Marzo Aprile 2022

La possibile relazione fra vaccinazione anti COVID-19 e glomerulopatia: uno spunto di riflessione per il nefrologo

Abstract

Per contrastare la pandemia da SARS-CoV-2, a partire da dicembre 2020, in tutto il mondo sono stati lanciati programmi di vaccinazione di massa. La velocità con la quale sono stati sviluppati i nuovi vaccini anti COVID-19 è notevole, e sebbene i dati provenienti dai trial clinici e dagli studi di farmacovigilanza mostrino un accettabile profilo di sicurezza a breve termine, per definire complessivamente la sicurezza sarà necessaria la sorveglianza a lungo termine della popolazione vaccinata. Una possibile relazione fra vaccinazione anti COVID-19 e insorgenza di malattie immuno-mediate, fra cui molti tipi di glomerulopatia, già postulata per altri tipi di vaccino, è stata invocata in seguito all’osservazione di casi insorti subito dopo la vaccinazione in assenza di note condizioni scatenanti. Il nostro gruppo ha condotto una revisione sistematica di questi case report. Ciò che emerge è che le malattie glomerulari più frequentemente associate alla vaccinazione anti COVID-19 sono la nefropatia da IgA e la glomerulopatia a lesioni minime. I casi di nefropatia da IgA sono quasi esclusivamente rappresentati da episodi di ematuria a decorso clinico autolimitante, insorti a poche ore dalla somministrazione della seconda dose. Al contrario, la glomerulopatia a lesioni minime compare da pochi giorni fino a ventotto giorni (in media dieci) dopo la somministrazione di prima o seconda dose, e sono ugualmente rappresentati casi di insorgenza de novo e recidiva. I vaccini associati sono quasi esclusivamente quelli a RNA; ciò potrebbe banalmente riflettere il loro più ampio uso, tuttavia, questi vaccini sembrano determinare una stimolazione più vigorosa dell’immunità cellulare.

Parole chiave: vaccinazione anti COVID-19, glomerulopatia, nefropatie immuno-mediate

Introduzione

La malattia da Coronavirus 2019 (COVID-19), una grave polmonite virale primaria che ha già causato più di 46 milioni di casi confermati e più di 1,2 milioni di morti nel mondo, ha determinato una delle crisi più devastanti della storia degli ultimi anni. Essa è causata da SARS-CoV-2, un nuovo virus della famiglia Coronaviridae che, dopo essere emerso a Wuhan, Hubei, in Cina a dicembre 2019, si è rapidamente diffuso in tutto il mondo. Nonostante la ricerca di un farmaco efficace nel prevenire o curare l’infezione da SARS-CoV-2 sia stata la priorità assoluta per tutta la comunità scientifica, nessun tipo di intervento si è dimostrato risolutivo.

Le attuali indicazioni AIFA sui farmaci utilizzabili per il trattamento del COVID-19 differenziano la gestione dei soggetti non in ossigenoterapia trattati a domicilio e la gestione in setting ospedaliero. Nei pazienti trattati a domicilio, oltre alla terapia sintomatica con paracetamolo o FANS, può dimostrarsi utile l’utilizzo precoce di anticorpi monoclonali e antivirali in soggetti sintomatici a maggior rischio di progressione. Lo standard di cura per i soggetti ospedalizzati in ossigenoterapia convenzionale è invece rappresentato da corticosteroidi ed eparina, riservando l’uso di anticorpi monoclonali e antivirali a casi selezionati. Tuttavia, nei casi di pazienti in ossigenoterapia ad alti flussi o in ventilazione meccanica, la gestione è ancora di supporto.

 

La visualizzazione dell’intero documento è riservata a Soci attivi, devi essere registrato e aver eseguito la Login con utente e password.