Gennaio Febbraio 2020

Sull’eccezione di non punibilità dell’aiuto medico al suicidio

Abstract

L’autore, riassumendo i contenuti della sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 25 settembre 2019, prova a formulare una prima proposta perché questo nuovo diritto iscritto nella libertà della persona non trasfiguri nell’eutanasia e nelle pur sempre possibili derive che minano la dignità delle persone più fragili e vulnerabili. Sviluppa le sue argomentazioni in chiave pratica nella consapevolezza che, spesso, i diritti dichiarati sono poi traditi nella fase della loro concreta applicazione pur nella convinzione che occorre responsabilmente ricostruire l’equilibrio che la legge n. 217/2007 aveva cercato di offrire alla relazione medico-paziente. Senza però delegittimare la deontologia medica che deve continuare ad illuminare, con i suoi principi-guida, i comportamenti professionali.

 

Parole chiave: aiuto al suicidio, auto-determinazione della persona nel fine-vita, doveri del medico, doveri delle strutture sanitarie pubbliche, deontologia medica

Introduzione

Poco prima di Natale la cronaca ha dato notizia[1] della definitiva assoluzione di Marco Cappato dall’accusa formulata nei suoi confronti per aver materialmente accompagnato, nel febbraio del 2017, Fabiano Antoniacci a morire in Svizzera. Ciò non è avvenuto con formula piena “perché il fatto non costituisce reato”, come auspicato dalla difesa del noto esponente politico radicale, ma con quella meno favorevole del “fatto che non sussiste” come, invece, richiesto dalla pubblica accusa.

Al di là delle sottigliezze, che tuttavia contano nella lettura interpretativa dei fatti, il proscioglimento dell’imputato non costituisce nulla di inaspettato dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 25 settembre 2019 che, in buona sostanza, ha dichiarato, nel suo dispositivo finale, la parziale illegittimità dell’art. 580 del Codice penale: 

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