Sopravvivere Non Basta – La donazione degli organi secondo la Famiglia di Nicholas Green

Nicholas Green: viaggio in Italia di Nicholas Green a settembre 1994

Nicholas amava l’Italia. Per essere un bambino di sette anni ne aveva vista molta, dalle Dolomiti e la scacchiera di Marostica fino a Paestum e Portofino. Aveva persino attraversato il Rubicone. Per lui la magia della vita era assolutamente vera e la storia d’Italia accendeva la sua immaginazione – con i monumenti, le strade degli Antichi Romani che arrivavano fino al confine del mondo conosciuto, gli eroi classici. Anche lui voleva compiere nobili gesta che avrebbero cambiato il mondo.

Ma, ovviamente, era anche solo un bambino. Un giorno a Verona dopo aver visto tutti i luoghi principali – l’Arena, il Castello, la casa di Giulietta – mentre tornavamo in albergo gli chiesi “Qual è la cosa più bella che abbiamo fatto oggi?”. Non ebbe un attimo di esitazione: “Il pranzo da McDonald’s”, mi rispose.

Solo all’incirca un anno dopo – il 29 settembre 1994 – eravamo sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Sembrava come una qualsiasi altra strada importante d’Europa. Il traffico era scarso e si procedeva velocemente. La visibilità era buona. Erano circa le 10 o le 10.30 di sera.

Eravamo una famiglia di quattro persone provenienti dalla California in vacanza in Italia, e in procinto di recarsi in Sicilia. Io guidavo, mia moglie Maggie sonnecchiava accanto a me e i nostri due bambini, Nicholas ed Eleanor che allora aveva quattro anni, dormivano sul sedile posteriore. Mi ritrovai a pensare, come spesso mi accadeva in quei giorni, “Come può qualcuno essere così felice?”

Fu allora che notai qualcosa nello specchietto retrovisore, qualcosa che sembrava del tutto normale ad un primo sguardo – una macchina che si avvicinava velocemente alla nostra, facendosi sempre più vicina. Per la prima volta sentii un brivido di turbamento. Ricordo che dissi a me stesso, “Qui c’è qualcosa che non va”.

In quel momento la macchina dietro si spostò sulla corsia di sorpasso ed io ebbi un sospiro di sollievo. Non c’era nulla che non andasse dopo tutto. Ma, invece di sorpassarci, l’auto si affiancò e rimase lì. Adesso parlavo ad alta voce: “Sta succedendo qualcosa”. Maggie si svegliò immediatamente, proprio quando dall’altra macchina cominciò ad arrivare il suono forte di voci arrabbiate, un roboante e minaccioso ruggito, le parole indistinguibili, ma che chiaramente ci ordinavano di fermarci.

“Se ci fermiamo, possono fare di noi ciò che vogliono, ” pensai. Con la coda dell’occhio vidi il cofano della loro auto accanto alla nostra e notai quelle che sembravano essere macchie di ruggine o sporco. Questa cosa si rivelò utile in seguito perché aiutò ad identificare la macchina. Un pensiero mi passò per la testa, “Sembra una macchina più vecchia della nostra. Possiamo probabilmente distanziarli”. Strinsi forte il volante, nel caso volessero provare a farci uscire di strada e tenni lo sguardo fisso sulla strada davanti. “Non possiamo fermarci”, dissi a Maggie. “Dobbiamo cercare di fuggire”. Come sua abitudine, non cercò di mettere in dubbio la decisione. C’ero io al volante e la lasciò a me. Premetti sull’acceleratore e sentimmo nuove urla. Ormai stavamo prendendo velocità.

Un istante dopo, tutte le speranze di poter fuggire facilmente si dissolsero. Ci fu un’esplosione assordante e un proiettile fece esplodere il finestrino del sedile posteriore. Maggie si voltò velocemente per assicurarsi che i bambini fossero incolumi. Entrambi sembravano essere profondamente addormentati.

In quel momento ci fu un’altra esplosione, e il finestrino dal lato guidatore si disintegrò con il proiettile che mancò Maggie e me di pochissimi centimetri. In quel momento, comunque, cominciammo a distanziarli nettamente e con un sospiro di sollievo li vidi rimanere sempre più indietro fino a che, dall’essere accanto a noi, vidi le loro luci prima nello specchietto retrovisore laterale, poi in quello centrale, fino a che sparirono nella notte. “Sono rimasti indietro”, dissi a Maggie. Mi sentivo più sicuro, ma chi poteva sapere che non avrebbero provato a rifarsi sotto? Mantenni il piede pigiato fino in fondo sull’acceleratore. Corremmo spediti nella notte, nuovamente soli.

Continuai a guidare, in cerca di una stazione di servizio, un qualche luogo con luci e persone, e un telefono per chiamare la polizia. Accadde che prima che riuscissimo a trovarne una, giungemmo sul luogo di un incidente grave, con la polizia già sul posto e un’ambulanza ferma a lato della strada.

Mi fermai, ma appena aprii la porta dell’auto e la luce interna si accese, Nicholas non si mosse. La sua lingua sporgeva fuori ed aveva una traccia di vomito sul mento. Quello fu il primo istante in cui capimmo che le cose andavano male. Fu portato in un piccolo ospedale e noi gli andammo dietro.

L’unica speranza cui mi aggrappavo era che Nicholas fosse stato colpito da un colpo di striscio che gli aveva fatto perdere conoscenza. Il dottore capo dell’ospedale ci spiegò gentilmente che doveva essere trasferito al vicino ospedale più grande, il Policlinico di Messina, perché nostro figlio era ferito troppo gravemente perché potessero occuparsene loro. Non ho mai provato una tale devastazione come in quel momento.

Fummo fatti salire su un’auto della polizia e mentre approdavamo in Sicilia, cominciò a nascere un piccolo barlume di speranza. Forse la decisione del piccolo ospedale era solo precauzionale. Forse l’ospedale più grande aveva macchinari che avrebbero rivelato una situazione meno seria.

La sala d’attesa si fece silenziosa mentre entravamo. Fummo condotti immediatamente in una stanza spoglia, dove era riunita una dozzina di dottori e infermiere, tutti in attesa del nostro arrivo e tutti assolutamente immobili e silenziosi. Il capo chirurgo si presentò. Senza troppi preamboli ci disse semplicemente, “La situazione è drammatica”. I piccoli germogli di speranza appassirono in un attimo. Il proiettile si era conficcato alla base del cervello. Era troppo in profondità perché Nicholas potesse essere operato. L’unica speranza risiedeva nel fatto che le sue condizioni si stabilizzassero e che con il tempo loro potessero riuscire a fare qualcosa.

L’unica cosa che potevamo fare noi, ci dissero, era andare a riposare, essere forti e tornare lì il giorno dopo.

In tutti i rapporti che avemmo con loro, sentimmo sempre che l’ospedale stava facendo di tutto per aiutarci, dando a Nicholas il trattamento migliore che potevano ovviamente, ma anche riferendoci sulle sue condizioni nel modo più franco e diretto possibile che avevamo richiesto. Non percepii mai che stessero dipingendo un quadro della situazione troppo brillante o che fossero ingiustificatamente negativi, ma risposero pazientemente ad ogni nostra domanda. Ma ovviamente stavano affrontando un compito difficilissimo.

 

L’assenza di attività cerebrale

La fine arrivò senza sensazionalismi. Fummo chiamati per andare in ospedale e il capo neurologo ci disse con voce piatta, “Ho delle cattive notizie. Non riscontriamo alcun segno di attività cerebrale”. Cosa significa? “E’ cerebralmente morto”. C’è qualche speranza? “Non credo ne sia rimasta nessuna. Comunque farò una serie di test per essere sicuro”. Trascorse mezz’ora o giù di lì, con noi seduti in quella stanza soleggiata tenendoci per mano, non parlando molto e cercando di venire a patti con il fatto che non sarei più potuto andare con lui a fare una delle nostre consuete passeggiate, e non lo avrei più sentito dire “Buonanotte papà”.

Il risultato dei test arrivò: non c’era nessuna attività. Era morto, come uno dei suoi eroi classici, sulle rive dello Stretto di Messina. Passarono pochi istanti, poi Maggie disse, “Ora che se n’è andato, non dovremmo donare i suoi organi?”. “Sì” dissi, e quello fu tutto. Era chiaro che non aveva più bisogno di quel corpo ed eravamo a malapena consapevoli che da qualche parte lì fuori c’erano persone – che era impossibile immaginare come fossero fatte – che avevano un disperato bisogno di ciò che quel corpicino poteva dare. Fino a quel momento non c’era stato alcun bene in quella vicenda, solo una perdita senza senso. Ora, almeno, qualcosa poteva essere salvato, sebbene all’epoca non avessimo idea di quanto. Lo comunicammo ai dottori e loro ci spiegarono la procedura, che ci sembrò chiara e semplice. Firmammo i moduli e andammo via. Fu la decisione meno difficile che entrambi abbiamo mai dovuto prendere. Da allora non abbiamo mai avuto un momento di rammarico e posso anzi aggiungere che fra tutte le centinaia, forse migliaia di famiglie donatrici che abbiamo incontrato da allora, riesco a ricordarmene a malapena una che si è crucciata della decisione. Di fatto, sono coloro che non hanno donato che spesso ci dicono “Vorrei averlo fatto”. Sentono di aver mancato un’opportunità che non si ripresenterà di rendere il mondo un posto migliore (1-5).

 

Gli organi di Nicholas trapiantati in 7 persone

In breve tempo i nomi di tutti i riceventi divennero noti. Erano sette pazienti, che oltre al cuore avevano ricevuto i due reni, il fegato, le cellule pancreatiche e le due cornee. Quattro di loro erano adolescenti con tutta la vita davanti.

Due di loro sono scomparsi recentemente, ma non per problemi all’organo trapiantato, e gli altri cinque continuano a vivere una vita produttiva.

Dopo più di 22 anni è un trionfo per i trapianti e la medicina italiana.

Le circostanze furono talmente straordinarie nel nostro caso che non solo i riceventi divennero conosciuti in tutto il mondo, ma ci fu chiesto di tornare per incontrarli in eventi che coinvolgevano membri della Chiesa, politici, e autorità della Sanità, tutti al più alto livello.

Ovviamente, solo queste insolite circostanze rendono il nostro caso diverso dalle decisioni che altre famiglie in spoglie stanze d’ospedale in tutta Italia prendono a favore della donazione degli organi e tessuti. Il dolore è lo stesso e così è anche per i benefìci per molteplici riceventi che sono quasi in punto di morte. La maggior parte di queste famiglie donatrici, suppongo, si sente esattamente come ci sentimmo noi. Avremmo fatto qualunque cosa per mantenere Nicholas in vita. Ma era morto e non potevamo fare nulla a quel corpo che potesse ferirlo in qualche modo a noi concepibile. Eppure il dono di quel corpicino, lontano dallo sfigurarlo, ha trasformato il suo “io” terreno in un simbolo di condivisione della vita piuttosto che di accaparramento della stessa.

 

La partecipazione alle campagne di donazione

Imparammo anche quanta devastazione c’è nei pazienti in quelle strazianti e lunghe liste d’attesa e quanti muoiono mentre ne fanno parte, e così fummo determinati ad usare il clamore che la nostra storia aveva suscitato per fare qualsiasi cosa potessimo per imprimere nella mente delle persone quale incredibile potere loro abbiano nelle loro mani per ridare o trattenere la vita.

Così, abbiamo realizzato una serie di film educativi (uno in italiano) che ospedali e scuole di ogni angolo negli Stati Uniti – e anche alcune in Italia – hanno mostrato; ho personalmente scritto due libri, entrambi disponibili in italiano, uno dei quali ha fornito la base per un film per la TV avente come protagonista Jamie Lee Curtis e che è stato visto da 100 milioni di persone in tutto il mondo, portando milioni di loro ad essere a favore della donazione degli organi.

Abbiamo rilasciato interviste ai principali giornali e programmi televisivi in tutto il mondo, scritto innumerevoli articoli e tenuto dei discorsi ovunque, dal Venezuela a Taiwan. In breve, abbiamo provato a fare della nostra storia un qualcosa che chiunque può immaginare possa capitare a se stesso. Una volta che ciò accade, le persone sono più propense a dire sì.

Dubito che qualsiasi altra nazione al mondo ci avrebbe mostrato la stessa compassione che ci ha manifestato l’Italia. Sembrava che persone di ogni tipo volessero mettere le braccia attorno a noi per rincuorarci. Più di questo, gli Italiani hanno incanalato queste nobili emozioni in gesti dal valore pratico. Immediatamente dopo l’uccisione di Nicholas, i tassi della donazione degli organi sono schizzati verso l’alto. Un anno dopo erano raddoppiati e hanno continuato a crescere anno dopo anno.

Dall’essere tra gli ultimi in Europa Occidentale per le donazioni degli organi (sopra solo alla Grecia), l’Italia è oggi vicina al top. Migliaia di persone che sarebbero morte sono invece vive. Un incremento di tale portata ha, ovviamente, molteplici ragioni: tra queste, le sorprendenti ed in continuo miglioramento capacità del personale medico a qualsiasi livello del processo di un trapianto; un’armata di dediti volontari; leggi favorevoli; un pubblico più informato; il sostegno dei media e così via.

Lascio a voi decidere quale contributo la storia di Nicholas ha portato a questo straordinario incremento: chiaramente la sua storia è stata un catalizzatore di rilevanti proporzioni – un elemento stimolante che continua anche oggi ad influenzare l’attitudine in tutto il mondo verso la donazione degli organi.

 

Le persone comuni possono cambiare il mondo

Come una giovane donna italiana ci scrisse, “Da quando vostro figlio è morto, il mio cuore batte più forte. Penso che le persone, le persone comuni, possano cambiare il mondo. Quando andate al piccolo cimitero dove riposa, per piacere ditegli questo, ‘Loro hanno chiuso i tuoi occhi, ma tu hai aperto i miei’.”

 

Bibliografia

  1. Green R. The Nicholas Effect. A Boy’s Gift to the World. 1999. authorhouse.com
  2. Green R. The gift that heals. 2007. www.authorhouse.com
  3. Green R, De Rosa G, Scarabelli A, Citterio F, De Santo LS, De Rosa G, De Santo NG, The murder of Nicholas Green 200 years after his assassination. GIN, 2014;31: 1/12
  4. De Santo NG, Scarabelli A, Citterio F, De Santo LS, De Rosa G. The Italian places of Nicholas Green. Organ donation 20 years later. Am J Kidney Dis 2014; 64: A17/19.
  5. Green R. Put My Name in the Registry to Donate All My Organs. In: DE Santo NG, Citterio F, Ayse Balat et al. Survival is Not Enough 10.Italian Institute for Philosophical Studies, Naples, 2016; 17-21
  6. Green Una vita, una storia, Vol. 2, Anno 30 Mar-Apr 2013
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