Urgent Treatment of Radio-Cephalic Aneurysm in a Renal Transplant Patient

Abstract

Arteriovenous fistula (AVF) for hemodialysis can lead to various complications in transplanted patients, particularly on an iatrogenic basis and due to hemodynamic changes: aneurysm – whether venous, arterial, or arteriovenous – is one such complication. Shear stress and the activation of oxygen radicals can affect the remodeling of the vessel wall (type IV and V collagen). We describe a case of a rare aneurysm of the anastomotic chamber. In January 2025, a 55-year-old woman with a well-functioning kidney transplant on triple anti-rejection therapy presented to our clinic. She complained of a painful pulsation at the site of the distal left radio-cephalic AVF anastomosis, which had developed over the past two days. An ultrasound-color Doppler examination revealed an aneurysm of the anastomotic chamber involving the radial artery. We recommended evaluation in the emergency department for surgical assessment. The patient underwent aneurysmectomy with reconstruction of the wall continuity and ligation of the AVF a few hours later.
Conclusions. Thanks to the color Doppler ultrasound examination, we diagnosed a rare arteriovenous aneurysm of the AVF in a transplanted patient. Monitoring seems necessary in this category of patients for the management of severe complications that may be favored by anti-rejection therapy.

Keywords: aneurysm, radial artery, kidney transplant, arteriovenous fistula, hemodialysis

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Introduzione

La fistola artero-venosa è l’accesso vascolare di prima scelta per l’emodialisi, in quanto gravato da minori complicanze a medio-lungo termine e per la maggiore sopravvivenza rispetto alla protesi e al catetere venoso centrale permanente [1]. Nel paziente trapiantato questa può però andare incontro a diverse problematiche, su base prevalentemente iatrogena e per modifica delle condizioni emodinamiche: si registra un incremento dell’incidenza di aneurismi e pseudoaneurismi, infezioni, sindromi da furto, insufficienza cardiaca e ipertensione polmonare da alta portata [2].

Nella gestione degli accessi vascolari, l’ecografia-colordoppler è uno strumento di grande utilità per la pratica clinica nefrologica e consente, in modo non invasivo, il mapping preoperatorio arterioso e venoso, la valutazione della maturazione della FAV e il monitoraggio e la sorveglianza della FAV, anche nel paziente trapiantato [3].

Dopo la creazione della fistola artero-venosa (FAV), si attivano meccanismi fisiopatologici che inducono modificazioni della parete vascolare, in seguito all’aumento del flusso ematico. L’endotelio, in qualità di trasduttore, converte gli stimoli meccanici in segnali biochimici, attivando la produzione di diverse sostanze vasoattive, tra cui l’ossido nitrico, un potente vasodilatatore, e vari fattori di crescita. Questo processo di maturazione della FAV comporta, quindi, modificazioni istopatologiche, che sono strettamente influenzate dalle forze emodinamiche, come lo shear stress. A ciò si aggiunge la produzione di radicali liberi dell’ossigeno che degradano il collagene IV e V. Anche la dialisi e il fumo correlano con l’infiammazione, l’assottigliamento della parete vasale e la disgregazione del tessuto elastico. Questi meccanismi sembrano esasperati dalla terapia antirigetto nel paziente trapiantato, soprattutto dall’impiego dello steroide, che ha un effetto di indebolimento del collagene vascolare e della matrice extracellulare [47, 12].

La definizione di aneurisma arterioso è abbastanza univoca: è l’incremento del diametro dell’arteria di 1,5 volte rispetto al diametro fisiologico. La definizione di aneurisma venoso è più controversa. M. Corr. e coll., in una recente e dettagliata revisione, analizzano le diverse definizioni, ponendo l’accento, di conseguenza, sull’incertezza dei dati statistici. Gli autori fanno riferimento alla definizione di Baláž e Valenti per cui si intende per “aneurisma venoso” un incremento del diametro del vaso fino a 18 mm o dimensioni superiori. La prevalenza nei pazienti in dialisi è elevata, soprattutto degli aneurismi di vena (circa il 40%) ma solo il 5% di essi circa sono operati, perché complicati da stenosi e/o trombosi, infiammazioni e/o erosioni cutanee con alto rischio di sanguinamento [1316].

L’ecografia-colordoppler documenta la dilatazione segmentaria del vaso e un importante rallentamento del flusso con comparsa di vortici, ricircolo sanguigno [4].

L’aneurisma dell’arteria radiale (valori normali: diametro 3,67 ± 0,8 mm) è una complicanza molto rara; è relativamente più frequente l’aneurisma dell’arteria brachiale. I casi registrati finora in letteratura sono pochi [9]. La presentazione clinica più comune è rappresentata dal dolore in sede di aneurisma, dove appare, all’ispezione esterna, un’area più o meno circoscritta di turgore. Può associarsi la parestesia e, nei casi più gravi, può presentarsi con la rottura. I tempi di insorgenza del problema dal confezionamento della FAV sono variabili: dalle descrizioni riportate dai vari autori si evince un range di riferimento di 6-280 mesi [5, 6].

Presentiamo di seguito il caso di una giovane trapiantata di rene che ha sviluppato un aneurisma della camera anastomotica, coinvolgente l’arteria radiale, dopo 36 mesi dall’inizio del trapianto.

Abbiamo utilizzato l’ecografo “Esaote MylabSeven”, angoli di insonazione 0-60°; frequenza di trasmissione B-Mode 8,0 MHz, frequenza Color-Doppler 5,0 MHz.

 

Caso clinico

Una donna di anni 55, trapiantata di rene da donatore cadavere nel dicembre 2022, accede nel gennaio 2025 nel nostro ambulatorio degli accessi vascolari, lamentando comparsa da due giorni di una pulsazione non comprimibile e dolente in sede di anastomosi della FAV radio-cefalica distale sinistra, confezionata nel 2019, anno in cui inizia la dialisi. Non sono state segnalate complicanze a carico dell’accesso vascolare durante la sua storia emodialitica.

La paziente ha una storia di severa ipertensione arteriosa, senza cause secondarie documentate, dall’età di 21 anni, e di ricorrenti infezioni delle vie urinarie. Non ha mai avuto abitudine tabagica.

Al momento dell’accesso in ambulatorio è in triplice terapia antirigetto (micofenolato, inibitore delle calcineurine e steroide) e ha ottenuto un discreto controllo dell’ipertensione con l’amlodipina (valori medi 130/80 mmHg). Il graft è ben funzionante. Il filtrato glomerulare calcolato con la formula CKD-EPI è 49 ml/min/1.73m2 e non si evidenzia sedimento urinario attivo né comparsa di proteinuria significativa nella misurazione su raccolta urinaria delle 24h, effettuata a dicembre 2024 (20 mg/24h).

La FAV si presenta obiettivamente aneurismatica senza segni di flogosi; l’aneurisma è pulsante e non riducibile all’arm elevation test, con sollevamento a 90° dell’arto.

Si esegue l’ecografia-colordoppler che documenta un aneurisma della camera anastomotica con flusso vorticoso; pervietà dei vasi, con diametro trasverso dell’arteria radiale di 14 mm (valori normali: 3.67 ± 0.8 mm; diametro post-allestimento 2,5 mm) e diametro trasverso della vena cefalica di 23 mm (diametro post-allestimento 5 mm) (Fig. 1); l’arteria brachiale è di calibro regolare (diametro 4,5 mm) e la portata calcolata è di 1000 ml/min. Non c’è evidenza di stenosi.

Figura 1. Esame ecografico con misurazione dell’aneurisma dell’arteria radiale.
Figura 1. Esame ecografico con misurazione dell’aneurisma dell’arteria radiale.

Alla luce del quadro clinico e strumentale, che depone per aneurisma con il coinvolgimento significativo dell’arteria radiale in tempi di insorgenza relativamente brevi, si consiglia accesso al Pronto Soccorso per la valutazione chirurgico-vascolare.

La paziente è sottoposta in poche ore ad aneurismectomia (Fig. 2) in anestesia loco-regionale. Dopo resezione del sacco aneurismatico, il chirurgo ha proceduto alla ricostruzione della continuità della parete vascolare arteriosa e venosa mediante sutura diretta dei margini vascolari sani, utilizzando fili non riassorbibili, al fine di ristabilire il normale flusso ematico, senza apposizioni protesiche. L’anastomosi è stata chiusa.

Figura 2. Immagine intraoperatoria che mostra l’isolamento, tramite lacci vascolari, dell’aneurisma della camera anastomotica e dei vasi afferenti (arteria radiale) ed efferenti (vena cefalica).
Figura 2. Immagine intraoperatoria che mostra l’isolamento, tramite lacci vascolari, dell’aneurisma della camera anastomotica e dei vasi afferenti (arteria radiale) ed efferenti (vena cefalica).

 

Discussione

L’aneurisma arterioso (inflow) della FAV costituisce un’evenienza piuttosto rara e ancora poco chiara. Alcune teorie indicano che questa degenerazione aneurismatica si verifica nelle arterie che subiscono un elevato flusso turbolento con bassa resistenza periferica per un lungo periodo di tempo, come accade nella FAV. Questi meccanismi, infatti, potrebbero contribuire allo shear stress, alla diminuzione dello spessore della parete, all’incremento della regolazione locale dell’ossido nitrico e delle metalloproteinasi della matrice (principalmente 2 e 9), alla frammentazione della lamina elastica e alla dilatazione arteriosa. Con maggiore facilità, le stesse possono essere le cause nell’insorgenza dell’aneurisma di vena (outflow). La terapia immunosoppressiva e con corticosteroidi dopo il trapianto di rene sembra aumentare questa tendenza [2, 3]. Non ci sono dei dati specifici a riguardo ma è definita una correlazione da Jeffrey M. Reilly e coll. tra l’impiego dell’idrocortisone e l’aneurisma dell’aorta in un modello murino [811]. Il gruppo di Eugster invece non ha trovato differenze statisticamente significative tra il gruppo dei pazienti sottoposto a trapianto renale e il gruppo di emodializzati, che ancora non ha ricevuto il trapianto, in termini di sviluppo di aneurisma dell’arteria brachiale: quest’ultimo sembra essere associato con maggiore probabilità alla lunghezza del periodo dialitico [9].

Nel nostro caso, dove si evidenzia un aneurisma artero-venoso della camera anastomotica, con coinvolgimento dell’arteria radiale e con regolare calibro dell’arteria brachiale, si sottolinea l’età relativamente giovane della paziente trapiantata, in triplice terapia immunosoppressiva, e il periodo breve di permanenza in dialisi. L’insorgenza della problematica vascolare, a distanza di circa 3 anni dal trapianto, conforta gli altri dati in letteratura sull’ipotesi del ruolo preponderante della terapia antirigetto. La sintomatologia e il quadro ingravescente descritto all’arrivo in ambulatorio hanno imposto un trattamento tempestivo dopo l’evidenza ultrasonografica. Il chirurgo vascolare dell’HUB di riferimento ha optato per un intervento senza impiego di protesi, ottenendo una ricostruzione della continuità parietale arteriosa e venosa con sutura chirurgica diretta e chiusura della FAV non in uso. Quest’ultima decisione è stata presa alla luce dell’eccessivo danneggiamento delle pareti vascolari e del buon funzionamento del trapianto. Non c’è dubbio però che, nonostante quest’ultima considerazione, se non ci fosse stato il rischio imminente di rottura, l’intervento sarebbe stato più conservativo, perché la preservazione dell’accesso vascolare è sempre un obiettivo.

In merito alla legatura dell’anastomosi della FAV nel paziente trapiantato, difatti, non ci sono linee guida chiare e le valutazioni devono essere frutto di un’attenta analisi dei rischi, tenendo conto dell’andamento del trapianto e del patrimonio vascolare del paziente [16].

Sono riconosciute cinque possibili tecniche chirurgiche (aneurismectomia, aneurismoplastica, riparazione endovascolare, plicatura, sutura chirurgica diretta degli aneurismi di piccole dimensioni), generalmente in anestesia loco-regionale. Le linee guida dell’European Society for Vascular Surgery raccomandano l’intervento per gli aneurismi sintomatici, senza nessuna forte raccomandazione per una tecnica chirurgica in particolare. L’aneurismorrafia (aneurismectomia o aneurismoplastica) è una di quelle più frequentemente messe in atto [1620]. Questa procedura consiste nell’asportazione del sacco aneurismatico e nella riparazione della continuità parietale con sutura diretta (aneurismectomia) o con sutura rinforzata (aneurismoplastica) mediante impiego di materiale protesico o biologico, per aumentare la robustezza della parete arteriosa. Nelle casistiche finora disponibili in letteratura si evince che la riparazione chirurgica senza apposizione di protesi correla con maggiore pervietà vascolare a lungo termine [911, 16].

 

Conclusioni

Nei pazienti con trapianto renale, la FAV per emodialisi ancora funzionante può comportare una serie di complicanze specifiche che vanno trattate adeguatamente.

Alla luce della nostra esperienza e di quanto finora riscontrato da altri autori, è auspicabile un’analisi anatomo-patologica più approfondita nei casi di insorgenza di aneurisma, soprattutto arterioso, per meglio indagarne le cause. Attraverso le tecniche istologiche convenzionali (ematossilina-eosina e colorazioni speciali come la Verhoeff-Van Gieson, Masson tricromica) si potrebbe analizzare la degenerazione della parete vascolare e la perdita delle fibre elastiche; le tecniche di immunoistochimica (α-actina muscolare liscia e desmina, CD68, MMP-2 e MMP-9, Markers di apoptosi) invece potrebbero evidenziare fenomeni di morte cellulare programmata nella tonaca media, la degradazione della matrice extracellulare e i processi infiammatori cronici, aprendo a scenari di ricerca avanzata.

Infine, l’eco-colordoppler, unitamente a una buona ispezione clinica, può fornire informazioni fondamentali in questa categoria di pazienti, attraverso dei protocolli che prevedano un attento monitoraggio a cadenza annuale, in assenza di problemi specifici o di sorveglianza con cadenze ravvicinate a seguito di diagnosi meritevoli di osservazione e possibile intervento.

 

Bibliografia

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A narrative review on arteriovenous fistula for hemodialysis

Abstract

Vascular access is the lifeline for hemodialysis patients. Autologous artero-venous fistula (AVF) is still the most popular vascular access for hemodialysis even if declining during the last decades. Compared to central venous catheters and vascular grafts, AVF is characterized by a lower risk of infection and lower number of hospitalizations, and by a better quality of life, higher dialysis efficiency, and more prolonged life expectancy for patients. Since the year 1966 when the two surgeons Cimino and Brescia had the idea of connecting the forearm vein and artery for chronic dialysis, several data have accumulated on surgical procedures, positioning of AVF (distal vs proximal), time for the first use, monitoring and surveilling.

All guidelines suggest that special care should be given by monitoring and surveilling AVF to avoid its failure or fatal closing. Attention should be paid to the patient’s vasculature before surgery, through the “maturation” phase and chronic use. Indeed, AVF requires constant and careful care. The crucial role is played by the patient itself in cooperation with devoted clinical staff participated by skilled nurses, nephrologists, surgeons, radiologists, and sonographers.

Literature on AVF is evaluated and guidelines suggestions reported as well as the data attained by the Accesso Vascolare per Emodialisi (AVE) project. This project aimed to evaluate the benefits of monitoring and surveilling, operated by a multidisciplinary team on dialysis adequacy, AVF longevity, and patient’s mortality.

Keywords: artero-venous fistula, dialysis, mortality, monitoring, surveilling

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Introduzione

La fistola artero-venosa interna (FAV) fu concepita dai medici Cimino e Brescia nel 1966, quale superamento dello shunt artero-venoso esterno di Quinton-Scribner [1, 2].

La FAV resta l’accesso vascolare migliore ed è considerata la “lifeline” per il paziente in dialisi cronica essendo superiore agli altri accessi vascolari, quali catetere venoso centrale e protesi, rispetto ai quali presenta maggiore longevità, minor rischio di infezioni e formazione di trombi, ed assicura maggiore sopravvivenza al paziente [37].

Parameters predicting arterious-venous fistula maturation in pre surgery vascular mapping

Abstract

Arterious-venous fistula (AVF) represents the first-choice vascular access for haemodialysis. Pre-surgery evaluation is mandatory to identify the appropriate vessels and to predict the success of AVF creation. Echo-color Doppler provides a wealth of morphological and functional values useful to create an optimal vascular access for haemodialysis. The purpose of this study has been to identify pre-surgery echo-color Doppler parameters useful to predict AVF maturation. 44 patients were enrolled, and 44 AVF created. During pre-surgery evaluation we collected the following data: cephalic vein and radial artery calibers; radial artery flow and caliber; flow and resistive index (RI) of the brachial artery. We also performed a reactive hyperemia test. During the post-surgery evaluation after 30 days, we collected: AVF flow; resistive index of the brachial artery; post-anastomosis cephalic vein caliber. The results showed a direct correlation between AVF flow and some parameters: cephalic vein, radial artery and brachial artery caliber, reduction of RI after reactive hyperemia test and, in the post-surgery evaluation, between AVF flow and post-anastomosis cephalic vein caliber. We divided patients into two groups: “A”, representative of AVF adequate maturation, and “B”, representative of AVF early failure (EF) and AVF failure to mature (FTM). We observed some statistically significant differences in the two groups. With the creation of Receiver Operating Characteristic (ROC) curves we identified two parameters able to predict the AVF outcome (Δ IR = 0.15; Δ flow = 150 ml/m). This study identifies pre-surgery echo-color Doppler parameters that could be useful, together with others, to predict the outcome of the AVF creation.

 

Keywords: echo-color Doppler, arterious-venous fistula, resistive index, fistula flow, reactive hyperemia

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Introduzione

L’insufficienza renale cronica (IRC) è uno stato di malattia di grande impatto sulla sanità pubblica: il numero di pazienti è in costante ascesa a causa dell’aumento dell’età della popolazione generale e delle patologie ad essa correlate, quali ipertensione e diabete tipo 2. Si stima che circa 850 milioni di persone nel mondo siano affette da IRC e, di conseguenza, risulta in costante incremento il numero di pazienti con malattia renale che necessita del trattamento emodialitico [1].

Come è noto, l’accesso vascolare di prima scelta per l’esecuzione della terapia dialitica è rappresentato dalla fistola artero-venosa con vasi nativi in considerazione di una minore incidenza di complicanze infettive e trombotiche; di una ridotta morbilità e mortalità; una maggiore durata se confrontata agli innesti protesici ed ai cateteri venosi centrali [23].

Il buon funzionamento della FAV è uno degli obiettivi più importanti per migliorare la qualità di vita e delle prestazioni sanitarie dei pazienti in trattamento emodialitico. Le linee guida internazionali raccomandano un adeguata valutazione preoperatoria del patrimonio vascolare del paziente che ormai non può più prescindere dall’utilizzo dall’indagine eco-color Doppler [4]. L’esame deve essere eseguito in maniera metodica, con la raccolta di una serie di informazioni morfologiche e funzionali delle strutture vascolari che vengono valutate [3]. L’uso dell’imaging eco-color Doppler da parte dello specialista ha consentito di incrementare il numero di pazienti eleggibili per l’intervento di allestimento di FAV utilizzando vasi nativi grazie al mapping vascolare pre-operatorio, che consente di identificare strutture vascolari adatte [59].

Utility of computerized vascular access monitoring: a pilot study

Abstract

The surveillance of a vascular access (VA) is of primary importance for its outcome and for the patients’ survival. However, there is still confusion about its usefulness, who should make it (physician or nurse) and when, and what is the best functional test to use. This retrospective analysis reports our experience of VA monitoring; it is based on the collaboration between concept doctors and nurses and on parameters integration, realized with the help of a software for vascular access monitoring (SMAV) designed by us. The analysis confronts the data gathered on a group of 100 patients, 13 months before the adoption of the SMAV, and another 100 patients, 19 months after. Of these patients, 13 belonged to both groups and were “controls of themselves”. The number of thrombosis and angioplasties (PTA) plummeted in the 19 months in which the SMAV was used, from 10 (10%; 0.008 thrombosis/patient month) to 1 (1%; 0.0005 thrombosis/patient month) (p <0.01) and from 49 (49%; 0.037 PTA/patient month) to 27 (27%; 0.014PTA/patient month) (p <0.05) respectively. In the 13 control patients, a reduction of 70% in the number of PTA (from 26 to 8) was observed. SMAV allowed us to integrate the many functional parameters, making it easy to share information, encouraging teamwork, strengthening professional skills, and favouring the best management of AVs. The result was a reduction in thrombotic events and, surprisingly, a reduction of the need for PTA, most likely thanks to the higher level of attention in the evaluation and puncture of AV.

 

Keywords: arterio-venous fistula, surveillance, SMAV

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Introduzione

A fronte di un continuo aumento della prevalenza dell’insufficienza renale cronica terminale (ESRD), conseguenza sia dell’aumento della popolazione anziana con patologie cardiovascolari legate a diabete mellito ed ipertensione arteriosa sia dell’invecchiamento demografico [1], l’emodialisi costituisce la metodica più frequentemente scelta, dai clinici e dai pazienti, tra le modalità di terapia sostitutiva nei diversi paesi del mondo [2]. Nel 2010 c’erano 2.618.000 di persone al mondo trattate con metodiche emodialitiche [3]. In Italia, secondo i dati del Registro Italiano Dialisi e Trapianto, nel 2017 la prevalenza di emodializzati era di 42.500 [4]. In Lombardia, secondo i dati del Registro Lombardo di Dialisi e Trapianto del 2018 [5], a fronte di una prevalenza di dializzati di 7739 pazienti ed un’incidenza annuale di 1744 pazienti (173,35 per milione di abitanti), si registra che l’83% dei pazienti effettuava un trattamento di emodialisi (1471 pazienti). Di questi pazienti il 62% dializzava tramite una fistola su vasi nativi e il 7% con una protesi; una significativa percentuale di pazienti, il 31%, dializzava tramite un catetere venoso centrale (https://www.nefrolombardia.org/registro/). La fistola su vasi nativi (AVF) è l’accesso vascolare di prima scelta per il trattamento emodialitico, per un maggior tasso di pervietà rispetto alle fistole protesiche (AVGs) [6, 7], un minor rischio infettivo e di mortalità rispetto ai cateteri venosi centrali [8], e per le performances funzionali. Tuttavia, nonostante i notevoli progressi tecnologici dei materiali delle protesi vascolari e l’affinamento della nefrologia interventistica, la frequenza del suo utilizzo è piuttosto variabile tra i vari centri dialisi, in parte per difficoltà di confezionamento dovuto allo scarso patrimonio vascolare di pazienti anziani e pluricomorbidi [9], ma anche per prassi e consuetudini eterogenee (che vanno dalla tempistica del referral alla ottimale gestione della terapia conservativa) e per l’esperienza chirurgica del team nefrologico. Tali criticità sono state pienamente recepite dalla Regione Lombardia [10], che ha dato mandato alle varie ASST di costituire per ogni Nefrologia un team multidisciplinare (nefrologo, chirurgo vascolare, radiologo interventista e infermiere) dedicato al confezionamento e alla gestione degli accessi vascolari. A proposito di quest’ultimo aspetto, è vitale la gestione medico-infermieristica dell’accesso vascolare, effettuata con il monitoraggio mediante esame obiettivo e la sorveglianza con esami strumentali [9, 11]. L’utilità del monitoraggio/sorveglianza della fistola artero-venosa è però alquanto dibattuta. Se da un lato vi sono linee guida che enfatizzano il monitoraggio, più che la sorveglianza, dall’altro i vari studi non hanno consentito di produrre forti evidenze di grado 1-A a favore dell’uno o dell’altro. Inoltre, non ci sono indicazioni chiare su chi deve effettuarli (il medico o l’infermiere?), con quale tempistica e, soprattutto, quale parametro funzionale dell’accesso vascolare è da ritenersi il più predittivo della sua sopravvivenza, o se non sia piuttosto meglio integrare le informazioni date da più test funzionali.

The new frontier in endovascular treatment of arteriovenous fistula stenosis: the role of ultrasound-guided percutaneous transluminal angioplasty

Abstract

Native arteriovenous fistula is the preferred vascular access because of it does not usually cause infections and seems to be closely related with prolonged patient survival, compared to prosthetic grafts and central venous catheters; it also is cost effective. Venous stenosis is one of the main causes of AVF failure. It is caused by a number of upstream and downstream events. The former group comprises hemodynamic and surgical stressors, inflammatory stimuli and uraemia, while downstream events involve the proliferation of smooth muscle cells and myofibroblasts and the development of neo-intimal hyperplasia. Percutaneous transluminal angioplasty is the gold standard for arteriovenous fistula stenosis. It allows the visualization of the whole vascular circuit and the immediate use of the vascular access for the next dialysis session. Ultrasound-guided percutaneous endovascular angioplasty is a feasible and safe alternative to conventional fluoroscopic technique: it is equally effective in treating arteriovenous fistula stenosis, but it presents the advantage of not using contrast media or ionizing radiation. The aim of this review is to report the latest evidence on cellular and molecular mechanisms that contribute to the development of neo-intimal hyperplasia, as well as the current and future therapeutic perspectives, especially concerning the use of anti-proliferative drugs, and the efficacy of the ultrasound-guided angioplasty in restoring and maintaining the vascular access patency over time.

Key words: Percutaneous angioplasty, ultrasound, arteriovenous fistula, hemodialysis, stenosis.

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Introduzione

La prevalenza della malattia renale cronica terminale aumenta di anno in anno. Nel 2010, il numero dei pazienti sottoposti a terapia emodialitica in tutto il mondo era pari a 2,618 milioni e, secondo alcune recenti stime, è destinato a crescere fino a 5,439 milioni entro il 2030 [1]. A livello nazionale, i dati estrapolati dal Report 2015 del Registro Italiano di Dialisi e Trapianto evidenziano un’incidenza e una prevalenza di 154 pazienti/pmp e di 770/pmp rispettivamente [2]. Indipendentemente dalla metodica utilizzata, il buon funzionamento dell’accesso vascolare (AV) rappresenta un requisito irrinunciabile per una ottimale adeguatezza dialitica.