chemotherapy in patients on dialysis and thereby ensure adequate treatment for these patients.

Keywords: onconephrology, dialysis, cancer, chemotherapy

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I numeri del cancro in dialisi

Nell’ultimo decennio del ’900 era già chiaro che i pazienti con insufficienza renale cronica e, ancora di più, i pazienti in dialisi, avessero un rischio aumentato di sviluppare tumori[1-3]. Veniva riportato un rischio del 20% di sviluppare tumore nei pazienti con insufficienza renale cronica terminale (ESRD), con un rischio che aumentava in modo proporzionale al tempo in dialisi [1]. 

Questa aumentata incidenza sembra essere secondaria al fatto che insufficienza renale cronica (CKD) e cancro condividono alcuni importanti fattori di rischio (es. ipertensione, età >65 anni, fumo di sigaretta, obesità, alcol, sesso maschile, patologie cardiovascolari, esposizione ambientale, etc.) [4, 5] e agli eventi avversi secondari all’insufficienza renale avanzata (es. esposizione prolungata alle tossine uremiche, infiammazione cronica, aumento del rischio infettivo, sistema immunitario poco efficiente, malnutrizione, alterazione dei meccanismi di riparo del DNA, etc.) [6, 7]. 

Il miglioramento delle tecniche dialitiche ha portato, nel corso degli anni, a un incremento significativo della vita media del paziente dializzato, rendendo il trattamento del tumore in questa categoria di pazienti un tema di importanza sempre maggiore [6]. 

Negli ultimi anni sono stati pertanto condotti studi epidemiologici volti a una miglior identificazione della reale incidenza di tumore nei pazienti dializzati e dei principali fattori di rischio. 

In particolare, uno dei più grandi studi condotti fino ad ora sull’argomento è uno studio di coorte, retrospettivo, che aveva lo scopo di valutare l’incidenza di tumore in pazienti in trattamento dialitico cronico dal 1996 al 2009. Sono stati valutati 482.510 pazienti; di questi, 37.128 hanno sviluppato una neoplasia entro i 5 anni (prevalenza 7,65%), con un’incidenza cumulativa calcolata in 5 anni del 9,48%. Il rischio era più elevato per il tumore del rene, della pelvi renale e della vescica e i principali fattori di rischio individuati sono stati sesso maschile, razza non ispanica, età superiore ai 65 anni e una causa di ESRD diversa dal diabete [8]. 

Questi dati sono stati confermati da uno studio italiano, condotto da Taborelli et al., su 10.790 pazienti emodializzati. In questa popolazione sono stati registrati 367 tumori de novo in 330 pazienti evidenziando come il rischio di insorgenza di una neoplasia de novo sia di 1,3 volte maggiore nella popolazione dialitica rispetto alla popolazione generale. In questo studio non sono state evidenziate differenze tra i sessi, con un rischio maggiore in pazienti giovani. Il rischio è apparso essere più elevato nei primi tre anni, ed in particolare nel primo anno di dialisi [6]. 

Uno studio condotto in Oceania sempre negli stessi anni si è occupato invece di valutare il rischio di recidiva di malattia oncologica nei pazienti dializzati. Sono stati valutati 4912 pazienti che avevano avuto una precedente neoplasia. Di questi, 323 pazienti (6,6%) hanno sviluppato una recidiva di neoplasia, l’80% dei quali metastatica. 343 pazienti (7%) hanno invece avuto una diagnosi di nuova neoplasia. È stato registrato un tempo medio di recidiva di tumore dall’inizio della dialisi di 1,2 anni e un tempo di insorgenza medio per lo sviluppo di un nuovo tumore di 2 anni. È stato inoltre visto che la sopravvivenza media di questi pazienti era limitata: 1,3 anni per i pazienti che avevano sviluppato un tumore de novo, in particolare di rene, vie urinarie e polmone, e una sopravvivenza a 3 anni inferiore al 50% per i pazienti con recidiva di malattia. In questo caso i tumori più frequenti erano linfoma, vie urinarie, polmone e melanoma [9]. 

Tutti questi studi hanno confermato una stretta relazione tra funzione renale e cancro rendendo evidente la necessità di uno screening specifico e di un follow-up regolare nella popolazione dializzata con particolare attenzione ai pazienti con una storia oncologica e la necessità di rendere la terapia oncologica accessibile anche a questa categoria di pazienti [10]. 

 

Chemioterapia ieri e oggi

La chemioterapia citotossica è stata la prima classe di farmaci utilizzata per il trattamento dei tumori. Nel 1942 Louis Goodman e Alfred Gilman usarono per la prima volta le mostarde azotate in un paziente con linfoma non Hodgkin, dimostrando che la chemioterapia può indurre remissione del tumore [11].

Da allora l’utilizzo della chemioterapia si è diffuso notevolmente con un’esplosione del numero di farmaci utilizzati e il tipo di tumore trattati. Nel 1992, l’approvazione di Imatinib per il trattamento della leucemia mieloide cronica ha segnato l’inizio dell’era dei farmaci a bersaglio molecolare. L’introduzione di nuove classi di farmaci ha migliorato la sopravvivenza dei pazienti oncologici ma la chemioterapia resta ancora oggi molto utilizzata sia in monoterapia che in combinazione con altri chemioterapici o farmaci di altre classi (Tabella 1).

La gestione della chemioterapia nei pazienti in dialisi rappresenta ancora oggi una grande sfida per l’oncologo e per il nefrologo poiché molti chemioterapici sono escreti a livello renale anche solo in parte e la dialisi altera il metabolismo della maggior parte dei farmaci, anche quelli con un’escrezione renale ridotta o nulla [13].

Le principali sfide in questo ambito sono individuare la dose di farmaco da somministrare e il momento in cui somministrarlo rispetto alla seduta dialitica. È importante riuscire a ottimizzare al meglio entrambi i parametri poiché, se da una parte somministrare una dose eccessiva di farmaco può portare a over-esposizione del paziente alla sostanza tossica con un aumento degli eventi avversi e una riduzione della sopravvivenza, anche una riduzione della dose del farmaco eccessiva o una sua rimozione precoce dal circolo ematico porta a un sotto-trattamento e quindi a una riduzione di efficacia dello stesso [14].

Tipo di tumore Uso della chemioterapia Terapie “emergenti”
Polmone Riduzione globale ICI; ICI + CT; TA
Colon-retto Stabile TA + CT
Esofago-stomaco Stabile TA + CT
Pancreas Stabile TA + CT
Ovaio Stabile TA + CT
Endometrio Stabile ICI; TA + CT
Testa-collo Stabile ICI + CT; TA
Urotelio Stabile ADC, ICI
Mammella Riduzione importante ADC, TA
Prostata In aumento TA
Sarcoma Stabile TA
Linfoma/Leucemia Stabile CT + TA
ICI, inibitori di immune checkpoint; CT, chemioterapia; TA, Farmaci a bersaglio molecolare; ADC, antibody-drug conjugates
Tabella 1. Chemioterapia nella pratica clinica [12].

 

Studi clinici e raccomandazioni

Gli studi clinici fase I e II solitamente includono solo i pazienti con funzione renale normale o lievemente ridotta; il problema persiste negli studi di fase III dove soltanto in alcuni vengono arruolati pazienti con insufficienza renale cronica moderata. Per questo motivo i dati relativi a pazienti con insufficienza renale avanzata (eGFR <30 ml/min/1,73 mq), insufficienza renale cronica terminale (ESRD) o in dialisi sono particolarmente limitati o del tutto assenti prima dell’approvazione del farmaco. La presenza di dati limitati e l’inesperienza circa la sicurezza nell’uso dei farmaci in queste popolazioni fanno si che sulla scheda tecnica degli stessi appaia la dicitura “il farmaco è controindicato nei pazienti con insufficienza renale avanzata” [15].

I pazienti con ESRD vengono esclusi dagli studi clinici nonostante ci siano raccomandazioni specifiche da parte di EMA e FDA per l’arruolamento dei pazienti con CKD nei trial clinici a condizione che venga definito una metodica standard per stimare il filtrato glomerulare per tutta la durata dello studio e che vengano stabiliti degli adeguamenti della dose del farmaco in base al filtrato glomerulare standardizzati per lo studio [16, 17].

Uno studio condotto da Kitchlu et al. nel 2018 ha posto l’attenzione sulla grande problematica dell’esclusione dei pazienti con insufficienza renale dai triali clinici dei farmaci oncologici evidenziando come dei 310 triali clinici analizzati, condotti dal 2012 al 2017 su farmaci oncologici per il trattamento dei 5 tumori più comuni (vescica, seno, colon-retto, polmone, prostata) e i cui risultati sono stati pubblicati su riviste ad elevato impact-factor, l’85% escludeva a priori i pazienti con insufficienza renale cronica e il 100% i pazienti in dialisi [18]. Uno studio retrospettivo simile, volto a valutare la percentuale di trial clinici di fase III su farmaci oncologici sistemici che escludono pazienti con CKD, e relativi criteri d’esclusione, è stato pubblicato nel 2022 da Delaye et al.; dei 268 trial valutati, il 68% (185) presentavano almeno un criterio di esclusione basato sulla funzione renale [19].

Questi dati sono particolarmente rilevanti se si considera l’elevata incidenza di tumori nei pazienti con CKD. L’esclusione dei pazienti dai trial fa si che questi pazienti non vengano presi in considerazione per terapie oncologiche. È inoltre importante sottolineare che i pazienti con CKD non sono esclusi solo dai trial di farmaci con elevata potenzialità nefrotossica o per i quali ci sia un elevato rischio di eventi avversi a causa dell’eccessivo accumulo del farmaco nell’organismo in caso di ridotta escrezione renale, ma anche da quelli per i quali il rene non ha un ruolo determinante in farmacocinetica e farmacodinamica [18]. 

Nel 2020 Sprangers et al. hanno proposto delle misure da adottare per migliorare la cura oncologica nei pazienti con insufficienza renale. In particolare hanno suggerito la necessità che Agenzie Nazionali e Internazionali del farmaco come FDA ed EMA impongano l’inclusione dei pazienti con CKD nei trial clinici dei farmaci o che producano dati clinici separati ma specifici sui pazienti con insufficienza renale prima dell’approvazione dei farmaci stessi. Inoltre, raccomandano che vengano eseguiti almeno degli studi secondari, successivi all’approvazione dei farmaci, per i pazienti con CKD o ESRD; suggeriscono anche che i nefrologi vengano coinvolti nelle prime fasi dei trial clinici dei farmaci e nei team dedicati alla disfunzione d’organo per aumentare il reclutamento dei pazienti con CKD, e che vengano creati dei gruppi a livello nazionale con lo scopo di aumentare l’interesse per la problematica [20].

Proposte simili sono state avanzate da Delaye et al., i quali suggeriscono inoltre di stabilire un metodo di stima della funzione renale che possa essere usato in tutti i trial clinici, che le modifiche di dose necessarie per i pazienti con GFR ridotto vengano stabilite nelle prime fasi dei trial in modo da avere maggior facilità nella gestione dei pazienti con CKD nelle ultime fasi degli studi e limitare l’eventuale esclusione dei pazienti con ESRD dai trial clinici per i soli farmaci che, in base alle caratteristiche di farmacocinetica e farmacodinamica, potrebbero mettere a rischio il paziente [19].

I dati clinici disponibili sull’utilizzo dei chemioterapici in dialisi sono pertanto derivati da case report e case series o piccoli studi retrospettivi che raccolgono pazienti trattati con farmaci molto diversi tra loro e che pertanto non permettono di trarre conclusioni statisticamente significative e omogenee sulla dose di farmaco da somministrare, la tempistica di somministrazione rispetto alla seduta dialitica, il profilo di sicurezza e di efficacia [21-25].

Lo studio Candy [26], studio multicentrico retrospettivo condotto dal 1997 al 2010 su 178 pazienti emodializzati, aveva come obiettivo primario quello di dare indicazioni circa la gestione dei farmaci oncologici in pazienti dializzati che sviluppavano un tumore dopo l’inizio della dialisi (tempo medio tra l’inizio della dialisi e la diagnosi di tumore di 2,6 anni). Dei 178 pazienti, 50 erano stati trattati con chemioterapici per un totale di 96 prescrizioni e 36 diversi farmaci prescritti. Delle 96 prescrizioni il 45% richiedeva un adeguamento di dose sulla base dei pochi dati di letteratura o erano farmaci per i quali non erano disponibili raccomandazioni nei pazienti in dialisi; il 75% dei farmaci prescritti era stato somministrato dopo la seduta di dialisi. Dei 50 pazienti trattati, il 72% aveva ricevuto almeno un farmaco che richiedeva adeguamento di dose o per cui non c’erano raccomandazioni nei pazienti dializzati. In generale, dallo studio emerge che l’88% dei pazienti trattati con farmaci oncologici aveva avuto necessità di una gestione specifica della dose o del timing di somministrazione di almeno un farmaco senza però linee guida specifiche.

I principali limiti di questo studio sono l’assenza di indicazioni su come adeguare la dose del farmaco (viene indicato solo se sia necessario un adeguamento), non ci sono dati circa i pazienti trattati con dosi ridotte, e le informazioni sulla necessità di adeguamento di dose o di dializzabilità derivano da casi clinici singoli o piccole case series per la mancanza di evidenze di alto livello in questo setting di pazienti. Mancano inoltre i dati circa la risposta alla terapia.

Nel 2017 l’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM) e la Società Italiana di Nefrologia (SIN) hanno pubblicato delle “Raccomandazioni” sulla gestione della chemioterapia nei pazienti dializzati basandosi sui dati presenti in letteratura, per stessa ammissione degli autori, nella maggior parte dei casi singoli, case report o piccole case series; nonostante siano state fornite indicazioni circa l’utilizzo della maggior parte dei principali chemioterapici, la mancanza di studi clinici sull’argomento impedisce di avere informazioni certe e quindi delle reali linee guida [27].

Nel 2022 è stata pubblicata una review che, ancora una volta, ha provato a riassumere le indicazioni circa la gestione dei farmaci nei pazienti oncologici in trattamento dialitico cronico. Sempre per una mancanza in letteratura di studi clinici, anche le indicazioni presentate dagli autori di questa review sono basate su una casistica limitata che, per la maggior parte, coincide con quella su cui si sono basati sui case series precedenti [13].

In letteratura è presente una sola review che ha raccolto i dati di pazienti in dialisi peritoneale; si tratta di una raccolta di 16 case report trattati con un totale di 18 regimi terapeutici (15 chemioterapia, 3 farmaci a bersaglio molecolare, no immunoterapia). Sulla base delle poche evidenze gli autori raccomandano l’adeguamento di dose dei farmaci utilizzati [28].

Sempre nel 2022 sono state pubblicate le “International Consensus Guideline for Anticancer Drug Dosing in Kidney Dysfunction (ADDIKD)” con l’obbiettivo di fornire indicazioni generali su come stimare la funzione renale nei pazienti oncologici e su come utilizzare questo dato per adeguare la dose dei farmaci oncologici. Vengono poi fornite indicazioni specifiche su come somministrare i singoli farmaci in base alla funzione renale dei pazienti. Le linee guida non forniscono indicazioni su come adeguare la dose dei farmaci nei cicli di terapia successivi al primo e informazioni specifiche sull’adeguamento di dose in pazienti con filtrato glomerulare inferiore ai 15 ml/min/1,73 mq in terapia conservativa o trattamento dialitico. Per queste categorie di pazienti viene suggerito un approccio multidisciplinare con nefrologi, oncologi/ematologi e farmacologi.

Ancora una volta, la mancanza di studi clinici specifici impedisce di avere linee guida chiare su come gestire i chemioterapici nella popolazione di pazienti dializzati [29].

Il mancato arruolamento dei pazienti con ESRD e in dialisi nei trial clinici dei farmaci non permette inoltre di avere dati circa la farmacocinetica e farmacodinamica in questi pazienti e, anche nei case report descritti in letteratura, spesso non sono state studiate queste caratteristiche dei farmaci. Questo rende ulteriormente difficile l’utilizzo dei farmaci in questa popolazione.

Infatti, nella popolazione generale le proprietà farmacodinamiche derivano dall’interazione del farmaco con i suoi recettori/target cellulari e l’attivazione del successivo pathway a valle e la farmacocinetica dei farmaci può invece essere descritta dall’acronico ADME: assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione (Figura 1) [13]. Questi parametri nei pazienti con ESRD o in dialisi possono essere modificati anche per i farmaci non eliminati primariamente dal rene ma i cui metaboliti lo sono; inoltre, le tossine uremiche possono alterare gli enzimi epatici coinvolti nel metabolismo dei farmaci [13]. Nei pazienti in dialisi la farmacocinetica e farmacodinamica dipendono inoltre anche da variabili specifiche della dialisi: ultrafiltrazione, tipo di membrana utilizzata e superficie, ritmo dialitico e durata del trattamento, peso molecolare dei farmaci, legame con le proteine, etc. [30, 31]; queste sono considerazioni da fare e non controindicazioni alla somministrazione di chemioterapia in dialisi.

Figura 1. La farmacocinetica nel paziente dializzato.
Figura 1. La farmacocinetica nel paziente dializzato.

 

La pratica clinica

Nella pratica clinica quotidiana, nonostante esista la possibilità, somministrare terapia oncologica sistemica ai pazienti in dialisi resta tutt’ora un’enorme sfida per il clinico; la conseguenza nella realtà è che non sempre viene somministrata. Uno studio retrospettivo condotto da Minegishi et al. ha mostrato come di 158 pazienti oncologici affetti da tumore del polmone afferenti a 22 ospedali giapponesi, solo 91 pazienti sono stati trattati con chemioterapia mentre 67 hanno ricevuto solamente cure di supporto a prescindere dallo stadio del tumore [32]. I dati francesi del CANDY study [23] riportano che solo il 28% dei pazienti dializzati con una neoplasia diagnosticata de novo vengono trattati con terapia oncologica sistemica, e uno studio giapponese riporta una percentuale ancora inferiore pari al 15% [33].

Se esiste già una tendenza al sotto trattamento nei pazienti con evidenza di malattia, il problema diventa ancora più rilevante nel setting adiuvante. In particolare, Ishii et al. hanno recentemente pubblicato i dati relativi a uno studio retrospettivo condotto su 99.761 pazienti sottoposti a chirurgia curativa per tumori di colon, polmone o mammella in ospedali giapponesi. Di questi, 1207 pazienti (1%) erano dializzati. Quello che è emerso dallo studio è la conferma che i pazienti dializzati vengono sottoposti a terapia adiuvante meno spesso dei pazienti non dializzati (24% vs 63%, p<0,001) e che, quando viene avviata, la terapia adiuvante è spesso più breve (138 vs 154 giorni, p<0,001), con regimi di terapia modificati senza omogeneità e con riduzioni spesso non necessarie della dose del farmaco (92% dei pazienti trattati in questo studio vs 72% in studi precedenti) [34].

 

Sopravvivenza dopo terapia

I pazienti oncologici con concomitate CKD hanno outcome peggiori rispetto ai pazienti normofunzione renale [18], è stato inoltre riportato un rischio di mortalità cancro-relata 1,5-2,9 volte superiore nei pazienti dializzati rispetto alla popolazione generale [34]. Per esempio, dallo studio di Minegishi et al. non emergono chiari benefici di sopravvivenza nel trattare i pazienti con chemioterapia e, pertanto, viene consigliata una valutazione attenta prima del trattamento di questi pazienti [32].

Se da un lato il peggioramento dell’outcome può essere spiegato dalle numerose comorbidità dei pazienti dializzati, un problema effettivo sembra essere rappresentato dal non trattamento o mal trattamento dei pazienti. Infatti, ai pazienti in dialisi, spesso viene negato un trattamento adeguato per un atteggiamento “nichilistico” da parte degli oncologi ma anche troppo spesso dei nefrologi, per la mancanza di una reale conoscenza della farmacocinetica e farmacodinamica di questi farmaci in dialisi e per la difficoltà gestionale di far coincidere terapia oncologica e seduta dialitica.

È emerso in studi condotti su pazienti con CKD che un adeguamento della dose del farmaco in base alla funzione renale corretto ed effettuato prima dell’inizio del trattamento porti a una miglior prognosi oncologica rispetto a un adeguamento di dose in corso di terapia [14, 35]. Nonostante non esistano al momento studi analoghi condotti su pazienti in dialisi è verosimile credere che l’andamento in termini di prognosi sia il medesimo.

 

Conclusioni

Nonostante in letteratura ci siano lavori riguardo la chemioterapia in dialisi, c’è poca uniformità per quanto riguarda la dose e i tempi di somministrazione, con informazioni a volte contraddittorie, e, al momento, non esistono reali Linee Guida ma solo raccomandazioni o consigli di esperti. È quindi evidente la necessità di trial clinici dedicati in ambito onconefrologico, poiché una conoscenza approfondita delle proprietà farmacocinetiche e farmacodinamiche è mandatoria per decidere quanto, come, e quando usare la chemioterapia in questi pazienti.

In conclusione, il cancro di un paziente in dialisi dovrebbe essere trattato allo stesso modo che in un paziente non in dialisi; facendo le opportune valutazioni sulla clearance renale del farmaco, il dosaggio e la sua dializzabilità [26] e considerando etica del trattamento, prognosi oncologica, qualità della vita, desideri e obiettivi del paziente.

 

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Sleep quality of patients in End Stage Renal Disease before and after starting chronic hemodialysis treatment: a longitudinal study

Abstract

Introduction: Sleep disorders are very common in patients with chronic kidney disease, with a prevalence of poor sleep quality of around 40%.
Objectives: The purpose of the study is to compare the sleep quality of ESRD patients before hemodialysis (Pre-HD), three months (Post-HD 1) and six months after the start of treatment (Post-HD 2) through the use of the Pittsburgh Sleep Quality Index (PSQI).
Methods: Patients in ESRD were recruited from the U.O.C. of Nephrology and Dialysis of the Maggiore Hospital in Modica and biographical and anamnestic data were collected. The PSQI was administered in-person at the Pre-HD stage and by telephone re-test at the three- and six-month follow-up.
Results: A total of 71 patients (males=62%, age 68 ± 16) were included. At Pre-HD assessment 93% reported poor sleep quality, the percentage increased to 98% during Post-HD 1 and it partially improved during Post-HD 2 with a prevalence of 95%. Analysis of variance (ANOVA) by repeated measures showed a difference in sleep quality between the three time points.
Conclusions: Sleep quality undergoes important changes during the transition from conservative to hemodialysis patient, highlighting a critical period related to the first three months of treatment. More attention to this phase may improve the patient’s quality of life and reduce the associated risk of mortality.

Keywords: sleep, quality, hemodialysis, life, dialysis

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Introduzione

Il sonno è un processo fisiologico universale e complesso, essenziale per uno stato di salute soddisfacente ed una buona qualità di vita [1]. Tuttavia, la riduzione delle ore di sonno e di conseguenza una scarsa qualità del sonno stanno diventando sempre più comuni nella popolazione generale [2]. I disturbi del sonno sono problemi frequenti tra i pazienti con malattia renale cronica (CKD) e sono associati al rischio di sviluppare patologie cardiovascolari, diabete, disfunzioni cognitive, eventi ictali e disturbi neuropsichiatrici oltre ad un più alto rischio di mortalità [27].

I pazienti in insufficienza renale cronica in fase uremica (ESRD) soffrono di varie tipologie di disturbi del sonno, come l’apnea ostruttiva del sonno (OSA), l’insonnia, la sindrome delle gambe senza riposo, l’ipersonnia, i disturbi del ritmo sonno-veglia e le parasonnie [8]. Questi disturbi intaccano negativamente la qualità di vita (QoL) del paziente con CKD e in ESRD e hanno il potenziale di influenzare il decorso della patologia renale [9]. Rispettivamente la prevalenza di questi disturbi si assesta nei pazienti in ESRD al 38% per le apnee notturne, al 33% per l’insonnia, al 22% per l’ipersonnia, e al 10% per la sindrome delle gambe senza riposo [1012]. La prevalenza di tali disturbi aumenta nei pazienti in trattamento emodialitico cronico (HD) e trova una parziale normalizzazione in seguito al trapianto renale [10, 11, 13]. In generale una scarsa qualità del sonno nei pazienti in ESRD ha una prevalenza del 43% [14, 15]. Tali evidenze dimostrano che i disturbi del sonno all’interno della popolazione nefropatica costituiscono un problema di salute pubblico da prendere urgentemente in considerazione e su cui svolgere indagini volte alla comprensione dei meccanismi fisiopatologici sottostanti al fine di trovare trattamenti mirati utili al miglioramento della QoL del paziente nefropatico. A tale scopo la presente ricerca si pone l’obiettivo di determinare la qualità del sonno dei pazienti in ESRD prima dell’avvio al trattamento emodialitico cronico e durante i sei mesi successivi l’immissione in dialisi.

 

Materiali e metodi

Disegno dello studio

È stato svolto uno studio longitudinale osservazionale. I pazienti sono stati reclutati presso l’U.O.C. di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale Maggiore Nino Baglieri di Modica in regime di ricovero. Lo studio è stato svolto in un arco temporale che va da maggio 2021 a settembre 2022. Previa lettura della scheda informativa e acquisizione del consenso informato che segue le linee guida proposte dalla Dichiarazione di Helsinki della World Medical Association, sono stati arruolati pazienti adulti, di età superiore ai 18 anni, di entrambi i sessi, con diagnosi di ESRD ed in prossimità dell’avvio al trattamento emodialitico cronico (HD). Sono stati esclusi dallo studio pazienti che successivamente all’avvio del trattamento emodialitico avevano recuperato parte della funzionalità renale tornando in terapia conservativa e pazienti che presentavano decadimento cognitivo grave, tale da impedire la somministrazione del questionario Pittsburgh Sleep Quality Index (PSQI). Non sono stati inseriti limiti relativi all’età, alla tipologia di trattamento emodialitico (HD, B-HD, HFD Online), alla durata o alla frequenza settimanale. Tutti i pazienti prima di essere sottoposti alle fasi di ricerca sono stati resi edotti sulle metodiche utilizzate dagli sperimentatori. Dopo la fase di reclutamento sono state raccolte le seguenti variabili dalle cartelle cliniche dei pazienti:

  • Dati demografici (età, sesso, istruzione, status sociale, status occupazionale)
  • Comorbidità (diabete, cardiopatie, fibrillazione, ipertensione, anemia, broncopneumopatia cronico ostruttiva BPCO)
  • Dati dialitici (ore di dialisi, turno di dialisi)

Si è proceduto dunque alla somministrazione del questionario Pittsburgs Sleep Quality Index (PSQI) prima dell’avvio al trattamento emodialitico cronico (pre-HD) in presenza, successivamente dopo tre mesi dall’avvio al trattamento (Post-HD 1) e sei mesi dopo (Post-HD 2) tutti i pazienti sono stati ricontattati e si è proceduto tramite retest telefonico.

Questionario Pittsburgh Sleep Quality Index

Il questionario PSQI adottato per la valutazione della qualità del sonno è stato messo a punto da Buysse et al. (1989) ed è uno strumento ampiamente convalidato in letteratura. Il PSQI è composto da 19 item che raggruppati vanno a formare 7 componenti: qualità soggettiva del sonno, latenza del sonno, durata del sonno, efficienza abituale del sonno, fattori di disturbo, farmaci ad azione ipnotica e disfunzionalità diurna. Gli item sono stati ricavati dall’esperienza di tipo clinico di pazienti che presentavano disturbi del sonno: dall’1 al 4 si richiedono precise informazioni (a che ora si va a letto, tempo trascorso prima di addormentarsi, a che ora ci si alza, ore di sonno effettivo) fornite tramite risposta aperta, gli item dal 5 al 9 (relativi alla difficoltà ad addormentarsi, ai risvegli notturni, alla necessità di andare in bagno, respirazione non soddisfacente, percezione di troppo freddo e/o caldo, incubi, dolori notturni, qualità soggettiva del sonno, assunzione di farmaci ipnotici, difficoltà a rimanere svegli durante il giorno, entusiasmo)  richiedono risposte su una scala da 0 a 3, dove 0 è assenza di sintomi e 3 è invece indice di presenza dei sintomi 3 o più volte a settimana nell’arco dell’ultimo mese. In particolare, l’item 5j presenta uno spazio per la descrizione di altri eventuali sintomi non inclusi nel questionario e che il soggetto può esperire durante la notte. L’item 10, a carattere facoltativo, rileva la presenza o meno di un partner o un compagno di stanza durante le ore notturne, ma non ha alcun peso nella determinazione del punteggio globale finale. Il punteggio globale ottenibile varia da 0 a 21; quando si ottengono punteggi ≤5 si rileva una buona qualità del sonno, quando si ottengono punteggi >5 si è invece in presenza di una scarsa qualità del sonno.

Analisi Statistica

Tutti i dati sono stati raccolti all’interno di un database Microsoft Excel e successivamente elaborati per ottenere una statistica di tipo descrittivo (punteggi medi, deviazione standard, percentuali) dei dati relativi a caratteristiche mediche, socio-anagrafiche e del questionario PSQI. L’analisi inferenziale volta a valutare differenze della qualità del sonno nei tre tempi è stata condotta tramite SPSS ed è stata impiegata l’analisi della varianza per misure ripetute (ANOVA).

 

Risultati 

Il campione è composto da un totale di 71 pazienti in ESRD che rispettano i criteri di inclusione ed esclusione prestabiliti, con un’età media di 68 ± 16 anni, di cui il 61,97% di sesso maschile (n=44) tutti afferenti presso l’U.O.C di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale Maggiore Nino Baglieri di Modica (ASP 7 Ragusa). L’86% del campione (n=61) ha completato le tre valutazioni (T0, T1, T2), il 14% (n=10) ha effettuato solo la prima valutazione (T0), l’8% a causa di decesso e il 6% per mancata rintracciabilità telefonica. Non sono stati raccolti dati relativi all’item 10 del PSQI per via della mancata rintracciabilità dell’eventuale partner/compagno di stanza o per mancata risposta da parte dei pazienti dovuta alla natura facoltativa dell’item. Nella Tabella 1 sono riportati tutti i dati demografici del campione. La maggior parte dei pazienti è coniugato (68%), ha un’istruzione primaria (45%) ed è pensionato (64%).

DATI DESCRITTIVI DEL CAMPIONE
TOTALE PAZIENTI 71
ETÀ MEDIA 68±16
MASCHI 44 (61%)
PAZIENTI DECEDUTI 6 (8%)
MANCATA RINTRACCIABILITÀ 4 (6%)
STATUS SOCIALE
CONIUGATO 48(68%)
VEDOVO 13 (18%)
CELIBE 5 (7%)
NUBILE 3 (4%)
SEPARATO 2 (3%)
ISTRUZIONE
PRIMARIA 32 (45%)
SECONDARIA 23 (32%)
SUPERIORE 13 (18%)
UNIVERSITARIA 3 (15%)
STATUS OCCUPAZIONALE
LAVORATORE 15 (21%)
DISOCCUPATO 7 (10%)
PENSIONATO 45 (64%)
CASALINGA 4 (6%)
PREVALENZA DISTURBI DEL SONNO RILEVATI TRAMITE PSQI
PRE-HD 93%
POST-HD 98%
POST-HD 2 95%
Tabella 1: Dati descrittivi del campione.

Sono stati raccolti dati sulle comorbidità dei partecipanti, di seguito riportate nella Tabella 2. Più della metà del campione presenta cardiopatie, anche l’ipertensione arteriosa è molto rappresentata insieme al diabete e all’anemia secondaria. Il 10% è affetto da fibrillazione atriale e l’8% da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). I dati scaturiti dalla somministrazione del PSQI restituiscono un andamento della qualità del sonno fluttuante durante i tre tempi presi in considerazione. Punteggi PSQI superiori alla norma (>5) nella fase Pre-HD indicano una prevalenza di disturbi del sonno all’interno del campione pari al 93%, nella fase Post-HD 1 la percentuale sale al 98% e scende parzialmente dopo sei mesi di trattamento emodialitico con una prevalenza del 95% nella fase Post-HD 2.

COMORBIDITÀ
CARDIOPATIA 45 (63%)
FIBRILLAZIONE 10 (14%)
IPERTENSIONE 32 (45%)
DIABETE 26 (37%)
ANEMIA SECONDARIA 25 (35%)
BPCO 8 (11%)
Tabella 2: Comorbidità rilevanti per la qualità del sonno.

Nel Grafico 1 è possibile osservare la distribuzione dei punteggi medi di tutti gli item del questionario prima dell’immissione in dialisi (Pre-HD), tre mesi dopo l’immissione (Post-HD 1) e sei mesi dopo l’immissione (Post-HD 2). I punteggi medi di tutti gli item sono elevati nel Pre-HD e trovano un peggioramento nel Post-HD 1 (tre mesi), si assiste successivamente ad un notevole abbassamento e dunque miglioramento dei punteggi nel Post-HD 2 (sei mesi). In particolare, gli item oggetto di evidente miglioramento dopo sei mesi di emodialisi sono il 4, 5a, 5b, 5c, 5i, 5j, 6, 8, 9, rispettivamente relativi alle ore di sonno effettivo, difficoltà di addormentamento, risvegli notturni, necessità di andare in bagno, dolori notturni, fattori di disturbo di altra natura, giudizio globale soggettivo, difficoltà a restare svegli durante il giorno, calo dell’entusiasmo.

Andamento dei punteggi medi di tutti gli item del questionario PSQI, eccetto dell’item facoltativo 10 rivolto ad un eventuale partner in stanza
Grafico 1: Andamento dei punteggi medi di tutti gli item del questionario PSQI, eccetto dell’item facoltativo 10 rivolto ad un eventuale partner in stanza, prima dell’immissione in dialisi (Pre-HD), tre mesi dopo l’immissione (Post-HD 1) e sei mesi dopo l’immissione (Post-HD 2).

Nel Grafico 2 è riportato l’andamento dei punteggi medi delle sette componenti del sonno rilevate tramite PSQI nei tre tempi oggetto dello studio. Le componenti sono: qualità soggettiva del sonno, latenza del sonno, durata del sonno, efficienza del sonno, fattori di disturbo, farmaci ipnotici e disfunzione giornaliera. In tutte le componenti elencate si assiste ad un innalzamento dei punteggi nella condizione Pre-HD; nella condizione Post-HD 1 tutti i punteggi subiscono un’ulteriore innalzamento corrispondente ad una peggiore qualità del sonno ad eccezione per la componente relativa ai farmaci ipnotici, il cui uso diminuisce; nella condizione Post-HD 2 tutte le componenti migliorano, tra questi la qualità soggettiva, la latenza, la durata e la disfunzione giornaliera scendono al di sotto del livello medio di difficoltà.

Andamento dei punteggi medi delle 7 componenti del sonno rilevate tramite PSQI prima dell’immissione in dialisi (Pre-HD)
Grafico 2: Andamento dei punteggi medi delle 7 componenti del sonno rilevate tramite PSQI prima dell’immissione in dialisi (Pre-HD), tre mesi dopo l’immissione (Post-HD 1) e sei mesi dopo l’immissione (Post-HD 2).

Nel Grafico 3 sono riportati i punteggi medi globali del PSQI, che mostrano in accordo con gli item e le componenti una scarsa qualità del sonno prima dell’immissione in dialisi con un punteggio medio pari 11,3 (±3,8), un ulteriore peggioramento della qualità del sonno dopo tre mesi dall’immissione in dialisi con un punteggio medio di 13,7 (±2,9) ed un decisivo miglioramento della qualità dopo sei mesi di trattamento con un punteggio medio pari a 8,6 (±2,2).

Grafico 3: Punteggio medio global score del PSQI con barre di errore (5%)
Grafico 3: Punteggio medio global score del PSQI con barre di errore (5%), prima dell’immissione in dialisi (Pre-HD), tre mesi dopo l’immissione (Post-HD 1) e sei mesi dopo l’immissione (Post-HD 2).

A livello inferenziale per constatare una significativa differenza tra i tre tempi in termini di valutazione della qualità del sonno è stata eseguita sui punteggi globali l’analisi della varianza (ANOVA) per misure ripetute (p<0,05) che ha restituito un valore F-ratio di 100.1603, p-value <0.0001, che dimostra la significativa differenza tra Pre-HD, Post-HD 1 e Post-HD 2.

I valori inferenziali ottenuti tramite l’applicazione dell’ANOVA per misure ripetute sono riportati nella Tabella 3.

ANOVA
MISURE RIPETUTE
TRATTAMENTI
Pre-HD Post-HD 1 Post-HD 2 TOTALE
NUMERO PAZIENTI 61 61 61 183
SOMMATORIA DI X (∑X) 711 836 527 2074
MEDIA 11.6557 13.7049 8.6393 11.333
∑X2 9153 11972 4857 25982
DEVIAZIONE STANDARD 3.7986 2.9288 2.2512 3.6889
DETTAGLI RISULTATI
FONTE DI VARIABILITÀ SOMMA DEI QUADRATI GRADI DI LIBERTÀ MEDIA QUADRATICA  
TRA I TRATTAMENTI 792.1421 2 396.071 F=100.1603
ALL’INTERNO DEI TRATTAMENTI 1684.5246 180 9.3585
ERRORE 474.5246 120 3.9544
Tabella 3: Risultati ottenuti dall’analisi della varianza per misure ripetute (p<0,05) applicata ai global score PSQI dei tre tempi Pre-HD, Post-HD 1, Post-HD 2. La differenza riscontrata tra i tre tempi risulta statisticamente significativa.

 

Discussione

La significativa prevalenza dei disturbi del sonno nella popolazione nefropatica ha attirato l’attenzione di molti ricercatori che si sono adoperati nella valutazione della qualità del sonno di questi pazienti. Molti studi si sono concentrati sulla qualità del sonno nella fase precedente all’immissione in dialisi, quando il paziente si trova in uno stato di malattia renale cronica in terapia conservativa. Pochi studi si sono invece concentrati sulla qualità del sonno del paziente che effettua il trattamento emodialitico cronico al fine di rilevare la prevalenza e soprattutto l’andamento in una fase critica e delicata quale l’avvio e il mantenimento di questa tipologia di terapia sostitutiva renale.

In questo quadro teorico il nostro studio si è posto l’obiettivo di far luce sulle oscillazioni che la qualità del sonno può subire nel passaggio da paziente in ESRD a paziente in HD. La prevalenza dei disturbi del sonno, già molto elevata nella fase precedente all’immissione in dialisi, subisce un ulteriore incremento relativo ai primi tre mesi di trattamento. In accordo con la letteratura, i disturbi del sonno sembrano avere un picco durante quest’arco di tempo, nel quale l’organismo del paziente si ritrova ad affrontare una fase critica di assestamento. In particolare, l’inizio dell’emodialisi sembra essere significativamente associato ad un aumentato rischio di ictus. A tal proposito un’analisi statunitense con un campione di pazienti emodializzati ha rilevato un aumento del tasso di eventi cerebrali ictali durante i primi tre mesi di dialisi con un picco massimo durante i primi trenta giorni [16]. Questo periodo considerabile ad alto rischio a causa dell’ingente stress vascolare e dei cambiamenti psicofisici a cui vanno incontro i pazienti in HD richiede una maggiore attenzione, la transizione alla dialisi è infatti associata ad un tasso di mortalità del 30% nei pazienti di età ≥65 anni, percentuale destinata a salire con l’aumentare dell’età [17, 18]. Inoltre, il sonno e gli eventi ictali sono strettamente intrecciati, i disturbi del sonno come le parasonnie, l’insonnia, l’ipersonnia, i disturbi respiratori del sonno e i disturbi del movimento legati al sonno si associano a condizioni cardiovascolari patologiche che aumentano il rischio di ictus [1921]. Dopo questa fase critica il nostro studio ha rilevato una fase di miglioramento della maggior parte degli indici del sonno presi in considerazione tramite l’uso del Pittsburgh Sleep Quality Index. Pur mantenendosi in una condizione di scarsa qualità del sonno, dopo sei mesi di trattamento emodialitico sono migliorate diverse aree del sonno. Le ore di sonno effettivo sono aumentate ed è diminuita la difficoltà di addormentamento, i risvegli notturni e la necessità di alzarsi per andare in bagno si sono ridotte insieme ai dolori notturni e a particolari fattori di disturbo. Il giudizio globale soggettivo che esprime il paziente emodializzato sulla qualità del proprio sonno è migliorato, la stanchezza percepita durante il giorno è diminuita e si è assistito ad un aumento dell’entusiasmo. L’uso di farmaci ipnotici, contrariamente all’andamento fluttuante della qualità globale del sonno, si è progressivamente ridotto durante le tre fasi esaminate. Sulla base di questi risultati si ritiene necessario l’avvio di ulteriori indagini scientifiche sulla popolazione emodializzata riguardo la qualità del sonno oltre all’implementazione di azioni terapeutiche volte a migliorare gli schemi sonno-veglia di questi pazienti al fine di ridurre lo stress psicofisico e migliorare la loro qualità di vita. A tal proposito potrebbe essere utile indagare nella popolazione emodializzata l’eventuale associazione tra qualità del sonno e pregresse evidenze cerebrovascolari, sul versante riabilitativo sarebbe opportuno inquadrare il tipo di disturbo del sonno presentato e proporre a livello personalizzato strumenti specifici di gestione del disturbo che possono contemplare l’uso di ventilatori meccanici, di farmaci o di terapia cognitivo-comportamentale.

 

Conclusioni

In conclusione, nella fase precedente all’immissione in dialisi è stata riscontrata una scarsa qualità del sonno, questa dopo tre mesi di trattamento emodialitico è significativamente peggiorata. Dopo sei mesi di trattamento la qualità del sonno ha invece subito un notevole miglioramento, con punteggi migliori rispetto alla fase precedente all’immissione in dialisi. Il picco registrato durante i tre mesi di emodialisi trova corrispondenza nella letteratura, che identifica questo periodo come una fase ad alto rischio di mortalità e di eventi ictali. Una maggiore attenzione a questa fase, all’identificazione dei disturbi del sonno e all’implementazione di percorsi riabilitativi può aiutare il paziente a vivere in maniera migliore la transizione dalla terapia conservativa alla terapia sostitutiva renale, in questo caso all’emodialisi.

 

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  21. Wang J, Ren X. Association Between Sleep Duration and Sleep Disorder Data from the National Health and Nutrition Examination Survey and Stroke Among Adults in the United States. Med Sci Monit. 2022 Jul 3;28:e936384. https://doi.org/10.12659/MSM.936384.

The Nephrology School in Bari

Abstract

This article describes the origin and development of the Nephrology School in Bari, which has noble roots in the Italian Medical School. The narrative begins with the description of my initial interest in Internal Medicine, and later in Nephrology, highlighting the important role that a teacher has on their students during their university education.

The second section describes the creation and development of the Nephrology School in Bari, which was influenced by the knowledge gained abroad and by the international scientific relationships that have been developed over the years.

The third section describes the historical origins of the Nephrology School in Bari, which has grown considerably over the course of 30 years. Finally, after a brief mention of my family, I could not hide my passion for sports, particularly running and soccer. Cinema and theatre are also excellent means of reflection.

In conclusion, my heartfelt hope is that my students will always remember to pursue goals of scientific excellence and, when choosing someone to train as a potential young researcher in the future, to always observe the two founding principles of the School: professional and scientific reliability, respectively based on excellent clinical expertise and scientific production.

 

Keywords: Nephrology School, Nephrology, Dialysis, Transplant, Clinical Research

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La mia vita di nefrologo con la passione per la clinica e la ricerca

La passione per la medicina interna e la nefrologia

La mia passione per la Medicina Interna è iniziata nel 1962 quando fui conquistato dall’approccio didattico del Prof. Virgilio Chini, che svolgeva le lezioni di Clinica Medica al quinto e sesto anno del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia nell’Università di Bari, presentando e commentando casi clinici complessi. Il Prof. Chini era un allievo del Prof. Frugoni, Clinico Medico, prima nell’Università di Padova e poi in quella di Roma.

In qualità di studente interno venivo da un’attività svolta prima in Anatomia Umana con il Prof. Rodolfo Amprino per 2 anni e dopo in Patologia Speciale Medica con il Prof. Claudio Malaguzzi-Valeri per altri 2 anni.  L’attrazione per la Medicina Interna si concretizzò con un internato di 2 anni in Clinica Medica dove trascorsi molto tempo in corsia. Durante quel periodo preparai una tesi di laurea sulla proteinuria dal titolo “Studio elettroforetico e cromatografico delle proteine urinarie”. In quell’occasione conobbi il mio maestro Prof. Lorenzo Bonomo, allora Aiuto del Prof Chini, che mi introdusse allo studio della immunologia e protidologia. Nel luglio del 1964 conseguii la laurea con il massimo dei voti e la lode e ricevetti il premio di laurea Lepetit per l’ottima tesi sperimentale. Dopo due anni, con l’aiuto del mio maestro, i risultati della tesi furono oggetto della mia prima pubblicazione su una rivista internazionale.

Dopo la laurea frequentai la Scuola di Sanità Militare per Allievi Ufficiali a Firenze, e dopo il Corso fui inviato, in qualità di Ufficiale Medico, prima al Battaglione Sila di Cosenza e dopo all’Ospedale Militare di Bari. Durante la frequenza della Scuola di Specialità in Medicina Interna ero allocato nel piano riservato ai medici della Clinica Medica. Pertanto la mia vita di specializzando fu un lungo periodo vissuto in corsia per l’attività clinica ed in laboratorio per l’attività scientifica. Fu in quel periodo che, praticando anche molta attività interventistica, come svuotamento di toraci con versamento pleurico, addomi con versamento ascitico, biopsie epatiche, e continuando ad occuparmi di proteinuria, fui inviato dal mio Maestro a Roma a frequentare per un trimestre l’Istituto di Patologia Speciale Medica del Policlinico Umberto I di Roma, diretto dal Prof. Cataldo Cassano, dove sotto la guida del suo Aiuto, Prof. Giuseppe Andres, imparai ad eseguire la biopsia renale previa insufflazione di ossigeno creando, in tal modo, un retropneumoperitoneo per visualizzare meglio il rene che doveva essere biopsiato. In quell’occasione imparai anche ad applicare la tecnica dell’immunofluorescenza sul tessuto renale. Al rientro a Bari iniziai ad effettuare le biopsie renali.

Dopo 4 anni di specialità di Medicina interna, prima di conseguire il diploma, fui invitato a partecipare ad un bando nazionale per una borsa di studio per soggiorno di due anni in una università europea. Fu così che nel 1968 iniziò la mia attività clinica e di ricerca presso l’Università Cattolica di Louvain (Belgio), dove sotto la guida di due eminenti figure della Nefrologia (Prof. C. Van Ypersele) e della Trapiantologia (Prof. G. Alexandre) mi fu affidato il compito di seguire i pazienti con trapianto di rene e di studiare la proteinuria in collaborazione con i Proff. E.C. Laterre e J.F. Heremans (illustre protidologo europeo). Il focus dello studio era la beta2 microglobulina urinaria, espressione di danno tubulare, nel trapianto di rene.

La passione per la ricerca clinica in nefrologia

Dopo due anni di attività a Louvain rientrai a Bari e nel 1971, a seguito della apertura della prima Scuola di Specialità in Nefrologia in Italia, mi avviai a conseguire quella specialità che sancì definitivamente la mia vita di nefrologo clinico e ricercatore, studiando oltre alle proteinurie, gli aspetti immunologici delle glomerulonefriti nell’Istituto di Clinica Medica, diretta dal mio Maestro, Prof. Lorenzo Bonomo. In quella sede ho trascorso 20 anni della mia carriera accademica, prima in qualità di libero docente in Patologia Speciale Medica, poi di ricercatore universitario, professore associato ed infine di professore ordinario in Medicina Interna (Terapia Medica Sistematica), per poi passare alla Nefrologia. Un percorso analogo a quello di tanti altri nefrologi che venivano dagli Istituti di Semeiotica Medica, Patologia Speciale Medica e Clinica Medica. La mia presenza in Clinica si alternò con altri periodi di soggiorno all’estero. Pertanto, trascorsi, prima, un anno a Londra presso il Guy’s Hospital dove, sotto la guida dell’amico Stewart Cameron, illustre nefrologo internazionale, studiai alcuni aspetti terapeutici delle glomerulonefriti e, successivamente, andai per alcuni mesi a Cleveland, Ohio (U.S.A.), presso l’Istituto di Anatomia Patologica della Case Western Reserve University, dove con l’amico Steven Emancipator approfondimmo alcuni aspetti immunologici della glomerulonefrite a depositi mesangiali di IgA. Quest’attività di ricerca fu proseguita da alcuni miei allievi che frequentarono per anni quell’istituto. Durante la mia permanenza a Cleveland maturai l’idea che era arrivato il momento di pensare al futuro, ovvero formare un gruppo misto di giovani medici e biologi perché l’esperienza maturata all’estero mi fece capire che per la ricerca era necessaria una stretta collaborazione tra ricercatori medici e biologi.

 

Sviluppo e realizzazione della Scuola Nefrologica Barese

Dopo il mio rientro dall’Università Cattolica di Louvain, invitai alcuni miei collaboratori a trascorrere brevi periodi di soggiorno in Europa. Ma dopo aver conseguito il titolo di professore ordinario e con l’esperienza maturata all’estero, arrivai alla conclusione che un giovane ricercatore per realizzare un progetto, doveva trascorrere un soggiorno di almeno due anni, per imparare nuove tecniche ed ottenere risultati per almeno una pubblicazione scientifica relativa al progetto. L’ideale era inviare giovani che avessero già acquisito una certa esperienza clinica e scientifica. Pertanto un giovane specializzando con tre anni di attività clinica e di ricerca scientifica in laboratorio era la persona ideale per poter realizzare in altra sede un progetto biennale o di maggior durata [1].

Nel 1985, in occasione del 18° Congresso dell’American Society of Nephrology a New Orleans, cominciarono i primi contatti. Nel corso di tre decenni, molti allievi frequentarono università americane ed europee (Tabella 1) ed il Congresso annuale dell’American Society of Nephrology divenne il punto di riferimento dove gli allievi mi relazionavano sulla loro attività scientifica. Ma la mia presenza fisica non si fece mancare in tutte quelle sedi dove, invitato a tenere delle conferenze, trascorrevo alcuni giorni nella sede con l’allievo per programmare le attività future dopo il rientro a Bari. Inoltre, ogni anno, il mio gruppo di lavoro presentava uno o più abstract al Congresso dell’American Society of Nephrology. Sono state queste le occasioni in cui gli allievi hanno presentato i dati dei loro progetti e si sono posti all’attenzione della comunità scientifica internazionale.

ALLIEVO MENTORE ISTITUZIONE
Pastore A. Spath P.J. Central Laboratory, Swiss Red Cross, Bern, Switzerland
Germinario C. Lambert P.H. Centre of Vaccinology, University of Geneve, Switzerland
Russo R. Kazatchkine M.D. Service de Néphrologie and INSERM U28, Hospital Brousias, Paris, France
Grasso C. Lubec G. Dept of Pediatrics, University of Vienna, Austria
Gesualdo L. Emancipator S.N. Institute of Pathology, Case Western Reserve University, Cleveland, Ohio, USA
Grandaliano G. Abboud H.E. Dept of Medicine, University of Texas Health Science Center, San Antonio, USA
Scivittaro V. Emancipator S.N. Institute of Pathology, Case Western Reserve University, Cleveland, Ohio, USA
Ranieri E. Storkus W.J. Dept of Surgery, University of Pittsburg School of Medicine, Pennsylvania, USA
Montinaro V. Rifai A. Dept of Pathology, Rhode Island Hospital, Providence, USA
Castellano G. Daha M.R. Dept of Nephrology, Leiden University Medical Centre, Leiden, The Netherlands
Zaza G. Evans W.E. St. Jude Children’s Research Hospital, Memphis, Tennessee, USA
Rossini M. Fogo A.B. Dept of Pediatrics, Vanderbilt University School of Medicine, Nashville, Tennessee, USA
Strippoli G.F.M. Graig J.C. NHMRC Centre of Clinical Research Excellence in Renal Medicine, University of Sydney, Australia
Pesce F. Falchi M. Dept of Genomics of Common Diseases, Imperial College London, London, UK
Simone S. Abboudh H.E. Dept of Medicine, University of Texas Health Science Center, San Antonio, USA
Fiorentino M. Kellum S. A. Centre of Critical Care Nephrology, University of Pittsburg, Pittsburg, USA
Tabella 1: Elenco degli allievi che hanno frequentato Istituzioni cliniche e di ricerca all’estero.

Durante il periodo di permanenza degli allievi all’estero, il primo elemento da tenere sotto controllo era lo stato di accoglienza ed il lavoro svolto dall’allievo in modo che l’istituto ospite potesse finanziare il secondo anno di permanenza. Secondo punto, era necessario trovare una collocazione al rientro in sede per non perdere l’allievo con l’esperienza acquisita che doveva servire a far crescere il gruppo. Terzo punto, trovare fondi per attrezzare la clinica di nuove strumentazioni che gli allievi avevano già utilizzato in altre sedi. Quarto punto, dare una continuità alla ricerca preparando progetti che potessero essere finanziati in Italia o all’estero con il coinvolgimento dei colleghi che avevano ospitato i miei allievi.

Questo programma, meditato e modificato dal punto di vista organizzativo nel corso degli anni, ha permesso di realizzare una Scuola dove sono stati studiati e approfonditi i diversi campi della ricerca in Nefrologia, Dialisi e Trapianto (Tabella 2). Ovviamente nell’attuare un programma, che si è svolto durante tutta la mia carriera accademica e continua oggi con la ricerca effettuata nella Fondazione Schena, da me costituita nel 2012, ho incontrato anche molte difficoltà che ho dovuto superare.

Glomerulonefriti primitive e secondarie
Immunocomplessi circolanti
Sistema del complemento e angioedema ereditario
Sistema della coagulazione
Pielonefrite
Biopsia renale (istologia ed immunofluorescenza)
Proteinurie
Calcolosi renale
Pre-eclampsia
Cellule staminali renali
Biocompatibilità delle membrane dialitiche
Trapianto renale
Studi clinici randomizzati ed osservazionali
Intelligenza Artificiale in Nefrologia
Revisioni sistematiche e meta-analisi
Tabella 2: Aree di ricerca della Scuola Barese in Nefrologia, Dialisi e Trapianti.

I principi meritocratici della Scuola sono sempre stati: serietà professionale basata su un’ottima conoscenza clinica, e serietà scientifica supportata da un’ottima produzione scientifica con traiettoria costante e consistenza di contenuto. La Scuola ha organizzato Congressi Scientifici Nazionali ed Internazionali in Puglia e ha ospitato, per ben due volte, il Congresso Nazionale della Società Italiana di Nefrologia, festeggiando nel 2007, il 50° anniversario della Costituzione della Società [2].

La Scuola Nefrologica Barese nel corso degli anni ha vinto molti progetti con finanziamenti forniti da istituzioni pubbliche e private in Italia e all’estero (Tabella 3), ed anche dopo ho continuato questo cammino con la Fondazione Schena. L’attività di ricerca è stata svolta sempre nel Policlinico di Bari e per 10 anni anche nel Consorzio C.A.R.S.O. di Valenzano, da me diretto, dove la Scuola e la Fondazione hanno vinto progetti di ricerca per un valore totale di 20 milioni di euro (Figura 1). Successivamente, in qualità di Emerito, sono rientrato nel Policlinico di Bari dove continuo a svolgere attività di ricerca con i miei collaboratori.

CNR
Ministero Pubblica Istruzione
Regione Puglia
Università di Bari
Ministero dell’Università e della Ricerca
Ministero della Sanità e dopo della Salute
Istituto Superiore di Sanità
Extramural Grant Baxter
National Institutes of Health
European Commission
Industrie per studi clinici randomizzati
Tabella 3: Lista delle Istituzioni che hanno finanziato la Scuola Nefrologica Barese e la Fondazione Schena.
 Il gruppo di ricerca della Scuola Nefrologica Barese che lavorava nel Consorzio
Figura 1: Il gruppo di ricerca della Scuola Nefrologica Barese che lavorava nel Consorzio C.A.R.S.O. Da sinistra verso destra: I ricercatori PhD De Palma G, Serino G, Cox SN, il sottoscritto, Sallustio F, Curci C. e Pesce F.

 

Origini storiche della Scuola Nefrologica Barese

La Figura 2 mostra l’albero genealogico della Scuola Nefrologica Barese che, come tutte le specialità, proviene da una delle Scuole di Medicina Interna. Nel nostro caso il fondatore è stato Francesco Orsi (1828-1909), Clinico Medico dell’Università di Pavia, che portò in cattedra due allievi, Pietro Grocco (1856-1916) a Firenze e Carlo Forlanini (1847-1918) a Pavia. Pietro Grocco fu il maestro di tre noti Clinici Medici come Raffaello Silvestrini (1868-1959) a Perugia, Pio Bastai (1888-1975), prima a Padova e dopo a Torino, e Cesare Frugoni (1881-1978) che dall’Università di Padova fu chiamato all’Università di Roma. I primi allievi e futuri cattedratici, furono Guido Melli (1900-1985) a Milano, Flaviano Magrassi (1908-1975) a Napoli e Virgilio Chini (1901-1983) a Bari. Tra gli allievi del Prof Chini, vanno ricordati Claudio Malaguzzi Valeri (1910-1995) prima patologo medico e dopo clinico, Oronzio Schiraldi (1924-2022) infettivologo e Lorenzo Bonomo (1924-2020) clinico medico prima nell’Università di Bari e dopo nell’Università La Sapienza di Roma.

Figura 2: Albero genealogico della Scuola Nefrologica Barese.
Figura 2: Albero genealogico della Scuola Nefrologica Barese.

La Scuola Nefrologica Barese iniziò i primi passi con il Prof. Albero Amerio (1916-2006), nefrologo ed aiuto del Prof Malaguzzi-Valeri. Fu il primo ad istituire in Italia la Scuola di Specialità in Nefrologia, ed il sottoscritto, allievo del Prof. Bonomo, in Clinica Medica, fu uno dei primi a frequentare la Scuola di Specialità negli anni ’70. Oggi, a seguito di quel progetto descritto e realizzato nel corso di 30 anni, la nefrologia pugliese è rappresentata da 5 professori ordinari di cui in questo momento l’ultimo è Giovanni Strippoli, già professore ordinario aggiunto di Epidemiologia Clinica nell’Università di Sydney e oggi ordinario di Nefrologia nell’Università di Bari. Comunque ai Professori Ordinari, Loreto Gesualdo nell’Università di Bari, Giuseppe Grandaliano nell’Università Cattolica di Roma, Giovanni Stallone nell’Università di Foggia e Giuseppe Castellano nell’Università Statale di Milano, si devono aggiungere i professori associati Carlo Manno, Giovanni Battista Pertosa, Gianluigi Zaza ed i prossimi professori associati Francesco Pesce a Roma e Marco Fiorentino a Bari. Tutti questi allievi hanno svolto un ruolo importante dal punto di vista scientifico e clinico nello sviluppo della Scuola Nefrologia Pugliese, come vincitori di progetti di ricerca finanziati e nuove attività cliniche avviate nella Scuola e partecipando a numerosi Congressi Nazionali ed Internazionali (Figura 3).

 Partecipazione della Scuola Nefrologica Barese al Congresso della Società Italiana di Nefrologia (SIN)
Figura 3: Partecipazione della Scuola Nefrologica Barese al Congresso della Società Italiana di Nefrologia (SIN), Rimini, ottobre 2022. Da sinistra verso destra: il sottoscritto, Pontrelli P, Ranieri E, Simone S, Grandaliano G, Pertosa G, Pesce F e Porri MG.

Comunque desidero sottolineare che non si può dimenticare l’importante ruolo svolto dai biologi nella Scuola. È stata molto fertile la collaborazione tra nefrologi e biologi ai fini della ricerca scientifica nel corso degli anni. Pertanto oggi sono presenti nella Scuola biologi che hanno dato lustro dal punto di vista scientifico e che sono progrediti nella carriera accademica, come Elena Ranieri, Professore Ordinario di Patologia Clinica nell’Università di Foggia, Paola Pontrelli Professoressa Associata di Patologia Clinica e Fabio Sallustio, Professore Associato di Scienze Biologiche nell’Università di Bari. Il numero di biologi e biologhe che ha frequentato la Scuola, nel corso degli anni, è stato elevato per l’enorme attività scientifica che è stata e viene tuttora svolta. Questo fertile connubio tra Nefrologi e Biologi ha radici profonde. Su mia proposta negli anni ’90, nella Facoltà di Medicina di Bari, fu istituita la Scuola Diretta a Fini Speciali di Tecnico di Laboratorio Biomedico, trasformata negli anni successivi in Laurea di primo livello e dopo in Laurea magistrale.

Negli anni successivi furono costituiti il Consorzio Europeo per gli studi della IgA nefropatia, supportato da un finanziamento dell’Unione Europea, la Rete regionale di omiche applicate agli esseri viventi, supportato da un finanziamento del Ministero dell’Università, e la rete nazionale di omiche applicate ai Trapianti Renali, supportato da un finanziamento del Ministro della Salute.

Un’altra importante iniziativa, che ha permesso a medici e biologi di collaborare nella ricerca, fu la richiesta, da parte mia, di istituire il Dottorato di ricerca in Scienze Trapiantologiche. Questa richiesta fu da me avanzata dopo aver costituito il Dipartimento di Emergenza e Trapianti di Organi e Tessuti, che diressi per il primo triennio. Inoltre per più di 25 anni sono stato il coordinatore delle attività trapiantologiche in Puglia. Dopo 24 trapianti di rene da donatore vivente, effettuati dal 1973 al 1983, iniziò negli anni ’90 un’intesa attività prima con il trapianto di rene, dopo quello di fegato ed infine quello di cuore. Recentemente, in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana Trapianti di Organi e Tessuti, che si è tenuto a Trieste nel mese di ottobre 2022, mi è stata assegnata una Targa per aver dedicato una vita all’attività dei trapianti di organi (Figura 4). In quell’occasione si è trascorsa una bella serata con i colleghi nefrologi partecipanti al programma nazionale trapianti di reni (Figura 5).

Figura 4: Premio “Una vita al servizio dei Trapianti di Organi”.
Figura 4: Premio “Una vita al servizio dei Trapianti di Organi”. Trieste, ottobre 2022. Da sinistra verso destra: Stallone G, Gesualdo L, il sottoscritto, Grandaliano G, Castellano G e Zaza G.
Una serata a Trieste con alcuni nefrologi coinvolti nel programma trapianti di rene a livello nazionale.
Figura 5: Una serata a Trieste con alcuni nefrologi coinvolti nel programma trapianti di rene a livello nazionale. Da sinistra verso destra: Biancone L (Torino), La Manna G (Bologna), Maggiore U (Parma), Garosi G (Siena), Zaza G (Foggia), Castellano G (Milano), Gesualdo L (Bari), il sottoscritto, Minetti E (Milano), Stallone G (Foggia), Grandaliano G. (Roma).

 

La mia famiglia e l’attività extra-lavorativa

Devo confessare che non sono stato un padre esemplare per la mia scarsa presenza in famiglia; però sono stato fortunato perché questo compito è stato completamente svolto da mia moglie che, in qualità di docente nella scuola, ha saputo seguire con affetto i nostri due figli sino al conseguimento della laurea.  Mio figlio Stefano, oggi, è Professore Associato di Cardiochirurgia nel Medical College of Wisconsin, Milwaukee, USA. Mia figlia Valentina, dopo un lungo periodo trascorso nel mondo della moda, ha deciso da qualche anno di intraprendere una nuova attività costituendo la Puglia Concierge per turisti stranieri.

La mia passione per lo sport

Questa passione è vissuta da molti decenni praticando sport non agonistico, quale una corsa di 8-10 km un paio di volte a settimana prima ed ora una volta a settimana, preferibilmente la domenica. Nel mese di marzo ho partecipato alla Run Like a Deejay di 10 km in pianura a Bari con buon successo (Figura 6). Quindi nel mio libro “Manuale della Dieta Mediterranea” dove consiglio ai pazienti di praticare attività fisica moderata, a seconda dell’età, metto in pratica questo consiglio anche per me stesso ogni settimana. Ho constatato di persona come con l’avanzare dell’età, dopo la corsa, c’è una maggiore velocità di pensiero e ideazione, grazie all’ossigenazione delle cellule cerebrali durante l’attività fisica.

Sono un appassionato di calcio, tifoso della Juventus e del Bari. Vado spesso allo stadio, specialmente quando ci sono squadre che possono esprimere il bel gioco. basato sulla velocità, prestanza fisica ed intelligenza nel saper smarcarsi. I recenti campionati del mondo sono stati una prova testimoniale di questo tipo, intelligente e divertente, di gioco del calcio.

Figura 6: Arrivo al traguardo dopo aver percorso la Run Like a Deejay di 10 km in pianura a Bari nel marzo 2023.
Figura 6: Arrivo al traguardo dopo aver percorso la Run Like a Deejay di 10 km in pianura a Bari nel marzo 2023.

La mia passione per il cinema ed il teatro

Il buio della sala cinematografica mi affascina perché è il luogo ideale per apprezzare e criticare un buon film; d’altronde i film in concorso nei Festival si proiettano solo in sale cinematografiche. Si tratta di un luogo completamente differente da quello di casa dove spesso, alla televisione, si vedono anche buoni film ma non si apprezzano perché, stando in casa, ti ricordi sempre quello che c’è da fare. Pertanto la prova di questa passione è testimoniata dalla frequentazione delle sale cinematografiche quando sono proiettati film interessanti. In conclusione, il film la domenica è quasi d’obbligo.

Frequento meno il teatro, ma sono presente quando ci sono delle buone rappresentazioni teatrali realizzate da artisti di alto livello professionale.

 

Conclusioni

Lo scopo di questo articolo è stato, principalmente, quello di narrare come è nata la Scuola Nefrologica Barese, basata principalmente sul mio impegno e su quello dei miei allievi. La mia più viva speranza è che i miei allievi si ricordino sempre di perseguire obiettivi di eccellenza scientifica e, quando dovranno scegliere una persona da formare, quale potenziale futuro giovane ricercatore, osservino sempre i due principi fondanti della Scuola: serietà professionale, basata su un’ottima conoscenza clinica, e serietà scientifica, supportata da un’ottima produzione scientifica.

 

Bibliografia

  1. Timio M. Professor F.P. Schena: an all-round protagonist of nephrology. G Ital Nefrol. 2010 Nov-Dec;27(6):681-4.
  2. Schena F.P., Fogazzi G.B. Interviste con la Storia della Nefrologia Italiana. pag 165- 174, 2016 Wichtig Editore, Milano.