Gennaio Febbraio 2020

Esperienza monocentrica di chiusura dell’auricola sinistra in pazienti affetti da nefropatia cronica avanzata e fibrillazione atriale non valvolare

Abstract

La fibrillazione atriale è il disturbo aritmico più frequentemente riscontrabile nei pazienti nefropatici affetti da malattia renale cronica. L’approccio terapeutico convenzionale prevede terapia anticoagulante orale, il cui impiego nella coorte di pazienti nefropatici a vari gradi di decurtazione funzionale deve prevedere di raggiungere un equilibrio spesso labile tra i benefici anti-tromboembolici attesi e i potenziali rischi emorragici indotti. I nuovi anticoagulanti (NAO) presentano un profilo di impiego e di sicurezza ancora de definire nel subset di pazienti affetti da uremia in stadio pre-terminale e/o in dialisi. In alternativa alla terapia anticoagulante, nei pazienti ad elevato rischio trombo-embolico ed emorragico o di difficile gestione, da qualche anno è stata proposta con successo la chiusura percutanea dell’auricola sinistra. L’esperienza di tale procedura nei pazienti affetti da malattia renale cronica avanzata e/o in dialisi è nel complesso ancora limitata. Riportiamo qui l’esperienza monocentrica della chiusura dell’auricola in 12 pazienti nefropatici, di cui 6 in trattamento dialitico regolare, con un follow-up cumulativo di 14 mesi (3-22 mesi).

Parole chiave: chiusura dell’auricola, LAAO, fibrillazione atriale, NAO, nefropatia cronica avanzata, dialisi

Introduzione

Riportiamo qui una valutazione monocentrica prospettica della chiusura percutanea dell’auricola (LAAO) in 12 pazienti nefropatici, di cui 6 in trattamento dialitico regolare, con follow-up complessivo di 14 mesi (3-22 mesi). Abbiamo voluto valutare come end-point primario la sicurezza intra e post procedurale della manovra, le complicanze trombo-emboliche e la mortalità; come end-point secondario le complicanze infettive e l’eventuale peggioramento funzionale secondario all’impiego di mezzo di contrasto.

La fibrillazione atriale (FA) è il disturbo aritmogeno più frequentemente riscontrabile nei pazienti nefropatici affetti da malattia renale cronica (MRC), con prevalenza nel subset di quelli in dialisi del 15-20% circa, anche se probabilmente il fenomeno è sottostimato [12]. Anche nella popolazione generale, tale disturbo si associa ad un rischio di mortalità proporzionale al grado di decurtazione della funzione renale [2]; mentre nella popolazione generale il ricorso alla terapia anticoagulante orale (TAO) con gli antagonisti della vitamina K (VKA) o con le nuove molecole rappresenta il gold standard, riducendo di fatto di 2/3 il rischio trombo-embolico [3], nei pazienti nefropatici, a vari gradi di decurtazione funzionale, l’efficacia della terapia anticoagulante va perlomeno bilanciata rispetto ai potenziali rischi emorragici indotti, essendo tale coorte di pazienti a rischio per entrambe le complicanze [4-5].
 

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