Protetto: Appunti sulla storia dell’istituzione dell’emodialisi a Napoli

Abstract

L’arrivo dell’emodialisi a Napoli rappresenta un percorso complesso, partendo dalle pratiche mediche medievali per arrivare alle moderne terapie renali. Nel Medioevo, la medicina galenica attribuiva le malattie a squilibri dei quattro umori: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. Tecniche come il salasso e le coppette servivano a “purificare” il sangue.

Alla fine del XIX secolo, l’idea di purificazione assunse un approccio più scientifico. La dialisi emerse come tecnica rivoluzionaria per trattare l’insufficienza renale, paragonabile alla metafora galenica del “lavare una pentola sporca”. Il percorso napoletano segue sostanzialmente la stessa linea del resto d’Italia: gli anni ’50 furono dedicati allo sviluppo di prototipi, gli anni ’60 all’implementazione clinica nei grandi centri, e gli anni ’70-’80 alla standardizzazione della dialisi cronica. A Napoli, il primo approccio all’emodialisi si deve forse all’urologo Francesco Sorrentino, che nel 1951 utilizzò un dispositivo simile a quello di Louis Bartrina presso gli “Ospedali Riuniti. Tra il 1959 e il 1960, V. Andreucci, poi attivo a Napoli, collaborò con la Scuola di L. Migone a Parma nel trattamento dialitico di pazienti acuti. Nello stesso periodo, Carmelo Giordano introdusse l’emodialisi per pazienti acuti (1960), mentre nel 1968 Pompeo Sorice avviò la prima dialisi cronica all’ospedale “Vecchio Pellegrini”.

L’introduzione dei filtri a Membrana a Controllo Osmotico (MCO) ha rappresentato un progresso significativo, migliorando l’efficienza nella rimozione delle tossine con minori complicanze. Già negli anni ’70, questi filtri si affermarono nella pratica clinica, aprendo la strada all’uso di filtri High-Flux e MCO negli anni 2000.

La storia dell’emodialisi a Napoli riflette una trasformazione profonda, dalle teorie umorali antiche alle moderne tecnologie renali, evidenziando l’importanza storica della città nell’evoluzione della medicina.

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