Maggio Giugno 2019 - Riscopriamo personalità della Nefrologia

Intervista al Professor Enrico Malizia, uno dei fondatori della nefrologia italiana

Abstract

Il presente articolo contiene un’intervista al Professor Enrico Malizia (nato nel 1926), che è stato un protagonista dei primi anni della nefrologia in Italia. Infatti, il Professor Malizia è stato, il 28 aprile 1957, tra i fondatori delle Società Italiana di Nefrologia (SIN), della quale è stato anche segretario per i primi anni, assieme al Professor Luigi Migone (1912-2002). Inoltre, quale rappresentante ufficiale italiano della SIN, ha partecipato all’organizzazione del primo congresso della Società Internazionale di Nefrologia, che si è tenuto a Ginevra e Evian dall’1 al 4 settembre 1960. Per anni il Professor Malizia si è interessato alle malattie renali a livello clinico e scientifico, sia con la pubblicazione di numerosi studi originali e di monografie su diversi argomenti sia frequentando gli istituti di studiosi di fama internazionale quali Homer Smith (1895-1962) e Jean Oliver (1889-1976) negli Stati Uniti, e Jean Hamburger (1909-1992) a Parigi.

 

Parole chiave: storia della nefrologia, storia della Società Italiana di Nefrologia, storia della Società Internazionale della Nefrologia

Introduzione

Con la presente intervista al Professor Enrico Malizia (nato nel 1926) (Figura 1), la storia della nefrologia italiana si arricchisce di un nuovo interessante capitolo riguardante un protagonista dei primi anni della nostra specialità. Infatti, il Professor Malizia è stato, il 28 aprile 1957, tra i fondatori delle Società Italiana di Nefrologia, della quale è stato anche segretario per i primi anni, assieme al Professor Luigi Migone (1912-2002). Inoltre, ha partecipato quale rappresentante ufficiale italiano della SIN all’organizzazione del primo congresso della Società Internazionale di Nefrologia, che si è tenuto a Ginevra ed Evian dall’1 al 4 settembre 1960. Per anni il Professor Malizia si è interessato alle malattie renali a livello clinico e scientifico, sia con la pubblicazione di numerosi studi scientifici originali e di monografie su diversi argomenti sia frequentando gli istituti di studiosi di fama internazionale quali Homer Smith (1895-1962) e Jean Oliver (1889-1976) negli Stati Uniti, e Jean Hamburger (1909-1992) a Parigi.

A un certo punto della sua carriera però, nel 1960, il Professor Malizia è passato, per diverse ragioni, ad un’altra specialità, la tossicologia, della quale è diventato nel corso degli anni una delle figure più eminenti a livello internazionale. Ed è proprio questo passaggio ad altra branca medica che giustifica, in parte, la presente tardiva “scoperta” del professor Malizia come pioniere della nefrologia italiana.

In questi ultimi anni il Professor Malizia ha sviluppato anche una interessante attività di saggista e letterato, di cui diamo conto nell’ultima parte dell’intervista.

 

Intervista

Professor Malizia, quando e perché decise di fare il medico? C’erano altri medici nella Sua famiglia? In che anno si laureò?

La decisione definitiva di fare il medico risale all’età di 16 anni, in quanto ebbi una pleurite che mi costrinse a letto per due mesi; volendo sapere cos’era questa malattia e cosa comportava, cominciai a leggere libri di medicina. Mi appassionai e con entusiasmo scelsi Esculapio. Fino ad allora, poiché i miei insegnanti mi attribuivano capacità letterarie, pensavo che avrei fatto lo scrittore o il giornalista.

Per quanto riguarda la seconda domanda, mi piace ricordare che mio nonno Enrico Malizia (1839-1904) si era laureato in medicina a Parigi dove aveva svolto il suo apprendistato, elaborando tra l’altro metodiche sulla terapia del morbo di Dupuytren, ora noto e semplice da trattare ma all’epoca di difficile diagnosi e non curabile, come dimostrano le sue pubblicazioni. Avendo curato l’Ambasciatore d’Italia Costantino Nigra, ebbe l’opportunità di conoscere il conte Cavour, che, volendo ampliare il Corpo di Sanità Marittima del Regno di Sardegna, chiamò mio nonno a occuparsene, facendolo nominare comandante generale. In tale mansione e grado fu confermato da tutti i Ministri della Marina fino alla sua morte, avvenuta in un incidente nel porto di Genova quando mio padre aveva 5 anni. Tra i suoi contributi, oltre all’attività chirurgica, numerosi provvedimenti a favore dei naviganti, quali l’alimentazione adeguata, la somministrazione di soluzione salina ai fuochisti per compensare le notevoli perdite da abbondanti sudorazioni e l’obbligo, per i comandanti delle navi di lungo percorso, di imbarcare quantità di limoni adeguate a prevenire e curare lo scorbuto. Fece costruire e diresse l’ospedale da campo della Marina che fu utilizzato con grande beneficio in Turchia durante la guerra russo-turca del 1877, e successivamente a Adua nella campagna di Eritrea, e a Tien-Sin in Cina, durante la rivolta dei Boxer.

Mi sono laureato il 19 Luglio del 1949 con una tesi intitolata “Studio della fisiopatologia della funzione renale e dell’equilibrio elettrolitico”, che aveva come relatore Cesare Frugoni (1881-1978) e che ottenne la lode e il “Premio Girolami”.

 

Come arrivò a diventare assistente presso la Clinica Medica Generale e Terapia Medica dell’Università di Roma, diretta dal Professor Giovanni Di Guglielmo?

Nel novembre 1949 vinsi il concorso di Medico Interno della Clinica Medica dell’Università La Sapienza di Roma, diretta da Cesare Frugoni. Il suo successore Giovanni di Guglielmo (1886-1961) mi nominò Assistente Volontario nel settembre del 1951, anno in cui pubblicai con il collega Alberto Bertolini la monografia “Gli Elettroliti in Biologia e Medicina” (Figura 2). La nomina ad Assistente Ordinario avvenne il 5 luglio del 1954.

 

Quali furono le ragioni che La indussero a occuparsi delle malattie renali agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso?

Già alcuni anni prima avevo letto che molti pazienti morivano per uremia da insufficienza renale cronica, per la quale non esisteva una terapia idonea. L’uremia era stata la causa di morte di mio nonno materno Guglielmo Piacittelli, e anche questa fu una ragione per cui decisi di dedicarmi alle malattie renali.

 

C’erano delle malattie renali che La interessavano in modo particolare, e se sì, quali e perché?

Le malattie renali che mi interessavano di più erano quelle che portavano inevitabilmente a morte, come ad esempio la nefrite cronica, di cui, avevo letto, era morto probabilmente anche Mozart (argomento sul quale, anni dopo scrissi, un saggio).

Mi incuriosivano anche alcune patologie renali di origine genetica, come la sindrome di De Toni-Fanconi.

 

Quali erano i principali mezzi diagnostici per la diagnosi delle malattie renali in quegli anni?

Erano mezzi, semplici. L’esame del sangue (urea, elettroliti, soprattutto potassio e sodio) e delle urine (chimico-fisico, morfologico e batteriologico, le prove concentrazione di Volhard); la misurazione della pressione arteriosa, la radiografia della loggia lombare, l’esame del fondo dell’occhio.

 

E quali erano le possibilità terapeutiche?

Erano poche e limitate alle glomerulonefriti acute e ad alcune patologie infettive. Quando la malattia diventava cronica, non esistevano mezzi terapeutici efficaci. La terapia era soltanto sintomatica: ci si limitava a prescrivere diete, riposo e caldo, evitando le escursioni termiche, secondo l’aforisma delle “Tre L: lana, latte e letto”. La dieta doveva essere iposodica e ipoproteica, preferendo le proteine vegetali.

 

Considerato che la dialisi cronica e la biopsia renale non esistevano ancora, in cosa consisteva l’attività nefrologica, clinica e scientifica, nei grandi centri italiani?

L’attività era indirizzata principalmente ad individuare antibiotici per curare in modo radicale le infezioni renali. Dalla seconda metà degli anni ’30 alcuni centri esteri avevano iniziato a trattare l’insufficienza renale acuta con la dialisi peritoneale, ma ciò non accadeva ancora in Italia.

 

Quali erano per il giovane Enrico Malizia le figure di riferimento a cui guardare tra i primi “nefrologi” italiani?

All’epoca in Italia non c’erano “nefrologi”, ma “clinici internisti, fisiologi o patologi con particolare interesse alla nefrologia”, come Guido Melli, Michele Bufano, Gabriele Monasterio, Aminta Fieschi, Vittorio Capraro, Massimo Crepet. Apprezzavo moltissimo Monasterio per la sua profonda conoscenza delle nefropatie e Melli per la sua conoscenza e studi sugli elettroliti.

 

C’era scetticismo tra gli internisti circa la nuova disciplina? Chi tra i grandi clinici credeva nella nefrologia?

C’era molto scetticismo, e molti clinici erano contrari alla suddivisione della medicina interna in branche specialistiche. Monasterio e Melli, invece, erano a favore di raggruppare sotto la denominazione di “nefrologi” coloro che si occupavano della fisiologia, della patologia e delle malattie del rene, come era avvenuto in Francia.

 

Ci può raccontare in che anno, per quanto tempo, e perché decise di recarsi negli Stati Uniti, presso l’istituto di Homer Smith, famoso studioso della fisiologia renale?

Nel 1952 Di Guglielmo, tramite una borsa di studio, soddisfece il mio desiderio di recarmi presso l’istituto di Homer Smith, al Bellevue Hospital della New York State University.

Avevo già incontrato Homer Smith nel 1946, quando avevo vinto la borsa di studio Fullbright che aveva lo scopo di far conoscere gli Stati Uniti ai cittadini europei di elevato grado culturale e che parlassero l’inglese. In quell’occasione Homer Smith mi fece un breve accenno alle sue ricerche e scoperte sulla fisiologia renale.

Homer Smith ha incontrovertibilmente dimostrato che il rene opera secondo principi fisici, sia come filtro che come secretore, eliminando l’ultimo residuo di vitalismo in fisiologia, e ha utilizzato l’inulina per misurare la filtrazione glomerulare. Il suo libro The Kidney: Structure and Function in Health and Disease (1951) è stato un autorevole riassunto di ciò che era noto e codificato a quel tempo.

Partii per gli Stati Uniti il 28 agosto 1952, imbarcandomi a Le Havre sul transatlantico “Normandie”, come medico di bordo; una combinazione valida anche per il ritorno che mi aveva procurato la mia amica Fanette Ozyj, professoressa del Liceo Chateaubriand a Roma. Giunto a New York (Figura 3), mi recai al Bellevue Hospital.

Homer Smith fu molto affettuoso con me. Al mio arrivo, dopo pranzo, mi espose il programma: avrei seguito le sue lezioni e assistito alle sue ricerche. Per pagarmi vitto e alloggio avrei dovuto lavorare come medico su un’ambulanza del Bellevue, che faceva il giro del porto per raccogliere ubriachi, intossicati, feriti, comatosi e morti, e portarli al pronto soccorso dell’ospedale. Debbo dire che per me fu una esperienza molto defatigante, ma anche molto utile e preziosa e molto importante negli anni successivi.

La frequentazione con Homer Smith fu ricchissima d’insegnamenti. La conversazione era molto interessante, e verteva principalmente sulle idee filosofiche, specie evoluzionistiche e idealistiche, da Giordano Bruno a Darwin, da Platone a Hegel, nonché sulla religione. Smith deprecava la superstizione, e si definiva agnostico. E’ stato descritto a torto come ateo, mentre era un umanista e un sostenitore della teoria del mito di Cristo.

Homer Smith mi colmò di gentilezze: mi aggregò al club degli scienziati della costa est degli Stati Uniti che studiavano gli elettroliti scambiandosi risultati e interrogativi in riunione mensili; mi fece partecipare ai più importanti eventi medici e culturali newyorchesi; il 12 ottobre mi procurò l’invito al Columbus Day, a cui parteciparono molte personalità, tra cui la Regina Mary d’Inghilterra; mi invitava spesso a casa sua, specie ai lunch della domenica; trascorsi con lui e i suoi intimi il Thanksgiving nel suo cottage-laboratorio marino di Mount Desert Island, Salsbury Cove nel Maine; il giorno di Natale, mi portò in giro per New York. Infine, il giorno della partenza (era il marzo 1953) mi accompagnò al transatlantico “Normandie”, dove mi imbarcai di nuovo come medico di bordo.

Mentre la nave si allontanava, provai un grande rimpianto, frammisto a un senso d’immensa gratitudine che tuttora persiste.

Da un punto di vista professionale, grazie al suo insegnamento che era vastissimo e perfettamente articolato, ho potuto molto approfondire le mie conoscenze. Imparai a calcolare la clearance renale; chiarii molti interrogativi sugli elettroliti che erano rimasti in sospeso nel volume che avevo pubblicato nel 1951 (Figura 2); elaborai formule per bevande da somministrarsi a coloro che praticavano attività sportive e lavori manuali pesanti, che pubblicai 3 anni dopo.

Da un punto di vista umano, ho già riferito il suo carattere semplice e generoso e i grandi benefici ricevuti.

 

In quale anno, per quanto tempo, e perché decise di recarsi presso l’istituto di Jean Oliver, famoso studioso della patologia renale?

Per rispondere a questa domanda, debbo esporre alcuni antefatti.

Il 15 luglio del 1953 partii in treno per Stoccolma, avendo ottenuto una borsa di studio del CNR; lungo il percorso mi fermai in Germania dove visitai le Università di Frankfurt, Mainz e Hamburg-Eppstein, da dove poi raggiunsi la Svezia, rimanendovi fino al marzo 1954.

A Stoccolma, ebbi la felice sorte di essere affidato a Folke Henschen, Direttore del Karolinska Sjukhuset e professore emerito di patologia.

Da lui ho appreso l’importanza del clima nella genesi di molte malattie, e in particolare l’effetto delle basse temperature sulla circolazione glomerulare.

Ma il contributo di gran lunga più importante che Henschen mi diede fu il suggerimento di recarmi da Jean Oliver per apprendere la tecnica di microdissezione renale. Visto il grande entusiasmo con cui avevo accolto la sua proposta, scrisse subito a Oliver una lettera di presentazione.

Il 10 gennaio 1954, sempre su suggerimento di Henschen, mi spostai nella vicina Università di Uppsala per frequentare l’Istituto di Arne Tiselius, dai cui allievi appresi la tecnica della elettroforesi e l’importanza del protidogramma nelle malattie renali.

Il 3 febbraio andai a Copenhagen per apprendere da Claus Brun, primario del Kommunehospitalet, la tecnica della biopsia renale. Abitai a casa sua accanto al lago ghiacciato di Alte, a 30 chilometri dalla città. La raggiungevamo, insieme alla moglie e sua assistente Sonja, su una slitta a vela, che procedeva a grande velocità, tanto da farci sentire come uccelli in saettante volo.

Partii per Roma il 5 marzo, dispiaciuto di lasciarli. Non potevo prevedere che 15 anni dopo Brun mi avrebbe invitato ad accompagnarlo nel Butan, dove era stato chiamato dalla Regina che era affetta da una malattia renale.

Tornato a Roma, parlai a Di Guglielmo del mio desiderio di recarmi da Jean Oliver, gli chiesi il suo parere e si disse d’accordo. Il progetto si realizzò anche grazie al fatto che vinsi il concorso per la borsa di studio del Rotary International, promossa dalla Delegazione del Wisconsin. Questa finanziava il soggiorno di un anno negli Stati Uniti con i soli obblighi di frequentare per almeno due mesi gli ospedali universitari di Madison, Wisconsin, e di partecipare il più frequentemente possibile alle riunioni settimanali dei Rotary club, indipendentemente dalla città dove mi trovavo, e di tenervi una volta al mese una breve relazione che sarebbe stata pubblicata sul giornale del Club.

Poiché ero stato invitato al viaggio inaugurale del transatlantico “Cristoforo Colombo”, che salpava da Genova il 15 luglio 1954, approfittai di questa fortunata coincidenza per partire alla volta di New York.

Dopo aver passato alcuni giorni nella “Grande Mela”, mi recai a Madison, prendendo servizio nel Reparto di Medicina Interna diretto da William Middleton, che era considerato il massimo esperto nel campo delle collagenopatie. Ne approfittai per migliorare le mie conoscenze sul lupus eritematoso sistemico, malattia a cui ero molto interessato.

Seguirono vari spostamenti e incontri. Un giorno, sulla strada fra Chicago e Madison, mi recai a Oak Park per visitare il Dipartimento di Microscopia e Ultramiscroscopia degli Argonne National Laboratories dell’Università di Chicago, che era stato inaugurato da poco. Mi avevano segnalato che tra le ultramoderne attrezzature ve ne era una in grado di eseguire la microfotografia a raggi ultravioletti e a trasposizione di colore, che veniva utilizzata per evidenziare la presenza di proteine patologiche all’interno dei glomeruli. Il tecnico addetto, George Svihla, mi fece esaminare un preparato di una sezione di rene affetto da una collagenopatia in cui si vedevano, all’interno del glomerulo, colorazioni diverse. Gli chiesi se, nel caso io fossi riuscito a imparare la tecnica di microdissezione, lui sarebbe stato disposto a fornirmi delle immagini; mi rispose di sì.

Ai primi di gennaio del 1955 giunsi a Summit nel New Jersey, da Jean Oliver. Nel suo laboratorio, che era finanziato dalla Ciba Foundation e apparteneva all’Overlook Hospital, aggregato alla Seton Hall University del New Jersey, avrei imparato la tecnica di microdissezione dei nefroni, sotto la guida dello stesso Oliver e della sua assistente Ann. I campioni preparati furono fotografati da Oliver e raccolti in un album. Inviai inoltre al Centro di Microscopia di Oak Park sezioni di tessuto renale di pazienti deceduti a causa di nefropatie di diversa natura, affinché venissero fotografate con la tecnica dei raggi ultravioletti e trasposizione di colore. Le alterazioni di colore in quei reperti confermarono che in quelle affezioni esistevano delle proteine patologiche.

Nel tempo libero cominciai a scrivere la monografia “Gli Squilibri Idrico-Elettrolitici”, che nella seconda parte descriveva una casistica personale di 61 pazienti, raccolti in piccola parte in Italia e in gran parte in quel periodo negli USA. Il libro fu pubblicato nello stesso anno dall’Editore Luigi Pozzi (Figura 4Figura 5).

Da un punto di vista umano Jean Oliver e sua moglie Margaret furono eccezionali, e mi trattarono come un figlio, che non avevano. L’ultima gentilezza fu di accompagnarmi il 15 giugno 1955 al transatlantico “Cristoforo Colombo” con cui feci ritorno in Italia.

Poco dopo il mio rientro, il 25 luglio 1955, Di Guglielmo mi fece nominare Aiuto Dirigente pro tempore.

 

Quali furono i risultati professionali e umani di quella esperienza?

Dal punto di vista professionale, ho approfondito le mie conoscenze sulla nefropatia da lupus eritematoso sistemico e ho imparato la microdissezione dei nefroni, che Jean Oliver mi consigliò di continuare a praticare, al mio ritorno in Italia, su reni di soggetti portatori di nefropatie congenite, quali la sindrome di De Toni-Fanconi, al fine di studiarne le eventuali alterazioni tubulari.

Continuai infatti a praticare tale tecnica, però su reni affetti da diverse patologie. Nel 1956, pubblicai con Giovanni Giuliano e Luigi Scapellato i risultati di uno studio in cui, associando la microdissezione dei nefroni alle comuni colorazioni istochimiche, descrivevamo le alterazioni (e le loro possibili cause) osservate nei glomeruli e nei tubuli prossimali di 12 pazienti portatori di sindrome nefrosica da cause diverse (in numero decrescente: nefropatia diabetica, glomerulonefrite cronica, amiloidosi, e glomerulonefrite “genuina”) (Figura 6).

I risultati da un punto di vista umano li ho già esposti nella risposta precedente.

 

In quale anno, per quanto tempo, e perché decise di recarsi a Parigi presso il reparto di nefrologia diretto di Jean Hamburger, famoso clinico nonché fondatore della Società Internazionale di Nefrologia?

Mi recai da Hamburger nel dicembre del 1955 e vi restai fino all’aprile del 1956. Lo scopo del mio soggiorno a Parigi era di studiare l’organizzazione della dialisi e gli eccezionali risultati terapeutici ottenuti nell’insufficienza renale cronica dal gruppo nefrologico dell’Hôpital Necker. Desideravo inoltre approfondire le mie conoscenze su quanto avevano realizzato Hamburger e i suoi allievi (Gabriel Richet e Jean-Louis Funk Brentano in particolare) nello studio delle malattie renali. Inoltre, assistetti ad alcuni tentativi di trapianto di rene che però non ebbero successo, a causa del rigetto dell’organo trapiantato.

 

Quali furono i risultati professionali e umani di quella esperienza?

I risultati professionali furono duplici. Da un lato l’acquisizione di conoscenze che mi avrebbero consentito, qualora se ne fossero realizzate le condizioni, di studiare i problemi immunitari e farmacologici relativi al trapianto renale. Dall’altro, per quanto riguarda l’emodialisi, capii che io non sarei stato in grado di portare avanti questa metodica, che avrebbe richiesto collaboratori, attrezzature e fondi adeguati.

Anche da un punto di vista umano i risultati furono molto importanti. Imparai cosa significa lavorare in équipe: i compiti e i risultati vengono condivisi, bandendo invidia, competizione e rivalità; il capo non è un padrone, ma un fratello maggiore che comprende, aiuta e sostiene i componenti del gruppo.

Infine, avevo stabilito un rapporto di reciproca stima e di corrispondenza con Hamburger che sarebbe durato fino alla sua scomparsa nel 1992.

 

Fece altre esperienze professionali all’estero? Se sì, quali furono le più importanti per Lei e in che anni?

Nel 1959 mi recai a Edimburgo, presso l’istituto di Michael Woodruff, per rendermi conto e apprendere quanto stava facendo sul trapianto di rene, che effettuò, primo nel Regno Unito, il 30 ottobre del 1960.

 

Sappiamo che Lei è stato, con Luigi Migone, tra i promotori della fondazione della Società Italiana di Nefrologia. Ci può dire perché e come si sviluppò questa idea?

L’idea di fondare la Società Italiana di Nefrologia prese forma da incontri e contatti con Luigi Migone, perché avevamo entrambi il desiderio di realizzare in Italia una società simile ad altre già esistenti in altri paesi: in Francia, la Societé de Pathologie Rénale, fondata nel 1949 da Jean Hamburger, Pasteur Vallery-Radot e altri; in Inghiletrra la Renal Association, fondata nel 1950 da Arthur Arnold Osman.

La Società fu fondata a Parma il 28 aprile 1957 da un gruppo di clinici, fisiologi e patologi italiani interessati alle malattie renali, a conclusione del “Primo Simposio di Nefropatologia”, dedicato alla “Fisiopatologia del glomerulo” (Figura 7Figura 8). In tale occasione venne nominato il primo consiglio direttivo, formato da: Michele Bufano, presidente; Vittorio Capraro, Massimo Crepet, Aminta Fieschi, Antonio Giampalmo, Fernando Marcolongo e Gabriele Monasterio, consiglieri; Luigi Migone e il sottoscritto, segretari (Figura 9).

 

Incontraste degli ostacoli?

Incontrammo molti ostacoli: allora la maggioranza dei clinici internisti era contraria alla frammentazione della medicina. Temevano che sia gli studenti sia i medici perdessero di vista il malato nella sua complessità, curandone una parte senza tenere conto del resto e delle sue connessioni.

 

Quali erano i vostri obiettivi?

Raggruppare nella progettata Società sia clinici che ricercatori interessati alla nefrologia, affinché favorissero la creazione di centri altamente specializzati, come esistevano già all’estero.

 

Che ricordi ha di quell’evento?

I ricordi di quell’evento, presenti tuttora nella mia memoria affettiva, sono di un’idea realizzata e coronata da grande successo, come dimostra il continuo sviluppo della Società Italiana di Nefrologia fino ai nostri giorni.

 

Durante il simposio che si tenne in quell’occasione Lei fece una presentazione su “L’indagine all’ultravioletto applicata allo studio del glomerulo normale e patologico.” Perché scelse quell’argomento? Ce ne può descrivere il contenuto?

Scelsi tale argomento in quanto lo coltivavo dal 1954, quando avevo incominciato a frequentare il Centro di Microscopia di Oak Park, e sul quale avevo già pubblicato, nel 1955, il risultato di alcune indagini condotte con il succitato George Svhila nel “Bollettino della Società Italiana di Biologia Sperimentale”.

La mia presentazione al primo Simposio della SIN descriveva una tecnica basata sul diverso assorbimento della luce ultravioletta da parte di sezioni sottili, da me preparate, di glomeruli di reni umani (autoptici e chirurgici) e di animali (polli e ratti), sani e affetti da diverse patologie. L’indagine si basava sull’uso di una apparecchiatura fotografica Polaroid tecnologicamente molto avanzata per quel tempo, che forniva immagini a colori e a diverse lunghezze d’onda dei tessuti. Presentai i risultati ottenuti in varie nefropatie, quali la glomerulosclerosi diabetica, l’amiloidosi, la glomerulonefrite cronica, la glomerulonefrite lupica, ecc. Lo studio dimostrava, anche se in modo non definitivo, che mentre nelle patologie croniche vi era una minore intensità di colore dovuta ad una aumentata presenza di tessuto fibro-sclerotico, nelle patologie in fase attiva si riscontravano spettri di assorbimento ultravioletto specifici, dovuti a processi di varia natura (ad esempio, depolimerizzazione dei mucopolisaccaridi nella nefropatia diabetica in fase iniziale). Questo studio lo descrissi poi in modo dettagliato in un articolo pubblicato nel 1958, in Minerva Nefrologica (Figura 10).

 

Cosa ricorda della Sua attività di segretario della Società Italiana di Nefrologia?

Il lavoro di segreteria era molto intenso: propaganda per acquisire nuovi soci, che facevamo pubblicizzando le nostre idee; valutazione delle domande di adesione e registrazione degli aderenti; frequenti contatti e incontri con il consiglio direttivo, e la pianificazione di eventi.

 

Come furono i primissimi anni della Società Italiana di Nefrologia?

I primi mesi, come sempre avviene, furono molto difficili e pieni di impegni, ma in continua progressione.

 

Lei ha anche partecipato all’organizzazione del 1° Congresso Internazionale di Nefrologia, che si tenne in Svizzera, a Ginevra e Evian, dall’1 al 4 settembre 1960. Come entrò a far parte del comitato organizzatore e che ricordo ha di quell’importante evento?

Partecipai a quel congresso in qualità di rappresentante ufficiale della Società Italiana di Nefrologia (Figura 11) su invito di Jean Hamburger, che di quell’evento – che viene considerato il primo della Società Internazionale di Nefrologia – era stato il promotore.

Vi partecipai anche con una relazione sull’effetto dei diuretici sullo stato di idratazione dei globuli rossi. Ricordo quel congresso con grande piacere anche perché mi mise in contatto con tanti illustri scienziati provenienti dall’Europa Occidentale, dagli Stati Uniti, dal Canada e dal Giappone.

 

Ha altri ricordi dei primi congressi internazionali di nefrologia?

Partecipai anche al 2° Congresso Internazionale di Nefrologia, che si tenne dal 26 al 30 agosto del 1963 a Praga. In quella occasione gli italiani membri ufficiali del comitato organizzativo erano Luigi Migone e Gabriele Monasterio. Io vi partecipai con una comunicazione libera sulla fisiologia del diabete insipido di natura post-traumatica. Di ritorno da Praga, portai fuori dalla Cecoslovacchia in Italia una giovane ricercatrice Boema nascondendola nel bagaglio della mia “Fiat 130”, che non fu controllato in quanto mostrai il distintivo del Congresso. Successivamente ho ricevuto notizie da quella ragazza, Ester, che recatasi negli Stati Uniti ha lavorato come ricercatrice alla Food and Drug Amministration a Silver Spring nel Maryland.

 

Quando smise di occuparsi di nefrologia e perché?

Al mio ritorno da Parigi (fine aprile del 1956), trovai dei radicali cambiamenti nella direzione degli istituti di Patologia Medica e Clinica Medica dell’Università di Roma.

Questo fatto mi spinse, nell’ottobre dello stesso anno, a dare le dimissioni dalla Clinica Medica e a contattare Cataldo Cassano (1902-1998), che da un anno era subentrato alla direzione dell’Istituto di Patologia Medica [1]. Cassano fu molto gentile e concordammo che mi avrebbe accolto nel suo istituto come Assistente Straordinario responsabile di una corsia, lasciandomi libero di svolgere e sviluppare le mie ricerche.

Tuttavia, poco dopo, Cassano incaricò il suo aiuto Ernico Fiaschi (1913-1989), arrivato con lui dall’istituto di Patologia Medica di Pisa, di occuparsi delle malattie renali, nonché della dialisi, spostando me all’ematologia. Debbo riconoscere che questa decisione fu giusta e necessaria. Infatti, io con le mie ricerche sulla microdissezione lasciavo scoperta l’attività clinica, ed in particolare la dialisi, che diventava sempre più importante.

Continuai comunque a portare le mie ricerche e a inviare sezioni istologiche a George Svihla a Oak Park. Raccolsi i risultati e le immagini in un album, che, non potendo pubblicare in Italia, perché troppo costoso, inviai a Oliver. Inoltre, iniziai il mio impegno all’interno della SIN e, nel 1961, pubblicai ancora una monografia di interesse nefrologico, sui diuretici (Figura 12).

Nel 1960, essendo stato chiamato a ricoprire il primariato di Tossicologia Clinica del CTO di Roma, appena inaugurato, diedi le dimissioni dall’istituto di Patologia Medica, mantenendo un rapporto amichevole con Cataldo Cassano e la sua famiglia. La mia carriera di tossicologo cominciò quindi in quell’anno.

Il mio sogno di divenire Direttore di un Istituto di Nefrologia era definitivamente tramontato, ma ritenevo e ancora ritengo, che fosse un giusto epilogo. Infatti, quando dopo la laurea ho incominciato a interessarmi alle malattie renali ero troppo giovane e la via che avevo scelto era quella del fisiologo e del patologo renale. Più tardi, specie dopo aver frequentato Jean Hamburger e il suo reparto nefrologico, capii che la direzione di un reparto di dialisi era un compito che era al di sopra ed al di fuori delle mie capacità.

 

Infine, noi sappiamo che Lei ha pubblicato anche diversi libri di argomento non medico, alcuni su personaggi famosi quali Hieronymus Bosch e, più recentemente, Ernest Hemingway. Ce ne può parlare?

La mia attività di saggista e letterato, per la quale ho vinto numerosi premi, l’ultimo dei quali è il prestigioso “Histonium” 2018, comprende 3 settori: libri di divulgazione scientifica; libri su tradizioni popolari, magia e stregoneria; biografie come quelle citate nella domanda.

Le opere di divulgazione scientifica vertono sulle droghe (in particolare: eroina, cocaina, cannabis, LSD e i recettori ad esse connessi; alcool e i meccanismi dell’assuefazione e dipendenza), sull’ambiente, l’omeopatia, l’impotenza sessuale, l’AIDS, la memoria.

Il secondo gruppo riguarda la stregoneria, le arti occulte, le antiche ricette magiche e tossiche per provocare avvelenamenti, le ricette culinarie, specie per eccitare i sensi, le ricorrenze come Saman trasformato da San Patrizio in Halloween, le storie di popoli misteriosi come i Celti, i Maya, gli Aztechi, e gli Inca.

Le biografie da me scritte sono su Wolfang Amadeus Mozart (e la sua probabile causa di morte), Erasmo da Rotterdam, Paracelso, Hieronymus Bosch, e Hernest Hemingway.

Ho scritto il volume “Hieronymus Bosch. Pittore insigne nel crepuscolo del Medio Evo” (Youcanprint, 2016) consultando i documenti, molti dei quali fino ad allora ignoti. Il volume contiene, oltre alla parte storica, 122 tavole a colori e annotazioni su quali notizie e opere siano da considerare autentiche, probabili, incerte o da rigettare. Ho anche scritto con parole mie colloqui realmente avvenuti tra Hieronymus ed Erasmo, avvalendomi del paragone tra “La nave dei folli” del pittore e “L’elogio della follia” del filosofo. Inoltre, ho sottolineato il fatto che Bosch e personaggi come Leonardo Da Vinci, Giordano Bruno, Sir Francis Bacon, William Harvey, Galileo Galilei e altri ancora hanno rappresentato la transizione tra il medioevo e il rinascimento e l’evo moderno.

Per il volume “A Cortina con Hemingway” (Roma, Sarpi Arte Edizioni, in corso di stampa), mi sono basato sulla lettura attenta delle sue opere e delle numerose pubblicazioni scritte su di lui, sugli incontri personali avuti con lui (a Cortina, Venezia, Pamplona, e Parigi), con i suoi familiari, e con i suoi amici stretti, quali Fernanda Pivano.

La trattazione biografica si sviluppa con due diverse modalità: la prima dalla nascita al 1949, in cui faccio narrare allo stesso Hemingway la sua vita; la seconda dal 1949 al 2 luglio del 1961, data della sua morte, in cui la voce narrante è la mia. Nell’ultima parte del libro descrivo l’uomo Hemingway, con le sue caratteristiche fisiche e psichiche, sottolineandone l’eredità morale: la sua importanza nella rivoluzione culturale del secolo scorso fino ad oggi. Nell’appendice riferisco tutte le opere pubblicate e i film da essi tratte.

 

Note

[1] Per ulteriori Informazioni su Cataldo Cassano e Ernico Fiaschi si può consultare: G. Andres, Fogazzi GB. Ernico Fiaschi (1913-1989): una rievocazione personale. In: GB Fogazzi e FP Schena. Persone e fatti della Nefrologia Italiana (1957-2007). Milano, Wichtig, 2007: 32-41

 

Una selezione delle pubblicazioni scientifiche degli anni 1950-1960 del Professor Malizia di argomento nefrologico

Malizia E. Significato fisiologico e valore clinico di alcune prove di funzionalità renale. Progr Medico 1952; 8:214-23.

Malizia E, Scapellato L, Tonelli L. Indicazioni ed utilità della biopsia renale nella diagnostica clinica della glomerulosclerosi nodulare intercapillare. Comunicazione all’Accademia Medica di Roma, gennaio 1954.

Tonelli L, Baisi F, Malizia E. Pre and post-operative renal function in coarctation of the aorta and its relationship to the genesis of hypertension. Acta Med Scand 1954; 148:35-50.

Giuliano G, Malizia E. Funzionalità renale nel diabete e rachitismo renale. Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31:1163-6.

Malizia E, Svihla G. La microfotografia a raggi ultravioletti ed a trasposizione di colore nello studio della patologia glomerulare. Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31:1261-3.

Malizia E. Assorbimento ultravioletto dello stroma dei glomeruli di polli trattati con cortisone. Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31: 1263-4.

Malizia E, Svihla G. Applicazioni della microfotografia a raggi ultravioletti con trasposizione a colore allo studio dell’ipertrofia glomerulare e del circolo intraglomerulare. Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31:1265-6.

Malizia E. La funzionalità renale in corso di sindrome nefrotica [sic]: studio mediante le metodiche di “clearance” in 21 pazienti e confronto con i dati clinici e di laboratorio. Minerva Nefrol 1955; 4:111-8.

Malizia E. L’ipertrofia glomerulare. I. Volume normale del nefrone nell’uomo, nel ratto e nel pollo. Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31:1432-4.

Malizia E. L’ipertrofia glomerulare. II. Variazioni del volume del nefrone nell’uomo e nel ratto in varie condizioni d’ipertrofia renale (ormonica e da compenso). Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31:1434-6.

Malizia E. L’ipertrofia glomerulare. III. Variazioni del volume del nefrone nella policitemia umana ed in quella sperimentale del ratto trattato con radiocobalto.  Boll Soc Ital Biol Sper 1955; 31:1436-7.

Malizia E, Giuliano G. Significato dell’osmolarità urinaria nel soggetto normale, nell’iperteso e nel nefropaziente, in condizioni di normale idratazione, di disidratazione e di carico idrico. Minerva Nefrol 1956; 1:24-30.

Malizia E, Giuliano G, Scapellato L. Studio sui livelli arteriosi e venosi del sodio nella sindrome nefrosica. Minerva Nefrol 1956; 2:51-2.

Malizia E. Renal function and hemodynamics in primary and secondary polycythemia. Acta Med Scand 1956; 154:399-406.

Giuliano G, Malizia E, Scapellato L. Studio delle alterazioni del tubulo renale nella sindrome nefrosica mediante la tecnica della microdissezione del nefrone. Minerva Nefrol 1956; 3:99-104.

Malizia E. L’indagine all’ultravioletto applicata allo studio del glomerulo normale e patologico. Minerva Nefrol 1958; 5:50-5.

Malizia E, Giacovazzo M, Isidori A. Meccanismo di azione e uso clinico dei diuretici. Rass Fisiopatol Clin Ter 1960; 32(Suppl 2):1-88.

Malizia E, Isidori A, Pavoni P. Effects of diuretics on the hydration of the red cells. Proc 1st Int Congr Nephrol, Genève/Evian 1960; pp. 647-51 (1961).

Di Lorenzo M, Jacobelli A, Malizia E. Findings on the urinary excretion of aldosterone in myasthenia gravis. Folia Endocrinol 1963; 16:645-9.

Malizia E. Physiological studies in post-traumatic diabetes insipidus – permanent and temporary. Proc 2nd Int Congr Nephrol, Prague 1963; pp. 808-12 (1964).

Malizia E. Indicazioni mediche ai trapianti d’organo. Minerva Med 1965; 56:530-5.