Protetto: Il paziente in dialisi peritoneale: terapie tipiche, modalità somministrative, farmacocinetica e farmacodinamica

Abstract

Le aree specifiche di trattamento farmacologico in dialisi peritoneale (DP) sono riassumibili in trattamento delle peritoniti e delle infezioni dell’exit-site e tunnel del catetere, la prevenzione del degrado sclerotico del peritoneo e la cura della peritonite sclerosante incapsulante.

La peritonite batterica è una comune complicanza della DP e il tasso di episodi viene considerato un indicatore di qualità. Tutti i programmi di DP hanno un protocollo terapeutico empirico che prevede gli antibiotici direttamente nel liquido peritoneale e l’utilizzo di almeno due antibiotici in associazione ad ampio spettro in attesa dei risultati delle colture. Vengono indicati: vancomicina o cefalosporine di prima generazione per i germi Gram positivi associate a cefalosporine di terza generazione o aminoglicosidi per i germi Gram negativi. Successivamente all’isolamento si procede con terapia mirata.

Le infezioni legate all’exit-site e al tunnel sottocutaneo del catetere peritoneale costituiscono un fattore di rischio di peritonite. La ricerca microbiologica tramite tampone e coltura deve essere mirata agli episodi di infezione con evidenza di secrezione. La terapia antibiotica empirica utilizza cefalosporine di prima generazione o penicilline protette per via orale. Il trattamento successivo è mirato. L’isolamento di stafilococco aureo e di pseudomonas aeruginosa richiede due antibiotici mirati in associazione e un trattamento di almeno tre settimane.

La sclerosi peritoneale semplice è un processo di fibrosi diffusa della membrana legato alla DP nel tempo. La prevenzione prevede l’utilizzo di soluzioni per DP biocompatibili, la riduzione dell’esposizione a elevate concentrazioni di glucosio e l’eliminazione dei betabloccanti, infine è opportuno valutare attentamente i pazienti con peritoniti ripetute e quelli con un tempo in DP lungo. Risulta dimostrato che inibire il SRAA contrasta la sclerosi per cui ACEI e ARB sono i farmaci antipertensivi di prima scelta nei pazienti in DP.

La peritonite sclerosante incapsulante (EPS) è una complicanza della DP molto rara ma temibile. Gli aspetti infiammatori e immunologici delle biopsie peritoneali supportano l’approccio immunosoppressivo con steroidi, ciclofosfamide e/o micofenolato. Importanti evidenze mostrano che il trattamento tamoxifene riserva una maggiore sopravvivenza indipendentemente da altri farmaci associati. Per l’EPS post-trapianto nei pazienti in DP vi sono evidenze che gli inibitori della calcineurina (ciclosporina e tacrolimus), svolgano un ruolo pro-fibrotico, per cui potrebbe essere indicato un protocollo immunosoppressivo personalizzato per il trapianto nei pazienti in DP basato su mTOR-I, steroidi e micofenolato.

Parole chiave: Dialisi peritoneale, trattamenti farmacologici, peritonite, infezione dell’exit-site, antibioticoterapia, sclerosi peritoneale semplice, peritonite sclerosante incapsulante.

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Urgent-start PD: un approccio perseguibile

Abstract

La dialisi peritoneale (PD) possiede diversi potenziali benefici rispetto all’emodialisi (HD); ciò nonostante, solo il 10% dei pazienti con malattia renale terminale (ESRD) viene trattato con la PD. Fino al 70% dei soggetti affetti da ESRD incominciano la terapia dialitica senza una chiara programmazione. Molti di questi pazienti non sono a conoscenza della propria malattia renale cronica (CKD), mentre altri con CKD stabile vanno incontro a un peggioramento acuto della funzione renale a causa di un evento imprevedibile. Come risultato, l’80% dei pazienti affetti da ESRD iniziano il trattamento sostitutivo con un catetere venoso centrale (CVC), nonostante l’inizio dell’HD attraverso un CVC si associ ad aumentata mortalità, un’elevata incidenza di batteriemia e di ospedalizzazione. La PD rappresenta, quindi, un’eccellente, ma sottoutilizzata, tecnica dialitica la cui implementazione futura potrebbe dipendere dalla possibilità di essere impiegata come primo approccio dialitico nei pazienti che giungono tardivamente all’attenzione del nefrologo per una condizione di stato uremico, o sovraccarico idrico. A questo programma è stato recentemente attribuito la denominazione di “urgent-start peritoneal dialysis” (UPD). Sulla base del tempo di break-in è possibile distinguere l’UPD dalla “early-start peritoneal dialysis” (EPD). Il successo dell’UPD verte sulla corretta selezione del paziente, sull’idoneo posizionamento del catetere e sull’adeguata preparazione del team medico-infermieristico. Inoltre, l’impiego di tecniche di inserzione volte al saldo fissaggio del catetere ai tessuti addominali e l’inizio degli scambi dialitici con protocolli caratterizzati da bassi volumi di carico in posizione supina possono minimizzare l’insorgenza di complicanze meccaniche precoci.

I pazienti che incominciano gli scambi peritoneali mediante protocolli di UPD/EPD possiedono una mortalità, una sopravvivenza della metodica dialitica e un’incidenza di complicanze infettive equiparabili ai soggetti con inizio standard della PD, sebbene incorrano con maggiore probabilità in complicanze meccaniche.

A confronto con l’emodialisi in urgenza (UHD) mediante un CVC, la UPD può rappresentare un’alternativa sicura e vantaggiosa in termini economici, riducendo l’incidenza di batteriemie e delle ulteriori complicanze correlate alla terapia emodialitica. L’UPD permette, inoltre, di aumentare il numero dei pazienti trattati mediante PD.

 

Parole chiave: dialisi peritoneale, urgent-start, early-start, leakage, dislocamento, volume ridotto

Introduzione

La dialisi peritoneale (PD) possiede diversi benefici rispetto all’emodialisi (HD): una maggiore adattabilità della metodica agli stili di vita individuali, una più lunga conservazione della diuresi residua [1,2], un minore costo economico [3,4] e una sopravvivenza sovrapponibile o, in alcune casistiche, perfino migliore nei primi anni di trattamento [5,6]. Ciò nonostante, solo il 10% dei pazienti con malattia renale terminale (ESRD) viene trattato con la PD.

Fino al 70% dei soggetti affetti da ESRD, per la mancanza di una precedente valutazione nefrologica, o per la necessità di iniziare urgentemente il trattamento sostitutivo, incominciano la terapia dialitica senza una chiara programmazione [7]. Molti di questi pazienti non sono a conoscenza della propria malattia renale cronica (CKD), altri, sebbene consapevoli, trascurano la propria condizione, mentre altri ancora con CKD stabile vanno incontro a un peggioramento acuto della funzione renale a causa di un evento imprevedibile.

 

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Tecniche chirurgiche mini invasive per il salvataggio del catetere peritoneale nelle infezioni refrattarie del tunnel

Abstract

Le complicanze infettive rappresentano la causa più significativa di morbilità e mortalità per i pazienti in dialisi peritoneale (DP). Nonostante negli ultimi vent’anni siano stati compiuti enormi sforzi finalizzati alla prevenzione e al trattamento degli episodi infettivi, le infezioni correlate al trattamento dialitico peritoneale costituiscono la causa principale di cessazione della DP. Dati recenti sembrano confermare la teoria che attribuisce alle infezioni dell’emergenza/tunnel (ESI/TI) un ruolo diretto nel causare la peritonite. Gli episodi di peritonite secondari a TI conducono fino nell’ 86% dei casi alla perdita del catetere. Quindi, nei casi di ESI/TI refrattari alla terapia medica, sembra ragionevole sottoporre il paziente a rimozione del catetere. Questo approccio implica inevitabilmente l’interruzione della DP e il passaggio all’emodialisi (HD) mediante il posizionamento di un catetere venoso centrale. Per risparmiare al paziente il cambio di metodica dialitica, è stato proposto l’intervento di rimozione e reinserimento del catetere peritoneale durante una singola seduta operatoria (SCR). Sebbene l’SCR eviti lo shift della tecnica dialitica, esso implica la rimozione del vecchio catetere, il reinserimento di un nuovo dispositivo e l’inizio immediato della DP con il rischio di complicanze meccaniche, quali il leakage e il dislocamento. Le tecniche chirurgiche mini invasive impiegate come “rescue procedures”, quali il curettage, il cuff-shaving, il reimpianto parziale del catetere e la rimozione della cuffia superficiale con la creazione di una nuova exit-site, oltre ad essere di facile esecuzione e poco traumatiche per il paziente, permettono di mantenere in sede il catetere peritoneale evitando le complicanze meccaniche.

Queste procedure, avendo dimostrato una percentuale di successo compresa fra il 70 e il 100%, devono essere sempre prese in considerazione negli episodi di ESI/TI non responsivi alla terapia medica prima di procedere alla rimozione del catetere peritoneale.

 

Parole chiave: dialisi peritoneale, infezione dell’exit-site, infezione del tunnel, peritonite, cuff-shaving, ecografia

Introduzione

Le complicanze infettive rappresentano la causa più significativa di morbilità e mortalità per i pazienti in dialisi peritoneale (DP) [1,2]. Negli ultimi vent’anni nonostante siano stati compiuti enormi sforzi finalizzati alla prevenzione e al trattamento degli episodi infettivi [36], le infezioni correlate al trattamento dialitico peritoneale costituiscono ancora oggi la causa principale di cessazione della DP [79].

Lavori recenti sembrano confermare la teoria che attribuisce alle infezioni dell’emergenza (ESI) un ruolo diretto nel causare la peritonite [10,11]. In particolare, è stata avanzata l’ipotesi che i microrganismi siano in grado di trasmigrare dall’emergenza cutanea lungo il tunnel fino alla cavità peritoneale [12]. Durante questo avanzamento i microrganismi possono depositarsi a livello della cuffia superficiale colonizzandola, e formare, in tale sede, un biofilm che ne facilita la proliferazione [13,14]. Inoltre, la creazione di tale strato, permettendo la protezione dei microbi da eventuali sostanze battericide, rende queste infezioni poco responsive alla terapia medica richiedendo nella maggior parte dei casi la rimozione del catetere [15]. Una volta colonizzata la cuffia, i microrganismi allo stato sessile sono in grado di passare dalla condizione di quiescenza a quella planctonica con la possibilità di migrare sia verso l’emergenza che verso la cuffia profonda determinando, nel primo caso infezioni ricorrenti dell’exit-site, e nel secondo peritoniti [16,17]. Gli episodi di peritonite secondari a infezione del tunnel (TI) sono responsabili nell’ 86% dei casi della perdita del catetere [18].

 

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Caso clinico: la toracoscopia nel leakage peritoneo-pleurico. Una valida opzione diagno-stico-terapeutica

Abstract

ll leakage peritoneo-pleurico è una complicanza rara del trattamento dialitico peritoneale (DP).

Riportiamo il caso di un uomo di 83 anni in trattamento con monoscambio diurno (soluzione isotonica 1.36%, 2 L). Ad ottobre 2019 il paziente veniva ricoverato per dispnea e riduzione dell’ultrafiltrazione peritoneale con riscontro radiologico di versamento pleurico destro. Dopo sospensione dello scambio peritoneale si assisteva a regressione del versamento pleurico.

Si eseguiva quindi una TC peritoneo-pleurica basale e un’altra dopo 4 ore di stazionamento di 2 L di soluzione isotonica con 100 ml di mezzo di contrasto. La seconda evidenziava una comunicazione peritoneo-pleurica. Si decideva allora di eseguire una videotoracoscopia (VATS) che non evidenziava soluzioni di continuo diaframmatiche. Si eseguiva quindi una pleurodesi con 8 gr di talco sterile. Il paziente veniva dimesso nella terza giornata, in terapia conservativa e in dieta ipoproteica. Dopo due settimane, si procedeva a nuova TC peritoneo-pleurica che non evidenziava più alcun passaggio di liquido di contrasto nella cavità toracica. Il paziente riprendeva quindi la DP con 3 scambi diurni con soluzione isotonica (volume 1.5 L) senza riportare complicanze.

Per quanto riguarda il trattamento della comunicazione peritoneo-pleurica, la toracoscopia permette sia la riparazione con patch di eventuale difetto diaframmatico sia di attuare la pleurodesi chimica con agenti irritanti. Nella nostra esperienza la toracoscopia ha permesso di attuare una pleurodesi accurata che ha consentito, dopo solo due settimane di trattamento conservativo, di riprendere la DP. La videotoracoscopia è dunque una opzione valida per il trattamento della comunicazione peritoneo-pleurica in DP.

 

Parole chiave: leakage peritoneo-pleurico, videotoracoscopia, dialisi peritoneale, insufficienza renale terminale

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Introduction

Pleuro-peritoneal leakage is an uncommon complication of peritoneal dialysis (PD) with an incidence of 1.6%, first described in 1967 [1]. It occurs in higher frequency in female patients and in the right hemithorax (90% of cases) [2]. Frequently accompanied by dyspnea, it is asymptomatic in 25% of cases [3].

The diagnosis is established observing pleural leakage and performing chest x-ray, albumin-marked scintigraphy and CT scan of peritoneal area [4].
 

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Dialisi domiciliare e assistenza a domicilio: dalle provvidenze istituzionali verso un modello sostenibile

Abstract

Nonostante la dialisi domiciliare, e principalmente la dialisi peritoneale, sia indicata come metodica di scelta per il benessere dei pazienti, essa da molti anni non mostra una dinamica di crescita. Le ragioni del fenomeno sono principalmente le barriere cognitive, psicosociali, familiari e fisiche di pazienti sempre più anziani e poli-patologici. Per superare queste barriere è necessario fare un’analisi delle provvidenze assistenziali disponibili: invalidità civile, fondi per la non autosufficienza, assistenza sociale domiciliare, servizi infermieristici distrettuali, rimborsi spese. Alle provvidenze si affiancano gli strumenti valutativi, quali l’indice situazione economica equivalente (ISEE) e la valutazione multidimensionale (VMD), con le relative schede valutative. Nell’insieme, la valenza economica e il supporto ottenibili sono quantitativamente limitati e riservati a situazioni di basso reddito e forte disagio. Alcune regioni italiane hanno quindi emanato provvedimenti specifici per sostenere i pazienti in dialisi a domicilio. L’analisi evidenzia una notevole eterogeneità dei provvedimenti volti, in alcuni casi, a sostenere economicamente e, in altri casi, a gestire l’organizzazione sanitaria. Alcuni casi specifici, in singoli centri, hanno diretto i provvedimenti verso un’assistenza domiciliare diretta allo svolgimento della dialisi. A livello internazionale sono riportate molte esperienze di assistenza domiciliare rivolta alla dialisi: il tratto comune è che la sostenibilità economica è possibile in Italia e nei paesi sviluppati, nonostante la grande eterogeneità dei sistemi sanitari. A conclusione di questa revisione, il modello assistenziale proponibile, che deve essere organizzativo ed economico, diventa sostenibile attingendo alle risorse generate dai risparmi complessivi che la dialisi domiciliare consente al sistema sanitario.

Parole chiave: dialisi domiciliare, dialisi peritoneale, provvidenze economiche, dialisi peritoneale assistita, modelli assistenziali sostenibili.

Premessa

Il Piano Nazionale per la Cronicità prevede per i pazienti che necessitano di dialisi la personalizzazione delle terapie sostitutive e la domiciliarità, per il mantenimento di un buono stato funzionale e di autonomia [1]. A questo scopo è anche indicata la sperimentazione di modelli di dialisi domiciliare (sia peritoneale che emodialisi) utilizzando strumenti di teledialisi. Allo stato attuale, la dialisi peritoneale (DP) è il tipo di dialisi domiciliare più utilizzato in Italia e nel mondo [2, 3]. Alcune esperienze di emodialisi domiciliare si stanno sviluppando e costituiscono un’ulteriore area di crescita della domiciliarità [4, 5].
 

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Utilizzo degli ultrasuoni nelle infezioni da catetere peritoneale: indicazioni e risvolti clinici

Abstract

Gli episodi infettivi continuano a rappresentare la causa principale di morbilità e mortalità nei pazienti in dialisi peritoneale (DP). Nonostante siano stati compiuti sforzi considerevoli nella prevenzione delle infezioni correlate alla DP, oggigiorno circa un terzo dei fallimenti della metodica sono dovuti a complicanze infettive. Studi recenti hanno postulato un ruolo diretto dell’infezione dell’exit-site (ESI) e del tunnel sottocutaneo (TI) nel determinare l’insorgenza della peritonite; di conseguenza, una precoce diagnosi di ESI e TI seguita da un tempestivo inizio di un’appropriata antibioticoterapia dovrebbe portare ad una drastica diminuzione delle complicanze associate alle infezioni del catetere. L’esame ultrasonografico (US) rappresenta una metodica non invasiva, relativamente semplice, ripetibile, ben tollerata dal paziente e facilmente disponibile per la valutazione del tunnel.

Negli episodi di ESIs l’US permette di diagnosticare una concomitante infezione del tunnel con maggiore sensibilità rispetto ai soli parametri clinici distinguendo con elevata precisione le ESIs che si risolvono con la sola antibioticoterapia orale rispetto a quelle che potrebbero richiedere un maggiore impegno terapeutico. Nei casi di TI, l’US permette di localizzare con precisione il segmento del catetere maggiormente interessato dal processo infettivo conferendo importanti informazioni prognostiche; mentre la ripetizione dell’US a due settimane dall’inizio dell’antibioticoterapia permette il monitoraggio della risposta al trattamento. Non sussistono, invece, evidenze in grado di suggerire l’utilizzo dell’US del tunnel come strumento di screening per l’individuazione precoce di TI in pazienti asintomatici.

Parole chiave: dialisi peritoneale, infezione dell’exit-site, infezione del tunnel, peritonite, ultrasuoni, ecografia

Introduzione

Gli episodi infettivi continuano a rappresentare la causa principale di morbilità e mortalità nei pazienti sottoposti a terapia sostitutiva mediante dialisi peritoneale (DP) [13]. Nelle ultime tre decadi considerevoli sforzi sono stati compiuti nella prevenzione delle infezioni correlate alla DP: il miglioramento dei metodi di connessione [4], l’ottimizzazione della cura dell’exit-site (ES) [5], e la creazione di specifici percorsi per l’addestramento dei pazienti [6]. Nonostante l’adozione di queste misure circa un terzo dei fallimenti della DP sono secondari a peritoniti [7].
 

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I progressi della dialisi nella nefrologia italiana dall’origine ai nostri giorni

Abstract

In Italia, negli ultimi cinquanta anni, la dialisi è stata il motore trainante della nefrologia e ha portato, attraverso la sua continua evoluzione, allo sviluppo anche della nefrologia clinica e dell’attività di trapianto. I nefrologi italiani sono stati gli ispiratori di molti dei progressi della dialisi nel mondo ed hanno costruito le basi di innumerevoli nuove tecniche dialitiche, realizzando una altissima qualità nell’offerta della terapia dialitica. Il giudizio unanime dei nostri colleghi esteri ci riconosce il merito di aver guardato per primi all’eterogeneità dei pazienti in dialisi, alla complessità della terapia dialitica ed ad una visione a largo spettro dell’adeguatezza dialitica. Questo ci ha permesso di porre l’attenzione ad un approccio olistico volto alla fusione degli aspetti clinici con l’innovazione tecnologica, al fine di realizzare una “dialisi di precisione” tutta basata sulla centralità del paziente.

Parole chiave: emodialisi, dialisi peritoneale, nefrologia italiana, sviluppo delle tecniche di filtrazione, il progresso in dialisi

In Italia, negli ultimi cinquanta anni, la dialisi è stata il motore trainante della nefrologia e ha portato, attraverso la sua continua evoluzione, allo sviluppo anche della nefrologia clinica e dell’attività di trapianto. I nefrologi italiani sono stati gli ispiratori di molti dei progressi della dialisi nel mondo ed hanno costruito le basi di innumerevoli nuove tecniche dialitiche, realizzando una altissima qualità nell’offerta della terapia dialitica. Merito questo che ci viene riconosciuto universalmente. 

Negli anni sessanta, per preparare la soluzione elettrolitica necessaria a depurare il sangue, si ricorreva a vasche da 180-200 litri che venivano continuamente riempite con acqua deionizzata e sali. Si iniziava alle sette del mattino e si finiva con lo stesso paziente alle sette di sera. Durante quelle dodici ore di dialisi il malato presentava spesso problemi clinici sconosciuti, drammatici, a cui non si riusciva a dare una spiegazione fisiopatologica. Ci si rendeva conto che si stava verificando qualcosa di grave, ma non si sapeva quale fosse la causa della tragedia incombente e quindi la terapia era molto “approssimativa”. 

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La dialisi peritoneale nel Lazio: i risultati dell’audit regionale 2017

Abstract

Nel 2011 si è svolto nel Lazio il primo Audit sulla dialisi peritoneale (DP), allo scopo di analizzare gli ostacoli alla diffusione di questa metodica nonché fornire livelli di assistenza efficaci attraverso una condivisione delle best practices. Si è quindi costituito un comitato scientifico rappresentato dai Centri che offrono la DP e si è deciso di valutare l’efficacia clinica attraverso dei KPIs (Key Performance Indicators) e quantificare gli obiettivi da raggiungere. L’analisi ha permesso di individuare le problematiche presenti e di intraprendere degli atti operativi, che sono poi stati monitorati negli anni per verificare l’andamento di questi KPI.

Pertanto, nel 2017, si è svolto un secondo Audit con una nuova raccolta dati che son stati analizzati e confrontati con i KPI individuati nel precedente studio. I dati hanno mostrato un incremento della prevalenza, anche se l’incidenza riporta una lieve flessione. I dati sul cambiamento di metodica, il dropout dalla domiciliare e l’incidenza di late referral sono invece rimasti stabili nel tempo. Si è osservato un lieve miglioramento nel tempo dei dati clinici relativi alle peritoniti ed ai giorni di ospedalizzazione.

Tutti i partecipanti all’audit hanno dichiarato una evidente utilità nel condividere i percorsi clinici discussi; attraverso la stesura di documenti di utilità pratica (informativa al paziente, guida al consenso informato, protocolli di follow-up clinici), è stata inoltre fornita una serie di strumenti utili a garantire l’uniformità dell’offerta sanitaria nelle varie strutture della Regione

Parole chiave: audit, dialisi peritoneale, best practices, indicatori, Key Performance Indicators (KPI), protocolli.

Introduzione

L’insufficienza renale cronica terminale (ERSD) si associa ad un incremento della morbidità e della mortalità dei pazienti ed a un deterioramento della loro qualità di vita (QoL) [1]. La richiesta di una tecnica sostitutiva che possa conciliare una migliore QoL con le necessità depurative/ultrafiltrative del paziente spinge verso una sempre maggiore adozione di DP o emodialisi domiciliare (HHD) [1]. Su questa linea si pone anche il recente Piano Nazionale della Cronicità, che sottolinea tra gli obiettivi generali l’importanza della dialisi domiciliare in alternativa alla dialisi ospedaliera [2]. Inoltre, i costi di gestione del paziente in dialisi domiciliare, che essa sia dialisi peritoneale o home hemodialysis, sembrano essere più contenuti [3]. Considerando anche l’incremento progressivo dell’incidenza di ERSD [4] e la sempre minore disponibilità di risorse, le considerazioni economiche ne rendono auspicabile il potenziamento [5].
 

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La dialisi peritoneale nell’anziano

Abstract

In questo lavoro abbiamo analizzato l’utilizzo della dialisi peritoneale (DP) nei pazienti anziani relativamente ai seguenti aspetti: risultati della metodica, barriere alla DP e DP assistita.

La DP, salvo poche eccezioni, a livello nazionale o di centro, è utilizzata meno negli anziani. Rispetto all’emodialisi (HD), i dati di registro evidenziano una sopravvivenza uguale o superiore nei pazienti giovani in DP, uguale o inferiore negli anziani. Più del 50% degli studi riporta una sopravvivenza della tecnica peggiore in DP con l’aumento dell’età; nei rimanenti studi essa è uguale o migliore. Il rischio di peritonite non è maggiore negli anziani, in cui tuttavia questa complicanza può avere un decorso più grave. Diversi studi, infine, non evidenziano differenze significative nella Qualità di Vita tra DP ed HD, nei pazienti che hanno potuto scegliere tra le due metodiche.

All’aumentare dell’età aumentano le comorbilità e si riduce l’autonomia; per tale ragione negli anziani sono presenti un maggior numero di barriere sociali, fisiche, cognitive e psicologiche all’autogestione della DP. La DP assistita consente di superare in modo efficace queste barriere, con risultati adeguati in termini di giorni di ricovero, mortalità, sopravvivenza della tecnica ed incidenza di peritoniti.

Nella nostra esperienza, la videodialisi (VD) è un sistema di telemedicina affidabile, sicuro e facilmente utilizzabile da utenti senza alcuna conoscenza tecnologica per realizzare un “caregiver virtuale” che consente d’iniziare o continuare la DP quando sono presenti barriere. Essa è anche in grado di favorire l’empowerment del paziente, evitando il ricorso a forme assistenziali a più elevato costo sociale ed economico.

Parole chiave: Dialisi Peritoneale, Dialisi Peritoneale assistita, Pazienti anziani, Barriere all’autogestione, Videodialisi

Premesse

In questo lavoro abbiamo analizzato la dialisi peritoneale (DP) nei pazienti anziani relativamente ai seguenti aspetti: l’utilizzo e i risultati della metodica, le barriere alla DP, la DP assistita.

La dialisi peritoneale (DP) è poco utilizzata nella popolazione generale e lo è ancor meno nella popolazione anziana nonostante i risultati a distanza siano sovrapponibili a quelli della emodialisi (HD). 

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Infezione del catetere peritoneale con ascesso della parete addominale in paziente con malattia policistica dell’adulto

Abstract

Le infezioni correlate al catetere peritoneale sono tra le più importanti complicanze della Dialisi Peritoneale (PD). Riportiamo il caso clinico di un paziente in trattamento dialitico peritoneale che ha presentato una manifestazione atipica di infezione del tunnel da Staphylococcus aureus. L’infezione si è manifestata con una piccola lesione ascessuale, ubicata sulla linea pararettale sinistra a circa 6 cm dal sito di uscita del catetere. La diagnosi è stata possibile con l’ausilio ecografico che ha mostrato una comunicazione fistolosa tra la cuffia sottocutanea e la cute del paziente. L’infezione è stata trattata inizialmente con intervento di cuffshaving e bonifica dell’ascesso ed antibioticoterapia sistemica (teicoplanina); successivamente, a causa della persistenza dell’infezione, la terapia è stata integrata con la somministrazione orale e topica di rifampicina e medicazioni giornaliere con impianto di collagene liofilizzato impregnato con gentamicina a rilascio prolungato. Il ricorso ad un intervento di rimozione del catetere peritoneale non si è reso necessario.

 

PAROLE CHIAVE: Dialisi Peritoneale, infezioni catetere peritoneale, cuff-shaving

Introduzione

Le infezioni correlate al catetere in dialisi peritoneale (DP), dell’exit-site (ES) e del tunnel, sono complicanze che predispongono all’insorgenza di peritoniti recidivanti e ricorrenti, che rappresentano importanti cause di fallimento della DP [1]. I germi più frequentemente coinvolti nella patogenesi delle infezioni del catetere sono Staphylococcus aureus e Pseudomonas aeruginosa che, spesso, evolvono verso la peritonite e possono condurre alla rimozione del catetere [24].  

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