Ricordo del Professore Robin A.J. Eady (1940-2017)

Abstract

Il 2 agosto 2017 è morto a Londra per complicanze di un intervento di cardiochirurgia il Professore Robin A.J. Eady (nato al Cairo il 29 novembre 1940 in una famiglia che importava libri e riviste mediche). Aveva avuto una diagnosi di proteinuria a 9 anni. Si era trasferito a Londra per studiare e dopo il College si era iscritto alla Facoltà di Medicina. Nel 1963 era stato costretto ad iniziare a curarsi con la dialisi a Seattle ricorrendo alle cure di Belding H. Scribner. Successivamente era stato dializzato ad Edmonton in Canada e finalmente era approdato al Royal Free Hospital in Londra. Nel 1987 era stato trapiantato con successo dal Professore Peter Morris di Oxford. La malattia non gli aveva impedito di realizzarsi nella sua professione diventando Professore di Dermatologia particolarmente esperto di Epidermolisi Bollosa. La carriera accademica era stata possibile anche grazie all’aiuto di sua moglie Anna Geen, un’infermiera che si era fatta carico della dialisi a domicilio. L’autore dell’obituary ricorda tre incontri avuti con Robin Eady in Italia negli anni 1980, 2006, e 2007 e ne mette in evidenza l’umanità, la religiosità, la determinazione, la capacità di coping, l’intelligenza e la grande lezione di medicina narrativa.

Parole chiave: Robin A.J. Eady, Dializzato di lungo corso, Belding H. Scribner, Dermatologo accademico

Il Professore Robin A. J. Eady

Il Times del primo settembre 2017 alla pagina 54  – a chiusura di un lunghissimo necrologio – scrive “Professor Robin Eady, MBE, dialysis pioneer and dermatologist was born on November 29, 1940. He died on August 2, 2017, from complications after heart surgery, aged 76” (1). Sic transit gloria mundi

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In ricordo del Prof Maggiore, per chi lo ha conosciuto e per i giovani che ne hanno sentito parlare

Carissimi,
questo scambio di link tra due storiche testate nefrologiche italiane è stato concepito per ricordare il Professor Quirino Maggiore, uno dei padri della Nefrologia italiana, e non soltanto, recentemente venuto a mancare.

Con l’augurio che tutti i nefrologi di ‘seconda e terza generazione’ possano continuare a ricordarlo e a lui ispirarsi nella quotidiana attività.

Biagio Raffaele Di Iorio e Marco Lombardi

 

Il professor Quirino Maggiore ci ha lasciato il 2 Settembre. Egli è stato un maestro nel senso più alto del termine ed ha segnato la cultura e i comportamenti dei suoi tanti collaboratori, quorum ego. Qui ricordo alcuni tratti del suo essere medico, investigatore clinico e uomo.

Il prof. Maggiore era un internista a tutto tondo e un diagnosta formidabile. La discussione di casi clinici al letto del malato o nelle riunioni cliniche dello staff erano con Lui un esercizio intellettuale rigoroso che richiedeva valutazioni a 360° delle ipotesi alternative possibili. Negli anni’70 la diagnosi non era basata su un approccio probabilistico granulare, come oggi è possibile, ma Egli non concedeva nulla all’approssimazione e alle deduzioni semplicistiche. Il suo esercizio diagnostico era già allora intrinsecamente Bayesiano. Rigore di metodo clinico a parte, il suo insight nel sospettare la malattia e nel confermarla era formidabile, ben al di là degli algoritmi. Ricordo vari casi nei quali, senza alcuna evidenza positiva della malattia che sospettava, il suo acume e la sua capacità di contestualizzare il quadro clinico lo inducevano ad andar oltre le apparenze e ad anticipare i test diagnostici definitivi che potevano sembrare non giustificati dai dati clinici disponibili.

Al di là della Scuola Pisana, l’asse della sua formazione metodologica di ricercatore era anglo-sassone e si era coagulata durante una fellowship a Londra nella Liver Unit del Royal Free Hospital, diretta da uno dei più grandi ricercatori clinici britannici degli anni ’60, Shiela Sherlock. Lì aveva incontrato Stanley Shaldon dal quale era stato influenzato sia circa le idee per sviluppare l’emodialisi cronica che sulla necessità di un approccio franco e diretto al dibattito scientifico. Dalla fellowship a Londra aveva avuto l’inprinting alla discussione scientifica trasparente, serrata, senza concessioni al compromesso. I suoi interventi congressuali erano sempre puntuali, acuti e, quando ne percepiva la necessità, incondizionatamente critici ma sempre rispettosi dell’interlocutore. I suoi interessi erano vasti e andavano dall’immunopatologia alla tecnologia dialitica. Come investigatore clinico era dotato di grande creatività. L’intuizione di applicare uno stimolo ipotermico per aumentare la stabilità vascolare durante la dialisi, o il raffreddamento del plasma nel circuito extracorporeo per la rimozione degli immunocomplessi nella crioglobulinemia e la stessa formulazione della dieta ipoproteica rimangono tra le cose più innovative proposte nei primi tre decenni della storia della nefrologia moderna.

Il professor Maggiore era attento ai più deboli e non accettava compromessi di sorta in situazioni nella quali la protezione dei pazienti più gravi e fragili non veniva garantita a dovere. Nei primi anni ’80 si dimise dalla Direzione della Nefrologia di un grande ospedale in fase di sviluppo perché gli sembrava inaccettabile che lo stesso ospedale non avesse posto come prioritaria la realizzazione di un dipartimento di emergenza. Egli era un grande affabulatore e sentire le sue storie di luoghi, persone e cose era un’esperienza coinvolgente. I membri del team di Reggio Calabria hanno assorbito dalla sua narrazione la storia ricca e appassionata della scuola medica Pisana, un’epopea accademica con eroi e comprimari, successi e delusioni. Egli ha mantenuto negli anni un rapporto affettivo solido e caloroso con il suo staff. Ben al di là del contesto professionale, tra le tante cose che ha trasmesso a quelli che con Lui si sono formati credo che le più grandi siano il rispetto umano e l’onestà intellettuale e morale. Dal suo esempio abbiamo anche imparato che chiedere scusa quando si sbaglia è un imperativo per il vivere professionale e civile. A metà degli anni ’70, quando ancora la medicina italiana era ossificata in rapporti professionali di tipo baronale, non raramente Lui sapeva chiedere scusa ai suoi collaboratori più giovani anche per dissonanze minori.

Il professor Quirino Maggiore è parte della storia più nobile della nefrologia moderna. Mancherà alla sua amata consorte Marta, a Elena, Giulia e Umberto, agli altri familiari e alla grande comunità nefrologica.

Carmine Zoccali 

 

 

Il Ricordo di Quirino Maggiore

Carissimi,
questo scambio di link tra due storiche testate nefrologiche italiane è stato concepito per ricordare il Professor Quirino Maggiore, uno dei padri della Nefrologia italiana, e non soltanto, recentemente venuto a mancare.

Con l’augurio che tutti i nefrologi di ‘seconda e terza generazione’ possano continuare a ricordarlo e a lui ispirarsi nella quotidiana attività.

Biagio Raffaele Di Iorio e Marco Lombardi

 

Quirino Maggiore lo conobbi per un caso. Estate 1973, 24 anni, appena rientrato a Reggio Calabria dopo la laurea, in cerca di lavoro. Mi parlò molto bene di questa divisione G. Monasterio. Andai a conoscerli. Parlai a lungo col grande Quirino (così lo chiamo affettuosamente da tempo immemore) e lui mi mise così a mio agio che dal senno fuggì una domanda quantomeno inopportuna: “Ma quando pensa professore che potrei iniziare a guadagnare?”. Me ne pentii nel mentre la pronunciavo: oddio ora penserà che sono un venale mentre anelo solo a potermi autonomizzare. Lui mi guardò pacato e mi rispose: “prima dobbiamo piacerci reciprocamente”. Si, proprio così disse “reciprocamente”. E’ questa, credo, la cifra del gruppo di Reggio Calabria, costituitosi col criterio della cooptazione democratica (ognuno è stato scelto dal gruppo e, a sua volta, ha contribuito a scegliere), criterio potentissimo e limpido perchè non inficiato da clientele e raccomandazioni. Forte coesione amicale, entusiasmo, fame di apprendere e verificare, propensione per la ricerca clinica. Certo non nostre esclusive peculiarità, ma condivise con molti dei gruppi nefrologici che andavano formandosi in quegli anni in Italia. Con una sostanziale differenza; almeno per quei tempi, tali comportamenti erano più facilmente realizzabili a Milano, Torino, Bologna, Brescia, Verona, etc. che non a Reggio Calabria.

Sempre irrequieti, mai accomodati sulle spiegazioni semplici, sempre pronti a guardar dentro le cose. E’ questo il nutrimento che il grande Quirino elargiva a noi giovani e non solo. Quante volte nei congressi ha chiesto la parola per criticare, per instillare dubbi in acritiche certezze. Rompeva? Sì, ma lui esercitava l’arte del dubbio cartesiano, cioè del dubitare per accrescere la conoscenza, e non la sterile arte degli scettici che dubitano al solo fine di dubitare. Quante volte alle sei di sera, tutti noi nella sua stanza, centellinando il rito del whisky, appassionati di Popper congetturavamo e confutavamo sui casi del reparto ma anche della vita.
 

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Carmelo Giordano (1930-2016): a giant in Nephrology

Abstract

Carmelo Giordano nacque il 23 agosto l 1930 a Napoli dove è deceduto il 12 maggio 2016. Conseguì la laurea in medicina e chirurgia nel 1954, e fu allievo e successivamente assistente del Professore Flaviano Magrassi. Imparò la nefrologia all’Ospedale Peter Bent Brigham dell’Università di Harvard in Boston (USA) sotto la guida di John P. Merrill. Giordano divenne Professore di Nefrologia nel 1975 all’Università Federico II e Professore di Medicina alla Seconda Università di Napoli (1986-2002). I suoi studi furono finanziati dagli Istituti Nazionali di Medicina degli Stati Uniti di Bethesda. Giordano introdusse il concetto di diete a basso contenuto di azoto con e senza amino acidi e/o chetoacidi (dieta Giordano-Giovannetti secondo la definizione di Geoffrey M. Berlyne). Egli dimostrò che 85% dei pazienti con malattia renale cronica trattati con diete di 25g di proteine erano in bilancio di azoto positivo. In tempi successivi evidenziò il concetto di apporto energetico dal dializzato nella CAPD e misurò le perdite di aminoacidi in emodialisi e CAPD e l’apporto minimo di proteine per pazienti in CAPD. Egli sintetizzò insieme al Prof. Renato Esposito ossiamido ed ossicellulosa, inoltre usò il carbone a bassa temperatura e lo rigenerò indefinitamente a 90 gradi costruendo reni artificiali indossabili e portabili.

Parole chiave: amino acidi, bilancio azotato, carbone, Carmelo Giordano, chetoacidi, cintura per dialisi peritoneale, diete a basso contenuto di proteine, ossiamido, ossicellulosa, reni artificiali indossabili e portabili, sorbenti, sorbents

Biografia di Carmelo Giordano

Carmelo Giordano (Figura 1) nacque a Napoli, a villa Giordano (Figura 2) nella casa di Raffaele e Anna Tirone. Suo padre aveva il titolo nobiliare di Barone. Fu battezzato nella Parrocchia Cattolica della Santissima Croce e di Santa Rita (Figura 3 e Figura 4). Giordano frequentò le scuole elementari, medie ed il liceo classico nella sua città, e studiò medicina all’Università Federico II. Si laureò con lode nel 1954. Al quarto anno di medicina si aggregò al gruppo del Professor Flaviano Magrassi, appena chiamato alla direzione dell’Istituto di Patologia Medica. Magrassi (Figura 5, a destra) era un esperto di malattie infettive e leucemie, allievo della scuola romana di Cesare Frugoni ed era giunto a Napoli dall’Università di Sassari. Magrassi fu un antesignano delle specialità mediche. Egli attrasse i giovani migliori e li avviò alla preparazione della tesi di laurea: questi giovani, anni dopo, ricoprirono diverse cattedre di medicina specialistica a Napoli, in Italia e negli USA.
 

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