Con l’augurio che tutti i nefrologi di ‘seconda e terza generazione’ possano continuare a ricordarlo e a lui ispirarsi nella quotidiana attività.
Biagio Raffaele Di Iorio e Marco Lombardi
Quirino Maggiore lo conobbi per un caso. Estate 1973, 24 anni, appena rientrato a Reggio Calabria dopo la laurea, in cerca di lavoro. Mi parlò molto bene di questa divisione G. Monasterio. Andai a conoscerli. Parlai a lungo col grande Quirino (così lo chiamo affettuosamente da tempo immemore) e lui mi mise così a mio agio che dal senno fuggì una domanda quantomeno inopportuna: “Ma quando pensa professore che potrei iniziare a guadagnare?”. Me ne pentii nel mentre la pronunciavo: oddio ora penserà che sono un venale mentre anelo solo a potermi autonomizzare. Lui mi guardò pacato e mi rispose: “prima dobbiamo piacerci reciprocamente”. Si, proprio così disse “reciprocamente”. E’ questa, credo, la cifra del gruppo di Reggio Calabria, costituitosi col criterio della cooptazione democratica (ognuno è stato scelto dal gruppo e, a sua volta, ha contribuito a scegliere), criterio potentissimo e limpido perchè non inficiato da clientele e raccomandazioni. Forte coesione amicale, entusiasmo, fame di apprendere e verificare, propensione per la ricerca clinica. Certo non nostre esclusive peculiarità, ma condivise con molti dei gruppi nefrologici che andavano formandosi in quegli anni in Italia. Con una sostanziale differenza; almeno per quei tempi, tali comportamenti erano più facilmente realizzabili a Milano, Torino, Bologna, Brescia, Verona, etc. che non a Reggio Calabria.
Sempre irrequieti, mai accomodati sulle spiegazioni semplici, sempre pronti a guardar dentro le cose. E’ questo il nutrimento che il grande Quirino elargiva a noi giovani e non solo. Quante volte nei congressi ha chiesto la parola per criticare, per instillare dubbi in acritiche certezze. Rompeva? Sì, ma lui esercitava l’arte del dubbio cartesiano, cioè del dubitare per accrescere la conoscenza, e non la sterile arte degli scettici che dubitano al solo fine di dubitare. Quante volte alle sei di sera, tutti noi nella sua stanza, centellinando il rito del whisky, appassionati di Popper congetturavamo e confutavamo sui casi del reparto ma anche della vita.
Vulcanico, incostante. Il grande Quirino ti subissava di idee e progetti che, a stargli dietro, ti ci perdevi. Io avevo adottato la tecnica della resistenza passiva. Ogni tanto si arrabbiava: ma insomma, ti avevo detto di cercare quegli articoli, raccogliere quei dati. Gli rispondevo serafico: sì Prof, ma me lo ha detto una sola volta e forse domani l’argomento non le interesserà più e mi chiederà altro. Quando mi chiede la stessa cosa almeno 3 volte, allora capisco che lei è veramente interessato e che è tempo di attivarsi. Non so quanti assistenti a quei tempi potessero permettersi risposte così impertinenti. Ma il grande Quirino non prendeva cappello e, anzi, apprezzava chi non chinava la testa pur venendo lui dal mondo dei baroni.
Visionario. Quante idee non perseguite ma che hanno precorso i tempi. Quante riunioni abbiamo fatto nei primi anni ’70 sui batteri intestinali e sul loro ruolo nell’uremia; oggi tutti parlano del microbiota. E quando, sempre in quei lontani anni, si è messo a studiare la spatola, pesce azzurro molto utilizzato a Reggio, per la sua ottimale composizione di acidi grassi insaturi. E quante volte sono andato con lui in un’industria specializzata in microfiltri per provare a metter su la lettura automatizzata del sedimento urinario, oggi pratica routinaria, ma non a quel tempo.
Di rigore morale adamantino. Quante le sirene che avrebbero voluto coinvolgerlo nella dialisi privata, così come andava accadendo nelle regioni limitrofe. Oggi, ovviamente, la situazione è del tutto diversa e l’elevata qualità dell’offerta privata è una sfida non da poco per il pubblico. Ma non era così negli anni ’70; la scelta del tempo pieno era un discrimine valoriale che, sul suo esempio, nessuno di noi ha mai superato, né allora, né in seguito.
Sempre pronto il grande Quirino a sposare cause scomode, se ritenute giuste, ad esporsi senza paventare le conseguenze, senza calcoli di tornaconto. Per una strana alchimia della storia, Reggio per un lungo periodo si è giovata di una sorta di virtuoso compromesso storico sanitario. Lungimiranti politici di entrambi gli schieramenti si sono adoperati in una fruttuosa campagna acquisti, valorizzando l’ospedale reggino con primari di assoluto valore. Nefrologia, chirurgia, ematologia, neurochirurgia, medicina, etc. hanno costituito delle vere eccellenze. Ma, si sa, i corpi intermedi, le burocrazie, tentennano al nuovo, rallentano, non si espongono ma resistono facendo melina. Insomma, il neurochirurgo di fama era arrivato dalla Svizzera, l’attrezzatura del reparto pure ma, stranamente, non si trovava il personale per sballare sedie, scrivanie, suppellettili. Che fa l’impavido Quirino? Lancia in resta con i suoi entusiasti scudieri presidia/occupa (il ’68 non era poi così lontano nel tempo e nelle menti) la neurochirurgia. Per farla breve, in un pomeriggio sballiamo, sistemiamo, mettiamo nella spazzatura tutti i se, i ma e i forse.
Certo, lavorare in prima linea affascina, stimola, ma poi un cambiamento si impone. Nel Gennaio 1988 il grande Quirino approda a Firenze. Io l’ho preceduto di qualche mese per curare l’allestimento del reparto (impianto dell’acqua, selezione del personale e dei pazienti, etc.). A Reggio rimane Zoccali e qualsiasi parola farebbe velo a ciò che Carmine ha realizzato.
Appena arrivati a Firenze, Maggiore si lancia nell’impresa di fondare il Journal of Nephrolgy e mi coinvolge nello staff editoriale. Ho avuto così modo di partecipare agli incontri con chi metteva i soldi nell’impresa: Ente Fiuggi e Ciarrapico, in primis. Il buon Quirino volava alto progettando collaborazioni internazionali, rubriche innovative e quant’altro, il tutto in perfetta linea col suo essere visionario. Una volta il buon Ciarrapico, sempre più smarrito, ebbe a dire in romanesco doc: “A professò io ste cose nun le capisco, io venno acqua”. Nonostante tale cornice, il giornale è andato avanti bene e successivamente è diventato di proprietà ed organo ufficiale, assieme al GIN, della SIN.
Quante altre cose avrei da raccontare, ma penso di aver tratteggiato gli aspetti salienti di una persona complessa, affascinante, coinvolgente. Certo, ho parlato del mio Quirino, di come l’ho vissuto io. Altri sono gli scritti, le interviste, anche sul GIN, dove ricostruire i suoi interessi scientifici, ripercorrere la sua carriera.
Ho iniziato con il primo nostro incontro e concludo con l’ultimo, perfetto paradigma delle sue doti umane e morali. Era la primavera scorsa e, come in altre occasioni, eravamo andati a trovarlo tutti noi che, in tempi e modi diversi, lo avevamo seguito da Reggio a Firenze. Sembrava essersi ben ripreso da importanti malattie. Ebbe a dire: “Quando eravamo a Reggio, te Francesco e te Peppino mi incutevate quasi timore”. “Ma come Prof, noi? Dei ragazzini?”. “E sì. Esprimevate un rigore morale che derivava dalla cultura di sinistra di Francesco e da quella cattolica di Peppino, ho imparato molto da voi”.
Incredibile, Grande Quirino, che pesante eredità mi hai lasciato. Mi auguro di averne saputo trasmettere almeno un pezzetto, l’innamoramento per la Nefrologia, ai tanti specializzandi che ho conosciuto in questi anni.
Francesco Pizzarelli
GIN – Il Ricordo di Quirino Maggiore
GTND – Il mio ricordo del prof. Quirino Maggiore


