Timing delle complicanze della CKD: un’analisi longitudinale

Abstract

Introduzione. Tra le complicanze della malattia renale cronica (CKD) sono frequenti le complicanze endocrine e metaboliche, l’anemia e una vasta gamma di disturbi dell’omeostasi. Il nostro studio mira a determinare meglio il ruolo dello stadio della CKD nella tempistica delle varie complicanze associate alla disfunzione renale.
Metodi. Abbiamo condotto uno studio osservazionale su 71 pazienti (F:M = 39:32) con 486 misurazioni ripetute, registrando anemia, BUN, iperparatiroidismo, iperfosfatemia, iperkaliemia e acidosi metabolica. I dati sono stati riassunti come media e deviazione standard, o mediana e intervallo interquartile, o numero assoluto, come appropriato. Le differenze tra i gruppi sono state testate con il test di Mann-Whitney o il Chi-quadrato di Pearson. Le associazioni tra eGFR e ciascun outcome sono state testate con il test di correlazione di Spearman. Tutte le variabili correlate agli esiti (con p-value <0,1) sono state incluse nei modelli multivariati. L’analisi longitudinale è stata eseguita utilizzando GEE per gli outcome binari e modelli misti lineari per le variabili continue. Per tutti gli outcome binari è stata valutata la curva ROC con l’indice di Youden J. Risultati. L’analisi al baseline ha rilevato iperparatiroidismo in 49 pazienti (69,1%), iperfosfatemia in 11 pazienti (15,5%), iperkaliemia in 20 pazienti (28,6%) e una concentrazione media di urea sierica di 78 mg/dl [IQR: 59-99]. Lo stadio della CKD è risultato correlato a tutti gli outcome. L’indice di Youden J ha suggerito un valore predittivo di eGFR di 37 ml/min/m² per l’anemia, 34 ml/min/m² per l’iperkaliemia, 26 ml/min/m² per l’iperfosfatemia e 46 ml/min/m² per l’iperparatiroidismo.
Conclusioni. Sulla base dei nostri risultati, i test di screening per le complicanze endocrine e metaboliche della CKD dovrebbero essere avviati all’inizio dello stadio III della CKD. Suggeriamo di effettuare lo screening per l’iperfosfatemia nello stadio IV della CKD.

Parole chiave: acidosi, anemia, CKD, paratormone, fosfato, potassio

Ci spiace, ma questo articolo è disponibile soltanto in inglese.

Introduction

Chronic kidney disease (CKD) is characterized by an alteration of adequate metabolic homeostasis, increasing the risk of acidosis, hyperkalemia, hyperuricemia, hyperparathyroidism, hyperphosphatemia, and anemia.

This condition leads to a reduced excretory function, resulting in the accumulation of toxins in the body [1]. Among these catabolism products, urea is not completely excreted by the kidney when renal function is impaired.

As well for urea, renal filtration of hydrogen cations is altered when the residual nephron mass is impaired, increasing the risk of acidosis. Indeed, the severiry of acidosis is higher in patients with severe CKD [2]. Potassium removal is also reduced due to impaired renal function. Moreover, potassium is reabsorbed by proximal tubular cells through the exchange between H+ and K+ to correct acidosis [3].

Iperfosfatemia in dialisi: la scelta del chelante

Abstract

Le linee guida KDIGO del 2017 confermano le indicazioni delle precedenti sulla necessità di mantenere i livelli sierici di fosforo nei pazienti in dialisi quanto più possibile vicino alle concentrazioni normali dello ione.
Questi suggerimenti nascono da numerosi studi che hanno evidenziato sia una stretta associazione tra livelli di fosforemia ed eventi fatali e non fatali sia che circa il 30% dei pazienti emodializzati presenta livelli sierici elevati di fosforo.
Le stesse linee guida KDIGO forniscono indicazioni terapeutiche sul controllo della iperfosforemia, sottolineando l’importanza sia della nutrizione sia dell’opportuna prescrizione dei chelanti del fosforo in considerazione del parziale controllo della iperfosforemia ottenibile mediante le tecniche dialitiche.
Il chelante “ideale” tuttora non esiste; tuttavia l’ ampia disponibilità di chelanti del fosforo consente di ottenere una terapia personalizzata cioè funzionale al singolo paziente. Questo contribuisce ad ottenere sia un miglior controllo della fosforemia con minori effetti collaterali sia di incrementare la aderenza (compliance) del paziente alla terapia chelante. La quantità di pillole prescritta dal medico al paziente è inversamente correlata all’aderenza terapeutica del paziente stesso. A rendere questo problema particolarmente importante è il peso enorme che ha la terapia chelante il fosforo sul carico di compresse assunto ogni giorno dai pazienti dializzati.
Negli ultimi anni è disponibile un chelante non contenente calcio l’ossidrossido sucroferrico, il cui potere legante il fosforo è molto elevato per cui si rende necessario prescrivere un numero limitato di pillole. Questa caratteristica dell’ossidrossido sucroferrico è stata confermata dagli studi controllati e randomizzati finora disponibili.
L’ossidrossido sucroferrico può rappresentare una alternativa terapeutica, in monoterapia e in associazione, nel trattamento dell’iperfosforemia. Studi sono in corso per verificare nella “real life” la incidenza di effetti collaterali gastroenterici evidenziati con l’ossidrossido sucroferrico.

Parole chiave: Fosforo; Chelante; Iperparatiroidismo secondario

Lo scenario attuale

Le alterazioni del metabolismo minerale, ed in particolare l’iperfosforemia, sono riconosciute oggi fattori di rischio importanti per l’incremento della morbilità e mortalità dei pazienti affetti da malattia renale cronica, sia durante le fasi iniziali che nelle fasi più avanzate di malattia (1, 2).  Il controllo del bilancio fosforico rappresenta pertanto un punto cardine nel trattamento di questi pazienti.