New Genetic Variants Involved in the Pathogenesis of Autosomal Dominant Alport Syndrome: A Familial Case Report

Abstract

Alport syndrome is a hereditary disorder characterized by hematuria, proteinuria and progressive renal failure, frequently associated with extrarenal manifestations. The pathogenic variants of the COL4A5 gene are associated with X-linked Alport syndrome while those of the COL4A3 and COL4A4 genes are associated with the autosomal recessive (AR) or dominant (AD) form. The disease is characterized by considerable phenotypic variability linked to the different genes involved and the different mutations present, so the symptoms manifest themselves in different frequencies depending on the case. The existence of an autosomal dominant form of Alport syndrome has been identified in recent years thanks to next generation gene sequencing (NGS) techniques which have made it possible to highlight unknown genetic variants of Alport syndrome. The family studied by us presents concomitant heterozygous alterations of the COL4A3 genes (c.1029+5G>A with MAF 0 and c.3211-7A>G with MAF 1:100000), heterozygous alterations of the MTHFR gene (both C677T and A1298C) and homozygous alteration of the PAI-1 gene. While the variant c.3211-7A>G, as shown by genetic databases (ClinVar), appears to be benign, the intronic variant c.1029+5G>A (caused by exon skipping) can be classified as pathogenic due to its characteristics and the fact that it co-segregates with the phenotype within the family. The histological data, in one of the sisters, highlighted the presence of a discrete global glomerular sclerosis and the ultrastructural investigation a thinning of the glomerular basement membrane. New mutational variants of the COL4A3 gene may play a role as risk variants for the development of chronic kidney disease.

Keywords: new genetic variants of COL4A3, pannel of thrombophilia, hyperhomocysteinemia, glomerulosclerosis, next generation sequencing, exon skipping

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Introduzione

La Sindrome di Alport (AS) è una patologia glomerulare ereditaria caratterizzata da ematuria, proteinuria e progressiva compromissione della funzione renale con una prevalenza di 1 su 2000 individui per la forma X-linked ad 1 su 100 individui per la forma autosomica dominante [1]. Le prevalenze effettive della patologia sarebbero ancora maggiori se dovessimo considerare le varianti non ancora esaminate. L’alta frequenza delle varianti patogene dei geni legati alla Sindrome di Alport suggerisce che altri fattori genetici e ambientali mitigano la corrispondente manifestazione clinica della malattia [2]. Geneticamente, la Sindrome di Alport è complessa. Sono note tre tipologie di ereditarietà e un ampio numero di mutazioni sono state già identificate nei geni che codificano per il collagene di tipo IV. In genere, ogni famiglia presenta un’unica mutazione. La forma X-Linked (XL-AS; approssimativamente l’85%) causata da mutazioni nel gene COL4A5 (Xq22-25), predomina ed è seguita dalla forma Autosomica Recessiva (AR-AS) causata da mutazioni nei geni COL4A3 o COL4A4 (2q35-37). Negli ultimi anni la forma Autosomica Dominante (AD-AS) legata a mutazioni in una sola delle copie del gene COL4A3 o COL4A4 (stato di eterozigosi) è stata diagnosticata sempre con una maggiore frequenza [3]. Nel 1997 venne descritta la prima famiglia che presentava un albero genealogico suggestivo di ereditarietà autosomica dominante. La caratterizzazione di questa famiglia a livello molecolare ha messo in evidenza una mutazione di splicing a carico del gene COL4A3 con perdita dell’esone 21. Tale mutazione è presente in eterozigosi in tutti i membri affetti, rappresentando il primo riscontro molecolare della forma autosomica dominante della sindrome di Alport [4]. L’utilizzo delle nuove tecniche di sequenziamento genico (Next Generation Sequencing) che consentono di studiare contemporaneamente i tre geni responsabili della Sindrome di Alport ha consentito di dimostrare che le mutazioni dei geni COL4A3 e/o COL4A4 sono in realtà più frequenti di quanto si riteneva in passato (sono state individuate più di 1000 mutazioni diverse nei geni COL4A5, COL4A3 e COL4A4) e che la forma dominante di SA rappresenta il 20-30% dei casi [5].

Per l’individuazione delle nuove varianti sono stati condotti test di splicing sia in vivo che in vitro, i quali hanno dimostrato lo skipping dell’esone nelle varianti identificate [6]. Sono stati eseguiti test di splicing in vitro, utilizzati minigeni e analisi di mRNA di campioni, per determinare la patogenicità di alcune varianti sinonime o silenti rilevate in alcuni pazienti con sospetta sindrome di Alport Autosomica Dominante. Nel 50% di queste varianti identificate vi era lo skipping dell’esone che potrebbe essere implicato nella perdita dei siti di legame per i fattori di trascrizione dello splicing ad esempio nei siti accettori e negli enhancers dello splicing esonico. Possiamo affermare che alcune varianti possono non alterare la sequenza amminoacidica della proteina codificata ma influenzano notevolmente lo splicing pre mRNA [7].

Sono stati presi in esame diversi individui provenienti da diversi ceppi familiari, diverse razze ed etnie che sottoposti ad analisi mutazionale mediante sequenziamento dell’esone e amplificazione hanno rilevato oltre 47 mutazioni che influenzano il corretto splicing dell’mRNA. Questo risultato amplia lo spettro genotipico delle mutazioni note nella sindrome di Alport che permetterà di effettuare le giuste correlazioni genotipo-fenotipo negli individui presi in esame [8].

Il nostro obiettivo è quello di fare conoscere le nuove varianti geniche riscontrate nella famiglia oggetto di studio, in eterozigosi; queste nuove varianti determinano una ampia variabilità fenotipica e si associano, in alcuni casi, a una difficile diagnosi di Sindrome di Alport.

 

Caso clinico familiare

Descriviamo il caso clinico di una famiglia siciliana in cui sia gli uomini che le donne presentano insufficienza renale cronica avanzata (alcuni in trattamento emodialitico) e in alcuni componenti è presente solo ematuria. Abbiamo seguito due sorelle di età diversa, una di 58 anni e l’altra di 70 anni, entrate nello stesso anno in dialisi. La sorella più giovane ha una storia clinica di dermatite atopica, poliabortività, tromboflebiti ricorrenti, artralgie diffuse migranti, tumore renale (per cui è stata sottoposta a nefrectomia), microematuria sin da piccola, trait talassemico, proteinuria dapprima nefritica poi nefrosica associata a insufficienza renale cronica da qualche anno in rapida progressione; all’esame ecografico presenta inversione dell’ecogenicità cortico-midollare con associate cisti renali e con esami immunologici tutti negativi. Altresì non presenta lesioni oculari e l’esame audiometrico risulta essere nella norma.

La sorella più anziana ha una storia di microematuria, proteinuria in range nefritico (e non nefrosico come la sorella più giovane), normoacusia, dolori articolari diffusi, cisti renali, meningioma cerebrale, fibrosi epatica, tiroidite, ANA positività (1:60), trait talassemico, insufficienza renale cronica da qualche anno e perdita della memoria. Il padre e lo zio paterno erano in dialisi (il padre aveva effettuato nel ’78 biopsia renale con diagnosi di verosimile Sindrome di Alport e lo zio paterno non ha effettuato biopsia renale ma aveva proteinuria in range nefritico e all’ecografia presentava cisti renali); il nonno aveva insufficienza renale ma non era in dialisi. Al cugino (figlio dello zio paterno) per trombosi dell’oliva portale, del ramo portale di destra e della vena splenica veniva riscontrata una mutazione in omozigosi del gene MTHFR (Figura1).

Figura 1.  Albero genealogico della famiglia.
Figura 1.  Albero genealogico della famiglia.

In considerazione della storia familiare di nefropatia e della sintomatologia clinica la sorella più giovane è stata sottoposta a biopsia renale (Figura 2). La sorella più anziana non ha effettuato la biopsia renale perché al momento della nostra osservazione i suoi reni erano già di piccole dimensioni.

Figura 2. Biopsia renale della paziente più giovane
Figura 2. Biopsia renale della paziente più giovane. A: Glomerulo con sclerosi totale; B: Glomerulo con sclerosi dell’80%; C: Altro glomerulo sclerotico all’80%; D: Due glomeruli entrambi con sclerosi totale; E: Atrofia tubulare; F: Glomerulo normale.

L’esame istologico della sorella più giovane metteva in evidenza una discreta (11 glomeruli su 14 isolati) sclerosi glomerulare globale o superiore all’80% del flocculo, fibrosi interstiziale, atrofia tubulare e lieve danno vascolare arterio-arteriosclerotico. L’indagine immunoistochimica ha messo in evidenza una positività discreta per IgM (++); altresì è stata eseguita indagine immunoistochimica per le catene alfa 3 e alfa 5 del COL IV che sono risultate entrambe normalmente espresse. L’indagine ultrastrutturale evidenziava un assottigliamento della membrana basale glomerulare (valore medio di 110-120 nanometri) con spiccata evidenza della lamina densa e in alcuni tratti con lieve ampliamento dello spazio sotto-endoteliale. La lamina densa in limitati segmenti appare reduplicata.

La sorella più anziana ha una figlia di 41 anni anch’essa con storia di microematuria fin da piccola e difficoltà nel concepimento; di seguito si riporta ultimo suo esame delle urine (Tabella 1).

Esame Urine Chimico-fisico (met. Riflettometrico)
pH 5,0 *↓ Unità di misura [5,5 – 7,5]
Glucosio 0 mg/dL [< 10]
Corpi chetonici 0 mg/dL [< 5]
Proteine < 15 mg/dL [< 15]
Rapporto proteine/creatinina – screening < 150 mg/g [< 150]
Rapporto albumina/creatinina – screening < 30 mg/g [< 30]
Emoglobina > 0.75 *↑ mg/dL [< 0,03]
Esterasi Leucocitaria                                   Vedasi dato Leucociti [Assente]
Nitriti Assenti [Assenti]
Densità Relativa
(met. rifrattometrico)
1,016 [1,005 – 1,030]
Conduttività
(met. Impedenziometrico)
19,5 mS/cm [3,0 – 38,0]
Esame citofluorimetrico e morfologico
(met. Citometria a flusso in fluorescenza)
Eritrociti 195 cell/µL [< 15]
Leucociti < 20 cell/µL [< 20]
Cellule Ep. Squamose 55 *↑ cell/µL [< 20]
Batteri Assenti [Assenti]
Tabella 1. Esame delle urine della figlia della paziente più anziana.

Per la storia clinica delle due sorelle si è proceduto a effettuare in entrambe uno studio genetico con analisi mutazionale del pannello dei geni associati a sindrome di Alport con il riscontro di varianti genomiche non note in letteratura. Si tratta di varianti presenti in eterozigosi del gene COL4A3; sono varianti a penetranza completa con trasmissione agli individui della stessa famiglia che differiscono tra loro per clinica, sintomatologia e comorbidità presenti al momento della rilevazione (NM_000091.4: c.1029+5G>A con MAF 0 e NM_000091.4: c.3211-7A>G con MAF 1:100000) (Figura 3).

Figura 3. Analisi genetica delle due pazienti.
Figura 3. Analisi genetica delle due pazienti.

La variante NM_000091.4: c.3211-7>G, nel database di genetica ClinVar, è risultata essere verosimilmente benigna, mentre diverso è il ruolo della variante genetica intronica c.1029+5G>A presente in eterozigosi. Quest’ultima essendo una variante genetica nuova è assente sui database di popolazione e non è descritta in letteratura scientifica, ma è predetta alterare lo splicing del gene. Quest’ultima variante sembrerebbe determinare la perdita di un introne e può avere un ruolo come variante di rischio per lo sviluppo di malattia renale cronica contribuendo a una maggiore complessità nella manifestazione clinica della Sindrome di Alport.

Tale famiglia è stata sottoposta a screening patogenetico al fine di studiarne la trasmissione delle diverse varianti mutazionali.

Per questo motivo anche la figlia della sorella più anziana è stata sottoposta a screening genetico che ha documentato la stessa variante genetica (Figura 4).

Figura 4. Analisi genetica della figlia della paziente più anziana.
Figura 4. Analisi genetica della figlia della paziente più anziana.

Le indagini hanno identificato nel gene COL4A3 in eterozigosi la nuova variante genetica intronica causata dallo skipping dell’esone: NM_000091 (COL4A3): c.1029+5G>A classificabile come patogenetica per le sue caratteristiche e per il fatto che essa co-segrega con il fenotipo all’interno della famiglia.

Per spiegare la progressione della nefropatia, si è proceduto a richiedere (in considerazione anche della storia familiare ovvero della presenza della mutazione in omozigosi del gene MTHFR nel cugino paterno) lo studio del pattern trombofilico (Tabella 2).

Biomolecolare

(La ricerca delle mutazioni è stata eseguita mediante PCR ed ibridazione con sonde allele specifiche)

Mutazione G1691A Fattore V Leiden

Assente

Genotipo

Omozigote Normale-Wild Type

Mutazione C677T MTHFR Presente Genotipo Eterozigote
Mutazione A 1298C MTHFR Presente Genotipo Eterozigote
Fattore V° Leiden (Mutaz. H 1299 R) Assente Genotipo

Omozigote Normale-Wild Type

Mutazione G 20210 A FATT. SECONDO Assente Genotipo

Omozigote Normale-Wild Type

PAI-1 Presente Genotipo Omozigote 5G
Tabella 2. Pattern trombofilico di entrambe le pazienti.

In entrambe le nostre pazienti è stata riscontrata una mutazione del gene MTHFR C677T e A1298C in eterozigosi e quella di PAI-1 in omozigosi. La mutazione MTHFR è un difetto genetico che provoca la riduzione o la perdita di attività dell’enzima metilen-tetraidrofolato reduttasi. La conseguenza di tale fenomeno è l’aumento dei valori di omocisteina nel sangue che si associa da una diminuzione dei livelli ematici di acido folico.

Le mutazioni dell’MTHFR, presenti nelle nostre pazienti, si associano quindi a iperomocisteinemia che già vent’anni fa è stata riconosciuta caratteristica comune nei pazienti con insufficienza renale.

Nelle due sorelle infatti, vi sono livelli elevati di omocisteina (Tabella 3).

Tabella 3. Dosaggio della omocisteina di entrambe le pazienti.
Tabella 3. Dosaggio della omocisteina di entrambe le pazienti.

 

Discussione

La Sindrome di Alport è dovuta a mutazione nei geni codificanti per le catene del collagene di tipo IV che risulta essere il principale componente della membrana basale, a sua volta è interposta tra epitelio ed endotelio a livello glomerulare. Le catene del collagene di tipo IV sono dette catene alfa. Sono state identificate sei catene per il collagene di tipo IV codificate da sei geni. I geni codificanti per le catene alfa 3 ed alfa 4 (COL4A3 e COL4A4) sono localizzati sul cromosoma 2, quelli codificanti per le catene alfa 5 ed alfa 6 (COL4A5 e COL4A6) sono localizzati sul cromosoma X e i geni che codificano per le catene alfa 1 e alfa 2 (COL4A1 e COL4A2) sono localizzati sul cromosoma 13 [9]. Le catene di collagene sono ampiamente distribuite nei vari distretti corporei e per tale motivo la sintomatologia della Sindrome di Alport è molto varia e va da sintomi tipicamente associati a un danno renale ad alterazioni sensoriali (ipoacusia, lenticono e macchie retiniche) [10], a manifestazioni rare come leiomiomi soprattutto a livello bronchiale ed esofageo [11] ad aneurismi dell’aorta toraco-addominale in particolar modo nei soggetti di sesso maschile [12].

La malattia si può presentare con una grande variabilità fenotipica, legata principalmente ai geni coinvolti e all’estensione della mutazione per cui i diversi sintomi possono appalesarsi con frequenza diversa a secondo dei casi [13]. Esiste comunque una grande difficoltà nella interpretazione delle varianti dovuta all’incompleta o conflittuale evidenza di patogenicità. Delle recenti linee guida hanno indicato che le caratteristiche cliniche, la storia familiare di insufficienza renale o persistente ematuria, insieme alla identificazione di varianti genetiche, supportano in maniera forte la diagnosi di Sindrome di Alport [14].

I familiari di I grado di una persona affetta da Sindrome di Alport in forma autosomica dominante hanno il rischio del 50% di presentare la variante patogenetica, indipendentemente dal sesso.

La forma autosomica dominante è caratterizzata da lenta progressione del danno renale, da notevole variabilità intra ed interfamiliare e da una penetranza che è del 95%. I pazienti presentano un quadro clinico caratterizzato da microematuria, proteinuria (in alcuni casi isolata) e insufficienza renale dopo la terza decade. Le manifestazioni extra-renali sono rare (non sono state descritte le anomalie oculari tipiche dell’Alport e l’ipoacusia insorge in tarda età) [15].

La progressione della malattia, a seconda dell’ereditarietà, è molto variabile e va da un andamento molto rapido che richiede una terapia renale sostitutiva in adolescenza o nella prima età adulta a uno molto lento caratterizzato da una funzione renale normale per lunghi periodi di tempo [16].

La rapida progressione della malattia renale nella sorella più giovane, che è entrata in dialisi all’età di 58 anni, probabilmente è dovuta al riscontro in quest’ultima di proteinuria in range nefrosico.

A causa delle iniziali difficoltà nell’effettuare una diagnosi corretta, abbiamo sottoposto entrambe le sorelle anche a Test di Fabry, risultato negativo (Figura 5).

Figura 5. Test di Fabry di entrambe le pazienti.
Figura 5. Test di Fabry di entrambe le pazienti.

Proprio per le difficoltà diagnostiche presenti in alcuni casi e per consentire un inquadramento affidabile, l’Alport Syndrome Classification Working Group ha proposto un nuovo schema di classificazione fondato su criteri genetici, clinici e molecolari invece che solo su tratti istologici e clinici [17] (Tabella 4).

Tabella 4. Nuovo sistema di classificazione della sindrome di Alport.
Tabella 4. Nuovo sistema di classificazione della sindrome di Alport.

L’ampia variabilità fenotipica riscontrata nella famiglia, correlata alla variante mutazionale c.1029+5G>A del gene COL4A3 (non presente in letteratura), è associata anche a mutazioni dei geni del pattern trombofilico. Entrambe le sorelle infatti presentano una mutazione combinata, in eterozigosi, sia dell’MTHFR C677T e A1298C, che è riconosciuto essere associato a un alto rischio trombotico, malattie coronariche, aborti spontanei e difetti del tubo neurale [18, 19]. La paziente più giovane è infatti andata incontro a poliabortività con conseguente difficoltà nel concepimento. Gli aborti ricorrenti in gravidanza rappresentano una condizione molto frequente nelle pazienti che presentano polimorfismi dei geni della trombofilia [20].

Altresì entrambe le sorelle presentano, in omozigosi, il polimorfismo 4G/5G del gene PAI-1, che determina, in generale, una maggiore suscettibilità al tromboembolismo venoso soprattutto se associato ad altri disordini genetici del pattern trombofilico [21] e determina anche una maggiore suscettibilità al cancro [22].

In seguito alla mutazione di MTHFR si avrà una ostacolata conversione della omocisteina in metionina e questo determinerà un aumento dell’omocisteinemia. Si parla di iperomocisteinemia quando il suo valore risulta essere superiore a 15 µmol/L.

Nelle due sorelle vi sono livelli di omocisteina pari a 79,5 µmol/L (in quella più anziana) e 22,90 µmol/L (in quella più giovane). Il valore più basso di una delle due sorelle è verosimilmente correlato all’assunzione di acido folico che la paziente assume da due anni.

Prove crescenti mostrano che un livello elevato di omocisteina (Hcy) sia associato a un aumento del rischio di malattia renale cronica (CKD) [23]. L’associazione tra omocisteina plasmatica e GFR sembra essere lineare [24]. Kai et al. hanno scoperto che l’apoptosi dei podociti indotta dall’iperomocisteinemia svolge un ruolo importante nel danno renale nei topi [25]. È stato infatti dimostrato che l’Hcy induce disfunzione endoteliale inibendo la proliferazione delle cellule endoteliali e promuovendo una risposta infiammatoria. Ciò suggerisce che esiste una relazione tra iperomocisteinemia e danno renale, che alla fine porta ad apoptosi dei podociti, glomerulosclerosi focale o globale, atrofia tubulare, fibrosi interstiziale e diminuzione dell’eGFR.

È ipotizzabile che il danno ossidativo esercitato dall’iperomocisteinemia possa essere considerato concausa di aterosclerosi e, oltre a indurre una disfunzione dell’endotelio vascolare, possa essere causa di glomerulosclerosi che porterebbe alla progressione della insufficienza renale [26].

L’ipermocisteinemia porta quindi a un danno endoteliale ed è un importante fattore di rischio per le patologie cardiovascolari [27]. Nella paziente più anziana, in cui vi sono i più alti valori di omocisteina, vi è anche un’alterazione della memoria a lungo termine. Alcuni studi hanno messo in evidenza che l’iperomocisteinemia può favorire il declino cognitivo ed è un fattore di rischio non soltanto per le patologie cerebrovascolari ma anche per la demenza degenerativa. Questo avviene perchè l’iperomocisteinemia ha un’azione vasculotossica nei confronti dei piccoli vasi cerebrali, favorisce la formazione dei ROS che promuovono l’infiammazione, inibisce il recettore GABA con conseguente riduzione dell’attività della NADPH ossidasi e quindi favorisce lo stress ossidativo, attiva il recettore NMDA che promuove l’eccitotossicità e di conseguenza la degenerazione neuronale. Tutto ciò porta al declino cognitivo [28].

Nella famiglia oggetto dello studio l’estrema variabilità fenotipica è da correlare non solo alla presenza di una variante mutazionale del gene COL4A3 ma anche a mutazioni del pattern trombofilico che, insieme, possono determinare una progressione della malattia renale e quindi potrebbero essere considerate singolarmente come varianti di rischio per lo sviluppo e la progressione dell’insufficienza renale cronica.

Nella forma autosomica dominante della sindrome di Alport è comune l’ematuria, la proteinuria (anche se può non essere presente) e l’insufficienza renale è rara anche se il suo rischio è aumentato se si aggiungono altri fattori patogenetici [29].

A un recente meeting di un Gruppo di Studio sulle varianti dell’Alport, si è stabilito di estendere lo screening genetico alla ricerca di mutazioni nei geni COL4A3, COL4A4 e COL4A5 oltre che ai pazienti con fenotipo classico (con ematuria, insufficienza renale e/o storia di ematuria o insufficienza renale familiare), anche ai pazienti con proteinuria, sindrome nefrosica steroido-resistente, pazienti con glomerulosclerosi focale e segmentale (FSGS) glomerulonefrite ad IgA e pazienti con insufficienza renale cronica senza una causa apparente [30].

Ogni catena alfa del collagene di tipo IV ha un dominio amino non collagenico (NC), un dominio intermedio collagenico e un dominio carbossi non collagenico. Il dominio intermedio collagenico ha la sequenza Glicina-Xaa-Yaa dove X e Y sono spesso Prolina e Idrossiprolina. Sono stati individuati “hotspot” mutazionali di singoli aminoacidi come ad esempio in corrispondenza della Glicina nel dominio intermedio collagenico e della Cistina nel dominio carbossi non collagenico, che vengono considerate varianti ipomorfiche con un fenotipo clinico più lieve. Non è possibile definire la soglia della MAF (minore frequenza allelica) sopra la quale queste varianti sono considerate benigne soprattutto in considerazione della differente ereditarietà dell’Alport. L’interpretazione delle varianti ipomorfiche rimane comunque una sfida [31]. L’ampio spettro fenotipico delle patologie del collagene di tipo IV e l’eterogeneità mutazionale rendono difficile la diagnosi (anche tra ematuria familiare e sindrome di Alport) soprattutto nei piccoli nuclei familiari e nei casi sporadici dove l’analisi genetica fallisce.

Le varianti di alcuni pazienti con sospetto di Sindrome di Alport non vengono rilevate né con il sequenziamento dell’esone né con i test NGS (Next Generation Sequencing) per cui sono stati analizzati gli mRNA urinari dei geni COL4A3-A5 e gli mRNA di COL4A5 dei fibroblasti cutanei che hanno mostrato le mutazioni di geni non evidenziate con altri test genetici. In particolare è stata utilizzata la PCR e il sequenziamento diretto per l’analisi degli esoni con sequenze introniche vicine, corrispondenti ad anomalie dell’mRNA in cui il salto dell’esone è stato causa di una variante intronica e la ritenzione di un frammento intronico è stata causa di ulteriori varianti. L’analisi dell’mRNA per i geni rappresentanti della Sindrome di Alport dal campione delle urine o dai fibroblasti può essere oggi usata come nuova linea di diagnosi nei pazienti con sospetto di Sindrome di Alport risultati negativi al test genetico [32].

Sono comunque necessari più studi per le patologie del collagene di tipo IV per cercare di rendere più semplice la diagnosi, la terapia e di conseguenza anche la prognosi [33].

 

Conclusioni

La Sindrome di Alport autosomica dominante è una patologia di recente riscontro, grazie all’utilizzo delle nuove tecniche di sequenziamento genico (Next Generation Sequencing), con un basso rischio di lesioni oculari e ipoacusia, ma con un significativo rischio di sviluppare insufficienza renale in età avanzata rispetto alla forma X-linked. È difficile riuscire a fare una diagnosi differenziale, specialmente nei pazienti giovani, con l’ematuria familiare benigna e con le forma X-linked della sindrome di Alport nelle famiglie dove solo le femmine sono malate. La forma autosomica dominante della Sindrome di Alport è quindi caratterizzata da una lenta progressione del danno renale, da una consistente variabilità intra ed interfamiliare e da una penetranza che sembra aggirarsi intorno al 95%. Una corretta diagnosi è possibile solo se si riesce ad effettuare una indagine clinica completa nei vari componenti della famiglia, unitamente allo studio dell’albero genealogico e all’analisi genetica; solo alla fine si riesce a conoscere la prognosi. Nel caso della famiglia oggetto di studio, oltre ad essere presenti varianti mutazionali in eterozigosi del gene COL4A3 (non presenti in letteratura), sono presenti mutazioni di alcuni geni del pattern trombofilico ed entrambe le condizioni possono giocare un ruolo importante come varianti di rischio per lo sviluppo della malattia renale cronica, contribuendo a una maggiore complessità nella manifestazione clinica della Sindrome di Alport.

 

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Thrombophilic study in dialysis patients

Abstract

Chronic kidney disease is a complex phenotype that results from the association of underlying kidney disease and environmental and genetic factors. In addition to the traditional risk factors, genetic factors are involved in the etiology of renal disease, including single nucleotide polymorphisms which could account for the increased mortality from cardiovascular disease of our hemodialysis patients. The genes that influence the development and rate of progression of kidney disease deserve to be better defined. We have evaluated the alterations of thrombophilia genes in hemodialysis patients and in blood donors and we have compared the results obtained. The objective of the present study is to identify biomarkers of morbidity and mortality, which allow us to identify patients with chronic kidney disease at high risk, thanks to which it is possible to implement accurate therapeutic strategies and preventive strategies that have the objective of intensifying controls in these patients.

Keywords: single nucleotide polymorphisms, thrombophilia panel, biomarkers of mortality, omic sciences, chronic kidney disease, hemodialysis

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Introduzione

La malattia renale cronica è definita come una progressiva ed irreversibile perdita della funzione renale, evidenziata con un GFR stimato al di sotto di 60 ml/min/1,73 m2, con la persistente presenza di manifestazioni che sono suggestive di danno renale (proteinuria, sedimento urinario attivo, danni istologici, anormalità strutturali o storia di trapianto renale) o con entrambi, presenti da più di tre mesi [1].

La malattia renale cronica è da sempre considerata un problema di salute pubblica mondiale che richiede un’importante assistenza e significativi oneri economici. È noto che ad una riduzione del GFR fa seguito un incremento degli eventi cardiovascolari, delle ospedalizzazioni e complessivamente della mortalità [2]. La prevalenza della malattia renale cronica varia a seconda delle aree geografiche e per lo più varia tra il 10% e il 20 %, percentuale che aumenta gradualmente soprattutto nei paesi sviluppati [3, 4]. Questo trend potrebbe essere attribuito all’aumentato invecchiamento della popolazione a livello globale [5], oltre che all’incremento di patologie come il diabete mellito, l’ipertensione e l’obesità [6].

Nonostante i miglioramenti tecnologici in ambito dialitico, il tasso di mortalità dei pazienti in emodialisi è molto alto, soprattutto a causa delle patologie cardiovascolari, ma non solo [7]. Recenti studi dimostrano che i fattori genetici come i polimorfismi dei singoli nucleotidi influenzano significativamente la risposta immune, i livelli dei markers infiammatori, così come la prevalenza dell’aterosclerosi in questo gruppo di pazienti [8].

 

Ruolo dei polimorfismi dei singoli nucleotidi

Come accade in altre patologie multifattoriali, anche i fattori genetici sono coinvolti nella patogenesi della malattia renale. In questo contesto sono stati individuati, nei soggetti in emodialisi, diversi polimorfismi di singoli nucleotidi (SNPs), caratterizzati dalla variazione di una singola coppia di basi nella sequenza del DNA e alcuni studi hanno dimostrato l’influenza di questi SNPs sul rischio cardiovascolare nei pazienti in emodialisi [9].

Le scienze omiche, negli anni, stanno cominciando a dare grandi risultati. Queste sono discipline che permettono di indagare le diverse classi di componenti biologiche e comprendono la genomica, ovvero lo studio dell’intero set di geni, la trascrittomica o lo studio dei livelli di mRNA, la proteomica, ovvero lo studio della traduzione proteica e la metabolomica o lo studio dell’insieme dei metaboliti [10]. La genomica e lo studio dei polimorfismi dei singoli nucleotidi sono utili nella diagnosi di condizioni predisponenti a fatali eventi tromboembolici e nel determinismo di varianti genetiche correlate alla morte improvvisa come ad esempio la sindrome correlata all’allungamento congenito del tratto QT [11, 12]. I polimorfismi dei singoli nucleotidi possono interessare le regioni non codificanti che alterano la regione del promoter, introni o la sequenza trailer che si trova a valle della sequenza codificante, oppure possono interessare le regioni codificanti ed in questo caso alterano la sequenza degli esoni.

 

Materiali e metodi

Sono stati arruolati 31 pazienti in trattamento emodialitico (di cui 21 di sesso maschile e 10 di sesso femminile) e 31 soggetti donatori di sangue (di cui 22 soggetti di sesso maschile e 9 di sesso femminile). Nei nostri pazienti dializzati abbiamo riscontrato un aumento dei valori di omocisteina nel 75 % dei casi (23 pazienti su 31); questo dato lo abbiamo messo in relazione alla tipologia di filtro utilizzato e alla metodica dialitica usata. Altresì abbiamo riscontrato un aumento dei valori medi della mioglobina a prescindere dal filtro e dalla metodica utilizzati e valori di catene k/λ quasi sempre nel range di normalità (Tabella 1). Considerando che l’iperomocisteinemia spesso è associata a mutazioni del gene MTHFR abbiamo analizzato in questi pazienti i geni del pattern trombofilico riscontrando delle anomalie rispetto ai soggetti donatori.

  AN 69 ST1,6/1,6

AFBK

n. pz 6

Helixone

Plus/1,8

HDF online

n. pz 8

Poliariletersulfone

400/1,7

HD

n. pz 2

Helixone plus/2,2

HDF online

n. pz 3

Polynephron

19 H/1,9

HDF online

n. pz 6

Polynephron 17 H/1,7

HDF online

n. pz 3

Polynephron 21 H/2,1

HDF online

  n. 1 pz

AN 69

ST 2,2/2,2

AFBK

n. 2 pz

OMOCISTEINA

(vn 15-30)

(min-max)

34,6

 

(9-58)

53,8

 

(22-96)

29,5

 

(22-37)

34,3

 

(19-53)

56

 

(26-100)

52

 

(39-76)

15 34,5

 

(9-60)

MIOGLOBINA

(vn 25-72)

(min-max)

149,2

 

(86,7-306)

216,2

 

(142-385)

272

 

(173-371)

120,3

 

(115-126)

280,1

 

(203-363)

112

 

(85-137)

136 220,5

 

(143-298)

Catene kappa/lamda

(vn<1350/723)

Catene K (min-max)

Catene λ (min-max)

847,5/594

 

(630-1570)

(363-1070)

1052/534

 

(545-1720)

(257-785)

1181/571

 

(832-1530)

(400-742)

828/512,3

 

(792-889)

(443-637)

750,6/434,6

 

(458-1080)

(251-734)

667/362,3

 

(375-960)

(160-481)

1080/911 813,5/358,5

 

(743-884)

(252-465)

Tabella 1: Valori medi di omocisteina, mioglobina e catene k/λ nei pazienti dializzati.

 

Risultati dello studio

Abbiamo esaminato le principali mutazioni e polimorfismi interessanti i geni dei fattori della coagulazione (Fattore V, Fattore II e Fattore XIII) (Grafico 1), della metilentetraidrofolato reduttasi (MTHFR) (Grafico 2) e della cistationina beta-sintetasi (CBS) di cui non si è registrata nessuna mutazione, della Glicoproteina IIIa piastrinica (GP IIIa) dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE) e dell’apolipoproteina E per i quali emergono dati sovrapponibili tra i due gruppi di pazienti, dell’inibitore dell’attivazione del plasminogeno (PAI-1) dell’angiotensinogeno (AGT) del recettore dell’angiotensina II (ATR-1) e del Beta Fibrinogeno (FGB) (Grafico 3), in 31 pazienti emodializzati e i risultati sono stati messi a confronto con 31 soggetti donatori.

La tecnica utilizzata è stata quella dell’amplificazione delle sequenze bersaglio, dopo l’isolamento del DNA, con successiva ibridazione inversa su striscia e rivelazione colorimetrica, ed il kit impiegato è stato il CVD 14.

Grafico 1: Mutazioni dei fattori della coagulazione. 
Grafico 1: Mutazioni dei fattori della coagulazione.

Grafico 2: Mutazioni del gene MTHFR.

Grafico 2: Mutazioni del gene MTHFR.
Grafico 2: Mutazioni del gene MTHFR.

 

Grafico 3: Mutazioni del gene ATR-1, AGT, FGB-455 e PAI 1.
Grafico 3: Mutazioni del gene ATR-1, AGT, FGB-455 e PAI 1.

 

Discussione

Analizzando i dati raccolti è emerso nei dializzati un aumento della variante T del gene AGT. Molti studi hanno dimostrato che mutazioni dei geni RAAS e i loro polimorfismi causano l’insorgenza di una maggiore suscettibilità a svariate malattie come l’ipertensione, il diabete mellito tipo 2, la malattia renale cronica allo stadio terminale [13]. Il gene AGT è considerato uno dei geni componenti di RAAS che include oltre ad AGT anche ACE, ACE2, AGTR1 (recettore tipo 1 dell’angiotensina II), AGTR2 (recettore tipo 2 dell’angiotensina II) e la renina (REN) [14]. Questo gene consiste di 4 introni e cinque esoni che sono localizzati sul braccio lungo del cromosoma 1. Come parte di RAAS codifica per 485 aminoacidi. Sono stati studiati due missense SNP del gene AGT (SNPs; l’rs699, Met268Thr ovvero M268T e l’rs4762, Thr207Met ovvero T207M) [15]. L’rs699 (M268T) precedentemente noto come M235T è un missense polimorfismo sull’esone 2 che codifica per la variante treonina (l’aminoacido metionina è sostituito dall’aminoacido treonina nella posizione 235) che è associata ad aumentati livelli di angiotensinogeno.

Recentemente è stata indagata, per dimostrarne il coinvolgimento nell’ESRD, la relazione tra il polimorfismo dei geni RAAS (determinante un’aumentata concentrazione dell’angiotensinogeno) e l’insufficienza renale cronica allo stadio terminale [16]. A causa dell’aumentata attività di RAAS, dopo l’induzione dell’angiotensina II iniziano la vasocostrizione e la sintesi dell’aldosterone che portano all’espansione del volume plasmatico e all’ipertensione. Il RAAS è sempre stato fortemente implicato nella patogenesi dell’ipertensione essenziale, delle patologie cardiovascolari e dell’insufficienza renale progressiva. RAAS gioca un ruolo centrale nella regolazione della pressione arteriosa, del metabolismo del sodio e dell’emodinamica renale, con le sue azioni mediate principalmente dall’angiotensina II [17]. L’angiotensina II può influenzare anche il metabolismo del glucosio attraverso dei meccanismi a cascata che interessano l’attivazione del segnale insulinico, l’adipogenesi, la circolazione sanguigna e lo stress ossidativo [18]. L’angiotensina II svolge un importante ruolo nei processi di rimodellamento tissutale, promuovendo la sintesi e la deposizione delle proteine della matrice extracellulare in diversi organi come il cuore, i vasi ed il rene, favorendo la fibrosi a sua volta responsabile del danno d’organo cardiovascolare e renale [19, 20].

Recenti studi hanno dimostrato la correlazione tra la presenza della variante rs699 del gene AGT con la cardiopatia ischemica [21] e l’arteriopatia periferica [22]. Alcuni studi suggeriscono che il polimorfismo M235T (genotipo TT) potrebbe essere un bio-marcatore utile per lo screening degli individui suscettibili all’infarto del miocardio, almeno per quanto riguarda la popolazione asiatica [23]. Studi effettuati su popolazione giapponese [24], cinese [25], italiana [26] e spagnola [27] rivelano una significativa associazione tra M235T e l’infarto del miocardio. Altri studi non hanno osservato tale associazione [28] e ciò potrebbe essere dovuto alle varianti geografiche e all’etnia, oppure perché i gruppi di pazienti selezionati non erano appropriati per gli studi genetici. Il polimorfismo del gene ATR1 (recettore tipo 1 dell’angiotensina II) è stato anch’esso analizzato per spiegare l’associazione con il tasso di progressione della malattia renale. Nei nostri pazienti è stato dimostrato un aumento del polimorfismo dell’ATR1 in eterozigosi A/C.

In letteratura sono presenti alcuni studi che indicano che la presenza dell’allele C polimorfico dell’ATR1 (genotipo AC/CC) potrebbe essere associata a più rapido peggioramento della funzione renale [29]. Altro polimorfismo da noi studiato è quello del gene PAI-1. PAI-1 è una serina proteasi con feedback negativo sulla fibrinolisi grazie al legame con l’attivatore del plasminogeno tissutale (tPA) di cui ne inibisce l’attivazione. Elevati livello di questo inibitore sono stati associati ad un maggior rischio trombotico sia di tipo arterioso (infarto miocardico e malattia coronarica) che venoso (tromboembolismo) specie nei soggetti fumatori ed ipertesi [30]. Il polimorfismo PAI-1 4G/5G è significativamente associato ad alti livelli di omocisteina soprattutto nei giovani pazienti con trombosi del seno venoso cerebrale [31]. Nei nostri pazienti dializzati è stato riscontrato un aumento dei casi del polimorfismo del gene PAI 4G/5G. I pazienti con trombosi hanno principalmente uno squilibrio tra i sistemi di coagulazione e di fibrinolisi e questo squilibrio è spesso attribuito ad alti livelli di espressione e di attività del gene PAI-1 [32]. Il polimorfismo del gene PAI-1 4G/5G è associato ad alti livelli di PAI-1 nel plasma. Diversi studi hanno valutato la relazione tra il polimorfismo PAI-1 4G/5G ed il rischio di trombosi venosa [33]. È stato dimostrato altresì che il polimorfismo 4G/5G del gene PAI-1 potrebbe essere considerato come un fattore che possa portare ad una maggiore suscettibilità al tromboembolismo venoso soprattutto nei pazienti con altri disordini genetici del pattern trombofilico [34].

Il tromboembolismo venoso è la terza maggiore causa di malattie cardiovascolari e di morte e rappresenta un problema sociale e medico rilevante per la sua alta frequenza. Il tromboembolismo venoso può essere prevenuto e trattato; per tale motivo la ricerca dei fattori di rischio è un obiettivo importante [35]. Varianti di geni che determinano un effetto pro-coagulante giocano un ruolo importante in condizioni di ipercoagulabilità. Oltre alle note varianti dei geni con attività protrombotica (fattore V di Leiden, MTHFR C677T) vi sono altre varianti che giocano un ruolo in alcune forme di trombosi venosa che includono il Fattore V H1299R, MTHFR A1298C, Fattore XIII e l’FGB 455 G>A [36].

Nei nostri pazienti dializzati è stato riscontrato anche un aumento del polimorfismo FGB-455 G/A in eterozigosi. Diversi studi hanno dimostrato che tale fattore potrebbe essere un predittore suscettibile di ictus ischemico [37]. Nei nostri pazienti emodializzati è stato riscontrato un aumento anche delle mutazioni a carico del gene MTHFR e la più comune è la mutazione C677T che potrebbe essere responsabile dell’iperomocisteinemia [38]. Vi è una chiara evidenza di iperomocisteinemia e mortalità cardiovascolare ed eventi aterotrombotici in pazienti in emodialisi [39, 40]. La malattia renale cronica rappresenta un fattore di rischio accertato per tromboembolismo (TE) arterioso e venoso. Mentre il rischio di TE risulta essere di 2,5 volte più alto nei pazienti con IRC moderata, non in dialisi, rispetto alla popolazione normale, il rischio aumenta di 5,5 volte nei pazienti con severa insufficienza renale [41]. Le complicanze trombotiche sono descritte in più del 25% dei pazienti che si sottopongono a dialisi [42] e sono a carico soprattutto dell’accesso vascolare che rappresenta l’ancora di salvezza nei pazienti in dialisi ed il suo malfunzionamento è associato ad una incrementata morbidità, mortalità e ad elevati costi. Numerosi studi sono stati pubblicati sull’associazione tra trombofilia acquisita/congenita e complicanze dell’accesso vascolare e i risultati sono stati contrastanti, ovvero alcuni studi hanno suggerito la loro significativa associazione [43], mentre in altri questa associazione non è stata documentata [44, 45]. Nel 2005 Knoll e i suoi collaboratori hanno dimostrato in uno studio prospettico canadese che 107 dei 419 pazienti in emodialisi arruolati hanno sviluppato una trombosi dell’accesso vascolare e la percentuale di trombosi aumentava nei pazienti che avevano di base una condizione di trombofilia [46]. I dati di questo studio sono in linea con i risultati ottenuti da Klamroth in Germania e con quelli documentati su pazienti svedesi [47, 48]. Le discrepanze sono principalmente dovute alla tipologia di studi differenti (retrospettivi versus prospettici), al fatto che questi studi sono stati eseguiti su piccoli campioni di pazienti, all’assenza di gruppi di controllo e al fatto che sono stati condotti su differenti fattori di rischio trombofilici. Sono sicuramente necessari studi di coorte prospettici, multicentrici, ampi, per dimostrare il ruolo della trombofilia nella trombosi dell’accesso vascolare.

Per quanto riguarda lo stato di ipercoagulabilità presente prima del trapianto renale, questa condizione può essere considerata uno dei maggiori fattori di rischio per sviluppare eventi immediati trombotici post-trapianto. Il trapianto renale può correggere con successo uno stato di ipercoagulabilità acquisita nei pazienti in emodialisi. Screening pre-trapianto per i fattori correlati all’ipercoagulabilità sono necessari per prevenire eventi protrombotici post-trapianto e sono raccomandati nei pazienti che hanno in prospettiva la possibilità di essere sottoposti a un trapianto renale [49]. Per concludere, la trombofilia congenita non è da considerare un fattore di rischio per lo sviluppo di trombosi nei pazienti con sindrome nefrosica [50], ma anche a tal riguardo sarebbero necessari ulteriori studi.

 

Conclusioni

Nonostante gli sviluppi e i miglioramenti delle tecniche dialitiche, i pazienti con malattia renale cronica allo stadio terminale continuano ad avere un aumento marcato della morbidità e mortalità cardiovascolare. Recentemente molto interesse è stato focalizzato sul ruolo dei fattori di rischio cardiovascolari non tradizionali come l’infiammazione, le calcificazioni vascolari e lo stress ossidativo. Recenti studi dimostrano che i fattori genetici, come i polimorfismi, possono influenzare significativamente la risposta immune, come anche la prevalenza dell’aterosclerosi in questi pazienti.

Sembra ipotizzabile che nel prossimo futuro test di DNA prognostici o predittivi possano fornire, alla comunità nefrologica, un più preciso approccio terapeutico e possano aiutarci nel mettere in atto delle adeguate strategie preventive. In definitiva, servono dei biomarker di morbidità e mortalità per identificare tempestivamente i pazienti ad alto rischio, perché l’aumentato rischio cardiovascolare dei nostri pazienti dializzati potrebbe essere messo in relazione, in definitiva, ad un insieme di mutazioni genetiche.

 

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