Abstract
La malattia del rene policistico autosomico dominante è la più frequente nefropatia ereditaria, causata da mutazioni nei geni PKD1 e PKD2. Essa si manifesta con la progressiva formazione di cisti renali, aumento del volume renale e deterioramento di funzione. Un ruolo centrale nella patogenesi è svolto dall’AMP ciclico (cAMP), il cui aumento intracellulare promuove proliferazione cellulare e secrezione intracistica, contribuendo pertanto alla cistogenesi. Nei pazienti con ADPKD, livelli elevati di ADH stimolano ulteriormente la produzione di cAMP attraverso l’attivazione del recettore V2, aggravando la cistogenesi. Il tolvaptan, antagonista selettivo del recettore V2 della vasopressina, è l’unico trattamento attualmente approvato in grado di rallentare la progressione della malattia, ma il suo impiego è spesso limitato da poliuria e sete significative.
Presentiamo il caso di una donna di 31 anni affetta da ADPKD, classificata come Mayo Classe 1D, che ha mostrato una significativa miglior tollerabilità al tolvaptan grazie alla co-somministrazione di idroclorotiazide (HCT) a basso dosaggio. L’aggiunta di HCT ha determinato una marcata riduzione di poliuria e sete, consentendo la prosecuzione del trattamento e il mantenimento di una funzione renale stabile per un periodo di quattro anni. Il declino annuo dell’eGFR si è mantenuto inferiore rispetto a quanto atteso per la sua classe di rischio.
Questo caso rafforza l’ipotesi che l’associazione con HCT possa migliorare la tollerabilità del tolvaptan senza comprometterne l’efficacia terapeutica. Studi clinici in corso, come il trial HYDRO-PROTECT, stanno attualmente valutando in modo sistematico sicurezza e benefici di questo approccio nella gestione dell’ADPKD.
Parole chiave: ADPKD, tolvaptan, idroclorotiazide



