SGLT2i: le molteplici strade della protezione cardiorenale. Panorama sugli aspetti della deprivazione dei nutrienti

Abstract

Gli inibitori SGLT-2 sono una classe relativamente nuova di farmaci antidiabetici che hanno guadagnato l’attenzione negli ultimi anni. Dal punto di vista molecolare, attivano una risposta trascrizionale simile alla restrizione calorica caratterizzata da un’up-regolazione di sensori proteici coinvolti nella deprivazione di nutrienti quali SIRT1 e AMPK e dalla down-regolazione di mTOR, molecola implicata nella segnalazione di eccesso nutrizionale. Lo scopo di questa rassegna è illustrare i principali pathway nella deprivazione dei nutrienti: un complesso quadro meccanicistico responsabile in parte dei benefici cardio-renali che rendono unici questi farmaci.

Parole chiave: SGLT2i, AMPK, mTORC1, autofagia, mitofagia, ROS

Introduzione

Gli inibitori SGLT2, attraverso la glicosuria, simulano uno stato di carenza calorica.

Le cellule inizialmente riducono le scorte di glicogeno e lipidi, passando da un metabolismo ossidativo basato sul glucosio all’ossidazione di acidi grassi producendo corpi chetonici come carburante alternativo per compensare la perdita energetica. Contemporaneamente, lo stato di deprivazione nutrizionale porta all’attivazione di specifici interruttori molecolari: AMPK (AMP-activated protein kinase) e SIRT1 con lo scopo di generare moneta energetica extra attraverso meccanismi di riciclo di componenti cellulari danneggiati tramite autofagia e mitofagia [1].

Inoltre, la rimozione di proteine mal ripiegate, organelli disfunzionali, previene l’insorgenza di fenomeni quali stress ossidativo, l’infiammazione e l’apoptosi, privilegiando la salute e la sopravvivenza rispetto alla crescita e replicazione cellulare [2] (Figura 1).

L’attività degli autofagosomi preserva l’integrità cellulare, soprattutto in organi ricchi di mitocondri come reni e cuore, caratterizzati da un’intensa attività metabolica, particolarmente suscettibili a processi infiammatori e fibrotici soprattutto in presenza di patologia. L’autofagia e mitofagia rappresentano dunque una importante risposta adattativa e riparativa e la loro disfunzione predispone alla malattia d’organo [3].

Lo stato simile alla deprivazione nutrizionale attiva diverse vie metaboliche
Figura 1. Lo stato simile alla deprivazione nutrizionale attiva diverse vie metaboliche (indicate con colori differenti) non solo per ripristinare i livelli di ATP, ma anche per assicurare, tramite processi cellulari avanzati come l’autofagia e la mitofagia, la salute e la sopravvivenza cellulare. Si veda il testo per maggiori dettagli.

 

Materiali e metodi

Abbiamo selezionato da PubMed® studi sperimentali che, utilizzando tecniche di biologia molecolare, proteomica e analisi su campioni tissutali (sia animali che umani), illustrano il ruolo di AMPK e SIRT1 quali principali mediatori dei benefici degli SGLT2i (Tabella 1).

Obiettivo dello studio Materiali e metodi Risultati Ref
SGLT2, EPO

SIRT1, PGC-1α, HNF4

Analisi post hoc

Biologia molecolare su modelli murini

up-regulation Eritropoietina

up-regulation HIF-2α

[811] [1517]
Knockout

SIRT1

 

Biologia molecolare su modelli murini diabetici e non

Danno renale acuto da sepsi

Amplificazione della risposta infiammatoria

[19, 20] [2124]
knock-in

SIRT1

Biologia molecolare su modelli murini

up-regulation HIF- 1α

fibrosi tubulointerstiziale

 

[25, 26]
Knockout

AMPK, SIRT1

Analisi su tessuti istologici renali su modelli diabetici animali e umani effacement dei podociti [42, 49]
AGEs

knockout

AMPK, SIRT1

Analisi biochimiche e istologiche su modelli diabetici animali e umani Podocitopatia, glomerulosclerosi , proteinuria [5458]
knockout

α2-AMPK SIRT1, PGC-1α

Proteomica: leucociti periferici umani cardiopatia ischemica e dilatativa idiopatica [61, 77]
knock-in

mTORC1

Proteomica:analisi su campioni bioptici endomiocardici umani cardiomiopatia dilatativa [36]
Tabella 1. Sintesi dei lavori inclusi nella rassegna, che evidenzia il quesito scientifico, l’approccio metodologico (modelli animali e umani) e i risultati clinici. AMPK: AMP-activated protein kinase; HNF4: Hepatocyte Nuclear Factor 4; PGC-1α: Peroxisome Proliferator-Activated Receptor-gamma Coactivator 1-alpha; AGEs: Advanced Glycation End-products; mTORC1: Target Of Rapamycin Complex 1.

 

Il ruolo delle sirtuine

Le sirtuine sono una famiglia di deacetilasi istoniche, NAD+ dipendenti, redox sensibili che catalizzano modifiche post-traduzionali di centinaia di proteine coinvolte nel metabolismo e nell’omeostasi cellulare [4].

Nei mammiferi, sono state identificate 7 sirtuine, denominate SIRT1, SIRT2, SIRT3, SIRT4, SIRT5, SIRT6 e SIRT7, localizzate sia nel nucleo che nel citoplasma [5].

  • SIRT1 la più grande delle sirtuine, presenta segnali di localizzazione nucleare e citoplasmatica, suggerendo la possibilità di traslocare tra i due compartimenti cellulari.
  • SIRT2, principalmente localizzata nel nucleo, è coinvolta nei processi di neurodegenerazione.
  • SIRT3 coordina l’ossidazione degli acidi grassi. Recenti studi dimostrano che l’inattivazione di tale sirtuina è associata a disfunzione mitocondriale, malattie neurodegenerative, cardiomiopatie, sindrome metabolica, disordini immunitari e neoplasie.
  • SIRT4, localizzata nei mitocondri, regola la secrezione di insulina e metabolismo degli amminoacidi. Un recente studio dimostra che tale sirtuina attraverso lo splicing alternativo, modula l’espressione genica di CCN2 (connective tissue growth factor), proteina essenziale nella regolazione della proliferazione e differenziazione della matrice extracellulare in cellule tubulari in risposta a TGF-β. Questo lavoro arricchisce la comprensione dello sviluppo della fibrosi renale offrendo un potenziale approccio terapeutico.
  • SIRT5 è coinvolta nei processi di succinilazione, malonilazione e glutarilazione della lisina a livello mitocondriale. I topi knockout SIRT5 mostrano una ridotta attività della carbamilfosfato sintetasi 1 (CPS1) con livelli elevati di ammoniaca nel sangue durante il digiuno.
  • SIRT6 (proteina nucleare), è essenziale nei processi di riparazione del DNA. Animali privi di SIRT6 mostrano instabilità genomica, gravi disturbi metabolici e cardiovascolari. Per molti autori è considerata la proteina della longevità.
  • SIRT7, scoperta di recente, si comporta come una deacetilasi H3K18Ac, rimuovendo il gruppo acetile dalla lisina 18 dell’istone H3. Questa azione ha importanti implicazioni per la regolazione dell’espressione genica nelle cellule tumorali in vivo.

La maggior parte dei lavori disponibili in letteratura documentano un’attivazione diretta di SIRT1 da parte degli inibitori degli SGLT2, tuttavia iniziano a emergere numerosi studi che indagano sulla possibilità che questi farmaci influenzino l’attività di tutte le sirtuine precedentemente menzionate. Una completa comprensione di tali interazioni potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche non solo per il trattamento del diabete ma anche di altre patologie (Tabella 2) [6].

Over espressione Condizioni cliniche Upregulation Downregulation Risposta Bibliografia
SIRT1,3,6 Infiammazione * NF-kB, HIF-1α Ridotta risposta infiammatoria e fibrosi [6]
SIRT1 Denutrizione PGC1-α /FOX01 Akt/mTORC1 ripristino dei livelli di ATP, ridotta concentrazione di ROS [6]
SIRT1, 3, 6 Stress Ossidativo FOX01, FOX3a, Nrf2, Bcl2 P53, BAX, caspasi Ridotta concentrazione di ROS, apoptosi e infiammazione [6]
SIRT1, 3 Ipertensione * * * [6]
SIRT1,2,3,4,6,7 Aterosclerosi * * * [6]
SIRT1,3,6 Scompenso cardiaco AMPK2ɑ

PGC1-α

Akt/mTORC1, NF-kB, HIF-1α, TGF-β Stimolazione della biogenesi mitocondriale, riduzione infiammazione e fibrosi [6, 5962]
SIRT1 Coronaropatia * * * [6]
SIRT1,3,4,5,6 Danno da Ischemia e riperfusione PGC-1α, Bcl-2, Nrf2, FOX01

Beclin1

 

NLRP3, NF-kB

p53, BAX

 

 

Ridotti livelli di ROS durante la fase di ischemia che limita la risposta infiammatoria, apoptosi e il fenomeno dell’autofagia sostenuta durante la fase di riperfusione [7080]
SIRT1,3,4 Nefropatia diabetica

(podociti)

Beclin1, PGC1-α

AMPK, CCN2

NF-kB, TGF-β/p-Smad3

 

Riduzione della concentrazione di ROS, fibrosi, integrità del citoscheletro dei podociti [2024]
SIRT1,3,6 IRC Beclin1, AMPK, ULK1, DRP1 Akt/mTORC1, NF-kB, HIF-1α, TGF-β Riduzione della concentrazione di ROS, fibrosi, integrità del citoscheletro dei podociti [2024]
SIRT1,3,5,6 IRA da sepsi,

IRA da CIN

AMPK, Bcl-2, PGC-1ɑ, Bcl-2, Nrf2, ULK1, DRP1, CPS1 HIF-1α, NLRP3, NF-kB

 

Stimolazione della mitofagia e biogenesi mitocondriale, ripristino livelli di ATP, ridotta concentrazione di ROS, apoptosi inibita [1924]
SIRT1,3 Calcolosi FOX01 * * [2533]
SIRT1 Necrosi corticale renale * NF-kB, NLRP3,

HIF-1α

 

Riduzione infiammazione e fibrosi [6, 2533]
SIRT1 Glomerulopatie Beclin1, AMPK, ULK1, DRP1, FOX01, FOX3a, Nrf2 Akt/mTORC1, P53, BAX, caspasi Rimozione mitocondri disfunzionali, ridotti livelli di ROS, incremento della biogenesi mitocondriale [3033]
Tabella 2. La stimolazione di specifiche sirtuine in diversi contesti clinici influenza l’attività (upregulation, downregulation ) di numerosi fattori di trascrizione, responsabili di risposte metaboliche distinte. ROS: Specie Reattive dell’Ossigeno.  *Fattori di trascrizione ancora da indentificare. Si veda il testo per i dettagli.

 

Energia

La glicosuria da SGLT2i stimola una up-regulation sistemica del segnale di deprivazione nutrizionale in tutti gli organi del corpo. La privazione di glucosio attiva SIRT1. Quest’ultima, attraverso la deacetilazione epatica di PGC-1α (peroxisome proliferator-activated receptor γ coactivator), ripristina i livelli di energia tramite la glicogenolisi, gluconeogenesi e l’inibizione della glicolisi.
Inoltre, la sirtuina-1 stimola la biogenesi mitocondriale, favorendo così un corretto metabolismo energetico (Figura 2 a) [7].

Figura 2. Vie metaboliche (distinte da colori differenti) attivate da SIRT1. Il ripristino dei livelli di ATP avviene mediante il pathway di PGC-1α e Beclin1. Si ipotizza che SIRT1 possa attivare direttamente HIF-2α e HNF4, stimolando la sintesi di eritropoietina (EPO) e delle proteine regolatrici del ferro (IRP). La riduzione dei processi infiammatori sarebbe dovuta all’inibizione dell’attività dell’inflammasoma (NLRP3), alla fosforilazione della subunità p65 sul residuo Lys 310 di NF-kB, alla downregulation delle citochine pro-infiammatoria Th1 e alla stimolazione delle cellule T regolatorie Foxp3(+) antinfiammatorie. L’inibizione dell’attività di HIF-1α contrasta l’evoluzione della fibrosi tessutale. Si veda il testo per maggiori dettagli.

 

Eritropoietina

Autorevoli studi osservazionali sembrano evidenziare l’esistenza di una relazione diretta tra uso di SGLT2i e l’aumento di eritropoietina. Un’analisi secondaria dello studio randomizzato EMPA-HEART ha mostrato che in 90 pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2 e malattia coronarica, dopo 6 mesi di trattamento con empagliflozin, i livelli di eritropoietina plasmatica erano significativamente aumentati rispetto al trattamento con il placebo [8].

L’analisi post-hoc dello studio DELIGHT ha mostrato che il 78% dei partecipanti trattati con dapagliflozin presentava valori aumentati di emoglobina e una significativa riduzione della ferritina.  Questo risultato suggerisce un potenziale effetto sul metabolismo del ferro [9].

Lo studio Empire HF ha evidenziato che, nei pazienti non diabetici affetti da insufficienza cardiaca, il trattamento con empagliflozin ha favorito un incremento dell’eritropoietina e una riduzione di epcidina rispetto al placebo dopo 12 settimane [10].

L’analisi post-hoc dello studio CREDENCE evidenzia che il trattamento con canagliflozin, in pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica, è associato a un aumento dell’eritropoiesi in soggetti con funzione renale avanzata [11].

Sono stati proposti diversi meccanismi per tentare di spiegare l’aumento dei valori di EPO durante l’utilizzo di questi farmaci, tra i più citati riportiamo: l’ipotesi della riossigenazione corticale renale indotta da SGLT2i e il fenomeno del riassorbimento contro-regolatorio del sodio a livello distale.

  1. L’ipotesi della riossigenazione corticale renale nasce dalle osservazioni di Sano e Goto: l’eccessivo riassorbimento di glucosio impone un eccezionale carico metabolico da parte dei mitocondri per il funzionamento dei trasportatori localizzati a livello dei tubuli renali prossimali, causando ipossia tubulo-interstiziale. Tale condizione sarebbe responsabile della trasformazione dei fibroblasti produttori di eritropoietina in miofibroblasti disfunzionali, i quali generano solo molecole fibrogeniche [12]. Tuttavia, secondo gli autori, l’uso degli SGLT2i allevierebbe le richieste metaboliche, migliorando l’ossigenazione nella corteccia renale e consentendo ai fibroblasti disfunzionali di tornare a un fenotipo capace di sintetizzare eritropoietina.
  2. L’ipotesi del riassorbimento contro-regolatorio del sodio a livello distale sostiene che l’azione degli inibitori di SGLT2 nel bloccare il riassorbimento del sodio nel tubulo renale prossimale porta a un aumento della consegna di tale ione alle porzioni più distali del nefrone, dove viene assorbito da meccanismi contro-regolatori (per limitare l’entità della natriuresi) a fronte di un maggiore consumo di ossigeno, predisponendo così all’ipossia tissutale [13]. Quest’ultima condizione determinerebbe un aumento dei livelli di mRNA di eritropoietina, come osservato su modelli animali diabetici con ridotta tensione di ossigeno nella corteccia profonda dopo inibizione acuta e cronica di SGLT2i.

Tuttavia, le prove disponibili non forniscono un supporto univoco per entrambe le ipotesi, inoltre gli inibitori SGLT2 producono una modesta risposta eritrocitaria anche in pazienti affetti da malattia renale cronica avanzata. Questa osservazione solleva la possibilità che sia il fegato a contribuire alla produzione di eritropoietina durante l’uso di questi farmaci [14].

Interazione tra SGLT2i e HIF-: il ruolo di SIRT1

Studi su modelli animali diabetici suggeriscono un ruolo degli inibitori SGLT2 nell’attenuare l’attività di HIF-1α e stimolare HIF-2α, contribuendo così a ridurre infiammazione e fibrosi, favorendo al contempo l’eritropoiesi. Come SIRT1 sia in grado di attivare direttamente HIF-2α è tuttora oggetto di indagine. Recenti lavori hanno dimostrato che l’attivazione del fattore inducibile all’ipossia (HIF) è dovuta alla deacetilazione di alcuni residui di lisina da parte della sirtuina stessa. A livello epatico, la deacetilazione di PGC-1α attiva anche il fattore di trascrizione HNF4. Quest’ultimo, legandosi alla regione N-TAD del complesso HIF-2α/HIF-β/p300/CBP, facilita il riconoscimento da parte della RNA polimerasi delle sequenze HERs, promuovendo così la sintesi epatica di EPO [15].

L’attivazione di SIRT1, indotta dagli inibitori SGLT2, potrebbe stimolare la produzione di eritropoietina attivando direttamente HIF-2α (bypassando così il controllo della prolina idrossilasi) e HNF4 [16].

Con l’attivazione di HIF-2α, oltre la sintesi di EPO, viene modulata anche la trascrizione delle proteine regolatrici del ferro (IRP) che contribuiscono ad alleviare la carenza marziale (Figura 2 b).

Sebbene le tecniche di biologia molecolare forniscano maggiori prove sulla capacità degli inibitori SGLT2 di sovra-regolare HIF-2α nel cuore, reni e fegato, sono necessari ulteriori studi per confermare o confutare queste ipotesi [17].

 

Infiammazione

L’infiammazione è la principale risposta immunitaria che contribuisce a mantenere i tessuti sani promuovendo la guarigione in caso di infezione o lesione. Tuttavia, la sua persistenza contribuisce allo sviluppo e all’evoluzione di patologie nuove o già esistenti. Studi in vitro hanno dimostrato che la sovraespressione di SIRT1 in tessuti renali contribuirebbe ad alleviare infiammazione, stress ossidativo e fibrosi, ritardando la progressione della malattia renale cronica [18].

Il lavoro di Deng e collaboratori mostra che i topi knockout SIRT1, hanno una maggiore probabilità d’insorgenza di danno renale acuto da sepsi rispetto ai topi wild type trattati con SGLT2i [19].

L’attivazione di Beclin1 stimola l’autofagia, processo essenziale per il mantenimento dell’omeostasi energetica, cellulare e sopravvivenza dei tessuti, caratterizzato dalla rimozione di elementi tossici i quali, accumulandosi, sono fonte di stress ossidativo, infiammazione persistente e apoptosi (Figura 2c). Diversi lavori riportano che SIRT1 è direttamente responsabile della downregulation dell’attività NLRP3 (NLR family pyrin domain containing 3) attenuando la risposta infiammatoria.

Secondo Gao e Zhu, tale meccanismo potrebbe rappresentare una valida strategia terapeutica per prevenire o attenuare l’AKI indotta da sepsi [20].

Dati su modelli animali evidenziano che SIRT1 influenza la risposta infiammatoria modulando l’equilibrio tra le cellule Th1 (T helper 1) proinfiammatorie e le cellule Treg Foxp3(+) (forkhead box protein 3) anti-infiammatorie. Il knockout SIRT1 è associato a una maggiore espressione di Th1, con una amplificazione eccessiva del fenomeno infiammatorio in presenza di microbi (Figura 2 d).

Yang e collaboratori hanno dimostrato per la prima volta che SIRT1 attenua la sintesi di alcune citochine infiammatorie quali IL-1β e TNF ɑ attraverso la via NF-κB (Nuclear Factor kappa-light-chain-enhancer of activated B cells) [21].

La fosforilazione della subunità p65 sul residuo Lys 310 da parte della Sirtuina1 determina la disattivazione del complesso proteico NF-κB con interruzione a valle della cascata infiammatoria (Figura 2 e) [22].

Per molti autori, questo meccanismo potrebbe avere numerose applicazioni terapeutiche; per esempio, i risultati di uno studio coreano di Jung e collaboratori suggeriscono che la fosforilazione della p65 è un possibile bersaglio terapeutico da parte degli SGLT2i per attenuare la nefrotossicità da cisplatino in pazienti oncologici [23].

Huang et al. suggeriscono che la dapagliflozin riduca la nefropatia acuta da mezzo di contrasto (CIN) nei topi, tramite la downregulation di NF-κB e HIF-1α [24].

Interazione tra SGLT2i e HIF-1α

I dati di Chen e collaboratori ipotizzano che ci sia una correlazione inversa tra aumento della concentrazione di SIRT1 e riduzione di HIF-1α. La riduzione di quest’ultima attenuerebbe la via TGF-β/p-Smad3 responsabile della sintesi di proteine fibrotiche quali fibronectina, COL1A2 e α-SMA, coinvolte nell’insorgenza ed evoluzione della fibrosi tubulointerstiziale (Figura 2f) [25].

In linea con questi esperimenti, diversi lavori hanno evidenziato che gli SGLT2i, attivando SIRT1, inducono una riduzione dell’espressione di HIF-1α nelle cellule epiteliali tubulari prossimali di modelli murini diabetici. Infine Bessho ha trattato topi diabetici maschi con luseogliflozin per 8-16 settimane, osservando una riduzione dell’HIF-1α tubulare corticale, una diminuzione delle proteine fibrotiche e un aumento dell’attività della proteina chinasi AMPK [26].

 

Complesso AMPK

Il complesso AMPK (proteina chinasi attivata dall’adenosina monofosfato) è un complesso proteico composto da tre subunità: α (la subunità catalitica), responsabile dell’attività enzimatica, β (la subunità scaffolding), che aiuta a mantenere la struttura del complesso e γ (la subunità regolatoria), che monitora l’equilibrio tra i livelli citosolici di ATP e AMP. La riduzione dei livelli di glucosio indotta dagli SGLT2i determina un aumento del rapporto AMP/ATP, condizione ideale per l’attivazione di tale proteina chinasi, con lo scopo di promuovere processi catabolici per ripristinare i livelli di ATP [27].

È stato proposto che AMPK promuova upregulation di SIRT1, la quale, attraverso la deacetilazione PCG-1ɑ, porta all’attivazione di specifici fattori di trascrizione quali FOXO1 (Forkhead box protein O1) implicato nella gluconeogenesi epatica e glicogenolisi e FOXO3a (Forkhead box protein O3a), che regola la biogenesi mitocondriale per rigenerare ATP (Figura 3a) [28].

Studi recenti evidenziano che AMPK controlla la via dell’eliminazione selettiva di mitocondri disfunzionali attraverso l’attivazione di due proteine chiave, quali la DRP1 (Dynamin-related protein 1), che stimola la fissione ovvero la suddivisione dei mitocondri in organelli più piccoli, per poter essere successivamente eliminati (mitofagia) per opera della proteina ULK1 (Unc-51 like autophagy activating kinase 1) (Figura 3b) [29].

Dunque, AMPK rimuove i mitocondri danneggiati, mentre SIRT1 stimola la biogenesi mitocondriale, entrambe le molecole assicurano un controllo di qualità delle centrali energetiche cellulari, garantendo vitalità ai vari organi energivori come cuore e rene [30].

AMPK, come SIRT1, attenua la risposta infiammatoria condividendo la pathway di NF-κB. Il knockout di AMPK ha determinato la sovra-regolazione di TNFα e IL-6 a causa della mancata fosforilazione della proteina p65 sul residuo Ser276 del complesso proteico NF-κB (Figura 3c) [31].

In generale, questi risultati fanno intravedere per la prima volta una visione conciliante di differenti vie metaboliche stimolate dai SGLT2i, dovute alle attività di AMPK e SIRT1, sensori molecolari, noti da tempo ma mai collegati [32].

Figura 3. Differenti vie metaboliche attivate dagli SGLT2i, con effetti comuni sulla riduzione dell’infiammazione e sul ripristino dei livelli di ATP. La fosforilazione della subunità p65 sul residuo Lys 310 e Ser 276 da parte di SIRT1 e AMPK determina l’inibizione del complesso proteico NF-κB. Il pathway PGC-1α e la stimolazione della mitofagia aiutano a ripristinare i livelli di ATP e a contribuire ulteriormente a ridurre l’infiammazione. Si veda il testo per maggiori dettagli.

 

Complesso Akt /mTORC1

La proteina chinasi serina/treonina mTOR (mammalian Target of Rapamycin Complex), attivata in condizioni di eccesso nutrizionale, promuove la crescita e la proliferazione cellulare. La sua attività catalitica è posizionata tra due complessi proteici distinti noti come complesso 1 (mTORC1) e complesso 2 (mTORC2) con funzioni differenti.  La Akt (proteina chinasi B) potenzia l’attivazione di entrambi i complessi mTORC, ma viene inibita dalla rapamicina [33].

La segnalazione Akt/mTORC1 influenza centinaia di geni necessari per promuovere le vie anaboliche, stimolando l’attività mitocondriale, la replicazione cellulare, l’immunità innata potenziando le vie proinfiammatorie con rilascio di specie reattive dell’ossigeno (Figura 4 a).  Studi su modelli murini hanno mostrato che l’espressione di mTORC1 è essenziale per la replicazione dei cardiomiociti durante lo sviluppo fetale. Topi omozigoti mTORC1(-/-) mostrano un fenotipo caratterizzato da grave cardiopatia rispetto ai topi mTORC1(+/-) [34].

Evidenze sperimentali dimostrano che l’inattivazione del complesso mTORC1 in topi adulti determina l’insorgenza di una cardiomiopatia dilatativa severa, frequentemente con esito letale [35].

Tuttavia, numerosi studi sperimentali su modelli animali hanno documentato che anche una eccessiva stimolazione è causa di insufficienza cardiaca.  Non solo, in ambito clinico i risultati dello studio di Yano e collaboratori su campioni bioptici endomiocardici di pazienti con cardiomiopatia dilatativa mostrano un’attivazione miocardica aberrante di mTORC1, la cui intensità è associata alla gravità della fibrosi cardiaca con prognosi sfavorevole [36].

Inoltre è stato documentato che l’aumento dell’espressione di Akt nel miocardio umano sarebbe responsabile della transizione dall’ipertrofia ventricolare sinistra ben compensata all’insufficienza cardiaca scompensata [37]. Questa apparente contraddizione evidenzia la complessità del ruolo di mTORC1: proteina con una omeostasi finemente regolata. Sia l’iperattivazione che la delezione possono contribuire all’insorgenza e alla progressione della malattia, mentre la soppressione della segnalazione della via Akt/mTORC1 in determinati contesti migliora lo sviluppo della cardiomiopatia [38].

Sono disponibili numerosi lavori che documentano come l’eccessiva attività di Akt/mTORC1, in condizioni di sovraccarico nutrizionale, possa favorire infiammazione e fibrosi contribuendo così allo sviluppo ed evoluzione anche nella malattia renale cronica. In conclusione, mTORC1 potrebbe essere un biomarcatore per rivelare l’attività della malattia e prevedere la prognosi del paziente [39].

Pertanto le vie SIRT1/AMPK e Akt/mTORC1 sembrano essere strettamente interconnesse a livello molecolare. Quando i nutrienti sono abbondanti, prevale la segnalazione mTORC1 per favorire la crescita e replicazione cellulare. Al contrario, quando i nutrienti sono esauriti, avviene il silenziamento delle vie anaboliche per preservare l’integrità strutturale e funzionale delle cellule esistenti; SIRT1e AMPK sono fondamentali per questa risposta (Figura 4 b) [40].

Recenti lavori evidenziano che lo stato di deprivazione nutrizionale indotta dai SGLT2i sia responsabile di una inibizione diretta di Akt, mentre AMPK e SIRT1 attivati contribuiscono alla inibizione selettiva di mTORC1 (Figura 3c) [41].

Figura 4. Confronto dei principali pathway in risposta a stati di deprivazione e di eccesso nutrizionale, con effetti opposti. Attualmente, i dettagli molecolari dell’inibizione diretta del complesso mTORC1 da parte di AMPK e della proteina SIRT1 non sono ancora noti. Si veda il testo per maggiori dettagli.

 

Attenuazione della segnalazione SIRT1/AMPK nella malattia renale cronica secondaria a diabete mellito II

Il ruolo di SIRT1 nel prevenire la podocitopatia

La sindrome metabolica e il diabete mellito di tipo II sono condizioni in cui l’organismo percepisce un eccesso di nutrienti. Questo squilibrio metabolico è caratterizzato da una sovra-regolazione della via Akt/mTORC1 e riduzione del pathway SIRT1/AMPK (Figura 5 a) [42].

Studi sperimentali hanno evidenziato che l’attivazione persistente della via Akt/mTORC1 in cellule renali di topi diabetici obesi, indotta da una dieta ipercalorica, è significativamente associata a infiammazione, podocitopatia, proteinuria e danno renale [43].

Tuttavia, con l’inibizione farmacologica di mTORC1 da rapamicina, si osserva un aumento della densità degli autofagosomi, riduzione di stress ossidativo e apoptosi [44].

Nello specifico, è stato osservato che il blocco del pathway Akt/mTORC1 podocitaria, su colture cellulari animali e umane, per opera degli SGLT2i, è associato a un aumento dell’attività SIRT1 e AMPK, con benefici relativi agli outcome renali [45].

Recentemente è stato documentato che l’insulina riduce direttamente l’attività di SIRT1 interagendo con una sequenza specifica nella regione N terminale della sirtuina (Figura 5 b) [46].

Successivi studi su modelli animali hanno evidenziato che l’induzione sperimentale di SIRT1 e di PGC-1α nei podociti riduce significativamente l’albuminuria [47].

Il lavoro di Chuang su topi geneticamente modificati con silenziamento inducibile e reversibile di SIRT1 ha mostrato che la sua delezione aggrava il danno podocitario, mentre la sua espressione riduce significativamente l’accumulo di mitocondri dismorfici nei podociti contribuendo così all’integrità strutturale del loro citoscheletro [48].

Dugan ha osservato una significativa riduzione dell’espressione della proteina AMPK sia su colture cellulari di topi diabetici che su vetrini istologici di tessuto renale di pazienti affetti da nefropatia diabetica [49].

Lim e collaboratori ipotizzano che la riduzione della proteinuria, osservata in topi trattati con cinacalcet, potrebbe essere dovuta all’azione del calciomimetico, in grado di attivare selettivamente la proteina AMPK podocitaria [50].

La riduzione delle attività SIRT1/AMPK nei podociti innesca una serie di eventi deleteri per la cellula, dovuti alla ridotta densità degli autofagosomi, responsabili della progressiva scomparsa dei pedicelli (Figura 5 c) [51].

Figura 5. L’attenuazione multifattoriale (evidenziata in giallo) della via SIRT1/AMPK sarebbe responsabile della riduzione della densità degli autofagosomi, con un conseguente aumento dei processi infiammatori che causerebbero un’alterazione strutturale del citoscheletro dei podociti. Si veda il testo per maggiori dettagli.

Il ruolo degli SGLT2i nella podocitopatia  AGEs-correlata

Recenti studi epidemiologici hanno evidenziato come, nella nefropatia diabetica, l’attività autofagica venga ulteriormente attenuata dai prodotti finali della glicazione avanzata (AGEs), compromettendo in modo irreversibile la degradazione del contenuto degli autofagosomi [52].

Pertanto, l’accumulo citoplasmatico di molecole parzialmente digerite, può innescare e amplificare complessi fenomeni citotossici che culminano in apoptosi (Figura 5 d) [53].

Gli AGEs vengono principalmente endocitati dai tubuli prossimali renali e, nel tentativo di essere degradati dai lisosomi, quest’ultimi vanno incontro a disfunzione enzimatica. Recentemente sono stati quantificati, attraverso tecniche analitiche (immunofissazione, cromatografia e spettrometria di massa), anche all’interno di altri distretti cellulari [54].

Nuove ricerche hanno evidenziato il ruolo cruciale della disfunzione lisosomiale AGEs-correlata responsabile del fenomeno dell’effacement dei podociti, una condizione che altera la barriera di filtrazione glomerulare favorendo l’insorgenza di glomerulosclerosi e proteinuria [55].

Liu e collaboratori, su modelli animali, sono riusciti a inibire la formazione degli AGEs con la piridossamina, osservando la riattivazione dell’autofagia e della mitofagia [56].

Alla luce di tali dati, gli autofagosomi iniziano a essere considerati come marcatori: un aumento della loro densità nei podociti presagisce un ridotto rischio di progressione di malattia renale in soggetti diabetici, mentre una diminuzione della loro concentrazione è considerata un fattore prognostico negativo soprattutto in casi di trapianto renale [57].

Hob e Chen sono convinti che l’attenuazione farmacologica della disfunzione autofagica possa rappresentare una nuova valida terapia per prevenire il danno podocitario e ridurre la proteinuria nella nefropatia diabetica [58].

Numerose pubblicazioni convergono sul ruolo che la regolazione positiva dei sensori molecolari SIRT1/AMPK da parte degli SGLT2i rappresenti una valida strategia terapeutica per rallentare la progressione del danno renale. Contemporaneamente, sarebbe cruciale identificare nuovi approcci farmacologici utili a rimuovere gli AGEs, potenziando così il turnover cellulare e mitocondriale.

 

Disfunzione della segnalazione dei sensori di bassa energia nel tessuto cardiaco

Effetti cardioprotettivi degli SGLT2i durante la fase ischemica

Numerosi studi evidenziano il ruolo cruciale della sovraregolazione della proteina SIRT1 nel recupero funzionale cardiaco dopo un evento ischemico seguito da riperfusione (I/R). Tuttavia, i dettagli molecolari dei benefici di SIRT1 nell’attenuare il danno da I/R non sono ancora completamente chiariti. La maggior parte dei lavori ha associato alla sirtuina la proprietà di modulare diversi processi patofisiologici, come lo stress ossidativo, l’infiammazione, l’apoptosi e l’autofagia, attraverso l’interazione con specifici fattori di trascrizione (Figura 6) [59].

In un modello sperimentale di I/R, topi knockout SIRT1 hanno evidenziato un aumento significativo della concentrazione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS), correlato a un maggior danno cellulare a livello cardiaco. Al contrario, la sovraespressione di SIRT1 ha esercitato un effetto protettivo, riducendo la tossicità da ROS attraverso l’attivazione del fattore di trascrizione FoxO1 con aumento della sopravvivenza dei cardiomiociti (Figura 6 a) [60].

Zhoo e collaboratori hanno evidenziato che l’upregulation di SIRT1, mediante vettori adenovirali su cardiomiociti isolati, determina l’attivazione di Nrf2 (Nuclear factor erythroid 2-related factor 2) che promuove la sintesi di proteine antiossidanti contribuendo così alla riduzione della concentrazione di ROS (Figura 6 a) [61].

Come già discusso in precedenza, il ruolo di SIRT1 nell’attenuare l’infiammazione riducendo l’espressione di fattori pro-infiammatori quali IL-6, TNF-α e IL-1β nei cardiomiociti, attraverso l’inibizione delle vie NLRP3 e NF-κB è stato ampiamente documentato con tecniche di Western Blotting e Immunoistochimica su colture cellulari di modelli murini (Figura 6 b) [62].

Durante il fenomeno di I/R miocardica, si verifica un eccessivo accumulo di ferro con rilascio di radicali liberi stimolando la ferroptosi, una forma letale di morte cellulare, che contribuisce allo sviluppo di malattie cardiovascolari. La sovraespressione di SIRT1 è riuscita a mitigare questi effetti deleteri, aumentando la sopravvivenza dei cardiomiociti con riduzione del danno tissutale in vitro [63].

SIRT1, inibendo l’attività trascrizionale di p53, contrasta l’apoptosi e promuove la sopravvivenza dei cardiomiociti in condizioni di carenza di nutrienti [64].

Contemporaneamente, l’up-regulation di PGC-1α da parte della Sirtuina1 determina l’inibizione dell’espressione di Bax (proteina pro-apoptotica) e l’attivazione della Bcl-2 (proteina anti apoptotica), proteggendo ulteriormente i cardiomiociti dall’infortunio (Figura 6 c) [65].

Gli effetti cardioprotettivi da SIRT1 sono ulteriormente amplificati dalla proprietà di modulare l’autofagia, processo adattativo e compensativo di pulizia cellulare che garantisce l’omeostasi cellulare ed energetica attraverso la rimozione di aggregati proteici disfunzionali accumulatisi per inibizione del sistema ubiquitina-proteasoma dovuta dall’ischemia (Figura 6 d) [66].

Sybers e collaboratori, tramite microscopia elettronica, hanno osservato la formazione di vacuoli autofagici contenenti organelli disfunzionali in cellule miocardiche di ratto dopo un evento ischemico [67].

Le osservazioni di Decker su cuori di coniglio dopo 20 minuti da un insulto ischemico, hanno evidenziato che l’aumento di densità delle vescicole autofagiche sarebbe correlato direttamente a una riduzione di fenomeni necrotici [68].

Yan e collaboratori hanno notato che i marcatori di autofagia cardiaca in modelli murini non solo aumentano dopo evento di ischemico, ma presentano addirittura un’esacerbazione durante la fase di riperfusione [69].

Si ipotizza che l’autofagia potenziata svolgerebbe un ruolo essenziale per la protezione e sopravvivenza delle cellule cardiache durante un insulto I/R. Al contrario, le ricerche di Levine suggeriscono però che il fenomeno dell’autofagia sostenuta, che si verifica durante la riperfusione dopo un evento ischemico, può risultare addirittura deleterio per la sopravvivenza stessa dell’organo [70].

Sembra che l’autofagia assuma un ruolo duale nell’I/R miocardica. Durante la fase ischemica, l’attivazione autofagica rimuove i rifiuti metabolici in eccesso, organelli disfunzionali e ROS per garantire sopravvivenza dei cardiomiociti (Figura 6 d), mentre l’autofagia sostenuta durante la riperfusione causerebbe l’esaurimento delle componenti intracellulari fino a morte cellulare (Figura 6 e) [71].

Figura 6. Danno da Ischemia/Riperfusione. Nella parte superiore del grafico è rappresentato il ruolo di Bax e delle specie reattive dell’ossigeno (ROS). Le loro concentrazioni, che aumentano nella fase ischemica, sono poi responsabili dell’autofagia sostenuta e dell’intensa attività apoptotica durante la riperfusione. Nella parte inferiore, invece, l’uso degli SGLT2i contribuisce a prevenire il danno da riperfusione riducendo significativamente Bax e ROS e aumentando l’espressione di Bcl-2. Si veda il testo per maggiori dettagli.

Effetti cardioprotettivi degli SGLT2i durante la riperfusione

Mokhtari e collaboratori ritengono che l’elevata concentrazione di ROS possa essere responsabile del processo autofagico potenziato [72].

I ROS possono indurre l’up-regulation di Beclin-1 (già attiva) nei cardiomiociti durante la fase di riperfusione (Figura 6 f). Diversi studi hanno mostrato che l’autofagia indotta da ROS-Beclin-1 durante la riperfusione è di tipo eccessivo. Nella fase iniziale dell’ischemia, l’attivazione di Beclin1 è necessaria per l’inizio dell’autofagia, ma un’elevazione sostenuta di Beclin-1 durante la fase di riperfusione porta a un’iperattivazione del processo autofagico. Il knockdown di Beclin-1 nelle cellule miocardiche ha inibito significativamente tale processo durante la riperfusione, promuovendo la sopravvivenza cellulare [73].

Oltre alla via ROS-Beclin-1, la riperfusione può amplificare il fenomeno dell’apoptosi, alterando l’equilibrio tra Bcl-2 e Bax, favorendo quest’ultima, innescando così il rilascio di fattori che attivano le caspasi (Figura 6g) [74].

Pertanto, l’uso degli SGLT2i durante l’intero periodo ischemico determina una riduzione delle concentrazioni di Bax e ROS, impedendo l’attivazione di apoptosi e autofagia prolungata durante la fase di riperfusione salvaguardando la salute e sopravvivenza dei cardiomiociti (Figura 6h) [75].

Effetti cardioprotettivi degli SGLT2i nello scompenso cardiaco cronico

Un cuore che va incontro a scompenso è spesso visto come carente di energia, ma lo stato metabolico del miocardio nell’insufficienza cardiaca è complesso. Il cuore sano genera ATP, ma durante lo scompenso l’assunzione di acidi grassi e glucosio nei cardiomiociti è mantenuta, tuttavia il consumo di entrambi da parte dei mitocondri disfunzionali è ridotto. Di conseguenza, lipidi e intermedi del glucosio si accumuleranno nel citoplasma, segnalando la presenza di un eccesso di nutrienti intracellulari, con attivazione della via Akt/mTOR e attenuazione della via α2-AMPK (isoforma cardiaca di AMPK) /SIRT1 (Figura 7) [76].

In ambito clinico, è stata documentata la ridotta attività di SIRT1 e PGC-1α, non solo sui leucociti periferici di pazienti affetti da cardiopatia ischemica e dilatativa idiopatica, ma anche su campioni istologici di cuori di pazienti deceduti per le medesime patologie [77].

Inoltre, Wang ha individuato mutazioni puntiformi di PGC-1α in alcuni soggetti affetti da cardiopatia [78].

La downregulation dei sensori molecolari della deprivazione nutrizionale e la costante attivazione della via di abbondanza di nutrienti sono responsabili della ridotta densità degli autofagosomi e di elevate concentrazioni di ROS. Per molti, l’assenza di vacuoli autofagici nel cuore umano rappresenta un indicatore di prognosi sfavorevole [79].

Prove sperimentali su modelli animali, indipendentemente dallo stato diabetico, dimostrano che gli interventi atti a promuovere la segnalazione di AMPK2α /SIRT1 sono efficaci nel contrastare lo stress ossidativo, l’infiammazione, la fibrosi e di conseguenza ridurre il rischio sviluppo di cardiomiopatie [80].

Figura 7. La riduzione della densità dei vacuoli autofagici nel cuore umano, indipendentemente dallo stato diabetico, è interpretata come un fattore prognostico negativo relativo all’evoluzione dello scompenso cardiaco. α2-AMPK isoforma cardiaca del complesso AMPK. Si veda il testo per maggiori dettagli.

 

Sintesi e conclusioni

Gli studi sperimentali e clinici precedentemente esposti dimostrano che gli SGLT2i inducono un peculiare profilo di effetti cardio- e reno-protettivi non spiegabili solamente con la glicosuria. Essa stessa, infatti, funge da stimolo per azioni cellulari e molecolari volte a preservare la salute di tutti gli organi e tessuti a prescindere dall’espressione di SGLT2. La stimolazione coordinata di SIRT1/AMPK/HIF-2α esercita effetti diretti sull’efficienza del metabolismo energetico, eritrocitosi, prevenzione della podocitopatia e infiammazione tubulointerstiziale. La segnalazione SIRT1/2α-AMPK è cruciale nell’attenuare la disfunzione e la morte dei cardiomiociti dopo un evento ischemico seguito da riperfusione. Il silenziamento della via Akt/mTORC1 contribuisce inoltre a rallentare l’evoluzione della insufficienza cardiaca e renale (Tabella 3).

Non solo SIRT1: anche altre sirtuine vengono attivate, esplicando effetti tessuto-specifici che sono attualmente oggetto di approfondita ricerca. Ulteriori approfondimenti sperimentali, integrati da osservazioni cliniche, sono indispensabili per decifrare le complesse interazioni molecolari e le risposte cellulari indotte da questa classe di farmaci, aprendo nuove prospettive per strategie terapeutiche mirate alla prevenzione e al trattamento delle patologie cardiorenali indipendentemente dallo stato diabetico.

Upregulation Downregulation
SIRT 1-7

↑ Omeostati cellulare, integrità strutturale e funzionale degli organi

NLRP3, L-1β e TNF ɑ, NF-κB,

↓ Stress ossidativo, infiammazione, apotposi

SIRT1, PGC-1α.

↑ Glicogenolisi, gluconeogenesi, biogenesi mitocondriale

HIF-1α

↓ Fibrosi tubulointerstiziale

HIF-2α, HNF4

↑ Eritropoiesi, ↑IRP

 

Akt/mTORC1

↓ Proteinuria

↓ Cardiomiopatia dilatativa, ipertrofia ventricolare

AMPK

↑ Integrità strutturale dei podiciti

↑ Preservare la funzione renale

Bax, P53, ROS

↓ Ferroptosi, stress ossidativo

↑ Cardioprotezione da ischemia

2α- AMPK

↑ Preservare la funzione cardiaca

ROS, Bax, Capsasi

↑ Cardioprotezione da riperfusione

Tabella 3. Le molteplici strade della nefro- e cardioprotezione. Gli SGLT2i, tramite l’attivazione o la soppressione di specifici pathway molecolari, offrono molteplici benefici interconnessi: dal ripristino della salute cellulare e tissutale alla riduzione dell’infiammazione, contribuendo così a proteggere organi vitali come cuore e reni. Si veda il testo per i dettagli.

 

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Ottimizzazione del trattamento e aderenza agli standard di cura nella gestione della CKD in medicina generale: il progetto TOSCA-CKD

Abstract

Background. Una collaborazione efficace tra medici di medicina generale (MMG) e nefrologi è fondamentale per ottimizzare la gestione della malattia renale cronica (CKD). Il progetto TOSCA-CKD (Treatment Optimization and Standard of Care Adherence in CKD Primary Care) ha avuto l’obiettivo di valutare l’implementazione delle linee guida e l’utilizzo di terapie nefroprotettive nella medicina generale.
Metodi. I dati clinici sono stati raccolti dalle cartelle elettroniche dei medici di base in 12 regioni italiane. Le informazioni sono state analizzate al basale (T0) e dopo 6 mesi (T6) di collaborazione con i nefrologi. Durante questo periodo osservazionale, i MMG hanno partecipato a programmi di formazione a distanza, che includevano webinar condotti da esperti e discussione di casi clinici.
Risultati. Hanno partecipato allo studio 76 MMG e 9 nefrologi, valutando una coorte di 124,759 pazienti. L’utilizzo del test uACR (rapporto urinario albumina/creatinina) è aumentato del 23.3% da T0 a T6 (dal 3.0% al 3.7%; p < 0.001). Analogamente, l’utilizzo del calcolo del eGFR è aumentato del 15.2% (dal 29.7% al 34.2%; p < 0.001). La diagnosi di CKD è aumentata del 17,5% tra i pazienti con eGFR < 60 mL/min/1,73 m² (dal 4% al 4.7%) e del 40% tra i pazienti con ACR > 30 mg/g (dallo 0.5% allo 0.7%). L’uso di ACEi/ARB si è mantenuto stabile intorno al 50%, mentre il trattamento con SGLT2i, il nuovo standard terapeutico secondo le attuali linee guida sulla CKD, è aumentato del 29.8% (dal 4.7% al 6.1%).
Conclusioni. Il progetto TOSCA-CKD ha dimostrato che la formazione a distanza dei MMG e un approccio strutturato di co-gestione con i nefrologi migliorano significativamente l’identificazione precoce e la gestione della CKD nella medicina generale.

Parole chiave: malattia renale cronica, medicina generale, terapia medica basata sulle linee guida, screening, SGLT2i

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in inglese.

Introduction

Chronic kidney disease (CKD) is a prevalent and often underrecognized condition, affecting an estimated 700-840 million individuals worldwide [1]. It is characterized by persistent structural and/or functional kidney abnormalities, typically followed by progressive kidney damage. CKD is defined by the 2024 KDIGO guidelines as an estimated glomerular filtration rate (eGFR) of ≤60 mL/min/1.73 m², measured over a duration of at least three months, irrespective of the underlying etiology. CKD can also be diagnosed in the presence of kidney damage for a minimum of 3 months, indicated by structural abnormalities (e.g., detected through imaging or renal biopsy), persistent urine sediment abnormalities, or more frequently elevated urine albumin-to-creatinine ratio (ACR ≥30 mg/g).

The guidelines further classify CKD based on eGFR, divided into five stages (G1-G5), and on the degree of albuminuria, categorized into three stages (A1-A3). CKD is associated with an increased risk of cardiovascular disease and progression to end-stage kidney disease (ESKD). Currently, CKD is the 10th leading cause of death in the United States [2], with projections indicating it will become the 5th leading cause of death by 2040 [3].

Epidemiological data from the National Health and Nutrition Examination Survey III (NHANES III) report a global prevalence of CKD of approximately 10%. In Italy, the prevalence of CKD is estimated at 7.8% in women and 8.1% in men, based on data from the CARHES study [4]. This burden is expected to increase due to several factors, including population ageing, the rising incidence of comorbidities such as type 2 diabetes (T2D), heart failure (HF), and hypertension (HTN), as well as increased awareness of the importance of early CKD diagnosis, supported by the availability of simple, reliable, and cost-effective diagnostic tests.

The recent international REVEAL-CKD study highlighted the importance of early detection and prompt therapeutic intervention in CKD management. This study not only assessed the prevalence of undiagnosed early-stage CKD (stage 3), but also explored the associated risk factors (T2D, HTN, HF) and the impact of early diagnosis and appropriate therapeutic strategies on slowing disease progression. The REVEAL-CKD study found high rates of underdiagnosis, ranging from 61.6% to 95.5% across different countries, including the United States, Italy, Germany, Japan, and France. Specifically, the Italian cohort revealed that 77% of patients in stage 3 were undiagnosed (with 83.0% in stage 3a and 64.8% in stage 3b). Further analysis of the international cohort revealed that among patients who were diagnosed with stage 3 CKD, there was a notable reduction in the rate of eGFR decline, dropping from an average of -4.12 mL/min per year to just -0.30 mL/min per year over a two-year period. These findings emphasize that early diagnosis, followed by appropriate treatment and monitoring in accordance with clinical guidelines, can significantly slow the progression of CKD and potentially reduce the risk of adverse outcomes such as end-stage kidney disease [5].

The key role of GPs in the early identification of CKD was explored by the DANTE CKD pilot study (Disease Awareness Innovation Network for Chronic Kidney Disease Identification in General Practice) [6]. This study demonstrated the crucial role of early diagnosis and effective co-management between GPs and nephrologists in optimizing care pathways and potentially delaying disease progression. Through a regional experience, the study showed that targeted training and close collaboration between GPs and nephrologists significantly increased GPs’ awareness of CKD, facilitating earlier diagnosis, especially in high-risk patients, such as those with T2D, HTN, and HF, conditions that are strongly associated with kidney disease. The impact was evident in the increased proportion of patients tested for eGFR and uACR.

After the impressive results achieved through this regional experience within six months of collaboration between GPs and nephrology specialists, the national ENDORSE project (Early Chronic Kidney Disease Point of Care Screening) [7] was developed to evaluate, across Italy, the clinical and economic implications of GPs’ targeted training to enhance CKD early diagnosis. The ENDORSE project involved over 50 GPs and a cohort of more than 110,000 individuals, aiming to build a national collaborative network connecting nephrologists and primary care providers across 11 regions. After six months, the proportion of patients tested for eGFR increased by 44.7%, while testing for uACR rose by 95.2%. Overall, the number of patients screened according to KDIGO guidelines increased by 128.9%, demonstrating the effectiveness of medical networking and targeted training in improving early detection of CKD. In addition, to assess the potential economic benefits of early CKD diagnosis, a Budget Impact Analysis (BIA) was conducted within the enrolled cohort, considering a timeframe of 5 years and varying rates of eGFR decline. The analysis projected cumulative savings of €1.7 million over five years in the study cohort, and an estimated savings of €106.6 million when applied to the entire Italian CKD population.

Building on the evidence of these prior initiatives, the TOSCA-CKD project (Treatment Optimization and Standard of Care Adherence in CKD Primary Care) was designed to further enhance early identification of CKD patients and ensure timely referral to nephrologists for optimized treatment. While the DANTE and ENDORSE projects focused primarily on early diagnosis, TOSCA-CKD aimed to evaluate in primary care settings the implementation of clinical guidelines and the use of nephroprotective therapies, including RAAS inhibitors and SGLT2 inhibitors, to better manage disease progression. By reinforcing both diagnostic and therapeutic management, TOSCA-CKD aims to further reduce the burden of CKD and improve patient outcomes through a more integrated and coordinated approach to care.

 

Methods

The TOSCA-CKD project involved 76 General Practitioners (GPs) from 12 different Italian regions, supported by 9 nephrologists and 1 tutor who provided technical assistance on the use of the clinical information system. GPs were suggested by the panel of nephrologists based on several selection criteria, aiming to ensure a representative and balanced sample. A fundamental inclusion criterion was the use of the Millewin electronic health record (EHR), a Class I medical device (EU Regulation 2017/745) authorized by the Italian Ministry of Health (ID 1847935), which is employed for the registration and storage of clinical data within the Italian National Health Service (SSN). Further criteria included the geographic representation of GPs, with participants selected from different regions to reflect the diversity of healthcare settings across the country, and the matching of GPs for similar patient loads to minimize potential biases related to differences in practice volume.

GPs involved in the TOSCA-CKD project participated in a series of structured training sessions conducted by nephrologists. These sessions were designed to update GPs on the latest clinical guidelines for the diagnosis, monitoring, and management of CKD, as well as its common comorbidities. The primary goal of the training was to strengthen GPs’ skills in early CKD detection, improve their ability to manage the disease effectively, encourage collaborative networking with nephrologists, and ultimately ensure optimal care for patients.

At baseline (T0) and after 6 months (T6) of training and networking activities, participating GPs were asked to extract specific clinical data from their Millewin EHRs. The data collected included: number of patients evaluated, age, sex, comorbidities, estimated glomerular filtration rate (eGFR), albumin-to-creatinine ratio (ACR), ongoing pharmacological treatments, and the proportion of patients with eGFR < 60 mL/min/1.73m² and ACR> 30. All data collected were anonymized to ensure patient privacy and were then used for subsequent analysis.

 

Statistical analysis

The original dataset included 124,759 patients examined at baseline (T0) and 126,921 patients examined after six months (T6). A descriptive analysis was performed for patient demographics (age, gender) and the prevalence of comorbidities. Screening tests and the use of specific medications were assessed at both T0 and T6. The change (Delta) between T0 and T6 was calculated as the percentage difference.

Pearson’s Chi-square test was used to assess the statistical significance of differences observed between T0 and T6. An alpha significance level of 0.05 was set for all statistical analyses. Data were analyzed using IBM SPSS Statistics software, version 28.

 

Results

The baseline characteristics [T0] of the 124,759 patients included in the cohort, whose data were extracted from Electronic Medical Records (EMRs) of 76 GPs across 12 Italian regions, are summarized in Table 1. The mean age of the cohort was 53.21 years (SD ± 20.87), with 52.8% of patients being female. Regarding comorbidities commonly associated with CKD, 8% of patients had T2D, 23.9% had HTN, and 1% had HF.

At the 6-month follow-up (T6), the demographic profile remained largely unchanged, with a total of 126,921 patients. The mean age was 52.93 years (SD ± 20.94), and the proportion of female patients was 52.9%. The prevalence of T2D, HTN, and HF was 8.5%, 25.3%, and 1.1%, respectively (Table 1).

Overall, a significant increase in uACR and eGFR tests was observed after the educational intervention (Table 2 and 3). Specifically, the proportion of patients undergoing uACR screening rose from 3.0% at T0 to 3.7% at T6, reflecting a 23.3% increase in screening (p < 0.001). Similarly, eGFR testing increased from 29.7% at T0 to 34.2% at T6, representing a 15.2% increase in the rate of testing (p < 0.001).

When analyzed by subgroup, a 15% increase in uACR screening was found among T2D patients (p < 0.001), and a 14.6% increase was observed in patients with HTN (p < 0.001). In contrast, for patients with HF, the change in uACR screening was not statistically significant (p = 0.116). In terms of eGFR testing, the rate among patients with diabetes increased by 8.6% (p < 0.001), while it rose by 7.3% among hypertensive patients (p < 0.001). Similarly, the increase in eGFR testing for HF patients did not reach statistical significance (p = 0.129).

The overall increase in screening activity among GPs, prompted by the training intervention, resulted in a higher number of new CKD diagnoses. From T0 to T6, the proportion of patients with eGFR <60 mL/min/1.73m² increased by 17.5%, from 4% to 4.7% (p < 0.001) (Figure 1a), while the proportion of patients with uACR ≥30 mg/g expanded by 40%, from 0.5% to 0.7% (p < 0.001) (Figure 1b).

Regarding pharmacological treatments, the percentage of use of different classes of drugs in patients with CKD (e-GFR <60 mL/min/1.73 m²) was assessed. Overall, adherence to clinical guidelines was found to be low, with no significant global changes from T0 to T6, except for the use of SGLT2i (Table 4, Figure 2a). Specifically, around half of the patients with CKD were prescribed ACEi (50.5% at T0 and 49.9% at T6). Similarly, the proportion of patients on angiotensin receptor blockers (ARBs) was 48.4% at T0 and 48.7% at T6. The ACEi/ARB combination therapy was used by 22.2% of patients at T0 and 22.6% at T6. Additionally, 44.9% of patients were prescribed diuretics at T0 and at T6.

SGLT2i were prescribed to 4.7% of patients at T0 and 6.1% at T6, reflecting a 29.8% increase (p < 0.05) (Figure 2b). It is worth noting that, during the study period, dapagliflozin was the only SGLT2 inhibitor approved in Italy for the treatment of CKD, regardless of diabetes status. Dapagliflozin accounted for more than half of all SGLT2i prescriptions, both at baseline and at T6 (2.6% and 3.5%, respectively), representing a 34.6% increase (p < 0.05).

COVARIATE T0 (N=124759) T6 (N=126921)
AGE
Mean (SD) 53.21 (20.87) 52.93 (20.94)
SEX
Male 58.825 (47.2%) 59.767 (47.1%)
Female 65.934 (52.8%) 67.154 (52.9%)
T2D
Count (%) 9.951 (8) 10.725 (8.5)
HTN
Count (%) 29.849 (23,9) 32.144 (25.3)
HF
Count (%) 1.249 (1) 1.411 (1.1)
Table 1. Demographic and clinical characteristics of cohort population at T0 and T6. Type 2 Diabetes; HTN: Hypertension; HF: Hearth Failure; SD: Standard Deviation.
GROUP T0 T6 DELTA (%) p-value
OVERALL
Count N° (%) 3,743 (3.0) 4,695 (3.7) +23.3 <0.001¹
T2D
Count N° (%) 2,052 (20,6) 2,546 (23.7) +15.0 <0.001¹
HTN
Count N° (%) 2,855 (9.6) 3,543 (11.0) +14.6 <0.001¹
HF
Count N° (%) 177 (14.2) 231 (16.4) +15.5 = 0.116
Table 2. Variation in uACR test prescribed between T0 and T6. uACR: Urine albumin-creatinine ratio; T2D: Type 2 Diabetes; HTN: Hypertension; HF: Heart Failure; ¹Pearson’s Chi-square test was found to be statistically significant (p-value < 0.001).
GROUP T0 T6 DELTA (%) p-value
OVERALL
Count N° (%) 37,055 (29.7) 43,466 (34.2) +15.2 <0.001¹
T2D
Count N° (%) 5,662 (56.9) 6,631 (61.8) +8.6 <0.001¹
HT
Count N° (%) 15,901 (53.3) 18,378 (57.2) +7.3 <0.001¹
HF
Count N° (%) 735 (58.8) 871(61.7) +4.9 = 0.129
Table 3. Variation in e-GFR test prescribed between T0 and T6. e-GFR: Estimated Glomerular Filtration Rate; T2D: Type 2 Diabetes; HT: Hypertension; HF: Heart Failure; ¹Pearson’s Chi-square test was found to be statistically significant (p-value < 0.001).
DRUG T0 (%) T6 (%) DELTA (%) p-value
ACEi 50.5 49.9 -1.2 Ns
ARBs 48.4 48.7 +0.6 Ns
ARBs+ACEi 22.2 22.6 +1.8 Ns
SGLT2i 4.7 6.1 +29.8 p<0.05¹
MRA 14.5 14.8 +2.1 Ns
DIURETICS 44.9 44.9 0 Ns
BETA BLOCKERS 52.8 53.1 +0.6 Ns
CALCIUM ANTAGONISTS 40.2 40.3 +0.2 Ns
LIPID LOWERING DRUGS 60.7 60.6 -0.2 Ns
Table 4. Drugs utilization in CKD patients (e-GFR<60 mL/min/m2) between T0 and T6. e-GFR: Estimated Glomerular Filtration Rate; ACEi: Angiotensin-converting enzyme inhibitors; ARBs: Angiotensin Receptor Blockers; SGLT2i: Sodium-glucose cotransporter 2 inhibitors; MRA: Mineralcorticoid receptor antagonist. ¹Pearson’s Chi-square test was found to be statistically significant (p-value <0.05); ns:  statistically non-significant.
Figure 1. The proportion of patients diagnosed with CKD by 17.5% for patients with a glomerular filtration rate (e-GFR) < 60 mL/min/1.73 m² (a)
Figure 1. The proportion of patients diagnosed with CKD by 17.5% for patients with a glomerular filtration rate (e-GFR) < 60 mL/min/1.73 m² (a) and by 40% for patients with an albumin-to-creatinine ratio (ACR) ≥ 30 mg/g (b). CKD: Chronic Kidney Disease; e-GFR: estimated glomerular filtration rate; ACR: albumin-to-creatinine ratio.
Figure 2. Use of ACEi and ARBs remained almost stable between T0 and T6 at around 50%, with no significant difference
Figure 2. Use of ACEi and ARBs remained almost stable between T0 and T6 at around 50%, with no significant difference (a); use of sodium-glucose cotransporter 2 inhibitors (SGLT2i) increased by 29.8% from 4.7% to 6.1%; the difference was statistically significant (p value < 0.05) (b). ACEi: angiotensin-converting enzyme inhibitors; ARBs: angiotensin receptor blockers; SGLT2i: sodium-glucose cotransporter 2 inhibitors.

 

Discussion

CKD is a significant global health burden, associated with high morbidity, mortality, and substantial healthcare costs. A microsimulation model used in the INSIDE-CKD study assessed the clinical burden of CKD across eleven countries: Australia, Belgium, Brazil, Canada, China, Japan, Germany, Italy, France, Spain, the UK, and the US. It collected data on CKD prevalence, renal replacement therapy (RRT), comorbidities, and cardiovascular complications for each country [8].

For Italy, the model projected an increase in the CKD population from 3.9 million in 2021 to 4.4 million by 2026, representing a 14.7% rise in the estimated prevalence per 100,000 population. The profile of CKD is expected to shift towards more advanced stages (3b-5), with an estimated increase in RRT cases from 73,370 to 84,671. The financial impact on healthcare costs is projected to be significant, with an anticipated rise of 10.8%, of which 53% will be attributed to the costs of renal replacement therapy. In 2021, CKD accounted for 3.2% of Italy’s public healthcare spending, totaling approximately 4 billion euros.

In this context, GPs, who manage the majority of patients with or at risk of CKD, play a pivotal role in the early detection of the disease. Unfortunately, awareness among GPs remains suboptimal. In 2017, for example, the International Society of Nephrology’s Global Kidney Health Atlas survey, conducted across 125 countries (representing approximately 93% of the world’s population), found that 64% of respondents reported low or very low awareness of CKD in primary care settings [9]. To address this gap, Aminu K. Bello et al. stressed the importance of well-designed training programs, recommending hybrid models that combine webinars, face-to-face sessions, case study workshops, symposia, and online learning modules. These approaches aim to bridge knowledge gaps and facilitate the adoption of appropriate diagnostic and therapeutic pathways [10].

The TOSCA-CKD project, consistently with the results of the DANTE and ENDORSE studies, aimed to further demonstrate the value of training programs and GP-nephrologist networking in improving awareness and optimal management of CKD patients in the Italian real-world setting. The project successfully showed the effectiveness of educational programs in enhancing CKD awareness, leading to a significant increase in the routine use of diagnostic tests, particularly in high-risk populations. Specifically, the use of uACR and eGFR increased by 23.3% and 15.2%, respectively, over the study period, resulting in a corresponding rise in CKD diagnoses. In particular, the proportion of patients with eGFR <60 ml/min/1.73m² increased by 17.5%, while the proportion of patients with uACR ≥30 rose by 40%, with both changes being statistically significant.

In addition to early detection, timely implementation of appropriate therapeutic interventions, especially through specialist referral, is essential for effective CKD management. Significant pharmacological advancements have been made in the management of CKD in recent years, particularly with the introduction of SGLT2i. These medications have provided strong clinical evidence in slowing disease progression and reducing complications in CKD patients, irrespective of diabetes [1113]. As a result, SGLT2i have become a cornerstone of CKD management, with international guidelines now recognizing them as the new standard of care for these patients.

The proven clinical benefits of SGLT2i may also lead to a reduction in healthcare costs, as outlined in previous studies. For example, an analysis conducted by McEwan et al., published in 2023, evaluated the economic impact of dapagliflozin treatment in addition to standard of care (SoC) compared to SoC alone, over a 3-year period. Specifically, applying the results of the DAPA-CKD study to a cohort of 100,000 patients, the economic analysis calculated the healthcare costs associated with managing end-stage kidney disease (ESKD), hospital admissions for heart failure (HHF), acute kidney injury (AKI), and all-cause mortality (ACM). The study found that treatment with dapagliflozin plus SoC resulted in a 33% reduction in total healthcare costs (equating to $264 million) over 3 years, due to a reduction in cardiorenal events [14].

Despite the robust evidence supporting their clinical and economic benefits, SGLT2i are still not widely adopted in clinical practice. A study conducted in the UK to assess the adoption of KDIGO 2024 guidelines and the appropriateness of CKD management in primary care revealed that only 17% of eligible patients were on SGLT2i treatment, most of whom were T2D patients. Importantly, patients at higher risk for adverse outcomes based on eGFR and albuminuria were less likely to receive SGLT2i therapy, as were non-diabetic patients. Although the time between the publication of KDIGO 2024 recommendations and the observational period of the project may have been too short to observe significant impact in clinical practice, these findings highlight the ongoing need for training and education for clinicians to ensure that patients at high risk of kidney disease progression receive the most appropriate treatments [15].

Further, the OPTIMIZE-CKD study by Tangri et al. highlighted the impact of treatment inertia in initiating nephroprotective therapies in patients with CKD [16]. This study specifically examined the use of SGLT2i in patients newly diagnosed with stages 3-4 CKD in Japan, Sweden, and the United States, after the approval of dapagliflozin in these countries. The results revealed that, more than 12 months post-approval, only 1.4%, 5.1%, and 1.3% of patients, respectively, had been treated with dapagliflozin. Notably, non-diabetic CKD patients, the majority of the cohort, were less likely to be prescribed dapagliflozin compared to those with T2D. This delay in the adoption of new therapies highlights the challenges associated with translating clinical evidence into practice and the persistence of treatment inertia, particularly in non-diabetic patients.

In Italy, a similar pattern of inertia in using nephroprotective therapies has been observed. The Annali AMD report from the Italian Associazione Medici Diabetologi (AMD) highlighted that, despite a general increase in the use of SGLT2i among patients with T2D (from 29% in 2022 to 35.8% in 2023), 62.5% of diabetic patients with concomitant CKD were still not receiving these medications. This finding points to the persistent gap in treatment, despite growing evidence of the SGLT2i efficacy in reducing kidney and cardiovascular events [17].

To further raise awareness among GPs and address the suboptimal management of CKD patients, the TOSCA-CKD study aimed to evaluate the use of nephroprotective drugs, such as RAASi and SGLT2i, in CKD patients (eGFR <60 mL/min/1.73m²) during the observation period. The results confirm the underutilization of guideline-directed medical therapies (GDMT). At baseline (T0), only half of the patients were prescribed an ACEi (50.5%) or an ARB (48.4%), with these rates remaining almost unchanged at T6 (ACEi 48.7%, ARBs 49.9%). Conversely, for SGLT2i, a significant increase in treatment adoption was observed from T0 to T6, rising from 4.7% of patients to 6.1%, reflecting a 29.8% increase (p < 0.05). Among SGLT2i, dapagliflozin was the most frequently used drug, particularly due to its prescribing eligibility by nephrologists during the project period, with a 34.6% increase from T0 to T6.

One possible explanation for the lack of increase in the use of ACE inhibitors and ARBs from T0 to T6, in contrast to the observed rise in the use of SGLT2 inhibitors, could be the significant focus placed on this novel class of drugs within the context of the study, as they are recommended as first-line therapy by the guidelines. Given this emphasis, it is likely that, in the first instance, SGLT2 inhibitors were prioritized and added to patients already receiving ACE inhibitors or ARBs, particularly those with comorbidities such as diabetes or heart failure. This strategy reflects a gradual approach to therapy optimization, which is consistent with the phenomenon of therapeutic inertia. Moreover, it is important to acknowledge that RAAS inhibitors have historically been underused and are still subject to high rates of discontinuation and suboptimal dosing. The high rate of discontinuation may have confounded the potential introduction of new ACE inhibitors or ARBs during the study period.

However, although the TOSCA-CKD study showed a positive trend in SGLT2i use, reflecting the effectiveness of the educational intervention and improved GP-to-nephrologist referrals, the absolute number of CKD patients receiving SGLT2i treatment is still too low and far from what is needed to achieve optimal care, especially given the proven benefits of these medications in improving cardiorenal outcomes and reducing mortality.

The relatively short observation period of this study may have been insufficient to fully capture the optimization of all nephroprotective therapies as many patients identified at the 6-month follow-up may not have yet undergone a specialist evaluation, and thus, their treatment may not have been fully optimized.

Nevertheless, the findings still highlight a persistent treatment gap, emphasizing the ongoing need to reduce delays and ensure CKD patients receive timely and appropriate care.

Conclusions

The TOSCA-CKD project, despite certain limitations, including the relatively short observation period, represents a clinically relevant initiative. The project demonstrated, in a real-world setting representative of Italian primary care settings, that remote GPs’ targeted educational programs, led by nephrologists, can effectively improve both the early identification and therapeutic management of CKD patients. However, CKD management remains suboptimal compared to guidelines’ recommendations. These results underscore the need for a structured care pathway with a well-defined co-management approach, including timely referrals to nephrology clinics, particularly for patients at higher risk of progression. A structured approach is essential for optimizing therapeutic management in line with KDIGO guidelines, especially as effective treatment options are now available to slow disease progression and manage comorbidities. Ultimately, these interventions could contribute to reducing the long-term healthcare burden associated with CKD.

 

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Glifozine, contenimento della proteinuria e nefroprotezione

Abstract

Negli ultimi anni, la prevalenza della malattia renale cronica (CKD) ha subito un incremento significativo, con una stima di circa 843,6 milioni di individui affetti nel 2017 [1]. Questo aumento è strettamente correlato alla crescente incidenza di fattori di rischio quali il diabete mellito e l’obesità. I pazienti con nefropatia diabetica (DKD), una delle complicanze più comuni del diabete, sono caratterizzati da un’alta morbilità e mortalità cardiovascolare. Evidenze recenti indicano che gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2i) hanno un ruolo determinante nella riduzione della progressione sia della DKD sia della CKD, grazie ai loro effetti nefroprotettivi e cardioprotettivi. Gli SGLT2i agiscono diminuendo l’iperfiltrazione glomerulare, migliorando il feedback tubulo-glomerulare e riducendo la glicemia.

Parole chiave: malattia renale cronica, SGLT2i, nefroprotezione, proteinuria, iperfiltrazione

Introduzione

Attualmente, a livello globale, si stima una prevalenza di 537 milioni pazienti diabetici, numero destinato ad aumentare fino a 643 milioni entro il 2030 e a 783 milioni entro il 2045 [2]. L’obesità e il diabete rappresentano un riconosciuto fattore di rischio per la CKD e il link fisiopatologico che lega tali patologie, spesso coesistenti sul piano clinico, è rappresentato dall’iperfiltrazione [3]. Negli ultimi anni, numerose molecole sono state studiate al fine di rallentare la progressione della CKD, queste, sebbene differenti da un punto di vista biochimico, sono accomunate dall’effetto sull’iperfiltrazione. Tra queste, gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2i) hanno rappresentato una vera e propria svolta grazie ai loro effetti nefro e cardio protettivi e attualmente sono farmaci di prima linea per il trattamento della DKD e della CKD. . Numerosi studi clinici, tra cui CREDENCE, DAPA-CKD ed EMPA-KIDNEY [4–6], hanno dimostrato l’efficacia degli SGLT2i nel ridurre il rischio di progressione della CKD nei pazienti diabetici e non diabetici. Inoltre, ricerche recenti suggeriscono che gli SGLT2i possano avere effetti benefici anche nei pazienti affetti da glomerulonefriti e nei trapiantati di rene. Questi risultati supportano l’impiego degli SGLT2i come trattamento di prima linea nella gestione della DKD e della CKD.

 

Il ruolo degli SGLT2i nella DKD e nella CKD

La nefropatia diabetica è una patologia multifattoriale che coinvolge diversi processi fisiologici, emodinamici e infiammatori. Tra i fattori che giocano un ruolo predominante nella DKD, vi è sicuramente l’iperglicemia, infatti, è stato dimostrato che i pazienti con emoglobina glicata in range di normalità non sviluppano DKD [7]. L’iperglicemia induce l’aumento dell’attività del cotrasportatore SGLT2, responsabile di circa il 90% del riassorbimento del glucosio e della maggior parte del riassorbimento del sodio nel tubulo prossimale. Questo meccanismo ha un ruolo centrale nello sviluppo della DKD, infatti, a livello renale, l’assorbimento di glucosio non è mediato dallo stimolo insulinico (come per muscoli, adipociti ed epatociti), ma aumenta in proporzione alla concentrazione di glucosio nel plasma. Nel contesto del diabete di tipo II, questo assorbimento non regolato di glucosio induce un aumento di glucosio nelle cellule glomerulari e dei tubuli renali e devia il glucosio verso vie non glicolitiche, con conseguente glicosilazione delle proteine ​​e generazione dei prodotti di glicazione avanzata. I prodotti finali di queste vie promuovono la disfunzione mitocondriale, lo stress ossidativo e l’infiammazione [8].

Nella fisiopatologia della DKD un ruolo fondamentale è rivestito anche dall’attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) e attori fondamentali della nefroprotezione sono gli ACE inibitori e gli ARB [9,10]. L’effetto nefroprotettivo dei bloccanti del RAAS si esplica sia nella riduzione dell’ipertensione arteriosa ma, soprattutto, nella riduzione dell’elevata pressione intraglomerulare, e della conseguente iperfiltrazione, caratteristica della DKD [9–12]. Tuttavia, i bloccanti del RAAS non annullano completamente la progressione della DKD, probabilmente a causa del fenomeno dell’aldosterone breakthrough, che porta ad un aumento dell’attività della renina a seguito di una prolungata inibizione del RAAS [13]. Ormai numerose evidenze hanno dimostrato come gli SGLT2i abbiano un effetto additivo a quello dei bloccanti del RAAS nel ridurre la progressione della DKD [14,15].

Gli SGLT2i riducendo i livelli di glucosio plasmatico sia a digiuno che postprandiali [16], riducono il glucosio nelle cellule glomerulari e nei tubuli renali e la conseguente produzione dei prodotti di glicazione avanzata. Gli SGLT2i riducono la soglia renale per l’escrezione del glucosio da ~10 mmol/l (180 mg/dl) a ~2,2 mmol/l (~40 mg/dl) [17] e la glicosuria che ne risulta, oltre a ridurre la concentrazione media di glucosio plasmatico, migliora la glucotossicità, con conseguente miglioramento della funzione delle cellule β pancreatiche che si traduce in una maggiore sensibilità all’insulina [16–18].

L’azione degli SGLT2i si esplica attraverso il ripristino del feedback tubulo-glomerulare, infatti, è ormai noto come il rilascio del cloruro di sodio alle cellule della macula densa dell’apparato iuxtaglomerulare giochi un ruolo centrale nella regolazione della frazione di filtrazione glomerulare (GFR) e della pressione intraglomerulare [19,20]. Nello specifico, una riduzione nel rilascio di cloruro di sodio a livello nella macula densa, attraverso la vasodilatazione della arteriola afferente aumenta e la pressione intraglomerulare. Al contrario, un aumento del rilascio di cloruro di sodio nella macula densa riduce la GFR e la pressione intraglomerulare attraverso la riattivazione del feedback tubulo-glomerulare. Alcuni studi su modelli animali hanno dimostrato come il diabete scarsamente controllato, inducendo un aumento del carico filtrato di glucosio, porti a un aumento del riassorbimento del glucosio accoppiato al sodio da parte del tubulo prossimale e ad una diminuzione del rilascio di sodio alla macula densa [21,22]. Questa diminuzione dell’apporto di sodio alla macula densa determina l’attivazione intrarenale del RAAS, la vasocostrizione dell’arteriola efferente, l’ipertensione glomerulare e l’iperfiltrazione renale [19,21,22]. Inoltre, il ridotto apporto di sodio alla macula densa inibisce la conversione dell’ATP in adenosina che ha a sua volta un effetto vasocostrittore, questo genera la vasodilatazione dell’arteriola afferente e l’aumento del flusso plasmatico renale, con conseguente aumento della pressione intraglomerulare e dell’iperfiltrazione [23].

Anche a questo livello gli SGLT2i giocano un ruolo fondamentale, infatti, aumentando il ​​rilascio di sodio alla macula densa favoriscono la conversione dell’ATP in adenosina con conseguente vasodilatazione dell’arteriola efferente, diminuzione del flusso plasmatico renale, riduzione dell’ipertensione glomerulare e, a lungo termine, attenuano la progressione della DKD anche in pazienti con efficace inibizione del RAS [24]. Gli effetti sul feedback sono alla base del calo iniziale del GFR osservato nei pazienti che iniziano SGLT2i, e che risulta simile a quello osservato dopo l’inizio della terapia con antagonisti del RAS. La riduzione dell’iperfiltrazione si traduce in riduzione della proteinuria con conseguente miglioramento dell’outcome renale e cardiovascolare [25]. (Figura 1)

Figura 1. Azione degli SGLT2i sull’emodinamica glomerulare.
Figura 1. Azione degli SGLT2i sull’emodinamica glomerulare.

Ulteriori meccanismi sono coinvolti nella progressione della DKD tra cui: l’aumento dello stato infiammatorio, la disfunzione e la perdita sia delle cellule endoteliali che del podocita. In tutti questi meccanismi gli SGLT2i svolgono un ruolo protettivo fondamentale, infatti, alcuni studi hanno dimostrato la loro capacità di ridurre i markers di infiammazione [26,27], la disfunzione endoteliale e la perdita della funzionalità del podocita [9,28].

Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato che gli effetti nefroprotettvi degli SGLT2i non si esplicano solo nella DKD ma anche nella CKD; infatti, gli effetti sull’emodinamica renale possono offrire una nefroprotezione efficace indipendente dai livelli ematici di glicemia [29]. L’iperfiltrazione secondaria all’alterazione del meccanismo di feedback tubuloglomerulare è infatti un meccanismo comune nella patogenesi sia nella CKD che nella DKD [30]. Nella CKD, l’iperfiltrazione rappresenta un meccanismo inizialmente di tipo adattativo secondario alla riduzione della popolazione dei nefroni funzionanti al fine di compensare le richieste metaboliche ma che diventa successivamente maladattativo favorendo la progressione del danno renale. In entrambe le condizioni patologiche, Il ridotto apporto di sodio alla macula densa induce la vasodilatazione dell’arteriola afferente e l’aumento della pressione intraglomerulare[31–33]. L’inibizione del SGLT2, anche nella CKD, aumenta il rilascio distale di sodio, che a sua volta promuove il feedback tubuloglomerulare portando al ripristino della pressione intraglomerulare.

 

La nefroprotezione mediata dagli SGLT2i nei trial clinici

Nell’ultimo decennio, gli SGLT2i sono stati studiati in numerosi trial clinici randomizzati con outcome primario incentrato sugli eventi cardiovascolari, dimostrando un’efficacia nella riduzione del rischio di eventi cardiovascolari maggiori nei pazienti trattati. Inoltre, le analisi secondarie di questi studi hanno dimostrato un effetto protettivo sulla progressione della DKD e CKD.

Lo studio CREDENCE, pubblicato nel 2019, ha rappresentato una vera svolta nella storia della CKD e degli SGLT2i, infatti, è stato il primo trial creato per valutare l’effetto degli SGLT2i, e precisamente del canaglifozin, sull’outcome renale. In questo studio vennero arruolati 4401 pazienti diabetici di tipo II con malattia renale cronica (eGFR di 30-90 mL/min/1,73 m2) e albuminuria (UACR di 300-5000 mg/g) già in terapia stabile con inibitori del RAS alla massima dose tollerata. La terapia con canaglifozin dimostrò, in un follow up medio di 2,6 anni, di ridurre significativamente il rischio dell’outcome composito (progressione della CKD fino allo stadio terminale, raddoppio della creatinina sierica o morte per cause renali) (HR [IC al 95%] 0,66 [0,53–0,81]) [4]. I risultati furono così incisivi da causare l’interruzione prematura per il raggiungimento dei criteri di efficacia prespecificati, inoltre, dopo la pubblicazione dello stesso, le linee guida KDIGO per la gestione del diabete nella CKD raccomandarono l’uso di SGLT2i come trattamento di prima linea associato alla metformina [34].

Dopo la pubblicazione dello studio CREDENCE, diversi studi hanno valutato l’efficacia degli SGLT2i nella CKD cercando di rispondere alla domanda se questi farmaci potessero avere un ruolo anche nei pazienti affetti da CKD non diabetici.

Nello studio DAPA-CKD, vennero arruolati 4.304 pazienti diabetici e non diabetici con CKD (eGFR di 25–75 mL/min/1,73 m2 e UACR da 200 a 5.000 mg/g) già in trattamento stabile con inibitori del RAS [46]. Lo studio dimostrò la netta superiorità del dapaglifozin, pari al 39%, nel ridurre il rischio dell’endpoint primario combinato (declino del GFR > 50%, malattia renale allo stadio terminale o morte per cause renali o cardiovascolari). Inoltre, la superiorità veniva mantenuta anche quando le componenti dell’endpoint primario venivano considerate separatamente (HR [IC al 95%] 0,56 [0,45-0,68]). Lo studio dimostrò, inoltre, che il dapaglifozin era efficace nel ridurre il rischio di endpoint primario (HR [IC al 95%] 0,50 [0,35-0,72]) anche nei pazienti con CKD non diabetici [5]. Anche questo studio venne interrotto precocemente dopo 2,4 anni per dimostrata efficacia.

L’azione nefroprotettiva degli SGLT2i è stata, inoltre, confermata dallo studio EMPA-KIDNEY. Questo trial, su 6609 pazienti con CKD (eGFR tra 20 e 90 ml/min/1,73 m2 e UACR >200 mg/g) diabetici e non con un follow-up medio di 2 anni, dimostrò l’efficacia dell’empaglifozin di ridurre il rischio dell’endpoint primario composito (diminuzione dell’eGFR ≥40% rispetto al basale, malattia renale allo stadio terminale o morte per cause renali) e morte cardiovascolare (HR [IC al 95%] 0,72 [0,64–0,82]) [6]. Inoltre, fu osservata una riduzione del rischio di progressione renale del 29% e una riduzione significativa dell’ospedalizzazione per qualsiasi causa (HR [IC 95%] 0,86 [0,78-0,95]). Inoltre, estendendo i criteri di inclusione fino alla CKD IV stadio ha dimostrato come l’effetto protettivo di questi farmaci si mantenga anche nei pazienti con malattia renale cronica avanzata [6].  (Tabella 1)

  CREDENCE DAPA-CKD EMPA-KIDNEY
Intervento Canaglifozin 100mg/die Dapaglifozin 10 mg/die Empaglifozin 10 mg/die
Popolazione 4.401 pazienti diabetici in terapia con RAAS inibitore 4.304 pazienti diabetici e non in terapia con RAAS inibitore 6.609 pazienti diabetici e non in terapia con RAAS inibitore
eGFR (ml/min) da 30 a 90 da 25 a 75

da 20 a 45

da 45 a 90 con albuminuria

Albuminuria (mg/gr) 300-5.000 200-5.000 >200
Outcomes primari

Composito:

ESKD, raddoppio della creatinina dal basale, morte per cause renali o cardiache

Composito:

Riduzione sostenuta del 50% dell’eGFR, insorgenza ESKD, morte per cause renali o cardiache

Progressione della malattia renale o morte per cause cardiache
Outcomes secondari

1.     Composito: ospedalizzazione per morte cardiaca o scompenso

2.     Composito: ESKD, raddoppio della creatinina dal basale o morte per cause

3.     Morte per cause cardiache

4.     Morte per tutte le cause

1.     Composito renale: Riduzione sostenuta del 50% dell’eGFR, insorgenza ESKD, morte per cause renali

2.     Composito cardiaco: ospedalizzazione per scompenso o morte cardiaca

3.     Morte per tutte le cause

Composito: ospedalizzazione per scompenso cardiaco, morte per cause cardiache, tutte le cause di ospedalizzazione, morte per tutte le cause
Tabella 1. Studi sugli SGLT2i con outcomes primari renali. ESKD (insufficienza renale terminale)

Un aspetto da considerare nei trial con SGLT2 è che in tutti è stato osservato un calo acuto del GFR (DIP), che successivamente si stabilizza. Un’analisi pre-specificata dello studio DAPA-CKD ha osservato una differenza tra dapaglifozin e placebo nel dip del GFR di 2,61 ml/min nei pazienti diabeti e di 2,01 ml/min per 1,73 m2 nei pazienti non diabetici [35]. Il declino acuto (DIP) del GFR si presenta circa intorno alla seconda settimana di trattamento con una stabilizzazione del GFR fino alla fine del follow up [36]. La riduzione nello slope (la pendenza del calo del filtrato) è maggiore nei pazienti con diabete di tipo 2, emoglobina glicata più elevata e UACR più elevata [36].

Infine, una metanalisi di 13 trial clinici randomizzati (SMART-C), su 90413 pazienti, ha confermato che l’introduzione in terapia degli SGLT2i riduce il rischio di progressione della malattia renale cronica del 37 %, questo effetto può essere osservato sia nei pazienti diabetici che no. Precisamente, l’aggiunta in terapia di un SGLT2i ha dimostrato di ridurre il rischio di progressione di malattia del 40% nei pazienti affetti da nefropatia diabetica, del 30% nei pazienti con malattia renale ischemica/ipertensiva, del 40% nei pazienti con glomerulonefrite e del 26% nei pazienti con CKD ad eziologia sconosciuta. Le analisi di sensitività hanno inoltre suggerito che questo beneficio non dipenda dalla funzionalità renale basale e dall’albuminuria, e che la terapia con SGLT2i protegga anche dal rischio di insufficienza renale acuta ed eventi cardiovascolari [37].

Questi dati sono stati confermati, nella real-life, anche da uno studio di coorte scandinavo, su 29887 pazienti che hanno intrapreso la terapia con SGLT2i, in cui è stato dimostrato che l’uso di questi farmaci, rispetto agli inibitori della dipeptidil peptidasi-4 (DPP4), è stato associato a un rischio ridotto di eventi renali gravi (2,6 eventi per 1.000 anni-persona vs 6,2 eventi per 1.000 anni-persona; HR 0,42 (IC 95%,  0,34  0,53), una riduzione della necessità di terapia sostitutiva renale [HR 0.32 (IC 95%, 0.22 0.47)],  di ospedalizzazione per cause renali [HR 0,41 (IC 95%, 0,32 0,52)] e di morte per cause renali  [HR 0,77 (IC 95%, 0,26  2,23)] [38].

 

Gli SGLT2i nel trattamento delle glomerulonefriti

I trial condotti con l’utilizzo degli SGLT2i nella CKD includevano anche un gran numero di pazienti con nefropatie glomerulari.

Nello studio DAPA-CKD, 270 pazienti erano affetti da nefropatia da IgA in terapia con inibitori del RAS, di questi solo il 14,1% era anche diabetico e l’eGFR e l’UACR medi erano rispettivamente 43,8 mL/min/1,73 m2 e 900 mg/g. Un’analisi secondaria prespecificata sui pazienti con IgAN confermata alla biopsia renale ha dimostrato che il dapagliflozin riduceva significativamente il rischio di progressione della CKD, insufficienza renale o morte per cause renali (HR [95% IC] 0,23 [0,09–0,63]) [39]. Come nello studio principale, questo effetto non differiva tra i sottogruppi definiti dalle categorie eGFR e UACR al basale. È stata inoltre osservata, nei pazienti randomizzati a dapaglifozin, una riduzione dell’UACR del 26% e un rallentamento della progressione della CKD, con una differenza di eGFR tra i bracci di trattamento di 2,4 ml/min/1,73 m2 per anno [39].

Al contrario, lo studio EMPA-KIDNEY non prevedeva di condurre analisi in sottogruppi con glomerulonefriti, ma nella popolazione di studio erano presenti 817 pazienti con IgAN. La metanalisi SMART-C, condotta successivamente, ha dimostrato, attraverso la combinazione dei risultati di EMPA-KIDNEY e DAPA-CKD, una riduzione del 51% del rischio di progressione della CKD nell’IgAN nei pazienti trattati con empaglifozin o dapaglifozin[37].

Per quanto riguarda l’impatto degli SGLT2i nei pazienti con glomerulosclerosi focale segmentale (FSGS) i risultati sono stati meno soddisfacenti. Nello studio DAPA-CKD sono stati arruolati 115 soggetti affetti da FSGS di cui il 90% con diagnosi istologica [40],  l’endpoint renale primario però non differiva significativamente tra i bracci di trattamento. Questo è probabilmente dovuto al basso numero di eventi, tuttavia, la differenza tra i gruppi nell’UACR è stata del 19,7% a favore di dapagliflozin, e i tassi di declino cronico dell’eGFR erano di -1,9 e -4,0 mL/min/1,73 m2 per anno rispettivamente nel braccio dapagliflozin e placebo [40].

In questo ambito è da sottolineare la post-hoc analisi dei dati dell’EMPA-REG, comprendente 112 pazienti con proteinuria in range nefrosico (definita come UACR ≥2200 mg/g al basale), che ha dimostrato un beneficio nella riduzione della progressione della CKD nei pazienti trattati con empaglifozin.  Infatti, è stata osservata una riduzione dell’UACR ≥ del 50%, rispetto al basale, più frequentemente nei pazienti trattati con empaglifozin rispetto a placebo [58,8% vs 26,2%; HR 2.48; (95% IC 1.27−4.84)]. Inoltre, l’outcome composito renale (raddoppio della creatinina sierica accompagnati da un eGFR di ≤45 mL/min/1.73 m2, inizio della terapia sostitutiva renale o morte per malattia renale) è stato osservato nel 20,6% dei pazienti trattati con empaglifozin rispetto al 33.3% dei pazienti trattati con placebo [28].

 

Gli SGLT2i nel trapianto di rene

Nonostante le numerose prove di efficacia e sicurezza dell’utilizzo degli SGLT2i nella popolazione generale con CKD secondaria a nefropatia diabetica e non, pochi studi sono stati effettuati nei pazienti trapiantati di rene con diabete di tipo II o diabete post-trapianto; infatti, persistono delle riserve relate soprattutto all’aumentato rischio di infezioni micotiche genitali e delle vie urinarie. Uno studio multicentrico osservazionale, su 339 pazienti trapiantati in terapia con SGLT2i, ha dimostrato, tra il basale e 6 mesi, una riduzione significative del peso corporeo [-2,22 kg (IC 95% da -2,79 a -1,65)], della pressione sanguigna, della glicemia a digiuno, dell’emoglobina [-0,36% (IC 95% da -0,51 a -0,21)]. Inoltre, seppur sia stata osservata una riduzione non significativa dell’UACR [da 164 mg/g (IQR 82–430) a 160 (IQR 80–347), p 0.006], quando i pazienti sono stati stratificati in base a un UACR al basale inferiore o superiore a 300 mg/g, è stato osservato un miglioramento significativo nei pazienti che avevano un UACR al basale ≥ 300 mg/g [da 760 mg/g (IQR 454–1594) a 534 (IQR 285–1092); p<0,001]. Il 26% dei pazienti ha avuto un evento avverso di cui il più frequente è stato l’infezione delle vie urinarie (14%); i fattori di rischio erano un precedente episodio di infezione nei 6 mesi precedenti [[OR] 7,90 (IC 3,63–17,2)] e il sesso femminile [OR 2,46 (IC 1,19–5,03)]. Da sottolineare che una post hoc analisi ha osservato che l’incidenza di infezione delle vie urinarie a 12 mesi era simile tra i pazienti trapiantati con SGLT2i e quelli non trattati (17,9% contro 16,7%) [41]. Questi dati sono stati confermati da uno studio randomizzato controllato su 44 pazienti trapiantati trattati con empaglifozin o placebo, in cui è stata osservata, nel gruppo di trattamento, una riduzione significativa dell’emoglobina glicata [-0.2% (-0.6, -0.1) vs 0.1% (-0.1,0.1), ‘p 0.025] e del peso corporeo [-2.5 Kg (-4.0, -0.05) vs +1 Kg (0.0, 2.0), p 0.014] ma non una differenza significativa in termini di eventi avversi, eGFR e livelli dei farmaci immunosoppressori [42].

 

Conclusioni

La terapia con SGLT2i, negli ultimi anni, ha rappresentato una rivoluzione nel trattamento della nefropatia diabetica e nella riduzione della progressione della malattia renale cronica. I profili di efficacia e sicurezza di questi farmaci sono stati testati in numerosi trial e confermati da evidenze di real-life, questi dati incoraggianti li hanno resi un pilastro delle strategie di nefroprotezione applicabili nella CKD.

La nuova sfida sarà quella di agire sulla progressione della CKD e della DKD attraverso un approccio incentrato su un intervento farmacologico mirato ai diversi meccanismi di progressione. L’associazione con nuove molecole come gli antagonisti dei mineralcorticoidi, gli inibitori dell’aldosterone sintetasi, gli antagonisti del recettore dell’endotelina e gli agonisti recettoriali del GLP permetterà di massimizzare ulteriormente l’efficacia nefroprotettiva degli SGLT2i.

 

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