Aspetti controversi della Dialisi Peritoneale in Italia. Risultati del Primo Audit Nazionale della DP

Abstract

Il Censimento del Gruppo di Progetto di Dialisi Peritoneale (DP) della Società Italiana di Nefrologia ha seguito l’evoluzione della DP per 20 anni, fino all’ultima edizione del 2024 a cui, per la prima volta, ha fatto seguito un audit telematico, condotto tra il 28/04/2025 ed il 09/05/2025.
L’Audit, a cui hanno aderito 185 Centri dei 228 Centri che hanno utilizzato la DP nel 2024, ha indagato alcuni argomenti poco esplorati o controversi: 1) prescrizione dialitica incrementale in CAPD; 2) terapia empirica delle peritoniti; 3) profilassi delle exit site infections (ESI); 4) tipologia di catetere peritoneale utilizzato; 5) utilizzo della telemedicina.
Per la prescrizione incrementale in CAPD non vi è accordo. La maggior parte inizia con un solo scambio. In caso di due scambi la maggior parte mantiene l’addome vuoto per parte del giorno. Tuttavia, dei 162 Centri che utilizzano la DP incrementale, il 37,4% inizia solo a partire da 2 scambi ed il 26,5% nella CAPD a due scambi mantiene l’addome sempre pieno. Discreta variabilità è stata osservata anche per il tipo di catetere utilizzato anche se il 75,7% dei Centri ne utilizza un solo tipo nel proprio Centro.
La quasi totalità dei Centri segue quanto raccomandato dalla ISPD per la terapia empirica delle peritoniti e la profilassi delle ESI/TI, la cui validità è confermata dal costante calo del drop out per peritonite registrato negli ultimi 20 anni.
Infine, il dato sulla Telemedicina dimostra come questo strumento sia sempre più diffuso: il Telemonitoraggio risulta la modalità più utilizzata, mentre la Teleassistenza e soprattutto la Televisita, pur essendo molto utili nella DP assistita, sono impiegate solo da una minoranza di Centri.

Parole chiave: Dialisi Peritoneale, Dialisi Incrementale, Peritoniti, Exit Site Infections, Catetere peritoneale, Telemedicina

Introduzione

Il Censimento del Gruppo di Progetto di Dialisi Peritoneale della Società Italiana di Nefrologia (GPDP-SIN) è una raccolta dati relativi ai diversi aspetti della Dialisi Peritoneale (DP); avviato nel 2005, con l’ultima edizione, la nona, relativa all’anno 2024, ha praticamente seguito l’evoluzione della DP per 20 anni [1].

I dati più significativi osservati dal Censimento in questi 20 anni sono stati: 1) un continuo e costante calo dell’incidenza delle peritoniti e del drop out per peritonite, 2) una sempre più diffusa prescrizione incrementale, con la CAPD (Continuous Ambulatory Peritoneal Dialysis) sempre più legata alla prescrizione incrementale e la APD (Automated Peritoneal Dialysis) alla full dialysis, 3) un sempre più esteso impiego del PET 3,86% nella valutazione della membrana peritoneale, 4) un sempre minor ruolo del Nefrologo nel posizionamento del catetere peritoneale, 5) una costante riduzione, ancora oggetto di discussione, dell’incidenza di EPS. Nonostante questi risultati, il numero di Centri che utilizzano la DP, la prevalenza e la durata media della DP, il drop out globale, la percentuale di pazienti in DP assistita sono rimasti sostanzialmente invariati.

Per cercare di chiarire alcuni di questi aspetti, all’ultima edizione del Censimento ha fatto seguito un Audit telematico di cui in questo lavoro riportiamo i risultati.

 

Materiali e metodi

Metodologia ed esecuzione

Il questionario on-line è stato inviato a tutti i referenti dei 228 Centri che hanno partecipato al Censimento 2024 rispettando la regola di “una sola risposta per Centro”. Le aree tematiche indagate con l’Audit sono state ricavate da un’analisi preliminare dei dati del Censimento. La selezione degli argomenti e la formulazione delle domande è stata effettuata da tutti gli Autori in riunioni condotte in videoconferenza.  L’Audit è stato condotto nel periodo 28/04/2025 – 09/05/2025 mediante un questionario on-line inviato ai Referenti di tutti i Centri. I risultati dell’elaborazione preliminare sono stati presentati al XXII Convegno Nazionale di Dialisi Peritoneale tenutotosi a Brescia dal 15 al 17 maggio 2025. Per facilitare la lettura ai risultati di ciascun argomento seguirà la discussione.

Gli argomenti dell’Audit

Gli argomenti indagati con l’Audit sono stati la prescrizione incrementale, la terapia empirica della peritonite, la prevenzione delle infezioni dell’orifizio (ESI/TI), il tipo di catetere utilizzato e la telemedicina.

Le domande sono riportate nelle Figure dove indicato. I risultati sono stati ripartiti secondo le aree tematiche sopra riportate, discusse singolarmente. L’analisi statistica è stata limitata al test chi quadro per le differenze tra i gruppi.

 

Risultati

I Centri che hanno partecipato sono risultati 185, che rappresentano l’81% dei Centri che hanno partecipato al Censimento.

Prescrizione dialitica incrementale in CAPD

Risultati. Dei 185 Centri che hanno risposto, 23 (12,4%) non prescrivono CAPD incrementale e 7 (3,8%) la considerano solo per la cardiopatia. Dei rimanenti 155 Centri (83,8%), 97 (52,4%) la prescrivono a partire da uno scambio mentre 58 (31,4%) solo a partire da 2 scambi (Figura 1).

Mentre con 1 solo scambio è naturale mantenere l’addome vuoto, con 2 scambi può non essere così. Infatti, dei 162 Centri che prescrivono CAPD incrementale, quando si arriva a 2 scambi 43 Centri (26,5%) mantengono l’addome sempre pieno in tutti (10 Centri) o nella maggior parte dei pazienti in CAPD incrementale a 2 scambi (33 Centri). Al contrario 119 Centri (73,5%) mantengono l’addome sempre vuoto per parte del giorno in tutti (68 Centri) o nella maggior parte dei casi (51 Centri) (Figura 2).

Non vi sono differenze per quanto riguarda il mantenimento dell’addome vuoto tra chi parte con uno scambio e chi parte da due scambi.

Utilizzo della prescrizione incrementale con la ripartizione dei Centri
Figura 1. Utilizzo della prescrizione incrementale con la ripartizione dei Centri in funzione del numero di scambi iniziale (HF: heart failure).
Mantenimento dell’addome vuoto
Figura 2. Mantenimento dell’addome vuoto per parte del giorno nella prescrizione della CAPD a 2 scambi.

Discussione. La DP incrementale in Italia è prescritta prevalentemente in modalità CAPD. La DP incrementale è possibile solo a partire da un GFR >4 ml/minuto. Per valori inferiori, il Kt/V renale è in genere inferiore a 1,0 Unità/settimana e la differenza per raggiungere il target minimo (1,70 Unità/settimana) difficilmente è raggiunta con solo due scambi al giorno. Uno dei vantaggi della prescrizione incrementale è la miglior Qualità della Vita dovuta al minor numero di procedure dialitiche richieste [2].

La maggioranza dei Centri prescrive la DP incrementale a partire da uno scambio e, quando ne utilizza due, cerca di mantenere l’addome vuoto durante il giorno. Tuttavia, il 37,4% dei Centri con prescrizione incrementale parte solo con due scambi mentre solo una minoranza (il 26,5% dei Centri) considera sempre o nella maggior parte dei casi l’addome sempre pieno. Infine, incrociando l’Audit con i dati del Censimento 2024 [1] i Centri che utilizzano la prescrizione incrementale a partire da uno scambio hanno un numero medio di pazienti incidenti superiore (7,65 vs 5,77 pz/Centro) ed utilizzano maggiormente la prescrizione incrementale rispetto ai Centri che la prescrivono solo a partire da due scambi (46,1% vs 29,7% – p<0,000005).

La prescrizione incrementale è condizionata da fattori relativi alla depurazione e alla Qualità della vita. I principali fattori depurativi sono il Glomerular Filtration Rate (GFR) di inizio dialisi (la prescrizione incrementale a partire da un solo scambio è possibile solo per un GFR superiore a 6 ml/minuto) e la clearance delle medie molecole (molte delle tossine uremiche) che, come noto, dipende dal tempo di sosta piuttosto che dai volumi impiegati [3]. Per i fattori non depurativi la Qualità della Vita è inversamente proporzionale al numero di scambi, in particolare se più di due; inoltre, un addome sempre pieno comporta un maggior rischio meccanico e una riduzione dell’appetito.

I risultati dell’Audit suggeriscono pertanto che, mentre per l’avvio della CAPD incrementale la scelta tra depurazione e Qualità della vita non è ancora chiara, una volta avviata la DP prevalgono le considerazioni sulla conservazione della membrana peritoneale e sul timore delle complicanze meccaniche.

Infine, una considerazione sulla APD incrementale, che ad oggi risulta essere ancora poco utilizzata. L’Audit mette in luce un’ulteriore difficoltà nel suo utilizzo legato all’intermittenza del trattamento. Infatti, per ragioni logistiche la maggior parte dei Centri (85,4%) effettua il prelievo per il calcolo delle clearance al mattino (Figura 3). Ciò porta a una sovrastima degli indici di adeguatezza, che aumenta ulteriormente in APD incrementale. È possibile che l’APD incrementale, poco utilizzata rispetto alla CAPD, possa apparire non solo meno conveniente per la Qualità della Vita ma anche di più difficile valutazione.

Momento del prelievo ematico
Figura 3. Momento del prelievo ematico per il calcolo delle clearances dialitiche in APD.

Terapia empirica delle peritoniti

Risultati. Come da indicazione delle linee guida ISPD [4], 172 Centri (93,0%) utilizzano due antibiotici, uno attivo sui batteri Gram positivi e uno attivo sui batteri Gram negativi. Dei 13 Centri rimanenti (7%) solo 5 Centri utilizzano una Cefalosporina di IV generazione (Cefepime), alternativa al doppio antibiotico riconosciuta dalle linee guida [4], mentre 3 Centri solo la Vancomicina e 5 Centri antibiotici attivi solo sui batteri Gram negativi (Figura 4).

Percentuale di Centri che utilizza la doppia copertura
Figura 4. Percentuale di Centri che utilizza la doppia copertura (2 antibiotici) nella terapia empirica della peritonite. In colonna la percentuale di Centri che utilizza un solo antibiotico ripartiti secondo il tipo.

Considerando i Centri che utilizzano due antibiotici, per i batteri Gram positivi l’antibiotico più utilizzato è una Cefalosporina di I generazione (55,8%) seguita dalla Vancomicina (43,0%) mentre è trascurabile l’impiego della Teicoplanina (1,2%). Per i batteri Gram negativi, l’antibiotico più utilizzato è una Cefalosporina di III generazione (68,6%) seguita da un Aminoglicoside (27,9%) mentre è trascurabile il ricorso ad altri antibiotici quali Carbapenemi, Cefalospporina di IV generazione o non specificati (3,5%) (Figura 5). Per quanto riguarda l’associazione, quella maggiormente utilizzata è Cefalosporina di I – Cefalosporina di III generazione (37,8%), seguita dall’associazione Vancomicina – Cefalosporina di III generazione (30,8%) e da una Cefalosporina di I generazione – Aminoglicoside (17,4%), mentre l’associazione più nefrotossica e ototossica, rappresentata da Vancomicina – Aminoglicoside, è utilizzata solo dal 10,5% dei Centri (Figura 6).

Discussione. Per la terapia empirica, la grande maggioranza dei Centri segue le indicazioni delle linee guida ISPD [4] sia per quanto riguarda la doppia copertura che per gli antibiotici. In particolare, sembrano essere seguite con attenzione le raccomandazioni sulla prevenzione della ototossicità e nefrotossicità degli Aminoglicosidi, ancor più se associati alla Vancomicina, associazione utilizzata solo dal 10% dei Centri. Secondo lo studio PDOPPS [5] il 15,9% delle peritoniti esita in un drop out alla emodialisi (HD) (Figura 7). I dati del Censimento [1] mostrano che per un totale di 647 peritoniti, nei 213 centri che hanno fornito il dato, i trasferimenti alla HD nel 2024 sono stati 104, corrispondente al 16,1% delle peritoniti, valore praticamente sovrapponibile a quello dello studio PDOPPS, che ha coinvolto solo Centri di grandi dimensioni di Paesi “occidentali” [5].

Antibiotici utilizzati per la copertura contro i Gram positivi
Figura 5. Antibiotici utilizzati per la copertura contro i Gram positivi (sinistra) e i Gram negativi (destra) nei Centri che utilizzano la doppia copertura.
Percentuali dei Centri che utilizzano la doppia copertura
Figura 6. Percentuali dei Centri che utilizzano la doppia copertura ripartite secondo le associazioni di antibiotici attivi sui Gram positivi e sui Gram negativi utilizzate. L’associazione più frequente è quella tra una Cefalosporina di I° generazione con una Cefalosporina di III° generazione utilizzata nel 37,8% dei Centri.
Outcome delle peritoniti osservato nello studio PDOPPS.
Figura 7. Outcome delle peritoniti osservato nello studio PDOPPS.

Profilassi di ESI (Exit Site Infections) / TI (Tunnel Infections)

Risultati. Il 71,9% dei Centri partecipanti effettua almeno un tampone nasale per la ricerca dei portatori di Stafilococco aureo. Per la profilassi delle ESI/TI, il 59,5% dei Centri utilizza un antisettico (clorexidina, argento, amuchina), il 7,6% dei Centri utilizza una crema antibiotica ed il 2,7% dei Centri utilizza un antisettico ed una crema antibiotica in successione. Il 30,3% dei Centri non utilizza nulla (Figura 8-A). Chi non effettua il tampone nasale utilizza più frequentemente un antisettico o una crema (80,8%) rispetto a chi lo esegue (65,4% – p<0,05) (Figura 8-B).

Esecuzione del tampone nasale
Figura 8. Esecuzione del tampone nasale (A) e tipo di medicazione utilizzata globalmente (grafico a torta) ed in funzione dell’esecuzione o meno del tampone nasale (grafico a colonne) (B).

Per quanto riguarda la frequenza della medicazione dell’emergenza cutanea del catetere peritoneale, la maggior parte dei Centri dà indicazione all’esecuzione a giorni alterni (54,6%) mentre solo il 18,9% quotidianamente (Figura 9-A). Non vi sono differenze significative tra chi non utilizza niente e chi invece utilizza un antisettico e/o una crema per quanto riguarda la frequenza delle medicazioni (Figura 9-B). Infine, l’ecografia per il monitoraggio dell’emergenza del catetere è utilizzata dal 65,5% dei 174 Centri che hanno risposto alla domanda (Figura 10).

In A ripartizione dei 185 Centri partecipanti in funzione della frequenza
Figura 9. In A ripartizione dei 185 Centri partecipanti in funzione della frequenza con cui viene medicato l’orifizio, in B la frequenza della medicazione in funzione del tipo di medicazione effettuata.
Percentuali di Centri che utilizzano l’ecografia per il monitoraggio dell’emergenza.
Figura 10. Percentuali di Centri che utilizzano l’ecografia per il monitoraggio dell’emergenza.

Discussione. L’Audit mostra come la prevenzione delle ESI/TI rimanga controversa. Ciò riflette anche le indicazioni delle linee guida [4, 6, 7]. In particolare, se precedentemente veniva indicata nella crema antibiotica la miglior profilassi, nell’ultima versione questa è stata declassata. D’altra parte, solo il 10,3% dei Centri la utilizza.

Altro punto controverso, in particolare con la crema antibiotica, è la frequenza della medicazione che, per evitare l’insorgenza di resistenze, dovrebbe essere quotidiana. È chiaro che una frequenza a giorni alterni risente dell’esigenza di non sovraccaricare il paziente. Purtroppo, le infezioni dell’orifizio come causa di drop out o di peritonite non sono indagate dal Censimento. Tuttavia, la costante riduzione dell’incidenza delle peritoniti relativizza l’importanza dei provvedimenti specifici adottati.

Il catetere per dialisi peritoneale

Risultati. Il 75,7% utilizza esclusivamente un solo tipo di catetere, il 21,1% ne utilizza prevalentemente un tipo (in più del 50% dei casi) mentre il rimanente 3,2% dei Centri ne utilizzano diversi senza alcuna preferenza (Figura 11).

Numero e tipologia di cateteri peritoneali utilizzati.
Figura 11. Numero e tipologia di cateteri peritoneali utilizzati.

Per quanto riguarda il tipo di catetere utilizzato, il catetere tradizionale di Tenckhoff è utilizzato esclusivamente o prevalentemente nel 49,7% dei Centri, seguito dal catetere autolocante di Di Paolo e dallo Swan Neck ad identica percentuale (20,1% dei Centri), ed infine dal catetere di Vicenza (8,4% dei Centri) (Figura 12).

Discussione. La maggioranza dei Centri ha un catetere di riferimento che, nella metà circa dei Centri rimane il Tenckhoff tradizionale (diritto, due cuffie). Ciò in parte riflette la necessità di semplificare l’attività dal momento che nessuno ha mostrato outcome superiori [6, 7], se non il catetere autolocante per le dislocazioni e che tuttavia viene utilizzato solo da 1/5 dei Centri, al pari peraltro del catetere swan neck.

Percentuali di utilizzo delle varie tipologie di catetere
Figura 12. Percentuali di utilizzo delle varie tipologie di catetere peritoneale e ripartizione in base all’uso esclusivo o prevalente (> 50%).

La telemedicina

Risultati. Il 69,5% dei Centri effettua il Telemonitoraggio che, nella maggior parte dei casi, è effettuato con le piattaforme commerciali di Remote Patient Management (Figura 13). La Teleassistenza è praticata nel 47,1% dei Centri (Figura 14), e infine la Televisita in solo il 23,2% dei Centri (Figura 16).

Figura 13. Percentuali dei Centri che utilizzano le piattaforme di Telemonitoraggio.
Figura 13. Percentuali dei Centri che utilizzano le piattaforme di Telemonitoraggio.

In particolare, degli 87 Centri che praticano la Teleassistenza, nei 60 Centri che hanno specificato le attività svolte in Teleassistenza, quella più frequente è la verifica della compliance, seguita da retraining, inventari e verifiche, dall’educazione e informazione del paziente e/o caregiver. Le attività di training e videocaregiver (l’infermiere guida dal Centro il paziente/caregiver al domicilio nell’esecuzione delle procedure dialitiche) sono meno frequentemente effettuate in Telemedicina (Figura 15).

Percentuali dei Centri che svolgono attività di Teleassistenza.
Figura 14. Percentuali dei Centri che svolgono attività di Teleassistenza.
Principali attività svolte dai centri in Teleassistenza.
Figura 15. Principali attività svolte dai centri in Teleassistenza.

Discussione. L’età media e la fragilità dei pazienti incidenti in dialisi negli anni è aumentata. L’età media dei pazienti incidenti in DP rimane inferiore a quella dei pazienti incidenti in HD [1], per cui il ricorso alla DP assistita è rimasto sostanzialmente invariato, se non diminuito, negli ultimi anni, anche se è verosimilmente la difficoltà ad avviare la DP assistita la causa del ridotto utilizzo della DP negli anziani. Ma se la ragione è la ridotta disponibilità di caregiver, l’introduzione della Telemedicina potrebbe renderla superabile. I risultati dell’Audit mostrano come la Telemedicina sia prevalentemente utilizzata nella forma del Telemonitoraggio mentre la Teleassistenza, condotta dagli infermieri, e le Televisite, condotte dai medici, sono praticate ancora in una minoranza dei Centri anche se, rispetto una precedente indagine [8], in aumento.

Percentuali dei Centri che svolgono attività di Televisita.
Figura 16. Percentuali dei Centri che svolgono attività di Televisita.

 

Conclusioni

L’adesione alle linee guida sulla terapia empirica delle peritoniti è pressoché totale, l’associazione più utilizzata è quella di due cefalosporine, ma anche le altre combinazioni sono relativamente frequenti. Per la prevenzione di ESI e TI l’utilizzo delle creme antibiotiche è effettuato solo da una minoranza dei Centri. Se per la terapia empirica l’andamento del drop out per peritonite negli ultimi 20 anni ne conferma la validità, il comportamento dei Centri per la profilassi di ESI e TI conferma l’incertezza sull’argomento. Per la scelta del catetere, prevalgono considerazioni anche di tipo pratico.

Per la prescrizione incrementale l’Audit ha evidenziato come le contrapposte esigenze di depurazione e conservazione della Qualità della Vita la rendano meno semplice di come in genere viene invece considerata.

Infine, la Telemedicina. L’Audit mostra come la Telemedicina sia entrata nella realtà quotidiana dei Centri Dialisi, in particolare come telemonitoraggio. In Teleassistenza diverse sono le attività svolte dagli infermieri nella metà dei Centri che la utilizzano. Televisite e coinvolgimento del medico sono ancora di una minoranza dei Centri.

 

Ringraziamenti

Un ringraziamento speciale ai referenti dei Centri che hanno partecipato al Censimento e all’Audit, il cui impegno ha reso possibile la raccolta dei dati e la realizzazione di questo report.

Albrizio Paolo (Voghera)
Alessandrello Ivana (Modica)
Alfano Gaetano (Modena)
Amar Karen (Cernusco sul Naviglio)
Ambrogio Antonina (Rovigo)
Ancarani Paolo (Sestri Levante)
Angela Maria Dinnella (Anzio)
Angelo Maria Letizia (Camposampiero)
Ansali Ferruccio (Civitavecchia)
Apponi Francesca (Frosinone)
Argentino Gennaro (Napoli)
Barattini Marina (Massa)
Barbera Vincenzo (Colleferro)
Basso Anna (Padova)
Bellizzi Vincenzo (Caserta)
Bellotti Giovanni (Sapri)
Benozzi Luisa (Borgomanero)
Bermond Francesca (Torino)
Bianco Beatrice (Verona)
Bigatti Giada (Desio)
Bilucaglia Donatella (Torino)
Boccadoro Roberto (Rimini)
Bonesso Cristina (San Dona’ di Piave)
Bonincontro Maria Luisa (Bolzano)
Bonvegna Francesca (Verbania)
Borettaz Ilaria (Vizzolo Predabissi)
Borrelli Silvio (Napoli)
Bosco Manuela (Gorizia Monfalcone)
Bottai Anna (Pisa)
Braccagni Beatrice (Poggibonsi)
Brocca Jessica (Cinisello Balsamo)
Bruno Paolo Ferdinando (Cesena)
Budetta Fernando (Eboli)
Cabibbe Mara (Milano)
Cabiddu Gianfranca (Cagliari)
Cadoni Maria Chiara (San Gavino Monreale)
Cannarile Daniela Cecilia (Bologna)
Cannavo’ Rossella (Firenze)
Canonici Marta (Fabriano)
Cantarelli Chiara (Parma)
Capistrano Maria (Montichiari)
Caponetto Carmelo (Siracusa)
Cappadona Francesca (Genova)
Cappelletti Francesca (Siena)
Capurro Federica (Novara)
Capurso Domenico (Putignano)
Caria Simonetta (Cagliari)
Carta Annalisa (Nuoro)
Caselli Gian Marco (Firenze)
Casuscelli di Tocco Teresa (Messina)
Cataldo Emanuela (Altamura)
Centi Alessia (Roma)
Cerami Caterina (Pavullo)
Cernaro Valeria (Messina)
Cerroni Franca (Rieti)
Ciabattoni Marzia (Savona)
Cianfrone Paola (Catanzaro)
Cimolino Michele (Pordenone)
Ciurlino Daniele (Sesto San Giovanni)
Comegna Carmela (Tivoli)
Congiu Giovanni (Asti)
Consaga Marina (Livorno)
Contaldo Gina (Monza)
Conti Paolo (Arezzo)
Cornacchia Flavia (Cremona)
Cosa Francesco (Lodi)
Cosentini Vincenzo (San Bonifacio)
Costantino Ester Grazia Maria (Manerbio)
D’Alonzo Silvia (Roma)
D’Altri Christian (Martina Franca)
D’Amico Maria (Erice Casa Santa)
De Mauri Andreana (Pavia)
D’Elia Filomena (Bari)
Della Gatta Carmine (Nola)
Della Rovere Francesca Romana (Civita Cast)
Di Franco Antonella (Barletta)
Di Liberato Lorenzo (Chieti)
Di Loreto Ermanno (Atri)
Di Pietro Fabio (Caltanissetta)
Di Renzo Brigida (Brindisi)
Di Somma Agnese (San Marco Argentano)
Di Stante Silvio (Fano)
Dian Silvia (Schiavonia)
Domenici Alessandro (Roma)
Esposito Samantha (Grosseto)
Esposito Vittoria (Pavia)
Fancello Sabina (Tempio Pausania)
Fantinati Concetta (Imola)
Feliciani Annalisa (Seriate)
Ferrando Carlo (Cuneo)
Ferrara Gaetano (Foggia – S Giovanni Rotondo)
Fiederling Barbara (Latina)
Figliano Ivania (Vibo Valentia)
Figliola Carmela (Gallarate)
Filiberti Olivierio (Vercelli)
Filippini Armando (Roma)
Finazzi Silvia (Rozzano)
Finocchietti Daniela (Chieri)
Gabrielli Danila (Aosta)
Gai Massimo (Torino)
Galderisi Cristina (Albano Laziale – Ariccia)
Garofalo Donato (Fermo)
Gazo Antonietta (Vigevano)
Gennarini Alessia (Bergamo)
Gherzi Maurizio (Ceva)
Giancaspro Vincenzo (Molfetta)
Gianni Glauco (Prato)
Giozzet Morena (Feltre)
Giozzet Morena (Belluno)
Giuliani Anna (Vicenza)
Giunta Federica (Macerata)
Grazi Francesca (Montepulciano)
Graziani Romina (Ravenna)
Grullo Maurizio (Lamezia Terme)
Guizzo Marta (Castelfranco Veneto)
Heidempergher Marco (Milano)
Iadarola Gian Maria (Torino)
Iannuzzella Francesco (Reggio Emilia)
Iannuzzi Maria Rosaria (Napoli)
Incalcaterra Francesca (Palermo)
Kalikatzaros Ileana (Ciriè)
Kanaki Angeliki (Pontedera)
La Milia Vincenzo (Lecco)
Laudadio Giorgio (Bassano Del Grappa)
Lenci Federica (Ancona)
Leonardi Sabina (Trieste)
Lepori Gianmario (Olbia)
Lidestri Vincenzo (Chioggia)
Lisi Lucia (Vimercate)
Lo Cicero Antonina (San Daniele)
Lommano Nicola (Civitanova Marche)
Luciani Remo (Roma)
Lupica Rosaria (Taormina)
Maggio Milena (Crema)
Magnoni Giacomo (Bologna)
Malandra Rosella (Teramo)
Mancuso Verdiana (Agrigento)
Mangano Stefano (Tradate)
Mannucci Claudia (Pescia)
Marchetti Valentina (lucca)
Martelli Luca (Pinerolo)
Masa Alessandra (Sondrio)
Mastrippolito Silvia (Lanciano)
Mastrosimone Stefania (Treviso)
Mazzola Giuseppe (Mantova)
Messina Antonella (Catania)
Miglio Roberta (Busto Arsizio)
Miniello Vincenzo (Pistoia)
Mollica Agata (Cosenza)
Montemurro Vincenzo (Firenze)
Nardelli Luca (Milano)
Nava Elisa (Varese)
Neri Loris (Alba)
Nicolai Giuli Adriana (Conegliano)
Nicosia Valentina (Formia)
Ocello Alessandra (Sciacca)
Oliva Barbara (Palermo)
Olivi Laura (Trento)
Paganizza Luca (Roma Tor Vergata)
Palmiero Giuseppe (Napoli)
Pani Alessandra (Acireale)
Panuccio Vincenzo (Reggio Calabria)
Panzino Antonio (Catanzaro)
Paola Nazzaro (Campobasso)
Papantonio Domenico (Foggia)
Paribello Giuseppe (Napoli)
Parodi Denise (Genova – Arenzano)
Pastorino Nadia (Novi Ligure)
Perez Giuseppina (Dolo)
Perilli Angela (Vasto)
Pezone Ilaria (Legnano)
Pieracci Laura (Imperia)
Pignone Eugenia (Rivoli)
Piraina Valentina (Ivrea)
Piscitani Luca (Avezzano – Sulmona – L’Aquila)
Piscopo Giovanni (Bari)
Pogliani Daniela Rosa Maria (Garbagnate)
Porcedda Claudia (Oristano)
Portale Grazia (Catania)
Previti Antonino (Santorso)
Puliatti Daniela (Catania)
Puliti Marialaura (Palestrina)
Re Sartò Giulia Vanessa (Milano)
Restivo Giuseppe (Enna)
Ria Paolo (Lecce)
Ricciatti Anna Maria (Ancona)
Rocca Anna (Roma)
Roccetti Stefano (La Spezia)
Romano Paolo (Venezia Mestre)
Romano Giuseppina (Avellino)
Romano Paolo (Venezia)
Rossi Natalia (Casale Monferrato)
Sabatino Stefania (Udine)
Sacco Colombano (Biella)
Sammartino Fulvio Antonio (Pescara)
Sansone Gennaro (Lauria)
Santarelli Stefano (Jesi)
Santese Domenico (Taranto)
Santinello Irene (Piove di Sacco)
Santirosi Paola (Foligno)
Santoni Stefania (Todi)
Saraniti Antonello (Milazzo)
Savignani Claudia (Citta’ di Castello)
Scarfia Rosalia Viviana (Caltagirone)
Serriello Ilaria (Roma)
Silvestri Simona (San Benedetto del Tronto)
Somma Giovanni (Castellamare di Stabia)
Sorice Mario (Senigallia)
Spissu Valentina (Sassari)
Stacchiotti Lorella (Giulianova)
Stanzione Giovanna (Salerno)
Stucchi Andrea (Milano)
Taietti Carlo (Treviglio)
Tettamanti Maria Giulia (Como)

Timio Francesca (Perugia)

Tomaselli Martine (Roma Ostia)
Toriello Gianpiero (Polla)
Torre Aristide (Nocera Inferiore)
Trepiccione Francesco (Napoli)
Trubian Alessandra (Legnago)
Vaccaro Valentina (Alessandria)
Valsania Teresa (Piacenza)
Vecchi Luigi (Terni)
Veronesi Marco (Ferrara)
Visciano Bianca (Magenta)
Viviana Finato (San Miniato)
Vizzardi Valerio (Brescia)
Zambianchi Loretta (Forlì)
Zeiler Matthias (Ascoli Piceno)

 

Bibliografia

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La Kidney Failure Risk Equation può rappresentare un modello predittivo per migliorare la gestione dei pazienti in predialisi?

Abstract

La Kidney Failure Risk Equation (KFRE) è uno strumento predittivo che stima il rischio di progressione verso l’insufficienza renale terminale (ESKD) nei pazienti con malattia renale cronica (CKD). Questo studio ha valutato l’implementazione sistematica della KFRE nel nostro centro di nefrologia per migliorare la gestione dei pazienti in fase pre-dialitica. Attraverso l’analisi di 100 pazienti seguiti nel percorso pre-dialisi negli ultimi 36 mesi, abbiamo osservato una significativa riduzione dell’inizio della dialisi in modalità late referral, un minor utilizzo di cateteri venosi centrali temporanei e un aumento della preparazione tempestiva dell’accesso vascolare o peritoneale. Il confronto con i dati storici pre-implementazione (2017-2020) ha evidenziato un miglioramento dell’organizzazione clinica e della consapevolezza del paziente nella scelta della modalità dialitica. La KFRE si è dimostrata un valido strumento per la stratificazione del rischio, ottimizzando la tempistica della terapia sostitutiva renale e migliorando l’allocazione delle risorse sanitarie. L’integrazione della KFRE nella pratica clinica potrebbe rappresentare un passo verso una nefrologia di precisione, favorendo decisioni terapeutiche più informate e personalizzate.

Parole chiave: KFRE, CKD, accessi vascolari, catetere peritoneale

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in inglese.

Introduction

Kidney Failure Risk Equation (KFRE) is a predictive tool that estimates the risk of progression to end-stage kidney disease (ESKD) in patients with chronic kidney disease (CKD). It represents a system validated by nephrology specialists to provide better personalized management of patients and evaluate the appropriate moment to plan the timing of starting renal function replacement treatment by planning all preparatory interventions (setting up vascular access/peritoneal catheter or pre-emptive kidney transplant). KFRE calculates risk over a 2- or 5-year period using 4 key variables, commonly available in medical records: age (in years), sex (male or female), eGFR (estimated glomerular filtration rate, expressed in mL/min/1.73 m²), UACR (urine albumin/creatinine ratio, expressed in mg/g). The calculation of the KFRE is based on a mathematical equation that uses the values ​​of the variables indicated above. Equation details include specific coefficients for each variable (e.g., age, gender, eGFR, and UACR). The result is expressed as a percentage chance of developing kidney failure within 2 to 5 years.  To facilitate the calculation, there are online calculators and tools integrated into clinical software on platforms that only require the entry of the 4 variables to quickly provide the result.  Ukidney’s KFRE calculator offers a useful interface to enter the required data and obtain a risk estimate [1]. Results can be interpreted as low risk (<5%) with minimal likelihood of progression to renal failure; intermediate risk (5%-20%) patients who may require intensive monitoring and management; high risk (>20%) active planning for dialysis or transplant, with priority in clinical management. The calculator also includes a table that classifies patients by eGFR categories (G1: eGFR ≥90 (Normal or High), G2: eGFR 60-89 (Slightly Reduced), G3a: eGFR 45-59 (Slightly-Moderately Reduced), G3b: eGFR 30-44 (Moderately-Severely Reduced), G4: eGFR 15-29 (Severely reduced), G5: eGFR <15 (Renal insufficiency) ) and albuminuria levels (A1: <30 mg/g (Normal or slightly increased), A2: 30-299 mg/g (Moderately increased), A3: ≥300 mg/g (Severely increased) (Figure 1). A possible alternative to the traditional UKidney calculator is the calculator https://kidneyfailurerisk.com which can offer more advanced options with an eight variable version (calcium, phosphorus, bicarbonates, albumin) with better risk stratification and more accurate planning. Certainly UKidney is an easy calculator to use in daily outpatient practice.

Figure 1. GFR categories and risk of kidney disease progression.
Figure 1. GFR categories and risk of kidney disease progression.

The KFRE uses few but relevant clinical parameters, making risk calculation quick and easy. It allows you to estimate the progression of CKD so you can initiate preventative treatments and plan renal replacement options before the onset of ESKD. This can motivate the patient to follow medical recommendations, adopt a healthy lifestyle and reduce risk factors. Despite the reliability of the KFRE, it has some limitations. The cohorts used for its validation may not represent all populations, limiting accuracy in some ethnic groups or in patients with significant comorbidities. The availability and quality of data influence the accuracy of the score. For example, ACR is not always measured in patients with CKD; exclusion of some risk factors: variables such as the presence of diabetes or hypertension are not directly included in the model, even if they influence the risk of CKD progression [2].

The study by Ingwiller et al. validated the effectiveness of the 40% threshold of 2-year risk calculated with the renal failure risk equation (KFRE) for planning vascular access in patients with chronic kidney disease (CKD). The research, conducted on a retrospective French cohort, compared the KFRE model with the traditional criterion of estimated glomerular filtration rate (eGFR < 15 mL/min/1.73 m²), demonstrating a better predictive capacity of the 8-variable model compared to the 4-variable one. The results indicate that the use of the 40% threshold of the KFRE guarantees personalized support in the management of patients with CKD by optimizing the time for the packaging of arteriovenous fistulas and the risk of starting dialysis with a central venous catheter [3].

A study conducted by Grams et al. evaluated the potential application of the KFRE using CKD-EPI 2021 for eGFR estimation, incorporating cardiovascular comorbidities as a variable. The analysis, based on data from 59 cohorts and 312,000 patients, compared this approach with the standard model and highlighted that KFRE shows high specificity in patients with eGFR < 45 ml/min/1.73 m² and in elderly. The model showed significant results in elderly patients with eGFR 45–59 ml/min/1.73m² especially in a long-term horizon. However, the integration of new variables did not bring significant improvements in the prediction of development of end-stage renal disease [4]. An external validation study conducted by Gallego-Valcarce et al. examined the effectiveness of KFRE and Grams predictive models in determining the risk of kidney failure and mortality in a cohort of Spanish patients with advanced (stage 4) chronic kidney disease (CKD). The analysis involved 339 patients followed for up to 5 years. Both models demonstrated excellent discrimination for renal failure, with AUCs ranging from 0.823 to 0.897. Furthermore, the Grams model provided reliable estimates of mortality before renal failure, with AUCs of 0.708 and 0.744 for the 2- and 4-year periods, respectively. Although both models showed adequate calibration for renal failure, the Grams model tended to overestimate mortality risk.

These results confirm the usefulness of predictive models in supporting personalized clinical decisions for patients with advanced CKD in Southern Europe [5]. The study conducted by Whitlock et al. validated the KFRE in a Manitoba population highlighting a high predictive capacity in the development of kidney failure in the following five years. A cohort of 1512 patients CKD stages three, four and five was examined. The analysis showed that KFRE is more specific than eGFR in discriminating high-risk patients with an area under the curve (AUC) of 0.90 compared to 0.78 for eGFR. Using a 5-year risk threshold of 3%, the KFRE achieved a sensitivity of 97% and a specificity of 62% for identifying high-risk patients. This study reiterates the importance of integrating KFRE in the management of patients with chronic renal failure by providing support to the nephrologist’s clinical decisions and optimizing resources [6]. The study conducted by Chu et al. evaluated the usefulness of KFRE together with eGFR in predicting the time to develop the stage of end-stage chronic renal failure in patients with advanced CKD. 1641 patients in outpatient follow-up in the United States were considered and the results showed that KFRE has a high specificity (C-statistic: 0.862; 95% CI: 0.838–0.889) in estimating the timing of dialysis initiation or kidney transplant eligibility. The results showed that KFRE was more accurate than eGFR in temporally estimating renal failure progression in patients with eGFR ≥20 mL/min/1.73m², while it showed no benefit in patients with advanced CKD eGFR ≤15 mL/min/1.73m² or KFRE risk >40%.

These findings suggest that KFRE can improve clinical decision planning, such as vascular access preparation, and provide patients with more intuitive and precise prognostic information [7]. The use of the KFRE as a tool to improve vascular access (VA) planning in patients with advanced chronic kidney disease has received increasing attention. Marques da Silva et al. have highlighted how the addition of a KFRE threshold ≥ 40% to the traditional criterion of eGFR < 20 mL/min/1.73m² can significantly improve the adequacy in the creation of arteriovenous fistulas or grafts (AVF/G). In their studies, the adoption of this combination allowed to increase the proportion of patients starting dialysis with AVF/G, while reducing unnecessary interventions. Furthermore, a retrospective study highlighted that a KFRE cut-off ≥ 20% has high sensitivity and specificity (72.8% and 78.4% respectively) for predicting the need for dialysis within two years. These results highlight the potential of the KFRE as a complementary tool to optimize the management of patients with CKD, suggesting the need for further validation in different population cohorts [8]. The study evaluated the use of KFRE in vascular access planning in patients with CKD. 256 patients with advanced CKD who underwent arteriovenous fistula or preemptive transplantation between 2018 and 2019 were retrospectively analyzed. The use of the KFRE proved accurate in predicting the need for the start of renal replacement therapy within two years. Patients with KFRE > 20% showed a significantly increased risk of initiating dialysis (HR 9.2; 95% CI: 5.06–16.60; p < 0.001) and a shorter mean time between vascular access creation and initiation of dialysis (10.8 ± 9.4 months vs 15.6 ± 10.3 months; p < 0.001). Even in patients with eGFR <20 mL/min/1.73m², KFRE >20% remained a significant predictor of dialysis initiation within 2 years (HR 6.61; 95% CI: 3.49–12.52; p < 0.001). These results suggest that KFRE can be used to identify patients with higher priority for vascular access creation in patients with eGFR <20 mL/min/1.73m² combined with KFRE >20% [9]. KFRE represents a fundamental predictive tool for risk stratification in patients with chronic kidney disease.

A study conducted at Johns Hopkins Medicine demonstrated that the integration of the KFRE into computerized medical records increases the sensitivity of the nephrologist regarding the specific risk of progression of kidney disease. However, to date its use remains limited and variable and influenced by factors such as access to laboratory data, understanding of risk thresholds and the sensitivity of medical and nursing staff. It has been observed that the use of KFRE is fundamental for crucial decisions for the evolution of chronic kidney disease, promoting awareness of both healthcare personnel and patients for the choice of timing for planning the dialysis modality and with all the consequent actions such as the preparation of the vascular access or the positioning of the peritoneal catheter or the possible candidacy for pre-emptive kidney transplantation. Experience suggests that targeted training of healthcare personnel together with standardization of guidelines could amplify the use of KFRE by improving the clinical management of high-risk patients [10].  The use of the KFRE could also be extended to general practitioners through integration into electronic medical records, increasing awareness of each patient’s risk. This would help improve the appropriateness of referrals to nephrologists and support shared decision-making regarding the initiation of dialysis, ultimately contributing to optimized management of CKD.

International validation of this tool has shown that the four-variable KFRE (age, sex, eGFR, urinary albumin-creatinine ratio) is particularly effective in short-term prediction of progression to end-stage renal disease. However, KFRE adoption varies significantly across national contexts, highlighting the need for specific adaptations to reflect local peculiarities, including demographic patterns and clinical practices. In Italy, the integration of KFRE could improve the efficiency of the healthcare system, reducing unnecessary referrals and concentrating resources on high-risk patients, in line with the principles of personalized and sustainable medicine [11]. Management of CKD requires accurate prediction of the risk of progression to ESKD to optimize educational strategies and clinical interventions. Recent studies have shown that the KFRE represents a valid and calibrated tool for estimating the 2- and 5-year risk of ESKD, exceeding intuitive estimates by nephrologists in terms of accuracy and precision. Unfortunately, the adoption of KFRE in daily clinical practice is still limited, resulting in many patients starting dialysis in late referral. Greater sensitivity of the KFRE model in medical practice suggests a potential use to identify high-risk patients with the initiation of timely treatment and with adequate programming of the dialysis modality most suitable for the patient (hemodialysis with creation of arteriovenous fistula for dialysis or peritoneal catheter) and a possible reduction in the use of temporary central venous catheters in the initiation of renal replacement therapy. These results highlight the importance of integrating standardized predictive tools such as the KFRE into healthcare policies to improve the management of patients with CKD [12].

 

Materials and Methods

Over the past 36 months, our nephrology center has implemented the systematic use of the KFRE in predialysis clinics to improve the management of patients with advanced CKD. The study involved a total of 100 patients followed in the predialysis process, in which the application of the KFRE guided clinical decisions relating to the timing of starting renal replacement therapy. KFRE was calculated using eight variables: age (years), sex (male/female), eGFR (estimated glomerular filtration rate according to CKD-EPI), UACR (urinary albumin-creatinine ratio in mg/dl), serum calcium level (mg/dl), serum bicarbonate (mEq/L), serum albumin (g/dl). The values ​​obtained made it possible to stratify the individual risk of progression towards end-stage renal disease (ESKD) and to plan all preparatory interventions for the start of dialysis. The calculation of the KFRE was carried out using the equation available on the official Kidney Failure Risk Equation website [1]. The main indicators analyzed in the study were: the reduction in the proportion of patients who started dialysis in late referral mode (i.e. with insufficient or no preparation before starting renal replacement treatment), the decrease in the use of temporary central venous catheters as the first access for hemodialysis, the increase in patient awareness in the choice of dialysis method (peritoneal dialysis or hemodialysis), thanks to a more structured education path, the increase in the percentage of patients with a native vascular access or with a peritoneal catheter packaged in adequate times before the start of dialysis.

 

Results

The collected data were analyzed retrospectively, comparing the results obtained with the historical pre-implementation data of the KFRE. In the three-year period 2017-2020, out of a total of 92 patients followed in predialysis clinics, 25% (23 patients) started dialysis with a temporary central venous catheter, 21.7% (20 patients) with a peritoneal catheter before starting dialysis, 38% (35 patients) with an arteriovenous fistula and 15.2% (14 patients) with a tunneled central venous catheter. In the three-year period 2021-2024, following the implementation of the KFRE, out of a total of 100 patients, only 5% (5 patients) started dialysis with a temporary central venous catheter, 35% (35 patients) with a peritoneal catheter before starting dialysis, 50% (50 patients) with an arteriovenous fistula and 10% (10 patients) with a tunneled central venous catheter (tCVC).

Figure 2. Types of dialysis access in two periods.
Figure 2. Types of dialysis access in two periods.

 

Discussion

The KFRE not only helps nephrologists predict the progression of chronic kidney disease, but also provides important decision support for planning arteriovenous fistula (AVF) packaging. The indication and timing for starting an AVF are crucial in the management of patients approaching dialysis, and the KFRE allows for more informed decisions in this regard [13]. Using parameters such as eGFR and albuminuria, the KFRE provides a clear estimate of the 2- or 5-year risk of end-stage renal disease (ESRD). In patients with high short-term risk (for example, greater than 20% at two years), it is recommended to consider AVF packaging early to be ready for the possible start of dialysis. Intermediate-risk patients can benefit from gradual and monitored preparation, allowing nephrologists to schedule AVF packaging only when necessary, avoiding premature invasive procedures [14]. Timely packaging of the AVF, guided by the KFRE, reduces the risk of complications and the possibility of depending on temporary catheters, which increase the risk of infections and other associated complications [15]. The KFRE allows nephrologists to intervene at the right time, when the risk of progression is high but not yet critical. In patients with a very low risk of rapidly progressing to dialysis, KFRE allows us to avoid early packaging of the AVF, which may be unnecessary. This saves costs and avoids unnecessary interventions for the patient. Together with other clinical parameters (such as the rate of decline of GFR and the patient’s age), the KFRE provides a basis for more precisely establishing the timing of the AVF, particularly useful for elderly patients or those with comorbidities, for whom an invasive intervention could pose greater risks [16]. Nephrologists can make more informed, risk-based decisions regarding AVF packaging. This helps reduce complications, optimize resources and improve the quality of care, ensuring that each patient receives the intervention at the right time. From here it follows that it is possible to stratify patients at different risk: high risk (e.g. >20% at 2 years): consider packaging the AVF quickly, with close monitoring; moderate risk (e.g. 10-20% at 2 years): frequent monitoring, with evaluation for packaging AVF if risk increases; low risk (<10% at 2 years): no immediate need to prepare the AVF; the patient can be followed up with regular follow-ups [17].

If the KFRE demonstrates a good level of accuracy, it could represent a useful tool to support the nephrologist in decisions regarding the management of patients with CKD. The integration of KFRE into clinical practice could facilitate risk stratification, optimize the timing of replacement therapies and improve the management of healthcare resources. The KFRE could also help reduce the anxiety of CKD patients by providing a more realistic prediction of the risk of disease progression. The validation of the KFRE is the first step towards personalized medicine in the management of CKD with better quality of care and efficient management of resources.  The integration of KFRE in the daily work of nephrology specialists will be able to promote the development of precision nephrology at the service of patient health and the sustainability of the system. Furthermore, the validation of the KFRE could increase patients’ motivation to follow medical recommendations by adopting a healthy lifestyle aimed at reducing risk factors.

 

Conclusion

In this study was documented that the implementation data of the KFRE notoriously reduced the percentage of patients who had started dialysis with a temporary central venous catheter, in comparison to the before KFRE implementation period.

 

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Fattori prognostici della peritonite in pazienti in dialisi peritoneale: studio osservazionale monocentrico retrospettivo

Abstract

Background/obiettivi. La dialisi peritoneale rappresenta una forma consolidata di terapia sostitutiva renale; tuttavia, la peritonite rimane una delle principali complicanze ad essa associata. Questo studio, analizzando due decenni di dati della Divisione di Nefrologia, Dialisi e Ipertensione dell’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna, mirava a identificare i fattori prognostici legati agli eventi di peritonite. Ha inoltre cercato di valutare l’idoneità di diverse tecniche di dialisi peritoneale, con particolare attenzione alla dialisi peritoneale automatizzata (APD) e alla dialisi peritoneale ambulatoriale continua (CAPD). Inoltre, lo studio ha valutato l’impatto di un programma educativo introdotto nel 2005 sulla frequenza della peritonite.
Metodi. Conducendo uno studio osservazionale, retrospettivo, monocentrico, sono stati inclusi nell’analisi 323 pazienti, classificati in base al loro utilizzo di APD o CAPD.
Risultati. Nonostante l’uso diffuso dell’APD, non è stata trovata alcuna correlazione significativa tra la tecnica dialitica (APD o CAPD) e l’insorgenza della peritonite. L’analisi dell’impatto del programma educativo non ha rivelato differenze significative nell’insorgenza della peritonite. Tuttavia, è emersa una chiara relazione tra il monitoraggio regolare del paziente presso il centro di riferimento e la durata della dialisi peritoneale.
Conclusioni. Nonostante l’assenza di una chiara associazione tra insorgenza di peritonite e tecnica di dialisi, il monitoraggio regolare dei pazienti presso il centro di riferimento era significativamente correlato alla durata prolungata della dialisi peritoneale.

Parole chiave: malattia renale allo stadio terminale, dialisi peritoneale, peritonite, catetere peritoneale

Introduction

Peritoneal dialysis (PD) is an effective treatment option for patients with end-stage renal disease, particularly for populations such as elderly individuals, diabetics, and those with concomitant pathologies [1, 2]. This technique involves the exchange of solutes and fluids between the patient’s peritoneal capillary blood and the introduced dialysis solution, a process made feasible by the Tenckhoff catheter [3]. This catheter has multiple benefits, including effective fluid exchange, a barrier against infections, and cost-effectiveness [4].

Since 2001, there has been a significant rise in the number of patients opting for dialysis treatments, witnessing an annual growth of approximately seven per cent [5, 6]. This surge can be attributed to an aging population, improved life expectancy for those with end-stage renal disease, and increased access to dialysis for younger patients [7]. The decision between PD and hemodialysis (HD) depends largely on regional and individual circumstances. In developed countries, the choice might be driven by patient preference or accessibility constraints to HD units. In contrast, economic challenges in less affluent regions might render PD as the primary choice [6].

L’omentopessi nel malfunzionamento del catetere peritoneale

Abstract

Tra le varie problematiche relative alla metodica della dialisi peritoneale, dopo le cause infettive, il rischio di malfunzionamento del catetere ha un ruolo rilevante nel condizionamento del prosieguo della metodica, attestandosi fino al al 15-18% delle cause totali di drop-out dalla dialisi. Quando le manovre non invasive, come l’uso di lassativi per la stimolazione della peristalsi intestinale o di eparina e/o urochinasi, non sortiscono alcun effetto, la videolaparoscopia è l’unica metodica che rileva in modo diretto le cause precise di malfunzionamento del catetere peritoneale. Quelle riscontrate sono, con frequenza decrescente, l’avvolgimento del catetere tra le anse intestinali e l’omento (wrapping), la dislocazione del catetere, la combinazione di wrapping e dislocazione, l’occlusione del catetere da tappo di fibrina, le aderenze tra l’intestino e la parete addominale, l’occlusione del catetere da appendici epiploiche o da tessuto annessiale e, occasionalmente, la presenza di una neoformazione tissutale endoperitoneale avvolgente ed ostruente il catetere peritoneale. Riportiamo il caso di un paziente giovane di etnia africana che, dopo soli cinque giorni dal posizionamento del catetere mostra malfunzionamento e, sottoposto ad una videolaparoscopia, mette in evidenza un wrapping con invaginazione di tessuto omentale all’interno del catetere; dopo sbrigliamento omentale si poteva riprendere un buon lavaggio del cavo peritoneale con eparina e dopo un paio di settimane iniziare la dialisi peritoneale automatizzata (APD). A distanza di circa un mese si verifica nuovo malfunzionamento senza segni di coprostasi o problemi al radiogramma dell’addome, ma con successiva cateterografia si certifica il blocco del drenaggio; segue nuova cateterografia ed omentopessi con definitiva soluzione del malfunzionamento del Tenckhoff.

Parole chiave: dialisi peritoneale, catetere peritoneale, omentopessi

Introduzione

La dialisi peritoneale rappresenta un’opzione dialitica in cui l’accesso alla cavità addominale rimane uno dei punti più importanti sia per la sopravvivenza della tecnica [1] che per la dislocazione o l’infezione del catetere, quali principali cause di fallimento della metodica. Un problema collegato all’accesso suddetto è rappresentato sicuramente dal malfunzionamento del catetere che, se si verifica, comporta l’impossibilità di eseguire in maniera adeguata la dialisi peritoneale, condizionando la sopravvivenza tecnica del catetere e spesso anche il proseguimento della metodica dialitica stessa [24]. Il rischio di malfunzionamento del catetere peritoneale è di circa il 15-18% l’anno [5, 6]. Le tecniche di posizionamento che prevedono l’esecuzione di procedure quali l’omentectomia, l’omentopessi [711], la tunnellizzazione nel retto o la fissazione intra-addominale, sembrano presentare una ridotta insorgenza di malfunzionamento [12, 13]. È opinione condivisa che il catetere peritoneale “ideale” dovrebbe quantomeno assicurare un rapido flusso bidirezionale senza comparsa di complicanze (leakage o infezioni) e che non esista in realtà una variante di catetere superiore all’altra, conferendo al nefrologo la scelta decisiva del tipo di catetere; queste caratteristiche sono sempre state tipiche del catetere originale di Tenckhoff e le sue varianti, proposte successivamente nel tentativo di ridurne le comunque possibili complicanze.

Accanto al classico catetere di Tenckhoff, ideato nel 1968, oggi troviamo tutta una serie di varianti che possono personalizzare la scelta del nefrologo. Il materiale usato è il silicone dotato di minor azione irritante rispetto al polivinile o altri materiali in precedenza utilizzati, atraumatico per i tessuti circostanti, morbido, flessibile e privo di plasticizzanti rilasciabili clinicamente dannosi. Nella forma per l’adulto la lunghezza complessiva è di circa 40 cm, strutturata in un segmento intraperitoneale diritto munito di multipli forellini, un segmento transparietale o intramurale, un segmento sottocutaneo ed un segmento esterno o extra-addominale; il diametro interno è di 2,6 mm; due cuffie di poliestere (Dacron), una profonda intramurale ed una superficiale sottocutanea, lo ancorano ai tessuti; una striscia radiopaca ne permette infine una facile identificazione radiologica in caso di dislocazioni o rotture accidentali. Nel corso degli anni sono state proposte numerose varianti tanto da avere attualmente a disposizione sul mercato diverse combinazioni per quanto riguarda il numero delle cuffie (1 o 2), la configurazione dell’estremità intraperitoneale diritta (straight) o a spirale (coiled), la conformazione del tratto sottocutaneo del catetere diritta o precurvata a “collo di cigno” (swan-neck), la presenza infine di dispositivi atti a impedire la dislocazione del tratto intraperitoneale. Una variante ampiamente usata è, appunto, il catetere Swan-Neck, ovvero un Tenckhoff classico caratterizzato tuttavia da una precurvatura del tratto sottocutaneo compreso fra le due cuffie con un angolatura di 170°-180°, tale da ricordare la sinuosità del collo di cigno che consente di direzionare verso il basso l’uscita del catetere agevolando il drenaggio verso l’esterno di eventuali secrezioni, riducendo così le complicanze infettive dell’exit site ed annullando la memoria elastica del catetere riducendo la dislocazione. Un’altra variante è il catetere Toronto Western Hospital (TWH), un Tenckhoff caratterizzato dalla presenza di due dischi di silicone posizionati perpendicolarmente nell’ultima porzione del tratto intraperitoneale del catetere con il duplice scopo di tenere lontani l’omento e le anse intestinali dai forellini di deflusso e di minimizzare la migrazione del tip; gli svantaggi includono una maggiore difficoltà nell’impianto e nella rimozione del catetere dell’estremità intraperitoneale e l’estrusione della cuffia superficiale. Altra variante il catetere a T di Ash e Janlel, con una porzione intraperitoneale, posizionata a contatto con il peritoneo parietale e che presenta, anziché i forellini laterali, 8 ampie scanalature a becco di flauto; le scanalature e la forma a T garantirebbero rispettivamente un miglior flusso e minori problemi di dislocazione. Altra variante è il catetere autolocante di Di Paolo, un Tenckhoff diritto caratterizzato da un piccolo cilindro di tungsteno dal peso di 12 grammi incorporato nell’estremità intraperitoneale del catetere; un tale “appesantimento” ne impedirebbe la dislocazione al di fuori della pelvi ma protrebbe provocare decubito. Un aspetto che sicuramente incide sulla scelta del tipo di catetere è la sua lunghezza che può variare in funzione della conformazione fisica del paziente: il catetere Swan-Neck, indicato nei pazienti obesi, con uscita presternale è una variante con estremità a spirale, composto da due cateteri in silicone collegati fra di loro in modo termino-terminale da un raccordo di titanio: la parte inferiore costituisce il segmento intra-addominale e parte del segmento intramurale, quello superiore o toracico costituisce la rimanente parte del segmento intramurale e tutto il tunnel sottocutaneo dotato di 2 cuffie di Dacron. Altra variante è il Vicenza cath, un catetere di Tenckhoff diritto a doppia cuffia caratterizzato da una minor lunghezza del tratto intraperitoneale (8 cm vs 15 cm) rispetto al modello originale, ideato dal gruppo di Vicenza ed indicato per l’infissione in sede sovrapubica nell’intento di limitare il rischio di intrappolamento omentale e sua dislocazione.
Oltre alla sede dell’exit-site e al tipo di catetere, è l’omento che gioca un ruolo fondamentale sia per la dialisi peritoneale che per l’equilibrio della cavità addominale e dei suoi visceri. Esso è una formazione sierosa che avvolge gli organi addominali e si distingue in “grande omento” (o grande epiploon o epiploon gastro-colico), plicatura del peritoneo viscerale ed infiltrato di adipe estesa dallo stomaco al colon trasverso che ricopre la massa intestinale a guisa di grembiule, e “piccolo omento” che unisce lo stomaco al fegato.
Il piccolo omento stabilizza i vari organi e veicola alcuni vasi (arteria epatica, dotto coledoco, vena porta). Il grande omento costituisce, invece, una sorta di lamina ventrale che protegge tutti o buona parte degli organi della cavità addominale. Un’anamnesi attenta può essere importante per identificare cause di malfunzionamento come la presenza di costipazione, di frustoli di fibrina e di liquido peritoneale ematico durante lo scarico. Inoltre, la stessa posizione che il paziente deve assumere per evitare problemi di drenaggio può essere indicativa della posizione del catetere all’interno della cavità addominale. Una radiografia dell’addome in proiezioni antero-posteriore e laterale ed, eventualmente, anche in posizione supina, è necessaria per verificare la posizione del catetere e per confermare il sospetto di una sua dislocazione o angolazione e per evidenziare un intasamento fecale del colon. In generale, le metodiche di salvataggio del catetere peritoneale malfunzionante possono essere distinte in tecniche non invasive, o conservative, e tecniche invasive che necessitano di un intervento chirurgico. Tra quelle non invasive, l’uso di lassativi (polietilenglicole, macrogol, etc.), favorendo la motilità intestinale, può aiutare a riportare alla posizione ideale il catetere peritoneale. Sempre tra quelle non invasive, nel caso in cui ci siano problemi di carico/scarico legati ad ostruzione intraluminale certa o sospetta, talvolta sono efficaci le manipolazioni intraluminali come l’introduzione di liquido di dialisi a pressione positiva, l’introduzione di eparina o di urochinasi [14] o di spazzolini endoscopici, cateteri ureterali o del catetere di Fogarty. In quelle invasive, la videolaparoscopia rappresenta l’unica vera metodica che rileva in modo diretto le cause di malfunzionamento del catetere peritoneale e permette inoltre una precoce ripresa della dialisi rispetto alla procedura laparotomica in relazione alla sua mininvasività. Quelle riscontrate sono, con frequenza decrescente, l’avvolgimento del catetere tra le anse intestinali e l’omento (omental wrapping) [1518], la dislocazione del catetere, la combinazione di wrapping e dislocazione, l’occlusione del catetere da tappo di fibrina, le aderenze tra l’intestino e la parete addominale, l’occlusione del catetere da appendici epiploiche o da tessuto annessiale. Una neoformazione tissutale endoperitoneale che avvolge ed ostruisce il catetere peritoneale viene riscontrata solo occasionalmente. Una recente revisione sistematica, attraverso una ricerca bibliografica su Medline, EMBASE, Scopus e Cochrane Library ed in accordo con la Cochrane Collaboration, nel febbraio 2021 ha posto l’attenzione su pazienti sottoposti ad inserimento del catetere peritoneale con e senza manipolazione omentale. I risultati, comunque correlati da bassa a moderata qualità dei dati, hanno messo in evidenza che la manipolazione omentale eseguita al momento dell’inserimento del catetere peritoneale, attarverso tecniche di videolaparoscopia, conferisce benefici in termini di ridotta ostruzione e fallimento che ne richiedano successivamente la rimozione [19].

 

Caso clinico

Riportiamo il caso clinico di un paziente di sesso maschile, di etnia africana, di 48 anni, lavoratore metalmeccanico con una storia anamnestica di gozzo multinodulare tossico dall’età di 36 anni ed ipertensione arteriosa nota dall’età di 43 anni. Nel maggio 2021 aveva riscontrato un quadro di malattia renale cronica IV, sino ad allora misconosciuta, da causa ignota (reni ecograficamente piccoli) ma probabilmente ad etiologia nefroangiosclerotica. Ad inizio 2022 aveva rifiutato di iniziare il trattamento emodialitico presso altro centro per poi essere costretto, dopo pochi mesi, ad iniziare l’emodialisi attraverso un catetere venoso centrale temporaneo, sostituito dopo sole 48h dal suo posizionamento per infezione da S. aureus. Il paziente veniva trasferito per competenza territoriale presso il nostro centro per proseguire l’emodialisi e lo stesso, nel corso di un nostro colloquio predialisi, aveva accettato di intraprendere la strada della dialisi peritoneale, data la giovane età ed il tipo di lavoro. Contemporaneamente alla decisione di essere valutato per la dialisi peritoneale, il paziente accettava di iniziare tutti gli esami strumentali ed ematochimici valevoli per il potenziale inserimento in lista d’attesa per trapianto di rene da donatore cadavere (non erano disponibili potenziali donatori viventi). A seguito di riscontro di tampone cutaneo e nasale positivi allo S. aureus, veniva preventivamente sottoposto a terapia antibiotica (vancomicina ev in centro dialisi), anche propedeutica al successivo posizionamento del catetere peritoneale. Dopo un paio di settimane di emodialisi nel nostro centro, veniva sottoposto ad intervento, in anestesia spinale ed in laparotomia, di posizionamento di catetere di Tenckhoff in fossa iliaca destra, con controllo, post procedura chirurgica, radiografico dell’addome che certificava il buon posizionamento dello stesso, in presenza di qualche piccolo frustolo di fibrina ai primi lavaggi successivi all’intervento. Dopo appena 5 giorni dall’intervento, si manifestavano i primi problemi nello scarico del liquido; un radiogramma dell’addome mostrava un corretto posizionamento del catetere in Douglas senza segni di coprostasi. Il lavaggio del cavo peritoneale con l’eparina prima e lo stazionamento dell’urochinasi poi, non sortivano alcun effetto positivo sulla ripresa del drenaggio peritoneale. La successiva radiografia con mezzo di contrasto (gastrografin) dimostrava, invece, l’ostruzione pressoché completa dei fori del catetere di Tenckhoff per cui si programmava un’intervento, in videolaparoscopia, nel corso del quale si provvedeva alla disostruzione del catetere con sbrigliamento omentale e rimozione di alcuni piccoli frammenti di omento all’interno del lume del catetere stesso. Il successivo lavaggio con soluzione eparinata, nei giorni successivi all’intervento, certificava il ritrovato funzionamento del catetere con l’inizio della APD dopo un paio di settimane. A distanza di poco meno di un mese dall’inizio della APD, si presentava un nuovo problema nello scarico del liquido; anche in questo caso la radiografia dell’addome non mostrava dislocamento del catetere né segni evidenti di coprostasi. Ripetuta radiografia addome con mezzo di contrasto, si dimostrava nuovo impaccamento del catetere con fuoriuscita di liquido solo dai primi fori prossimali del catetere. A questo punto il paziente veniva riportato in sala operatoria e sottoposto, sempre in videolaparoscopia, ad intervento di omentopessi (Fig. 1), con la fissazione, attraverso punti di sutura staccati, dell’omento alla parete anteriore del corpo e dell’antro dello stomaco (Fig. 2). Successivamente al secondo intervento, il paziente non ha mostrato ulteriori problemi di drenaggio del liquido peritoneale, potendo riprendere regolarmente la sua attività lavorativa da un lato e quella dialitica peritoneale con APD dall’altro.

Figura 1: Omento rovesciato su corpo gastrico.
Figura 1: Omento rovesciato su corpo gastrico.
Figura 2: Fissazione omento a corpo gastrico.
Figura 2: Fissazione omento a corpo gastrico.

 

Discussione

È indubbio il ruolo del nefrologo nella scelta del tipo di catetere peritoneale con le varianti disponibili in silicone, considerando che nessuna variante del catetere prevalga sull’altra; è altrettanto noto che il posizionamento e la revisione di un catetere peritoneale, o la pura presenza dello stesso, può comportare uno stimolo attivante la proliferazione fibrobastica con neovascolarizzazione, in qualche caso anche di tipo reazione da corpo estraneo [2021]. Il fenomeno può essere recidivante entro breve tempo. Nella gestione del malfunzionamento del catetere peritoneale l’intervento, molto spesso risolutivo (nel 90% circa dei casi), di una procedura invasiva quale è la videolaparoscopia, deve essere considerata dopo aver seguito una sequenza ben definita di procedure non invasive standardizzate. Probabilmente in pazienti selezionati giovani, l’approccio laparoscopico al posizionamento del catetere peritoneale, utilizzando manovre laparoscopiche standardizzate, può essere eseguito con successo con complicanze perioperatorie a breve e medio termine trascurabili e trascurabili tassi di mortalità [22]. In questo caso clinico, l’omento si è comportato come una calamita sul catetere peritoneale, avvolgendolo nella sua interezza ed invaginandosi al suo interno, attraverso i fori della parte finale del catetere, compromettendo la funzionalità della metodica. Sicuramente la giovane età del paziente e la presenza di fibrina, associati al malfunzionamento precoce della funzionalità del catetere potevano essere segnali premonitori su quanto stesse accadendo, sebbene il soggetto non rientrasse in ulteriori categorie a rischio, caratterizzate dalla presenza di diabete mellito pluricomplicato, presenza di epatite, anamnesi di malfunzionamento di accessi vascolari, forte abitudine tabagica o cardiopatia infartuale recente. Il primo sbrigliamento non è bastato a risolvere il problema e solo l’omentopessi, attraverso un secondo intervento in videolaparoscopia, con fissaggio dell’omento al corpo ed antro dello stomaco, ha potuto risolvere definitivamente la natura del malfunzionamento e far riprendere la dialisi peritoneale al giovane paziente, in attesa del trapianto di rene da donatore cadavere. Il caso clinico in questione fa riflettere sulla scelta della tipologia dell’intervento di posizionamento del catetere peritoneale in quei pazienti giovani con bassi fattori di rischio di malfunzionamento; un’iniziale approccio chirurgico laparoscopico, in anestesia generale, avrebbe consentito di evitare quella trafila chiurgica laparotomica mininvasiva resasi necessaria dopo gli episodi recidivanti, a breve distanza fra loro, di malfunzionamento, garantendo una visione più completa dell’anatomia addominale del paziente ed un più preciso posizionamento del catetere nello scavo del Douglas.

 

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La doppia borsa di tabacco intorno alla cuffia profonda del catetere peritoneale: una tecnica per l’inizio immediato della CAPD

Abstract

Premesse: Al fine di minimizzare il rischio di leakage e dislocazione, le linee guida internazionali consigliano di iniziare la dialisi peritoneale continua (CAPD) almeno due settimane dopo l’inserimento del catetere (tempo di break-in). Tuttavia, il tempo ottimale di break-in non è ancora definito con certezza. 

Metodi: Tra Gennaio 2011 e Dicembre 2018, sono stati inseriti 77 cateteri per via semi chirurgica in posizione sotto-ombelicale e 58 per via chirurgica in posizione paramediana. In tutti i pazienti è stata confezionata una doppia borsa di tabacco intorno alla cuffia profonda del catetere e la CAPD veniva iniziata entro 24 ore dal posizionamento del catetere. 

Risultati: L’incidenza complessiva di leakage è stata pari a 2,96% (4/135), di dislocazione del catetere 1,48% (2/135), di peritonite 10.3% (14/135) e di infezione dell’exit site 2.96% (4/135). La sopravvivenza del catetere a 48 mesi censurata per gli eventi morte, trapianto di rene, perdita di ultrafiltrazione e inabilità è stata 74.7%. Non è stata osservata alcuna differenza fra il gruppo di pazienti con inserzione per via semi chirurgica o per via chirurgica per quanto riguarda complicanze e sopravvivenza del catetere.

Conclusioni: Il confezionamento della doppia borsa di tabacco intorno alla cuffia profonda del catetere di Tenckhoff consente di iniziare immediatamente la CAPD.

 

Parole chiave: dialisi peritoneale continua, CAPD, catetere peritoneale, tempo di break-in, complicanze infettive, fissaggio della cuffia profonda, doppia borsa di tabacco

Introduzione

Sebbene la dialisi peritoneale ambulatoriale continua (CAPD) possieda diversi benefici rispetto all’emodialisi (HD), quali una maggiore adattabilità agli stili di vita individuali, una più lunga conservazione della diuresi residua [1,2], una maggiore sopravvivenza nei primi anni di terapia [3,4] e un minore costo economico [5,6], in Italia solo il 13% circa dei pazienti incidenti sono trattati mediante dialisi peritoneale (PD), mentre la prevalenza si attesta intorno al 9.5% [7]. I più recenti dati USA riportano un’incidenza e una prevalenza perfino minori, 9.7% e 7%, rispettivamente [8]. Le ragioni di questo sottoutilizzo sono molteplici: la poca dimestichezza ed esperienza con la metodica da parte dei professionisti, l’errata credenza di inferiorità della CAPD in termini di morbilità e mortalità (elevato timore delle complicanze infettive e convinzione della ridotta sopravvivenza del paziente), la percezione dell’inadeguatezza depurativa delle piccole molecole e infine, in termini economici, un minor rimborso per le strutture sanitarie se confrontato con l’emodialisi. 

Studio pragmatico sul ruolo degli ultrasuoni nel management delle complicanze infettive del catetere peritoneale

Abstract

L’utilizzo degli ultrasuoni (US) è di importanza essenziale per la diagnosi precoce di coinvolgimento del tunnel nei pazienti portatori di catetere peritoneale con infezione dell’Exit Site (ESI), per il follow up terapeutico dell’infezione del tunnel (TI) e soprattutto per valutare la prognosi nei casi di infezione profonda. L’infezione dell’Exit Site (ESI) è tra le principali cause di peritonite, in quanto è frequente l’invasione dei batteri della cuffia profonda attraverso l’exit site e la propagazione attraverso il tunnel sottocutaneo. L’uso degli US è oggi ampiamente riconosciuto, in corso di ESI consente di identificare i foci persistenti d’infezione come aree ipoecogene pericatetere e soprattutto permette di verificare la risposta alla terapia antibiotica.  Dal gennaio 2012 a dicembre 2015 sono stati sottoposti a controllo ecografico ed eco color Doppler del catetere peritoneale, 8 pazienti affetti da peritonite e/o infezione dell’ES.  Questo lavoro descrive come il follow-up ecografico del catetere peritoneale, implementato dal color Doppler, sia efficace per prevenire le peritoniti correllate all’ESI in quanto ci suggerisce inequivocabilmente il timing per l’intervento chirurgico di cuff shaving, intervento di rimozione della cuffia esterna. Infatti l’utilizzo del color Doppler permette di differenziare le aree essudative da quelle di intensa proliferazione vascolare e di intervenire tempestivamente per prevenire il rischio di cronicizzazione dell’infezione, evitando così, la propagazione dell’infezione alla cuffia profonda, eventuale peritonite nonché di salvare il catetere.

Parole chiave: catetere peritoneale, ecografia, Eco color Doppler

Introduzione

L’utilizzo degli US è di importanza essenziale per la diagnosi precoce di coinvolgimento del tunnel nei pazienti portatori di catetere peritoneale con infezione dell’Exit Site (ESI), per il follow up terapeutico dell’infezione del tunnel (TI) e soprattutto per valutare la prognosi nei casi di infezione profonda(10). L’infezione dell’Exit Site è tra le principali cause di peritonite, in quanto è frequente l’invasione dei batteri della cuffia profonda per la propagazione attraverso il tunnel sottocutaneo.   L’ecografia del tunnel rappresenta oggi un esame insostituibile per scoprire la sorgente d’infezione nei pazienti con peritonite (1,3,4).  In questo studio i pazienti in dialisi peritoneale, in corso di ESI o di peritonite venivano sottoposti ad una valutazione ecografica del catetere peritoneale dall’emergenza fino alla cuffia profonda(8).  La presenza di eritema e secrezione purulenta intorno all’emergenza fa porre diagnosi clinica di infezione dell’exit site (Fig 1), la presenza di eritema e edema cutaneo lungo il decorso del catetere fa diagnosticare l’infezione del tunnel. L’esame ecografico, in caso di infezione del tunnel consente di scoprire con facilità di esecuzione e con alta sensibilità anche piccole aree di raccolta liquida, lungo tutto il decorso sottocutaneo: l’ES, la regione della cuffia esterna, il tratto intercuffie, fino alla cuffia profonda (Fig 2, Fig 5).  Il controllo ecografico ed eco color Doppler del catetere peritoneale è oggi ampiamente riconosciuto, in corso di ESI e consente di identificare i foci persistenti d’infezione come aree ipoecogene pericatetere e soprattutto permette di verificare la risposta alla terapia antibiotica (5, 6). Infatti in corso di terapia, la persistenza o la non riduzione delle aree ipoecogene depone per una cattiva prognosi, cronicizzazione dell’infezione dell’ES e alto rischio di peritonite (1, 4, 6).