Protetto: Glomerulopatia da fibronectina: case report di glomerulonefrite membranoproliferativa

Abstract

Background. La glomerulopatia da fibronectina (FNG) è una rara glomerulopatia autosomica dominante caratterizzata da proteinuria, ematuria, ipertensione e perdita progressiva della funzione renale fino all’insufficienza renale terminale (ESRD) in un periodo di 15-20 anni. La malattia è causata da mutazioni nel gene FN1. Attualmente non esiste un trattamento specifico.
Caso clinico. Una donna di 22 anni mostrava proteinuria sub-nefrosica ed ematuria microscopica. La biopsia renale evidenziava espansione mesangiale e depositi densi, compatibili con FNG. Il test genetico ha confermato una mutazione nel gene FN1 (c.5773T>A, W1925R). Non sono stati riscontrati segni di malattia renale nei genitori della paziente; successivamente il fratello è risultato positivo alla stessa mutazione genetica. È stata trattata con ACE-inibitori e dieta iposodica. Dopo 3 anni, la funzione renale si è mantenuta stabile, con creatinina sierica di 0,5 mg/dL e proteinuria ridotta a 0.7 g/24h.
Discussione. La FNG è causata da mutazioni nel gene FN1, con depositi renali anomali di fibronectina. Non esiste un trattamento mirato, ma la terapia conservativa con ACE-inibitori può aiutare a rallentare la progressione della malattia. L’utilizzo di terapia steroidea è controverso, con successi limitati nel prevenire l’ESRD.
Conclusione. La diagnosi precoce ed il trattamento conservativo sono cruciali per la gestione della FNG. Sono necessari ulteriori studi per chiarire le terapie efficaci e comprendere meglio la progressione della malattia.

Parole chiave: glomerulopatia da Fibronectina, mutazione FN1, proteinuria, biopsia renale, terapia conservativa, ESRD

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Sindrome nefrosica e insufficienza renale rapidamente progressiva in paziente con componente monoclonale: un caso clinico

Abstract

Presentiamo il caso di una donna di 53 anni con sindrome nefrosica, progressivo peggioramento della funzione renale, anemia e riscontro di componente monoclonale IgG lambda. Il quadro clinico era caratterizzato da proteinuria in range nefrosico, sedimento urinario attivo, ipocomplementemia selettiva (C3 ridotto), splenomegalia e linfoadenopatie multiple. Gli esami immunologici e infettivologici risultavano negativi. L’elettroforesi sierica e urinaria documentava una componente monoclonale IgG λ con marcato incremento delle catene leggere libere λ. È stata eseguita biopsia renale per definire il quadro istopatologico e orientare la gestione terapeutica. Il caso evidenzia l’importanza di un tempestivo inquadramento multidisciplinare nelle nefropatie associate a gammopatia monoclonale di significato renale (MGRS).

Parole chiave: Sindrome Nefrosica, Proteinuria, Complemento, Gammopatie Monoclonali, Biopsia Renale

Presentazione del caso

Una donna caucasica di 53 anni veniva inviata all’osservazione nefrologica presso il Policlinico di Bari per sindrome nefrosica in quadro di progressivo deterioramento della funzione renale e anemia.

 

Anamnesi

L’anamnesi familiare era negativa per nefropatie. In anamnesi patologica remota si segnalava un episodio di tubercolosi in età giovanile. La paziente riferiva buono stato di salute fino al novembre 2022, quando veniva ricoverata presso l’Unità Operativa di Cardiologia del P.O. “Di Venere” per miocardite. In tale occasione si documentava:

  • Creatinina sierica (sCr): 1,41 mg/dL
  • Proteinuria: 200 mg/mmol
  • Leucocituria: 500 cellule/µL
  • Elettroforesi proteica: “probabile componente monoclonale”

La TC del torace evidenziava linfoadenopatie multiple (diametro massimo 2,4 cm) in sede epi-aortica, finestra aorto-polmonare, subcarenale e ascellare bilateralmente.

A partire da giugno 2024 la paziente riferiva un calo ponderale di 12 kg, comparsa di edemi declivi ed episodi di macroematuria.

Nel novembre 2024 accedeva al Pronto Soccorso per anemia (Hb 8,3 g/dL) e peggioramento della funzione renale (sCr 3,39 mg/dL). Un mese dopo si ripresentava per ulteriore riduzione dell’emoglobina (7,8 g/dL) e incremento della sCr (3,6 mg/dL), venendo ricoverata in Nefrologia.

 

Esami strumentali e laboratoristici

L’ecografia renale mostrava reni in sede, di dimensioni ai limiti superiori della norma (rene destro 125 mm, sinistro 137 mm), con spessore cortico-midollare conservato; si evidenziava splenomegalia. All’ingresso presso la Nefrologia del Policlinico di Bari (dicembre 2024) si documentava:

  • sCr 3,84 mg/dL (eGFR 13 ml/min/1,73 m²)
  • Proteinuria 8,3 g/24h (precedentemente 11 g/24h)
  • Albuminuria 5 g/24h
  • Albumina sierica 2,7 g/dL
  • Hb 9,5 g/dL
  • Piastrine 84×10³/µL
  • C3 ridotto (0,66 g/L), C4 nei limiti
  • Quantiferon positivo

Esame urine: sedimento attivo con >40 emazie/HPF e 10–20 leucociti/HPF; urinocoltura negativa.

Le indagini autoimmuni (ANA, ANCA, anti-GBM, anti-PLA2R) risultavano negative. Sierologie per HIV, HBV e HCV negative. L’elettroforesi sierica evidenziava una componente monoclonale IgG λ (0,19 g/dL). Le catene leggere libere sieriche mostravano λ 589 mg/L, κ 17,42 mg/L con rapporto κ/λ alterato. Nelle urine si documentava proteinuria di Bence Jones λ (51,8 mg/24h) e IgG λ completa (50,54 mg/24h).

 

Iter diagnostico

In data 30 dicembre 2024 veniva eseguita biopsia renale percutanea eco-guidata al fine di definire il pattern istopatologico e orientare la gestione terapeutica, tenendo in considerazione alcuni aspetti principali tra cui:

  • Sindrome nefrosica con sedimento attivo
  • Progressivo declino della funzione renale
  • Ipocomplementemia selettiva (C3 ridotto)
  • Presenza di componente monoclonale IgG λ
  • Evidenza di catene leggere monoclonali sieriche e urinarie
  • Segni sistemici (calo ponderale, splenomegalia, linfoadenopatie, citopenie)

Veniva eseguita analisi del frustolo bioptico in microscopia ottica, microscopia elettronica e immunofluorescenza.

Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).

Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione PAS (Periodic Acid–Schiff).
Microsocpia Ottica – Colorazione PAS (Periodic Acid–Schiff).

Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione Ematossilina Eosina (H&E).
Microsocpia Ottica – Colorazione PAS (Periodic Acid–Schiff).
Microsocpia Ottica – Colorazione PAS (Periodic Acid–Schiff).
Microsocpia Ottica – Colorazione Tricromica di Masson.
Microsocpia Ottica – Colorazione Tricromica di Masson.
Microsocpia Ottica – Colorazione PAS (Periodic Acid–Schiff).
Microsocpia Ottica – Colorazione PAS (Periodic Acid–Schiff).

Microsocopia Elettronica
Microsocopia Elettronica.
Immunofluorescenza
Immunofluorescenza.

 

E adesso mettiamoci alla prova!

Alla luce del quadro clinico e laboratoristico descritto, quale diagnosi ipotizzereste? E quale trattamento riterreste più appropriato?

La soluzione nel nostro prossimo numero!

Esplorare la complessità della Sindrome Nefrosica nella Malattia del Rene Policistico Autosomico Dominante: Case report e revisione della letteratura

Abstract

La malattia policistica autosomica dominante (ADPKD) è una condizione genetica caratterizzata dallo sviluppo di numerose cisti renali e dall’aumento del volume renale totale, che spesso porta a un progressivo declino della funzione renale. Sebbene la glomerulonefrite sia potenzialmente riconosciuta come una complicanza, la sua presenza nei pazienti con ADPKD è considerata rara, e l’incidenza della sindrome nefrosica in questa popolazione è eccezionalmente bassa.
Presentiamo il caso di una giovane donna con ADPKD che ha sviluppato una sindrome nefrosica, verosimilmente attribuibile a malattia a lesioni minime. Le sfide diagnostiche, le strategie terapeutiche e la letteratura esistente su questa rara associazione vengono qui esaminate in modo approfondito.

Parole chiave: malattia policistica autosomica dominante, sindrome nefrosica, biopsia renale, MCD, caso clinico

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in inglese.

Introduction

ADPKD is a genetic disorder characterized by the formation of renal cysts, culminating in renal enlargement and dysfunction. ADPKD is the fourth leading cause of ESKD [1]. Among the clinical manifestations of ADPKD, urinary alteration is unusual. Typically, proteinuria when present is < 1 g/die and urinary sediment is generally inactive. Although glomerulonephritis can complicate ADPKD, the concurrent presentation of nephrotic syndrome, especially MCD, is quite exceptional [2, 3]. Thus, the occurrence of nephrotic proteinuria in the course of ADPKD is very rare. In these situations, the clinicians have to decide to run the risk of a kidney biopsy or attempt to make the diagnosis through clinical and immunological tests.

The decision to conduct a biopsy in ADPKD patients depends on factors like safety considerations and whether obtaining tissue diagnosis would impact treatment decisions.

Among complication rates after kidney biopsy, bleeding is the most common clinically significant event (70% of patients) [4]. In the systemic review of Corapi [5], also, macroscopic hematuria was observed in 3.5% (95% confidence intervals: 2.2–5.1%), blood transfusion in 0.9% (0.4–1.5%), angiographic intervention in 0.6% (0.4–0.8%), nephrectomy in 0.01% and death in 0.02%.

In patients suffering from ADPKD all these risks are increased depending on the progression of the disease and the number of cysts due to the risk of rupture.

In situations where a biopsy is deemed necessary open renal biopsy is typically carried out for individuals with ADPKD. However, novel approaches have been described for use in “high-risk” settings where conventional contraindications to kidney biopsy exist. Alternative approaches such as open surgery, transvenous methods (like trans-jugular or trans-femoral), laparoscopy, or transurethral methods are also possible options [6].

The literature indicates that, in the general adult population, membranous nephropathy (MN) is the most prevalent form of idiopathic nephrotic syndrome, followed in frequency by minimal change disease (MCD) and focal segmental glomerulosclerosis (FSGS). Approximately 30% of nephrotic syndrome cases in adults may be associated with underlying systemic conditions such as diabetes mellitus, amyloidosis, or systemic lupus erythematosus. Similarly, MN and FSGS are the most common primary pathological lesions observed in adult patients with nephrotic syndrome and coexisting ADPKD. However, the literature also reports other pathological types, including mesangial proliferative glomerulonephritis, IgA nephropathy, amyloidosis, crescentic glomerulonephritis, diabetic nephropathy, lupus nephritis, and post-infectious mesangial proliferative glomerulonephritis [7].

In a literature review of 1995 [8], 22 patients with ADPKD and nephrotic syndrome were identified and 14 received kidney biopsy exhibiting various histological diagnoses including focal glomerular sclerosis, minimal change disease, membranous nephropathy, and IgA nephropathy. A more recent review in 2010 [9] found only a few new cases of nephrotic syndrome associated with ADPKD in adults in addition to those reported in the previous literature revision. We have collected all cases of ADPKD and nephrotic syndrome published since 2000.

FSGS appears to be more frequent in ADPKD, likely due to maladaptive mechanisms driven by early-onset glomerular hyperfiltration, often starting in childhood. Although the precise pathways through which glomerular hyperfiltration leads to segmental scarring and renal function decline are not fully understood, studies suggest that a reduction in renal mass triggers intrarenal vasodilation, increased glomerular capillary pressure, and enhanced plasma flow per nephron [6, 8]. This compensatory hyperfiltration initially maintains GFR but also causes glomerular enlargement, with expansion of matrix components and increased endothelial and mesangial cells [10].

The process of diagnosing glomerulonephritis in ADPKD patients typically involves assessment along with evaluation of the urinalysis in quantitative terms of proteinuria with the respective electrophoresis of urinary proteins (selective or non-selective glomerular proteinuria) and blood tests.

Diagnostic tests for glomerulonephritis in ADPKD patients certainly include, as in the workup of any glomerular disease, urine sediment examination. The presence of dysmorphic erythrocytes and/or erythrocyte casts suggests a glomerular disease, and particularly a proliferative form of glomerulonephritis. However, the sensitivity and specificity of this test alone may not be sufficient for a definitive diagnosis and are often used in conjunction with other immunological and clinical measures.

Furthermore, while not a direct test for glomerulonephritis, genetic testing for ADPKD may be performed to confirm the diagnosis of ADPKD, which can help in understanding the patient’s overall kidney health and potential complications [1]. Actually, in ADPKD prognosis differs by genetic mutation, with PKD1 mutations typically indicating earlier onset and more aggressive disease progression compared to PKD2 mutations [11].

The first report of a case of ADPKD and minimal change disease was done in 1991 by Nakahama et al. [12]. Minimal change disease (MCD) is commonly a major cause of nephrotic syndrome, particularly in children in whom it accounts for approximately 90% of cases. The exact cause of MCD is not well understood, but it is believed to involve T-cell-related mechanisms [13].  However, several potential pathways that result in podocyte activation and proteinuria have been identified, such as some drugs, malignancies including Hodgkin disease, mycosis fungoides, chronic lymphocytic leukemia, or secondary allergic forms (pollens, house dust, insect stings). In 2022 a study by Watts et al. [14] discovered nephrin autoantibodies in a subset of adults and children with minimal change disease. A recent study of August 2024 by Hengel et al. [15] confirms that the circulating antinephrin autoantibodies were common in patients with minimal change disease or idiopathic nephrotic syndrome and appeared to be markers of disease activity and provides further support for an autoimmune etiology.

The estimated incidence ranges from 2 to 7 new cases per 100,000 children. While the exact prevalence remains uncertain it is approximately estimated to be between 10 and 50 cases per 100,000 children [9]. MCD is uncommon in adults, and the precise occurrence is undetermined. In preadolescents, MCD makes up 85-95% of all cases of nephrotic syndrome, while in adolescents and young adults the prevalence is 50%, and in adults MCD accounts for 10-15% of primary nephrotic syndrome cases. Corticosteroid treatment is usually effective in inducing remission, but relapse is common and repeated therapy is often required. Among children with MCD, 25% never relapse, 25% relapse infrequently, and 50% have numerous relapses [16].

While there are anecdotal case reports of ADPKD associated with nephrotic syndrome, including MCD, the prevalence of such associations is extremely low [2, 17].

First author Age Sex Kidney Biopsy Diagnosis Therapy Outcome
Ekaterini et al. [9] 9 M No CS (oral) Remission
Savaj et al. [18] 29 M Yes FSGS CS + cyclosporine Remission
Peces et al. [19] 38 M Yes MN 1. CS

2. CS + Chlorambucil

 

3. CS + MFM

1. Resistence

2. Partial remission for ten months

3. Remission

Hiura et al. [20] 70 M Yes IgAN CS Remission
Sar et al. [21] 39 M No Amyloidosis secondary TBC Colchicine + TBC terapy N/A
Akinbodewa et al. [22] 24 F Yes SLE stage II Prednisolone + MFM Remission
D’Cruz et al. [23] 35 M Yes D-PGN Conservative Partial remission
Visciano B et al. [2] 26 M Yes MPGN CS (oral) Remission
Yenigun et al. [24] 52 M Yes Amyloidosis Colchicine Started hemodialysis
Oda Y et al. [25] 23 M Yes FSGS Conservative

 

Started hemodialysis
Table 1. Cases of nephrotic syndrome related to ADPKD since 2000. MCD: minimal change disease; FSGS: focal segmental glomerulosclerosis; MN: membranous nephropathy; IgAN: IgA nephropathy; D-PGN: diffuse proliferative glomerulonephritis; SLE: Systemic lupus erythematosus; MPGN: mesangial proliferative glomerulonephritis. N/A: Data not available. mycophenolate mofetil (MFM).

In this paper, we present a case of a young woman with ADPKD who developed nephrotic syndrome, likely due to MCD, highlighting the importance of vigilance for glomerular involvement in ADPKD patients presenting with nephrotic-range proteinuria. Timely diagnosis and personalized treatment are essential for optimizing outcomes in such rare occurrences.

 

Case report

A 52-year-old woman with a medical history notable for allergies to NSAIDs, dust mites, cypress pollen, and cat dander. The patient’s mother is alive and has hemophilia A, while the father is affected by autosomal dominant polycystic kidney disease. Remarkably, the patient herself is a carrier of hemophilia A, inherited maternally.

At the age of 20, diagnosis of ADPKD was made based on familial history, with Ravin and Pei ultrasound criteria being met. Genetic testing revealed an intronic mutation in PKD2. The patient has never experienced gross hematuria, abdominal pain, or renal infections.

At the age of 40, hypertension was first diagnosed, and treatment with an angiotensin receptor blocker was initiated with beneficial effects.

At 42 years old, in September 2014, the patient developed nephrotic syndrome characterized by weight gain, proteinuria of 6 grams in 24 hours, and severe hypoalbuminemia, despite normal renal function. Immunologic screening was negative, including PLA2R and sUPAR. Urinary sediment examination was inactive. Secondary oncologic, pharmacologic and infectious causes of glomerulopathy were excluded. Due to the presence of renal polycystic disease with a large cyst (approximately 7 cm) in the left lower renal pole and the high risk of bleeding in a patient with hemophilia A, a renal biopsy was contraindicated. Ex adiuvantibus corticosteroid therapy was initiated with intravenous methylprednisolone of 1 gram day for three consecutive days followed by oral prednisone at 0.5 mg/kg/day. After three months of steroid therapy, proteinuria resolved almost completely (224 mg/24h) with a creatinine level of 0.66 mg/dl. Corticosteroid therapy was then tapered off also due to poor tolerance and different side effects. Three months later, there was a significant recurrence of nephrotic syndrome (urinary protein 14 grams/24h) despite persistence of normal renal function (creatinine 0.6 mg/dl). The response to corticosteroids therapy and the recurrence of NS after its withdrawal suggested a MCD. Due to the inability to use calcineurin inhibitors in ADPKD for their nephrotoxic effects [26], exacerbating renal deterioration, treatment with rituximab was initiated. Following the first administration of rituximab (1 gram), complete remission of the disease was achieved. Two subsequent recurrences of proteinuria occurred following allergic episodes, both of which responded promptly to rituximab boluses. The last recurrence occurred in 2018, which spontaneously regressed. To date, there have been no further recurrences, with proteinuria within normal limits and normal renal function. The patient is currently followed up at our clinic for genetically determined renal cystic diseases (Figure 1).

Figure 1. Summary of the patient‘s clinical history.
Figure 1. Summary of the patient‘s clinical history.

 

Discussion

In our case, the diagnosis of MCD is inherently presumptive yet highly plausible, given the severity of nephrotic syndrome, selective glomerular proteinuria, rapid response to corticosteroids therapy, recurrences post-allergic episodes, and maintained renal function despite significant proteinuria and frequent relapses. The conjunction of nephrotic syndrome, notably MCD, with ADPKD epitomizes a rare clinical phenomenon. Our case underlines the importance of an accurate evaluation of the patient with urinary and blood tests to achieve the best diagnostic hypothesis in the absence of a histological diagnosis. In this regard, new urinary markers such as urinary CD80 have shown great promise in aiding the diagnosis of MCD [27]. Given the complexity of patients suffering from ADPKD, renal biopsy must be evaluated in terms of the risk/benefit ratio, particulary in cases in which there is a lack of response to therapy or in cases of steroid resistance. As previously stated, ADPKD patients face heightened risks with renal biopsy. Indeed, unlike our situation, histological diagnosis is frequently essential, making open renal biopsy pivotal in crafting appropriate treatment strategies due to the diverse glomerular subtypes associated with nephrotic syndrome. Interventions to make renal biopsy more accessible and safer are vital to overcome barriers to precise diagnosis and timely treatment. An appraisal of existing literature highlights the scarcity of reported cases and underscores the exigency for further prompt and decisive actions.

 

Conclusion

Nephrotic syndrome, attributed to conditions such as MCD, can rarely manifest in ADPKD. It’s essential to maintain vigilance for glomerular involvement in ADPKD patients with nephrotic-range proteinuria. A precise diagnosis is imperative to initiate customized treatment for resolution. This approach is critical not only for addressing associated systemic effects like hypercholesterolemia and hypercoagulability but also for slowing the progression of renal failure.

In ADPKD patients, already predisposed to chronic renal damage early intervention is particularly crucial. Prompt diagnosis and personalized management are pivotal for optimizing outcomes in these rare instances. Further research efforts are warranted to refine management strategies for this uncommon association.

 

Bibliography

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  11. Hiroshi Kataoka, Hinata Fukuoka, Shiho Makabe, Rie Yoshida, et a. Prediction of Renal Prognosis in Patients with Autosomal Dominant Polycystic Kidney Disease Using PKD1/PKD2 Mutations. J Clin Med. 2020 Jan 5;9(1):146. https://doi.org/10.3390/jcm9010146.
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Stato dell’arte e prospettive future nella terapia di induzione delle vasculiti ANCA-associate con coinvolgimento renale: dall’istopatologia alla terapia

Abstract

Le AAV, vasculiti ANCA-associate (anticorpi anti-citoplasma dei neutrofili), sono rare malattie autoimmuni sistemiche caratterizzate dall’infiammazione di piccoli e medi vasi. Il coinvolgimento renale vasculitico è una delle manifestazioni più severe di malattia, che comporta un’elevata mortalità in caso di ritardo diagnostico ed impatta significativamente sulla prognosi a lungo termine dei pazienti. Sono state recentemente individuate classificazioni e score istopatologici che meglio definiscono il coinvolgimento renale nelle AAV e correlano con la prognosi renale a lungo termine. Il regime terapeutico di induzione delle AAV è costituito da alte dosi di glucocorticoidi associati a farmaci immunosoppressori: ciclofosfamide (CYC), rituximab (RTX) o una combinazione dei precedenti. L’uso del RTX è in espansione: trial randomizzati e controllati ne hanno dimostrato la non-inferiorità rispetto alla terapia standard con CYC nelle AAV in generale, oltre ad un miglior profilo di sicurezza; inoltre, l’introduzione di biosimilari ha ridotto il costo del farmaco. Tuttavia, nei pazienti con coinvolgimento renale grave, l’equivalenza di RTX e CYC è ancora dibattuta.

La ricerca del regime di induzione ideale nelle AAV è volta ad una sempre maggiore personalizzazione: da una parte viene indagato l’uso più appropriato delle terapie già esistenti; dall’altra, le nuove scoperte in ambito patogenetico hanno permesso l’introduzione di nuovi target terapeutici, come il fattore C5a del complemento.

Grazie a questa nuova gestione delle AAV, la prognosi renale e la sopravvivenza in generale sono visibilmente migliorate. Saranno necessari ulteriori studi per ottenere una sempre maggiore personalizzazione dell’approccio terapeutico di induzione delle glomerulonefriti ANCA-associate e delle AAV in generale.

 

Parole chiave: ANCA, vasculiti, glomerulonefrite, rituximab, ciclofosfamide, biopsia renale

Introduzione

Le AAV, vasculiti ANCA-associate (anticorpi anti-citoplasma dei neutrofili), sono rare vasculiti necrotizzanti autoimmuni che coinvolgono i vasi di medio e piccolo calibro. Le AAV includono tre patologie differenti: la granulomatosi con poliangioite (GPA, in passato nota come malattia di Wegener), la poliangioite microscopica (MPA) e la granulomatosi eosinofila con poliangioite (EGPA, in passato nota come sindrome di Churg Strauss) [1]. L’incidenza in Europa è rispettivamente di 2.1-14.4, 2.4-10.1 e 0.5-3.7 per milione e la prevalenza di 46-184 per milione. La sopravvivenza a 5 anni è intorno al 74-91% per la GPA, 45-76% per l’MPA e 60-76% per l’EGPA [2]. Il picco di incidenza si colloca fra i 65-75 anni, con una lieve prevalenza maschile.

Nel corso della malattia, circa il 90% dei pazienti sviluppa anticorpi ANCA, rivolti contro proteine contenute nel citoplasma dei neutrofili: sebbene esistano degli overlap, gli ANCA anti PR3 (anti-proteinasi 3) sono più frequenti nella GPA, mentre gli ANCA anti MPO (anti-mieloperossidasi) nella MPA; il 40% dei pazienti con EGPA sviluppa positività agli ANCA, in prevalenza MPO, spesso associata a forme con coinvolgimento vasculitico. Esistono alcune eccezioni: il 10% dei pazienti è ANCA negativo ed è possibile sviluppare entrambi gli anticorpi, prevalentemente nelle forme secondarie [3,4].

Aspetti clinici e diagnostici delle masse renali solide rilevate incidentalmente

Abstract

Il riscontro di masse renali è aumentato negli ultimi decenni grazie dell’uso diffuso dell’imaging (ecografia, tomografia computerizzata e risonanza magnetica).

La maggior parte delle masse renali viene rilevata incidentalmente in seguito ad un esame ecografico eseguito di routine o per altre motivazioni.

In questa review gli autori esaminano le caratteristiche cliniche ed ecografiche di alcune masse solide riscontrate durante l’esecuzione di esami ecografici nella pratica quotidiana nefrologica, il ruolo della biopsia percutanea e della sorveglianza attiva, con uno sguardo al futuro attraverso le tecniche di fusione.

La tecnologia di navigazione e la fusione di immagini multimodali rappresentano un importante sviluppo nella radiologia interventistica, in particolare per l’effettuazione di biopsie percutanee difficili e le ablazioni di piccole masse renali.

Parole chiave: masse renali, imaging, CEUS, biopsia ecoguidata, sorveglianza attiva

Introduzione

Il riscontro di masse renali durante gli ultimi trent’anni è andato via via aumentando (1) grazie alla diffusione delle tecniche di imaging, in primo luogo l’ecografia (US), ma anche la tomografia assiale computerizzata (TC) e la risonanza magnetica nucleare (MRI).

Un caso di Amiloidosi AL a presentazione insolita

Abstract

Presentiamo il caso di un uomo di età avanzata con sindrome nefrosica e lieve insufficienza renale in cui le approfondite indagini laboratoristiche e strumentali effettuate non fornivano indizi utili per la diagnosi. Non era possibile identificare alcun segno o sintomo specifico della patologia poi identificata con analisi istologica e immunoistochimica su tessuto renale e midollare, l’amiloidosi primaria o AL. A questa era associata una discrasia linfoplasmacellulare che non aveva dato alcun segno di sé ai comuni esami laboratoristici quali l’elettroforesi delle sieroproteine e l’immunofissazione sierica e urinaria.

Il caso clinico descritto offre lo spunto per una disamina aggiornata della condizione nosologica diagnosticata e per considerare come, in contesti clinici e laboratoristici scarsamente orientativi, indagini tradizionalmente considerate di secondo livello, quali la biopsia renale, risultino unico strumento diagnostico.

Parole chiave: amiloidosi AL, bortezomib, biopsia renale

CASO CLINICO

Descriviamo il caso clinico di un uomo di 74 anni, giunto all’osservazione del Nefrologo per sindrome nefrosica in presenza di lieve insufficienza renale (sCr 1,5 mg/dL; eGFR sec. CKD-EPI 45 mL/min/1,73 mq, MDRD 48 mL/min/1,73 mq) e proteinuria in range nefrosico (4,22 g/24 ore). In anamnesi si segnalavano: trait talassemico, note di gastrite erosiva ed una pregressa frattura costale post-traumatica. Clinicamente si riscontravano habitus pletorico, incremento ponderale di nove chili nelle ultime dieci settimane, ipotensione arteriosa. Gli esami laboratoristici routinari evidenziavano stato anemico (Hb 10,7 g/dL), beta2-microglobulina al di sopra dell’intervallo di normalità (4,54 mg/L), elevazione di Nt-proBNP (1.419 pg/mL). Indici infiammatori ed autoimmunità: negativi. Elettroforesi e immunofissazione sierica e urinaria non segnalavano anomalie. All’Rx torace si notava una velatura del seno costo-frenico bilateralmente e un ingrandimento dell’ombra cardiaca. All’elettrocardiogramma erano presenti bassi voltaggi diffusi. L’ecocardiogramma rilevava segni di ipertrofia con disfunzione diastolica e aspetto di pattern restrittivo al Doppler transmitralico.